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L’IMPORTANZA DELL’OLISMO

I - II

Dario Lodi

In generale, la filosofia del Novecento è stata condizionata dall’evoluzione pratica e psicologica della scienza. La praticità, vale a dire le scoperte più o meno oggettive, ha portato a un’emancipazione dal concetto d’infallibilità della scienza. Non dimentichiamo che questo concetto era nato, nel ‘600, come contraltare dell’infallibilità religiosa. L’aveva portato e perfezionato l’Umanesimo. Tale era rimasto sino alla fine dell’800-primi ‘900, allorché, in estrema sintesi, Planck avanzò la “teoria dei quanti”, secondo la quale non era possibile determinare con esattezza un fenomeno per le variabili incontrollabili dei processi a formarlo. Heisenberg sarà per l’esattezza di questa teoria, argomentandola con efficacia attraverso l’indeterminabilità dei processi, facilmente condizionabili dagli stessi strumenti d’indagine. Popper chiuderà il cerchio sostenendo la “teoria della falsificazione” (un’affermazione, per essere valida, deve essere falsificabile e questo in opposizione alla teoria della verificabilità propria del neopositivismo: la logica sottesa prevede il progresso indefinito della scienza, in opposizione ai neopositivisti che ammettendo una conquista, con la verifica, danno per scontata la precisione scientifica e sopra di essa vi costruiscono il suo progresso).

Popper, in sostanza, non rinnega il valore scientifico, ma ammonisce che esso si esalta mettendo in dubbio i risultati durante il cammino verso la conoscenza. Popper contesta la mentalità scientifica di partenza e quindi il metodo relativo acquisito. Per il nostro filosofo, l’una e l’altro, conseguente, sono ammantati di superficialità. Il fatto di poter trovare una falla in un sistema è prova di grande capacità speculativa ed è un aiuto enorme al mondo scientifico. Popper, con la sua teoria, critica il passato, critica l’impostazione iniziale e prepara un futuro più significativo per l’attività intellettuale dell’uomo.

L’olismo fa indubbiamente parte del pensiero di Popper, ne è un allargamento. Fra i precursori del complesso pensiero olistico (il tutto è superiore alle caratteristiche che lo compongono) c’è sicuramente Ervin László, tuttora operativo, al quale dobbiamo la “teoria dei sistemi”. Il suo è un pensiero che si avvicina a quello di Buddha: ogni sistema ha senso in una realtà di sistema maggiore che ne tesaurizza le risorse. Questo pensiero può apparire religioso, anche in senso laico (religione = legare insieme). La natura è un esempio lampante di sistema maggiore. László non ritiene che per la forma distinta la natura sia una prigionia, ma un’occasione collaborativa alla formulazione di una realtà migliore. Così, tutti gli elementi dell’universo concorrono al progresso del tutto. Infine, essendo molteplici le forze responsabili di un sistema, non è possibile, trovandone una falsa, affermare che il sistema non funziona. Decade la teoria di popper ma, attenzione, la decadenza è alla fine una questione formale che non intacca la riflessione finale contenuta nella teoria stessa.

Ciò che evidenzia il presunto errore di Popper è la tesi di Duhem-Quine, per quanto i due siano divisi da parecchi anni (Duhem, 1861-1916 – Quine 1908-2000), la quale specifica magnificamente l’impossibilità di contestare una teoria sulla base di un solo elemento sbagliato, proprio perché il sistema è fatto di più elementi. Giova ripetere che tutto questo non inficia affatto la posizione di Popper, il quale ha avuto il merito di insistere nella direzione di rendere la scienza sempre meno approssimativa.

La parola “olismo” (coniata dal greco) si deve a Jan Smuts (“Olismo ed evoluzione”, 1926), filosofo e uomo politico sudafricano, umanista, ma stranamente razzista in patria (più probabilmente non riteneva i neri ancora assimilabili alla superiore cultura occidentale: dovevano essere prima recuperati intellettualmente; ma, per chi scrive, sarebbe comunque un escamotage discutibile). Fu tra i fautori della Società delle Nazioni, poi dell’ONU.

Abbinando olismo a evoluzione, Smuts ampliava l’orizzonte degli elementi asserviti al sistema, insinuando indirettamente possibilità autonome di condizionare il sistema stesso, sino a deviarlo. Forse la deviazione è una conseguenza involontaria di riflessioni che hanno portato il filosofo sudafricano a considerare il potere del relativismo, per cui non è per niente stabilibile che da un preambolo si debba arrivare a un risultato prestabilito. Così facendo, Smuts si allontana dai grandi sistemi filosofici che da tempo immemore caratterizzano la filosofia, come se l’amore per il sapere fosse in realtà un amore per quel sapere immaginato o augurabile.

