Da: Enrico Galavotti
Inviato: giovedì 13 febbraio 2003

Mi fai venire in mente la Dialettica della natura di Engels, ovvero il tentativo di ritrovare nella natura le stessi leggi storiche della dialettica (ricordi la negazione della negazione?), che poi era tutto di derivazione hegeliana. E si finì col fare della storia umana una storia della natura, ove tutto si spiega con la categoria della necessità. Non a caso gli ultimi libri di Engels furono dei best-sellers nella Russia stalinista.

Io penso che guardando la natura noi non riusciamo a capire il motivo per cui sia ad un certo punto emersa una storia dell'uomo. Cioè motivazioni come il lavoro, la parola, il cervello... non mi dicono quasi niente. Penso anzi che l'unico scopo della natura sia quello riproduttivo, cioè tutto quello che viene prodotto ha il compito di riprodursi, specie se è di livello superiore. Quando viene meno questa possibilità, la natura è costretta a inventarsi nuove forme d'esistenza o a mettere in primo piano quelle forme che in precedenza contavano pochissimo.

Questo meccanismo può essere applicato anche alle civiltà. Mentre la nostra sta declinando in maniera irreversibile, perché non siamo capaci di dare una svolta in direzione del socialismo democratico, da qualche parte stanno crescendo nuove civiltà, che andranno a sostituire la nostra, e questo, molto probabilmente, non senza spargimenti di sangue, non senza ulteriori acutizzazioni di secolari conflitti irrisolti.

Noi abbiamo il compito di riprodurci: il motivo di questo non lo so, ma è chiaro che quando questa capacità viene meno, la natura, senza tanti complimenti, "passa ad altro".

Ho l'impressione che la natura abbia come una sorta di "compito" da svolgere entro un certo limite di tempo, e che proprio la categoria del tempo sia quella, in ultima istanza, che ci determina come "specie umana". L'essere e lo stesso esserci (cioè l'uomo) è determinato dal tempo - diceva il grande Heidegger - ma oltre a questa scoperta noi non riusciamo ad andare. Ci mancano le parole appropriate, l'esperienza adeguata del tempo.

Se la storia delle civiltà è una deviazione dalle leggi naturali, perché solo all'uomo, tra tutti gli esseri viventi, è concessa una possibilità del genere? Devo per forza credere che con la nascita dell'uomo sono intervenuti fattori extra-naturali, che noi sicuramente non conosciamo (almeno per il momento) ma che altrettanto sicuramente non fanno parte della natura terrestre. Un bambino non nasce nel ventre di una donna senza l'intervento di un fattore esterno.

Supponendo quindi che tutto questo sia vero, qual è lo scopo della nostra esistenza, oltre a quello di riprodurci? Cioè se il fine era quello di vivere un'esistenza in armonia con la natura, perché sono nate le civiltà? Perché la natura o gli stessi uomini non sono stati capaci di reagire subito a questa che si preannuncia come una catastrofe dalle conseguenze irreparabili? Abbiamo forse peccato d'eccessivo ottimismo?

Io penso che lo scopo della storia umana sia appunto quello di dover sperimentare non solo tutto il bene di un sano rapporto con la natura e i propri simili, ma anche tutto il male e capire dalle conseguenze catastrofiche del male, l'importanza di ciò che si era lasciato. Ora, dimmi te se questo processo ha qualche attinenza con quelli naturali, dove le leggi sono basate su ferree necessità, su inevitabili adattamenti?

Ho studiato tanto nella mia vita, rinunciando a qualunque tipo di carriera, non c'è praticamente disciplina umanistica che non abbia affrontato, eppure la cosa che m'interessa in assoluto di più è la storia dell'uomo, preso nella sua interezza. Questo per dirti che non credo nella possibilità di forme di transizione verso società più democratiche in virtù di scelte tecnologiche indovinate o di nuove scoperte scientifiche.

L'uomo ha dentro di sé qualcosa che rende tutto il resto una semplice diversificazione di forme. Per cui se non riesce a risolvere il dramma che lo attanaglia da circa 6.000 anni di storia, e ciò non potrà avvenire senza sconvolgimenti epocali, qualunque "variante al tema" non servirà a nulla, se non ad accentuare i rischi dell'autodistruzione.

Io lavoro in campo informatico da almeno 12 anni ma t'assicuro, per esperienza, che non ho mai visto dei progressi significativi in questo campo che non siano stati utilizzati anche per scopi tutt'altro che pacifici e democratici. Qualunque progresso tecno-scientifico noi siamo destinati a pagarlo con effetti devastanti sulla natura e sugli esseri umani. P.es. noi passeremo dal petrolio all'uranio: oggi, coi disastri delle petroliere, rendiamo sterile la natura; domani lo saremo noi, o metteremo al mondo dei mostri (come a Cernobyl).

Tu mi chiedi di progettare un'esistenza diversa, ma secondo me, allo stato attuale delle cose, sarebbe già molto se mutasse l'atteggiamento con cui le masse si rapportano alle istituzioni. Esiste ancora troppa rassegnazione, troppa fiducia nell'interclassismo dello Stato e chi parla di federalismo (come quelli della Lega) non ha alcun interesse a realizzare il socialismo democratico. Sembrano i lamenti dei piccoli imprenditori che non riescono a diventare "medi" o "grandi" perché attribuiscono al Mezzogiorno la causa della loro piccolezza. Eppure lo sappiamo tutti che il decollo dell'Italia capitalistica è avvenuto smantellando l'autonomia rurale e sfruttando manodopera a basso costo proveniente dal sud. E' incredibile come i leghisti non riescano a capire la logica del do ut des che la borghesia del nord fece con gli agrari del sud.

Diciamo che in questi ultimi tempi (grosso modo con la fine della I Repubblica) è mutato, e di molto, l'atteggiamento ossequioso che gli italiani avevano nei confronti della cultura cattolica (politicamente rappresentata dalla Dc), nel senso che oggi c'è sicuramente molto più laicismo. Qual laicismo che nei paesi protestanti e persino ortodossi avevano maturato molto prima di noi.

Ma non è certo dall'acquisizione di una visione più disincantata della vita che può scaturire l'atteggiamento di ribellione nei confronti dei poteri costituiti. Tu probabilmente dirai che anche questo atteggiamento, come l'altro dei cattolici ossequiosi, è non meno infantile. Eppure io vorrei vederlo più spesso... Se fosse diffuso forse si potrebbe meglio parlare, insieme, di "progetto di un'esistenza diversa".