Da: Enrico Galavotti
Inviato: domenica 09 febbraio 2003

Su alcune cose che dici ricordo di aver scritto un testo relativo agli ultimi anni di vita di Lenin, allorché diceva di aver fatto il possibile per il suo paese e che si rendeva conto che se si fosse partiti da una rivoluzione culturale invece che politica sarebbe stato meglio, ma questo non fu possibile proprio a motivo della dittatura dello zarismo e dell'analfabetismo delle masse.

C'era un grande dramma nelle sue parole, e io vorrei dirti che la tua proposta sembra andar bene per una società come la nostra o come quelle occidentali, perché riescono a farci credere che sia possibile vivere pacificamente nelle democrazie liberali.

In realtà questo pacifismo è molto relativo, sia perché lo stiamo ottenendo grazie allo sfruttamento neocoloniale, sia perché non esitiamo a ricorrere alle armi quando qualcuno lo mette in discussione, sia egli interno o esterno ai nostri paesi.

Siamo in pace da 50 anni nella nostra Europa (a parte i sempre presenti conflitti locali-regionali in Irlanda, in Spagna ecc.), ma solo perché quando abbiamo fatto le guerre sono state una carneficina senza confronti storici: 10 milioni di morti nella I guerra mondiale, 50 nella seconda (nei secoli passati abbiamo fatto guerre di 30 anni, di 100 anni...). In questi ultimi 2000 anni di storia l'Europa ha vissuto conflitti interminabili.

Quando parlavo di migrazioni di massa a scopo di liberazione socio-politica intendevo dire che le grandi migrazioni della storia (sì degli ebrei con Abramo e Mosè, ma soprattutto quelle degli indoeuropei dalla Russia meridionale e quelle dei barbari medievali, fino a quelle dei "Padri Pellegrini" e dei socialisti utopisti) si spiegano probabilmente col fatto che ad un certo punto si pensò che un'esistenza alternativa poteva essere vissuta solo in un altro ambiente geopolitico.

Individualmente o come piccoli gruppi (vedi p.es. Nomadelfia) è possibile aspirare a vivere un'alternativa nella società borghese stando dentro questa società, ma il problema resta sempre quello di come far uscire l'intera popolazione dalla schiavitù. Ed è evidente che è la stessa popolazione a dover desiderare di uscirne.

Si può dunque anche partire dalle microsocietà, ma presto o tardi si riproporrà il problema di come superare l'intero sistema, perché il sistema non vuole essere "superato" dal suo opposto. La transizione è sempre un trauma sanguinoso, perché all'origine di tutto c'è un atto di ribellione (Adamo ed Eva) e l'omicidio di Abele. La storia delle civiltà è nata dal sangue e nel sangue finirà: non perché questo sia un destino ineluttabile, ma perché è nella natura della libertà umana far del male sapendolo di fare.

Io penso che qualunque migrazione (individuale o di massa) sia una forma di debolezza, una sconfitta sul campo. E' vero, a volte la realtà delle contraddizioni o comunque la loro percezione è così forte da indurre a compiere scelte unilaterali. Ma è anche vero che là dove è accaduto non si sono mai ottenuti risultati decisamente migliori delle contraddizioni antagonistiche che si erano volute abbandonare, nel senso che alla fine non si è fatto altro che riprodurre, in forme e modi diversi, gli stessi conflitti (il capitalismo americano, p.es., è molto più cruento di quello europeo).

Ecco perché ritengo che fino a quando non avremo preso sul serio le contraddizioni della nostra epoca, non riusciremo mai a liberarci di questa schiavitù.

Si può lottare, anche quotidianamente, per cercare di migliorare la società, ma ad un certo punto si pongono di fronte a noi tre strade:

  1. scendere a compromessi e ridurre la critica, iniziando ad accettare gli aspetti negativi del nostro tempo;
  2. compiere una rivoluzione politico-istituzionale, con l'intenzione di difenderla dagli attacchi di chi vuole conservare lo status quo;
  3. emigrare in un paese dove sia possibile porre le basi di una diversa convivenza umana.

Quest'ultima soluzione oggi è praticamente irrealizzabile, in quanto il capitalismo si è imposto su scala mondiale. Peraltro emigrare da un paese metropolitano a un altro avrebbe poco senso; andare in una zona di periferia neocoloniale (le cd. "missioni") ha senso se la consapevolezza che ci muove è forte, altrimenti - non essendo noi occidentali abituati a sopportare contraddizioni molto forti - rischiamo di crollare dopo il primo impatto (senza considerare che molti vanno in quei paesi per colonizzarli culturalmente, per riscattarsi da una vita piena di fallimenti, per cui sono disposti a tutto, per fuggire da un'alienazione e andarne a vivere un'altra in forme diverse, ecc.).

In una zona periferica neocoloniale si possono trovare valori più positivi dei nostri, ma anche maggiore disagio socioeconomico, e dove esiste tale disagio è possibile trovare anche valori molto negativi. Tutto dipende da come si reagisce alle situazioni. Quel che è certo è che non esiste più un terreno vergine ove poter ricominciare da capo. Esiste solo un diverso modo di combattere il capitale: stando nella zona metropolitana, oppure trasferendosi in quella coloniale (dove però non si hanno conoscenze sufficienti per muoversi con scioltezza).

Quindi non ci resta che rimanere qui a chiederci: compromesso o rivoluzione? Mi chiedo, a tale proposito, se sia più facile scendere a compromessi col capitale in una zona metropolitana (dove si è perduta la memoria del diverso), oppure in una periferica (dove forse esiste ancora una memoria del diverso, seppure vissuta in condizioni socioeconomiche molto precarie). Io penso che là dove è andata perduta l'esperienza di un'alternativa al capitale, il compromesso è sicuramente più facile e la rivoluzione molto più difficile.

Secondo me la rivoluzione è più facile che avvenga laddove le contraddizioni rendono impossibile la vita e laddove esiste un ceto di intellettuali in grado di organizzare le masse, soggette allo spontaneismo (questa -come noto- la lezione di Lenin). Prima che una situazione del genere si verifichi nelle nostre metropoli, essa deve già essersi abbondantemente verificata nelle periferie neocoloniali. Questo per me significa che l'occidente non ha molte possibilità di liberarsi dei propri mali finché il Terzo Mondo non si libera della schiavitù che gli viene imposta.

Insomma, ho l'impressione che il tuo progetto possa andar bene solo in un territorio ancora vergine, come il progetto di Moro nell'isola di Utopia. Da dove mi scrivi: da un carcere? Stai ipotizzando delle cose che in realtà non esistono, oppure sei a capo di una federazione di microsocietà autonome?