DIALOGO A DISTANZA SUI "MASSIMI SISTEMI" |
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Da: Piero Nigra Riflettere significa confrontarsi con "l'altra faccia dello specchio", poiché è una virtù tipicamente umana, anche se non tutti ne fanno uso nella stessa misura. Significa avere la saggezza e la modestia di mettersi in discussione. E' indiscutibile che tu di riflessione hai dovuto averne parecchia, vista la tua completa inversione di rotta, ma mi fa piacere che le mie domande ancora ti stimolino la riflessione. "....ho abbandonato l'attività politica alla fine degli anni 70 e da allora non l'ho più ripresa, semplicemente perché non credo di poter parlare di queste cose in alcuna formazione politica". E' esattamente quello che è accaduto a me nello stesso periodo e, anch'io, non ho più ripreso a fare politica per le stesse motivazioni, anche se i presupposti delle nostre scelte sono state molto diverse: tu Comunione e Liberazione, io extrasinistra. La politica è, correggimi se sbaglio, qualsiasi rapporto tra cittadino (abitante della "polis") e istituzioni, finalizzato a mutare di continuo le regole che sono alla base di questo stesso rapporto. E' un tiro alla fune tra governo e governati, ma per fare politica non è necessario militare in qualche partito politico tradizionale o in qualche movimento d'opinione. Anche facendo parte di associazioni culturali o ecologiste o umanitarie, si fa politica. Un gruppo di persone che sottoscrive una petizione al comune, per spostare un cassonetto dei rifiuti o per fare installare un lampione in più in una via cittadina, fa politica. Anche semplicemente partecipando col nostro voto a qualsiasi consultazione elettorale (sono oltre vent’anni che io non vado più a votare), si fa politica. L’organizzazione di cui ti ho parlato non esiste, ma se già esistesse non farebbe politica, perché non farebbe nessuna rivendicazione alle istituzioni. "Contrattare" con lo stato e le sue istituzioni significa legittimare il sistema politico ed economico e, in definitiva, accettare le sue regole e le sue disposizioni, anche se si può farlo sbottando o torcendo il naso. Un’organizzazione popolare che non si riconosce nel sistema in cui vive, non può quindi fare politica. D’altra parte estraniarsi dalla politica, in questo caso, non significa accettare le regole del sistema, ma ignorare completamente le sue emanazioni istituzionali. Semplicemente non esistono. Qualora non pagassi le tasse o, comunque, non rispettassi le regole dello stato, entrerei in competizione con le istituzioni e quindi farei politica. A questo punto, per chi non accetta le regole del gioco, ci sono solo due prospettive. 1) Quella che tu chiami rivoluzione, ossia tentare di rovesciare con la forza un sistema politico per instaurarne un altro. 2) Quelle che io chiamo microsocietà autonome, ossia cambiamenti locali non violenti, ma radicali. Ora io concordo sostanzialmente con la tua analisi sul comunismo primitivo (non dimenticare che ti ho scritto la prima volta proprio perché ho apprezzato il tuo articolo "Dio e il serpente") e sulla libertà negata dalla proprietà, ma piuttosto che attenermi, per quel che riguarda questo argomento, alle opinioni di Marx e di altri filosofi contemporanei o posteriori a lui (che danno valutazioni diverse, proprio perché sono soggettive), preferisco affidarmi a chi ha molti milioni di anni di esperienza sul campo. Cosa ci dice la natura sulla rivoluzione? 1) Le rivoluzioni non avvengono mai a livello generale, ma locale. 2) Non interessano mai la totalità della popolazione di una specie. 3) Il cambiamento può essere repentino, ma l’instabilità può avere tempi lunghi. 4) Dopo un periodo di stabilità è necessaria una nuova rivoluzione. Posso farti tutti gli esempi che vuoi, a riguardo, perché si ripetono immancabilmente in tutti i livelli sistemici, ma te li risparmio per la tua "allergia" agli argomenti scientifici. C’è una cosa che però ritengo importante chiarire. E’ vero che l’uomo è l’essere più complesso dell’universo conosciuto, ma anch’esso non sfugge ai meccanismi evolutivi. E’ vero che "per migliaia di secoli gli uomini hanno vissuto nel comunismo primitivo", ma il punto di rottura non è stato causato da un atto di loro volontà, bensì da un atto inconsapevole, anche se dovuto alle loro potenzialità intellettive. Fino a quando non ha raggiunto uno sviluppo del suo cervello tale da consentirgli di fare delle federazioni di gruppi, basandosi solo su comportamenti non genetici, l'uomo non sarebbe mai potuto uscire dal comunismo primitivo, poiché è stata la federazione che ha prodotto la disgregazione del gruppo e l'abbandono del comunismo primitivo. Tuttavia la "rivoluzione che deve riportare le cose a come erano un tempo", non potrà fare meno della ricostituzione di federazioni di gruppi sociali, perché l'elevata socialità e la predisposizione alla collaborazione sono ancora ben impiantate nel codice genetico della nostra specie, e la federazione è la sua più alta espressione applicata. Una rivoluzione popolare che mirerebbe ad abbattere la proprietà privata dovrebbe essere metodica, finalizzata alla ricostruzione del tessuto sociale comunistico, di cui l'eliminazione della proprietà privata è solo uno degli elementi, altrimenti si incanalerebbe dritta verso lo statalismo. Secondo i dettami marxisti, la collettivizzazione dei mezzi di produzione doveva essere il mezzo per arrivare a una società senza classi, ma il mezzo si è trasformato in obiettivo, un ostacolo insormontabile. La verità è che nessuna imposizione culturale (intendi dittatura del proletariato) potrà mai portare alla libertà culturale (intendi comunismo). Si possono trovare cento scuse per giustificare