DIALOGO A DISTANZA SUI "MASSIMI SISTEMI" |
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Da: Piero Nigra Effettivamente ti ho detto poco di me, perciò le tue domande "bizzarre" sono giustificate. No, non ti sto scrivendo da un carcere! Sono un libero cittadino piemontese che non ha pendenti con la "giustizia". Sono nato nel 1953, sono coniugato senza figli e lavoro come tecnico in un'importante azienda tessile del Biellese. Non sono a capo di niente e faccio fatica ad essere a capo di me stesso, perché non sempre riesco a rendere concrete le mie buone intenzioni. Soprattutto commetto peccati di gola, anche se sono un "normolineo". Non ho hobby particolari e mi servo malvolentieri del computer, ma sono costretto a usarlo anche sul lavoro. Le microsocietà autonome non esistono nella realtà, ma vorrei che tu capissi, esistono nella logica della natura. Nella ricostruzione storica che tu hai fatto nella mail 8 eg, prefiguri dei periodi di transizione per passare da un'era storica, con determinate caratteristiche, a un'altra con caratteristiche diverse. La natura si comporta proprio in questo modo. Quando essa produce sperimentalmente un livello sistemico superiore, segue un lungo periodo di sconvolgimenti e di assestamenti finalizzati alla ricerca dei sistemi più efficienti e più economici consentiti a quel livello sistemico. La storia umana, fatta di sconvolgimenti ambientali e sociali e relativi assestamenti (provvisori), rappresenta appunto la fase transitoria per il passaggio da un livello sistemico a un altro di grado superiore. Ossia il passaggio dal sistema sociale (il gruppo di cacciatori-raccoglitori) al sistema federativo (l'aggregazione coordinata e stabile dei gruppi sociali). Questo tipo di federazione non esiste ancora perché ancora non potrebbe esistere, poiché è ancora insufficiente il livello di comunicazione tecnologica, indispensabile per trasformare una semplice aggregazione di gruppi in un sistema federativo efficiente, e la cooperazione in tempi reali tra i vari sistemi federativi, che nasceranno qua e là in tutto il pianeta. Siamo però ormai vicini alla fase finale di questo periodo di transizione. Sto parlando di una copertura satellitare totale su tutto il globo terrestre, di computer multimediali più "intelligenti" a comando vocale, di sviluppo della tecnologia solare ed eolica....quindi un paio di decenni ancora. Tu attribuisci la maturazione della coscienza rivoluzionaria delle persone soprattutto ai rapporti esistenti tra le classi sociali. Non nego che sia così, ma è evidente che i rapporti intraclasse e interclasse cambiano col mutare degli strumenti di comunicazione. Dobbiamo tenere in considerazione anche questo fattore per interpretare i comportamenti di una popolazione. Concordo sul fatto che "individualmente o a piccoli gruppi (vedi p.es. Nomadelfia) è possibile aspirare a vivere un'alternativa nella società borghese stando dentro a questa società, ma il problema resta sempre quello di far uscire l'intera popolazione dalla schiavitù". Comunità di questo tipo sono completamente prive di carica rivoluzionaria, perché reagiscono passivamente alle pressioni del sistema, patteggiando con esso, come fa una tartaruga ritirandosi dentro il suo carapace, quando si sente minacciata. In realtà, esse non sono un'alternativa al sistema, ma sono una scappatoia che il sistema concede, una valvola di sfogo per sgonfiare alcune sue contraddizioni interne. Nel mondo potrebbero sorgere milioni di comunità simili a Nomadelfia (che sono realmente esistite nel corso della storia), ma non scatenerebbero la reazione immunitaria del sistema che, anzi, lascerebbe fare, perché tutto sommato gli gioverebbe. La differenza tra queste aggregazioni di individui e le future microsocietà autonome comuniste è uguale a quella esistente tra un organismo unicellulare, come un'ameba o un paramecio, e una cellula del corpo umano. Possono avere forma e dimensioni similari, ma avranno sempre un comportamento molto diverso. Una, individualista, è insofferente alla presenza dei propri simili e non in grado di comunicare e cooperare con essi; l'altra, comunista, vive proprio per collaborare altruisticamente con le sue simili, affinché ne tragga vantaggio il collettivo. La carica rivoluzionaria delle microsocietà autonome consisterebbe proprio nel fatto di far parte di un tutt’uno in crescita organizzata, senza patteggiamenti con le istituzioni. E’ senz’altro vero che una "cellula sociale", per insediarsi, ha bisogno di un territorio "vergine" o comunque libero, ma non è necessario emigrare negli angoli meno accessibili del pianeta per trovare gli spazi necessari. Per la verità, nella sua conquista economica del mondo, il capitalismo lascia dietro di sé enormi spazi inutilizzati, perché antieconomici. In questo momento, mentre scrivo, sto guardando fuori dalla finestra e vedo chilometri di terreni inutilizzati o scarsamente utilizzati. Abito in una zona collinare di 400-500 metri di altitudine, in prossimità delle Prealpi biellesi, in un Comune che ha trecento abitanti scarsi, a una ventina di chilometri da Biella. Nel Biellese è sorta nel Settecento la prima industria italiana, quella della lavorazione della lana. Innumerevoli stabilimenti tessili sono stati impiantati lungo i torrenti (il Biellese è una zona ricca d’acqua) e i macchinari erano mossi direttamente dalla forza dell’acqua, dal momento che ancora non era stato inventato il motore a vapore, a scoppio o elettrico. Ancora oggi i maggiori impianti si trovano lungo i torrenti. Anticamente questa era una zona povera e l’economia poggiava prevalentemente su attività silvo-pastorali, da qui la produzione della lana. Fino a quando era vantaggioso produrre la lana in loco i pascoli collinari erano ben curati, ma con l’acquisto di lane d’importazione, più economiche e più pregiate, l’allevamento locale delle pecore ha perso importanza e i pascoli sono stati progressivamente abbandonati, sostituiti da fitte boscaglie incolte. Il danno ecologico è stato enorme, perché la manutenzione dei torrenti non veniva più effettuata con regolarità, causando alluvioni e frane. Solo nel 1968 un‘alluvione ha causato più di cento morti tra la popolazione locale. Per le sue caratteristiche geografiche i terreni di questa zona hanno scarso valore commerciale, perché, così come sono, sono inadatti ad attività agricole o turistiche. Per esserlo dovrebbe accadere ciò che viene detto in Isaia 40:4, cioè: "Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura". Certamente questo è fuori da ogni logica di profitto e nessun imprenditore privato, come neppure lo stato e le sue emanazioni politiche non si sognerebbero mai di attuare una cosa simile, perché economicamente "il gioco non vale la candela". Le microsocietà autonome sono però fuori dalla logica della competizione e del profitto, e potrebbero veramente bonificare in questo modo il territorio, non ha importanza il tempo occorrente, perché ogni palata di terra è una conquista territoriale sottratta al capitale. Io conosco bene la mia zona e so bene quanto spazio sarebbe disponibile a questo proposito, ma questo discorso si estende a qualsiasi altro territorio. Nulla vieta, per esempio, che nella stessa fertile pianura Padana, definita, con ragione, un deserto coltivato a cereali, si possano acquistare i territori necessari per insediare delle "cellule sociali", a parte il fatto che i costi sarebbero proibitivi. E' logico e scontato che i primi insediamenti sperimentali di sistemi federativi avverranno ai margini dell'economia capitalistica. D'altra parte l'abbandono delle campagne, la progressiva desertificazione, l'incuria ecologica del capitalismo, lasciano ampi spazi ovunque nel pianeta, sia in paesi industrializzati che paesi tecnologicamente sottosviluppati. Dato il suo carattere di autosufficienza, le microsocietà autonome comuniste non hanno bisogno di servizi concessi dallo stato, per cui potrebbero funzionare ugualmente bene sia in una fertile valle, sia in un deserto roccioso opportunamente bonificato. Non pensare che in quest'ultimo caso la popolazione vivrebbe in ristrettezze economiche, perché sarebbe comunque una struttura altamente tecnologica e l'isolamento geografico sarebbe superato con la collaborazione a distanza con altre "cellule sociali".
Se, per uscire dalla schiavitù economico-sociale che ci impone il capitalismo, devo scegliere tra queste tre opzioni, scelgo senza esitazioni la seconda. Scendere a compromessi con lo Stato, così come hanno fatto tutte le comunità passate e presenti, così come tutti i partiti e le associazioni o tutti gli individui in cerca del miglior adattamento, significa legittimare il sistema e, per dirla con parole tue, "una sconfitta sul campo". Il riformismo annulla ogni speranza di cambiamento effettivo e si finisce per accettare le piccole concessioni che vengono effettuate dal capitale per mantenere inalterato lo stato di cose. In ogni caso questi cambiamenti non potranno portare a quella che definiamo "società a misura d'uomo". Sulla terza opzione hai già detto abbastanza tu e concordo sull'inutilità e sull'impossibilità della cosa, anche se certe scelte "si spiegano probabilmente col fatto che ad un certo punto si pensò che un'esistenza alternativa poteva essere vissuta solo in un altro ambiente geopolitico". Per un comunista, invece, il problema non è cercare una terra promessa da colonizzare, ma cercare di cambiare radicalmente l'esistente, senza compromessi o piagnistei con lo stato. E torniamo così alla rivoluzione, che potrebbe consentirci di uscire dalla schiavitù. Come? Se "è la stessa popolazione a dover desiderare di uscirne", è impossibile che sia tutta la popolazione a desiderarlo, perché la maggioranza di essa, o una sua parte consistente, accetterà le altre due opzioni, sia per opportunismo, sia "perché è nella natura della libertà umana far del male sapendolo di fare". Per contro, anche il bene può essere una scelta consapevole e i comunisti che vivranno in microsocietà autonome non avranno costrizioni nelle loro scelte. Questa è una necessità fondamentale per la vita degli esseri umani: la libertà di decidere. Personalmente non concepirei che mi fosse imposto dall'alto ciò che si ritiene sia di mio beneficio, vorrei prima essere interpellato e decidere se la cosa mi può garbare. In caso contrario sono disposto a lottare per la mia libertà. Il sistema non ci darà più l'occasione palese di ribellarci e preferisce adagiarci (o meglio, assopirci) in un’apparente situazione di pace sociale. Ciò che dici a proposito è vero: "In realtà questo pacifismo è molto relativo, sia perché lo stiamo ottenendo grazie allo sfruttamento neocoloniale, sia perché non esitiamo a ricorrere alle armi quando qualcuno lo mette in discussione, sia egli interno o esterno ai nostri paesi". Se però si mira a superare il sistema capitalistico, sostituendo la sua dittatura culturale con una dittatura culturale diversa, quale progresso verso la libertà è stato compiuto? Come può una rivoluzione violenta non imporre una sua dittatura culturale? Non avrebbe un giorno di vita! Questo va naturalmente a scapito della libertà che si vorrebbe ottenere abbattendo il sistema capitalistico. E' un giro vizioso che non porterebbe ad alcuna conclusione. L'unica garanzia sarebbe avere la certezza che una dittatura "popolare" possa aprirsi al più presto verso una struttura sociale di tipo comunistico, ma che prove possiamo avere in merito? Negli anni di piombo frequentavo ambienti politici che lambivano la "lotta armata" e ho saputo evitare il carcere (per questo ora non ti scrivo da quel luogo), al contrario di alcuni miei conoscenti, perché ponevo una domanda semplice, a loro e a me: "Va bene la rivoluzione, ma quali saranno i percorsi precisi che ci porteranno al comunismo"? La risposta era regolarmente evasiva: "Prima prendiamo il potere, il resto delle cose verranno da sole". Alla fine dei conti si doveva fare la rivoluzione senza saperne il motivo! Un architetto o un ingegnere non daranno mai il via a un lavoro, se non hanno preparato prima un progetto dettagliato dell'opera. Sbarazzarci in modo violento (qualora fosse veramente possibile) della dittatura del capitale, senza un progetto dettagliato, sarebbe come andare in alto mare senza una bussola. Non era forse Marx a dire che nella sua osteria non erano fornite ricette per il futuro? Ebbene, in quell'osteria io non ci voglio andare a mangiare. Fare la rivoluzione non significa fare a botte, significa cambiare radicalmente le cose, ma nel momento in cui obbligo altre persone al cambiamento, è perché sono già tornato allo stato di cose di prima. In natura i processi rivoluzionari avvengono sempre dal basso, senza necessariamente scontrarsi col "potere". Ti faccio un esempio. I macachi del Giappone sono primati che vivono in gruppi sociali e sono strutturati in ordine gerarchico, al cui vertice c'è un maschio dominante, sempre intento a conservare i suoi privilegi sulle femmine, sul territorio e sui subordinati. Anche il minimo cambiamento di abitudini in seno al gruppo è inteso come un pericolo per il suo potere. Al contrario, i giovani del gruppo, che non hanno niente da perdere, sono disposti a cambiare con facilità le loro abitudini, se questo può giovare. I macachi sono tra gli animali selvatici più studiati in natura, perché vivono ai confini di insediamenti umani con alta densità di popolazione. Il turismo zoologico è molto diffuso e frequenti sono i visitatori che portano del cibo a questi animali, che, proprio per questo, hanno cambiato le loro abitudini alimentari, perdendo progressivamente la loro autosufficienza in natura. Si è cominciato a offrire dei chicchi di grano, depositandoli sulla sabbia nei pressi di un ruscello. Inizialmente i macachi ingurgitavano chicchi mescolati a sabbia, fino a quando qualche animale non ha avuto il "colpo di genio" di buttare il cibo in acqua, cosicché la sabbia andava a fondo e i chicchi rimanevano a galla, facilitandone la separazione. Questo comportamento è stato immediatamente imitato dai giovani, ma non dagli adulti, che continuavano imperterriti a trangugiare chicchi e sabbia. Il loro orgoglio, e la paura che le novità potessero scalzarli dalle loro posizioni sociali, li evidenziava come tenaci conservatori. Non so se quel maschio dominante è stato scalzato dal suo trono da un pretendente, oppure è morto di vecchiaia mantenendo inalterati i suoi privilegi sociali, ma posso assicurarti che la "rivoluzione" è stata compiuta, ed ora tutti i macachi, compresi i nuovi dominanti, lavano il grano prima di mangiarlo. Questo per dirti che un percorso rivoluzionario può avvenire senza lo scontro diretto col potere. Ho sempre avuto la sensazione che questo scontro miri solo ad appropriarsi dei privilegi di quel potere, strumentalizzando a tal fine le masse, che non ne trarrebbero che scarsi benefici. Sarebbe assurdo considerare rivoluzionario un moto insurrezionale che abbatte il potere politico (a livello nazionale), ma lascia sostanzialmente inalterato lo stato di cose; così come è assurdo considerare "riformista" un processo che cambia radicalmente le cose (a livello locale), senza tuttavia combattere il potere politico nazionale. I giovani macachi rappresentano le microsocietà autonome comuniste, il maschio dominante rappresenta il potere politico, i pretendenti rappresentano gli eventuali moti insurrezionali per rovesciare il potere. Morale della favola:
Il problema non è tanto come liberare l'intera umanità dalla schiavitù economica e culturale del capitalismo, perché dovrà essere la gente, consensualmente e individualmente, a decidere di liberarsi da sola. La chiave della rivoluzione non è come guidare lo spontaneismo delle masse in una lotta armata, ma fornire un programma nel quale gli individui, non la massa, possano riconoscersi e liberamente partecipare. E' necessario dare l'opportunità, a chi si sente oppresso materialmente e spiritualmente da questo sistema, di liberarsi e di collaborare per dare ad altri questa opportunità. La rivoluzione avverrà gradualmente, in tempi proporzionali al desiderio della gente di liberarsi. Questo non impedirà a una parte di popolazione di combattere il potere e quest'ultimo cercherà di conservare i propri privilegi, però questa non sarà lotta rivoluzionaria, ma "normale movimento" all'interno del cerchio delle civiltà. La storia è come un grande pentolone dove cuoce uno stufato con tutti i gusti. Gira e rigira l'unica salvezza è uscire dal pentolone. Con un po' di buona volontà ed empatia possiamo farlo, costruendo un "Progetto per un'esistenza diversa". |
Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani