Intorno all’olismo di Jan Smuts

Dario Lodi


Nel 1926 uscì “Olismo ed evoluzione”, una novità nel campo speculativo. L’autore, Jan Smuts (1870-1950) era un intellettuale e filosofo sudafricano che sarebbe diventato due volte primo ministro, sarebbe stato fra i promotori della Società delle Nazioni, poi anche dell’ONU. Non brillò per senso civico assoluto in quanto sostenitore dell’apartheid (la separazione fra bianchi e neri). Era un razzista forse suo malgrado, perché riteneva i neri intellettualmente troppo inferiori ai bianchi e quindi, semmai, assimilabili gradualmente in una società equa (altrimenti non si sarebbe battuto per la pacificazione ufficiale fra gli stati).

“Olismo” è un termine coniato da Smuts, ovvero preso dal greco. Significa “totalità”. La teoria del filosofo sudafricano sostiene l’impossibilità di isolare un sistema minore da un sistema maggiore che, di fatto, lo contiene. Tanti sistemi minori, secondo lui, concorrono a determinare quello maggiore che dà loro la possibilità di esprimersi al meglio. Presi da soli, avrebbero poco senso. Un esempio che gira a proposito di questa teoria dice: un tennista fa il punto della vittoria con un diritto preciso, ma senza la preparazione precedente – la postura del corpo, la roteazione del braccio, la forma fisica, ecc. – il diritto non sarebbe stato possibile.

Essendo il Sudafrica periferico rispetto ai luoghi classici della speculazione accademica, la teoria non ebbe grande credito. Rispuntò nel 1992 durante una conferenza a Rio e non pochi la presero in simpatia. La scienza non prestò molta attenzione, ritenendola qualcosa di curioso quanto di astratto: non esisteva la possibilità di verificarla (come se la teoria dei quanti possa essere davvero verificata!). Fra gli intellettuali di peso che apprezzarono la teoria (pur, a detta di molti, non capendola), ci fu Arthur Koestler (l’autore di “Buio a mezzogiorno”, un importantissimo libro del Novecento).

Stabilire che l’olismo meriti approfondimenti non è compito, ovviamente, di questo breve articolo. La teoria è interessante per alcuni effetti collaterali, fra cui quello che porta alla considerazione della “struttura”, a come si è formata. Perché con i mattoni ho costruito una piramide invece di un cubo? E questi mattoni da dove li ho ricavati? Le due domande vanno a braccetto, nel senso che già nel reperire i mattoni ho pensato alla piramide. Si chiama determinismo. Gli avi, che non avevano ben focalizzata questa capacità concettuale, inventarono la religione, tramite la quale è assicurato il finalismo, ovvero una sorta di beatitudine eterna, dopo aver rispettato, ovviamente, certe imposizioni (auto-imposizioni).

La religione è un modo sicuro (apparentemente sicuro) di evitare le angosce esistenziali, quelle che vanno oltre il problema vitale personale, precipitando l’animo nella cosiddetta spiritualità. Quest’ultima, credenti o non credenti, è una specie di ancora di salvezza, una forte consolazione, e di più forse non si può dire. La spiritualità risolve tutti i problemi, meno quelli materiali: la religione risolve anche questi, o dice di farlo con molta autoconvinzione. L’uomo, accettandola, si priva della responsabilità di comprendere veramente le cose. Quest’osservazione significa che l’uomo “sente” oltre se stesso. Significa anche che la sua emancipazione dall’irrazionalità – date le sovrastrutture religiose – non è ancora compiuta.

La razionalità, che si è sviluppata da necessità materiali, ha creato un mondo parallelo alla religione, quello della scienza. Solo nel ‘900 la devozione insensata verso la scienza è stata rimossa. Lo scienziato ha ammesso la fallacità del suo mondo, ma non ha desistito nella ricerca dell’assoluto. Ha abbassato il tono di voce e si è cosparso il capo di cenere, ma non ha piegato la testa. Tutte cose che possono essere ritrovate nell’olismo di Smuts. Possiamo vedere il tutto come un insieme autonomo di cose che concorrono a un fine. Se il fine non è raggiunto, le cose che lo compongono si organizzano per un altro tutto. Nell’organizzarsi, cambiano le loro prestazioni. Se crediamo nel progresso, ebbene avremo delle prestazioni migliori. Darwin credeva nel progresso, era un olista per eccellenza. E così Einstein.

La questione, messa in questo modo, spiega lo sviluppo umano (evitiamo la falsa umiltà): le necessità materiali hanno creato un tutto (una forza d’urto fatta di tante forze che premono: si accetti la metafora) lanciato verso l’assoluto, ovvero verso la conquista della sopravvivenza assoluta tramite il bene concreto, ottenuto rapidamente e con abbondanza. Nell’impossibilità primitiva di arrivarci, l’uomo ha creato una via d’uscita, rappresentata dalla religione (autentica spiritualità a parte) che ha poi in parte costituita con la scienza: non bene ipotetico, derivante dall’attesa, ma bene reale conquistato con le proprie mani. L’intelligenza utilitaristica conquistò il successo con la rivoluzione industriale del ‘700, oggi con la rivoluzione finanziaria.

La linearità dello sviluppo, scandito dalle conquiste oggettive, non esclude possibili deviazioni correttive. La possibilità sarebbe garantita da una razionalità sempre più matura e da una consapevolezza sempre più incisiva. L’uomo ha oggi meno paure di prendersi responsabilità generali. Ad esempio, riflette sulle sorti del mondo alla mercé dei maltrattamenti umani. L’uomo,oggi, comincia a rendersi seriamente conto degli eccessi dell’individualismo. Se credente, capisce che la religione non è la sola a possedere morale. Il laicismo è un fenomeno altrettanto valido e anzi lo è maggiormente in quanto si muove concretamente nella direzione etica. Gli Stati moderni hanno costituzioni, leggi, regole che comunque cerca di rispettare, mentre la chiesa non è mai stata coerente con le proprie dichiarazioni. La chiesa è una sovrastruttura che in parte umilia la religione. I laici tentano la strada della coerenza. Tacciati di morale relativa, in realtà sono animati dalla ricerca di un’etica razionale, superando quella sentimentale. Non è detto ci riescano, ma il tentativo è sicuro. Hanno contro una borghesia che deve vincere avidità e affarismo.

A questo punto, ci viene in soccorso la caverna di Platone, dove l’uomo ha potenzialità maggiori di ciò che vive. Se ne rende conto, idealmente, quando il filosofo lo esorta a uscire. Non più immagini sacre alle pareti, non più padroni a impedire la sortita, ma il cielo, l’aria, la mente sgombra da riempire con qualcosa di sano, di proprio, con tanta responsabilità nel guardare e nel vedere. Ecco l’esplosione dell’olismo di Smuts, del coraggio del filosofo sudafricano di sottolineare, e magari abbellire, nozioni laiche, libere, che sono nell’essere umano da sempre.

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Vedi anche L'importanza dell'Olismo - I principi teorici di Jan Smuts


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015