Dalle speculazioni di Smuts nascono, o possono nascere, suggestioni per le quali viene scombinata la visione tradizionale delle cose che vuole l’analisi un procedere verso il disvelamento della realtà prefissata dalla speranza, dall’ideale. Gira e rigira, il concetto di struttura è legato all’idealismo, a un programma di perfezione di dati costruiti come mezzi che già sono dei mattoni per quella costruzione immaginata perfetta. Le parole sono i pilastri per eccellenza della struttura. Occorre trovare la combinazione giusta, come metterle insieme in maniera davvero efficace. Si sa (si crede di sapere) dove si vuole arrivare: è il determinismo che intende avere ragione dell’inerte finalismo religioso. La struttura precostituita è la conseguenza di un’idea cristallizzata della realtà. Essa è debitrice di un pensiero laico che presume di essere all’altezza della fede.

Nel ‘900 le certezze di partenza entrano in crisi per l’oggettività scientifica. Il pensiero laico, ammettendo certe sue carenze metodologiche, esalta la personalità umana, la carica di giuste responsabilità. Il sapere assoluto non è precluso (forse sì, ma è ancora bene non dirlo), è rimandato a tempi migliori. Questi tempi migliori sono quelli nei quali vince il dubbio perché sia meglio chiarita la conoscenza. Essa va rispettata. Ben vengano le varie opzioni per migliorarla.

In un contesto del genere, vale il pensiero di Wittgenstein che respinge il valore a priori della parola. Il mondo creato dalla stessa, per lui, è il mondo dell’uomo, non quello autentico che comprende l’umanità. Per ragioni utilitaristiche, l’uomo ha sviluppato una conoscenza limitata che ha preteso assoluta per presunzione derivata dal dominio materiale sulla natura. Wittgenstein ammette, implicitamente, di non conoscere a sufficienza i procedimenti che regolano l’insieme di cui egli fa parte. Le parole e le loro combinazioni rivelano una sovrastruttura che viene definita struttura per comodità, a seguito della supervalutazione del potere materiale. Quello spirituale rimane nella penombra. Il rischio di banalizzazione del tutto è alto. Si cerca di salvare l’originalità sfoggiando una retorica di forte carica monologativa. Forza ed eleganza nella forma, secondo tradizione, meno nel contenuto.

Il discorso in atto deve includere il relativismo ontologico (l’ontologia è il discorso sull’essere, sulla sua essenza) di Quine. Il filosofo statunitense non accetta l’analisi convenzionale, ritenendola paralizzante. La sua attività saggistica ribadisce l’impossibilità di un’affermazione assoluta perché la realtà è continuamente in evoluzione e, comprendendoci, va più spedita e più sicura di noi stessi. La questione che adombra Quine non porta al caos. Rimane, nel fondo dei suoi scritti, un filo rosso – dichiaratamente invisibile – che conduce a un ordine, a una logica. Il vero problema che sorge dall’olismo – più sistemi convergenti verso un sistema maggiore – è la logica dei comportamenti individuali. Se la quantistica conferma l’impossibilità di prevedere un fenomeno, dove sarebbe la logica che lo determina? È alla portata della mente umana questa imprevedibilità che possiede una sua prevedibilità o una sua strategia? Quine raccomanda, sempre indirettamente, di non farsi per ora domande del genere. Intanto si stabilisca il principio che sappiamo poco perché crediamo di sapere molto usando disinvoltamente le parole e arricchendo la parlata di esoterismo, di gnosi (conoscenza sublime) inventata.

Bisogna essere seri, occorre abbandonare ogni tipo di presunzione. Bisogna essere semplici, ovvero cogliere dai pensieri, dalle speculazioni, l’essenziale, senza farsi prendere dal desiderio di infiorescenze artificiali per puro, anche se magari non sempre volontario, esibizionismo. La realtà è semplice, noi siamo complicati per l’incapacità (si spera momentanea) di essere semplici. E per troppa stima di noi stessi, del nostro savoir faire storicizzato.

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Vedi anche I principi teorici di Jan Smuts - Olismo di Jan Smuts


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Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 07/04/2015