il fallimento degli obiettivi della rivoluzione, ma ci saranno sempre centouno motivi per non avventurarsi in un insensato, inutile, inumano dispendio di energia e di vite umane. Una rivoluzione non è uno scherzo da niente! L'uomo può andare certamente oltre la materialità delle cose, ma mi spieghi perché le masse reagiscono solo per soddisfare la loro materialità? "La storia ci ha insegnato che un popolo affamato fa la rivoluzion"... evviva la pappa col pomodoro! D'altra parte non si potrà mai impedire alla gente di sognare e di illudersi, e sono convinto che la libertà culturale è la cosa più importante della vita umana. Quale umanesimo laico e socialismo democratico, dunque, possono coincidere con una rivoluzione violenta che mira a una dittatura, che inchioderebbe al palo la libertà culturale degli individui, per intere generazioni? La dittatura del proletariato non potrà mai essere "democratica" (nel senso letterale del termine), perché non sarà mai il popolo a comandare, ma sempre e comunque una ristretta cerchia di "delegati", che inevitabilmente si trasformerebbe in una nuova classe privilegiata. Di certo non condivido questa voglia di rischiare di sfracellarsi in nome di una libertà, che poi, alla luce dei fatti, si trasforma in una galera. Ce n'è per tutti i gusti, chi vuole guerreggiare lo faccia pure, sappia però che non solo non si libererà di questo sistema immondo, ma finirà per impantanarsi in una palude dalla quale non sarà facile uscirne. Noto che fai spesso riferimento a momenti storici degli Ebrei. Il popolo ebraico è effettivamente un popolo particolare, essendo stato geograficamente collocato proprio al centro delle più antiche civiltà del Vecchio Mondo. Egizi, Sumeri, Fenici, Ittiti, Assiri, Babilonesi, Medi, Persiani, Greci, Romani, ognuno di questi popoli ha accampato diritti di conquista sui territori d'Israele, perciò è comprensibile che la storia del popolo ebraico sia stata una continua ed estenuante guerra di liberazione. "Quando gli Ebrei non sopportarono più la schiavitù egizia, se ne andarono in Palestina, ma oggi queste migrazioni di massa non sono più possibili, poiché le civiltà hanno coinvolto il mondo intero". Non è andata esattamente così, perché, per insediarsi nella terra "promessa"di Canaan, gli Israeliti hanno dovuto lottare proprio contro le civiltà già presenti in quei territori (soprattutto di origine fenicia). Inoltre le migrazioni di massa sono proprio caratteristica dei nostri tempi, a causa di sempre più gravi carestie, pestilenze e guerre. Ciò che è importante è che gli Ebrei hanno avuto effettivamente una via di fuga dalla schiavitù, rifugiandosi nel deserto. Sono stati liberi fino a quando essi stessi non sono diventati uno stato, a danno delle popolazioni locali. E' praticamente da poco dopo quel momento che è iniziata la loro lotta di liberazione. Anche noi possiamo crearci una via di fuga e liberarci dalla schiavitù del sistema capitalistico. Non è necessario abbattere il capitalismo per fare questo. Le leggi liberiste istituite per legittimare la grande proprietà privata e lo sfruttamento del lavoro salariato sono valide, a tutti gli effetti, per la costituzione di microsocietà autonome comuniste. La proprietà è sacra? Ebbene, gli abitanti di una "cellula sociale" saranno proprietari di un territorio, al cui interno non ci saranno né proprietà privata né lavoro salariato. Gli imprenditori vogliono mettere in ginocchio la pubblica sanità o la pubblica istruzione, lucrando su case di cura, case di riposo e scuole private? In questo modo è dato alla "cellula sociale" la possibilità di gestire autonomamente la sanità, l'assistenza e l'istruzione. Si tende a privatizzare la produzione e la vendita di energia elettrica, gas, acqua, telefonia? La "cellula sociale" è perfettamente in grado di prodursi da sé tutte queste cose (risparmiando!). Questi sono solo gli aspetti superficiali della questione. In realtà i vantaggi veri sono ben altri. Niente è più appagante di vivere come natura comanda, liberi dall'influenza culturale del sistema capitalistico. Inoltre chi vivrà collaborando in modo comunistico col suo prossimo in questo nuovo sistema sociale, avrà fatto una libera e consapevole scelta e potrà ritornare sui suoi passi, qual ora questo genere di vita non lo soddisferà più. "Nessuno vuole sostenere che sia possibile affermare una libertà individuale personale contro le altrui libertà individuali. Non è possibile essere liberi da soli. La libertà personale è sempre vincolata alla libertà degli altri. E tuttavia uno dovrebbe avere lo spazio in cui affermare la propria libertà insieme alla libertà degli altri. Quando questo non è possibile, la rivoluzione diventa necessaria, perché senza libertà l'uomo muore. Forse il destino dell'umanità è quello di sperimentare tutte le possibili deviazioni dal vero valore umano, per poi riscoprirlo alla fine, dopo le inevitabili tragedie. La storia in sostanza sarebbe la dimostrazione di come l'uomo senta il bisogno di provare tutte le strade dell'individualismo, prima di arrivare ad ammettere che la strada migliore è quella del collettivismo. Insomma, questo per dirti che il tuo progetto per me è realizzabile solo fino a un certo punto". Hai detto bene, quando questo non è possibile! Sembra però che tu dia già per scontato che possibile non lo sia. Pensa che beffa se la soluzione fosse davvero dietro l'angolo. Allora perché non provare a spezzare in questo modo il cerchio delle civiltà? Se vedi qualche sassolino negli ingranaggi di questo discorso, dovresti essere più specifico, perché credo che ad ogni tua domanda precisa c'è una risposta precisa. |
Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani