Da: Enrico Galavotti
Inviato: mercoledì 05 febbraio 2003
Per poter rispondere alle tue domande, anzitutto dovrei chiarirmi su alcune cose per le quali non ho ancora delle risposte esaurienti. Inoltre considera che io sono un insegnante (faccio formazione tutto il giorno) e non un politico o un teorico della politica, per cui oltre un certo livello di conoscenze non posso andare.
Continuo a rispondere volentieri alle tue domande perché mi stimolano a riflettere, ma - lo capisci da solo - o ci fermiamo sul piano delle ipotesi teoriche oppure è meglio iscriversi a qualche associazione o partito, perché la teoria ad un certo punto ha bisogno di essere verificata nella pratica; non era forse Lenin che diceva: "la prassi è il criterio della verità"? Se scegli questa soluzione, ti dico subito che io non sono la persona più adatta con cui relazionarti, perché ho abbandonato l'attività politica alla fine degli anni '70 e da allora non l'ho più ripresa, semplicemente perché non credo di poter parlare di queste cose in alcuna formazione politica.
Ora per me sono due le domande che dobbiamo porci e a cui dobbiamo trovare risposte convincenti:
L'uomo è uscito dal comunismo primitivo affermando il concetto di proprietà. Si è impossessato di ciò che gli apparteneva non come singolo ma solo come collettivo (clan, tribù) o, se vogliamo, come "specie". L'individualismo proprietario di qualcosa ha fatto uscire l'uomo dal comunismo primitivo e lo ha fatto entrare nelle cosiddette "civiltà". (Saprai immagino che il marxismo classico ha sempre considerato -secondo me a torto- questo passaggio come "necessario" per uscire da uno stato di "minorità", un po' come per Kant l'emancipazione della ragione dalla religione. Ho scritto molto su questo nelle pagine di Marx). Oggi in sostanza diamo per scontato che l'affermazione (in varie forme e modi) della proprietà privata, contro l'interesse collettivo, è all'origine della nascita delle civiltà.
E' così vero che anche l'affermazione della libertà si è cominciato a farla dipendere da quella della proprietà: quanto più possiedo (persone o cose), tanto più sono libero, anzi tanto più "sono" tout-court. L'affermazione della libertà di pochi proprietari s'è posta contro la negazione della libertà di molti nullatenenti. Il diritto è servito appunto per dare una parvenza di legittimità a un abuso di fatto.
Dunque la proprietà è negazione della libertà, poiché non può esistere vera libertà se è solo per pochi. E per "proprietà" intendo quella che serve per la riproduzione della specie (mezzi di produzione, terre, ecc.), non intendo ovviamente la "proprietà personale" (dall'abitazione allo spazzolino da denti).
Eppure la nascita delle civiltà è un fenomeno relativamente recente. Per migliaia di secoli gli uomini hanno vissuto nel comunismo primitivo. Quale sarebbe stata l'evoluzione del genere umano senza l'affermazione della proprietà privata? Si sarebbe ugualmente arrivati all'attuale progresso tecnico-scientifico?
Qui le risposte da dare, secondo me, sono due, molto diverse tra loro.
Dunque quale può essere il senso dell'uomo nella natura? Probabilmente quello di andare oltre la materialità delle cose, oltre i bisogni della sopravvivenza, tipici del mondo animale. L'essere umano è forse la dimostrazione che, volendo, la natura può andare oltre se stessa.
Di fatto però così non è avvenuto; con la nascita della proprietà privata e quindi delle civiltà, l'uomo, dal punto di vista dei valori spirituali, è regredito a livello animalesco, anzi, per molti versi, si è posto al di sotto degli istinti naturali degli animali.
Purtroppo la proprietà privata si è talmente diffusa come concezione di vita, che chi non ne dispone è come ridotto in schiavitù. E così, da un lato i proprietari sono disumani perché, per conservare i loro privilegi, sono costretti a compiere qualunque tipo di reato; dall'altro i nullatenenti rischiano continuamente la disumanità quando non reagiscono al loro stato di soggezione e di sfruttamento.
Come se ne esce? L'unico modo -secondo me- è quello della rivoluzione popolare, che deve riportare le cose a come erano un tempo.
Per quale motivo si è costretti a questa misura di forza? Semplicemente perché la concezione della proprietà privata, per poter sussistere, ha bisogno continuamente di diffondersi, di soggiogare, di sottomettere uomini e natura.
La Terra è una sola: non è possibile emigrare al di fuori di essa. Quando gli ebrei non sopportarono più la schiavitù egizia, se ne andarono in Palestina, ma oggi queste emigrazioni di massa non sono più possibili, poiché le civiltà hanno coinvolto il mondo intero. Con la scoperta dell'America il capitalismo è divenuto mondiale, ponendosi come prima civiltà a diffusione internazionale.
Ora, poiché gli uomini hanno usato la forza per privatizzare il bene comune, è secondo me molto improbabile che vorranno disfarsi delle loro proprietà a favore della collettività in modo spontaneo, senza reagire con altrettanta forza.
E qui si pone la domanda sui limiti della libertà umana: fin dove possiamo spingerci?
L'uomo possiede una libertà con la quale può definitivamente autodistruggersi, oppure dobbiamo pensare che la sua libertà può muoversi solo entro certi limiti?
Sulla Terra l'uso negativo della libertà non va a toccare solo l'esistenza dei proprietari, ma anche quella dei nullatenenti. L'uomo proprietario ha creato un inferno in cui purtroppo tutti sono costretti a vivere. Per uscire da questo inferno, in questo pianeta, occorre fare la rivoluzione. Non vedo alternative praticabili.
Se le condizioni di vita non fossero determinate dai bisogni materiali, le cose sarebbero diverse. Cioè uno potrebbe scegliere l'inferno senza per questo obbligare gli altri a seguire la sua strada.
Nel nostro pianeta l'uso della forza fisica gioca un ruolo rilevante nei rapporti umani, proprio perché gli uomini hanno bisogni fisici e hanno bisogno di risorse materiali per soddisfarli.
Se gli uomini avessero solo bisogni spirituali, al massimo potrebbe esistere l'uso di una coercizione morale. Ma questa ipotesi non è praticabile, allo stato puro, su questa Terra. Chi vuol vivere di "solo spirito", in assoluta libertà, è poi costretto a chiedere la carità degli altri, la quale, peraltro, potrebbe anche essere elargita con ricchezze ingiuste, frutto di soprusi e rapine. Quando si usa la coercizione morale, lo si fa minacciando sempre la perdita di qualcosa di fisico (la vita, i beni, i familiari, il lavoro, il denaro ecc.), perché noi non possiamo prescindere da questa fisicità.
Nessuno vuole sostenere che sia possibile affermare una libertà individuale personale contro le altrui libertà individuali. Non è possibile essere liberi da soli. La libertà personale è sempre vincolata alla libertà degli altri.
E tuttavia uno dovrebbe avere lo spazio in cui affermare la propria libertà insieme alla libertà degli altri. Quando questo non è possibile, la rivoluzione diventa necessaria, perché senza libertà l'uomo muore.
Forse il destino dell'umanità è quello di sperimentare tutte le possibili deviazioni dal vero valore umano, per poi riscoprirlo alla fine, dopo le inevitabili tragedie. La storia in sostanza sarebbe la dimostrazione di come l'uomo senta il bisogno di provare tutte le strade dell'individualismo, prima di arrivare ad ammettere che la strada migliore è quella del collettivismo.
Insomma, questo per dirti che il tuo progetto per me è realizzabile solo fino a un certo punto.