ARTE ANTICA MODERNA CONTEMPORANEA


ANNA BANTI, Artemisia

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E già nella mente di Artemisia tutto era pronto. Oloferne, Giuditta e Oloferne. La testa ravvolta in un panno. No, la testa nuda e sanguinosa. E perché non il corpo, il grosso corpo del tiranno? Vedano, questi toscani, se so disegnare.

Non può essere che Artemisia non dicesse alle amiche: ho un impegno d'importanza per la Serenissima. Ma già tutte sapevano e coglievano ogni pretesto, imperiose, insinuanti, stordite, per curiosare. Trovavano la pittrice chiusa nel suo casaccone da lavoro, i flosci capelli spioventi, il viso tirato dalla fatica: in piedi o seduta su un alto trespolo, davanti alla gran tela. Rimanevano interdette e inoperose dinanzi a gesti che non conoscevano e che essa abbandonava alla loro avidità dimentica di comporsi, di apparire come voleva che la vedessero: a volte miserella, quasi schiacciata dall'opera; a volte maestosa, arditissima. Non avrebbero saputo che fare se, accanto alla finestra, rovesciato su una coltre, a testa all'ingiù, il torso nudo, non avessero scorto Anastasio, il gigante greco, un facchino di piazza che due anni prima aveva divertito Firenze per la sua statura; e ora campava la vita senza che nessuno ne facesse più meraviglia. Sbirciavano quel corpaccio, spostavano una sedia, si chinavano per aver la scusa di avvicinarglisi.

Più che la gradazione dei pennelli e il color delle terre che Artemisia stemperava e mescolava, più del gioco della tavolozza, loro eterna voglia, pareva attirarle la congiuntura di quell'omone seminudo, non soggetto. per vincolo di servitù, ma obbediente a una necessità più alta di un costume. Giovanna cominciava a ridere: « Veh il parruccone che gli hai messo, dove l'hai trovato, Artemisia?».

Le Torrigiani arricciavano il naso: «Ohimè che odor cattivo». E Violante da esperta: «Fagli torcere l'anca, che si vedan meglio i muscoli». Poco s'accorgeva Artemisia di queste baie, raramente rispondeva. Lei, tanto schiva se solo il fratello guardasse un suo disegno, s'era avvezzata alle osservazioni di queste femmine e alla loro indiscrezione con una indifferenza di cui neppure stupiva.

E a volte, alzandosi di furia e andando deliberatamente al modello per disporlo in guisa più conveniente al suo proposito, le accadeva di calpestare il lembo di una veste o urtare una spalla tonda e di non scusársene, tanto quelle assistenti contavano poco per lei. Esse interrompevano il discorso, si fermavano a seguirla con l'occhio, a respiro sospeso, e da quegli involontari contatti, da quella specie di aspettazione, le veniva il disagio di un'insidia coperta e come una renitenza a toccar le carni dell'uomo e quei poveri panni. Mansueto, docilissimo come tutti i modelli di razza, Anastasio si lasciava spostare e accomodare, ma un paio di volte le accadde di cogliere in quelle membra una nuova rigidezza, in quegli occhiacci umili come un'inquieta vergogna.

E per due volte essa licenziò, senza spiegazioni, il modello.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Arte
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Aggiornamento: 09/02/2019