Da: Nigra Piero PNigra@libero.it
Inviato: lunedì 17 febbraio 2003
La riproduzione non è lo scopo della natura, ma il mezzo per la sua evoluzione. E' vero che "l'essere e lo stesso esserci (cioè l'uomo) è determinato dal tempo", ma questo vale per tutti gli organismi viventi, visto che è il tempo di riproduzione, secondo la complessità della specie, a determinare la riproduzione stessa. Se però la riproduzione fosse finalizzata a se stessa, non sarebbe stata necessaria qualsiasi forma di evoluzione, quindi la complessità della natura si sarebbe fermata nel momento stesso del "big bang".
Sappiamo, dalla realtà dei fatti, che le cose non stanno così, perché la natura tende a organizzarsi in strutture più complesse, lottando contro la seconda legge della termodinamica, che mira a dissipare energia e a portare tutto a uno stato di entropia (caos). Lo scopo dell'evoluzione della materia è quindi quello della riorganizzazione della natura nell'intero universo. E' come se a "qualcuno" fosse scoppiata (big bang) "qualcosa" tra le mani e ora, stia faticosamente cercando, nel tempo, di ricomporla. Questo "compito della natura" non è semplicemente quello di racimolare tutti i "cocci" e di salvare il salvabile, ma è una ricostruzione metodica, progressiva, mattone dopo mattone, in pratica una riorganizzazione sistematica.
La natura stessa ha impostato le leggi fisiche per questa sua ricostruzione. Ad esempio, c'è un rapporto assolutamente "predeterminato" tra la forza di gravità e la forza elettromagnetica. L'elettromagnetismo è 1x 10.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000 (10 alla 42esima!) volte più forte della gravità. Eppure, se questo rapporto fosse solo di 1x 10 alla 41esima, l'universo collasserebbe su se stesso, schiacciato dalla forza di gravità, e la vita non avrebbe avuto possibilità di comparire. Se questo rapporto fosse invece di 1x 10 alla 43esima, l'universo si sarebbe espanso con una velocità tale da non consentire la comparsa della vita. Non è certo la teoria del caso e della selezione che può fornire una spiegazione logica a questo impressionante dato di fatto e, in ogni caso, non è che uno dei tanti punti d'equilibrio sui quali si regge la natura. Ti invito perciò ad essere più cauto, prima di parlare tranquillamente di "fattori extra naturali".
In realtà la nostra consapevolezza è limitata dalla nostra conoscenza, e la nostra conoscenza è limitata dagli strumenti d'indagine che possiamo utilizzare. Quindi non solo le nostre potenzialità intellettive, ma anche (e soprattutto) la loro estensione esterna, vale a dire lo strumento tecnologico, che, al contrario del nostro cervello, continua ad evolversi (dopo la conclusione di questa mail c'è un file che tratta l'evoluzione del cervello umano, elaborata in forma "leggera"). Questa tua abitudine di sostenerti alle teorie dei filosofi classici mi lascia un po' perplesso. Di certo non voglio sminuire la loro caratura e il loro genio intuitivo, soprattutto se rapportato ai limiti della loro conoscenza della natura nel loro tempo, ma proprio perché ogni filosofia è conseguente al sapere "provato", ogni tempo d'indagine è, per definizione, limitato.
Mi stupisce anche questa tua avversione per il progresso scientifico. La tecnologia è un elemento neutro nella storia dell'uomo, perché non è né buona, né cattiva, è semplicemente utilizzata. Semmai sono i fini dell'utilizzatore che vanno riveduti, e in questo concordo con te che, fino a quando il progresso tecnologico sarà gestito dal capitalismo, non ci sono "possibilità di forme di transizione verso società più democratiche in virtù di scelte tecnologiche indovinate o di nuove scoperte scientifiche". Penso anche che non sarà il liberismo capitalista a trasformarsi in una società più democratica, e non sarà certo la tecnologia che può favorire questo processo. Non ho mai affermato qualcosa del genere.
Non condivido, però, la tua certezza che mentre la nostra civiltà "sta declinando in maniera irreversibile, perché non siamo capaci di dare una svolta in direzione del socialismo democratico, da qualche parte stanno crescendo nuove civiltà, che andranno a sostituire la nostra".... Ogni struttura dispendiosa di energia, in natura non è conservata nel tempo, perciò il capitalismo, che in fatto di spreco di energia ne sa qualcosa, di certo dovrà sparire, ma non è affatto certo che sia sostituito da una nuova civiltà, oltretutto che porti a un socialismo democratico. L'impero romano, ad esempio, non è stato sopraffatto da una potenza superiore, come invece è avvenuto per tutte le potenze che l'hanno preceduto, ma si è afflosciato da solo, schiacciato dal suo stesso peso. Quando penso a Roma non più in grado di far fronte alle sempre più frequenti incursioni "barbariche", mi viene in mente una ricca dispensa divorata dai topi e non a un padrone cacciato da casa sua.
"Io penso che guardando la natura noi non riusciamo a capire il motivo per cui sia ad un certo punto emersa una storia dell'uomo". Guardando la natura potresti invece capire che la storia umana non è qualcosa di separato dal contesto naturale, perché ogni livello sistemico si è formato attraverso una sua storia, che per molti versi non è dissimile a quella umana. Ognuna di queste storie è caratterizzata da lunghi periodi d'instabilità e da immane violenza. Su questo posso anche concordare con te che il capitalismo può essere ancora foriero di tragedie epocali, proprio perché la storia umana non si discosta dalle storie che l'hanno preceduta. Prendiamo per esempio il livello sistemico pluricellulare, che dalle prime aggregazioni cellulari ha portato alla formazione dell'essere umano.
La storia degli animali e delle piante è costellata di rivoluzioni, di precarietà, di rapporti violenti e di difese altrettanto violente, che hanno portato all'estinzione in massa di specie, generi, famiglie, ordini, sottoclassi. Oppure se guardiamo il livello sistemico atomico, possiamo notare che gli elementi atomici pesanti si sono potuti formare solo con la fusione nucleare di elementi più leggeri, dovuta all'enorme pressione causata dall'esplosione di "supernove" (stelle molte volte più grandi del sole). Viene spontaneo chiedersi perché è necessaria tanta violenza in natura, se l'evoluzione procede effettivamente secondo una logica programmatica. La risposta l'hai data tu: "Io penso che lo scopo della storia umana sia appunto quello di dover sperimentare non solo tutto il bene di un sano rapporto con la natura e i propri simili, ma anche tutto il male e capire dalle conseguenze catastrofiche del male, l'importanza di ciò che si era lasciato".
Applicando questo ragionamento alla storia di ogni livello sistemico si può capire che, nonostante il risultato finale sia sempre l'approdo a un livello sistemico superiore, la natura procede a "tentoni", valutando a posteriori ciò che è bene e ciò che è male. Quindi, se il caso e la selezione hanno la funzione di "sperimentare" ogni via possibile, il traguardo sarà sempre il sistema più complesso, più stabile e meno dispendioso, che è consentito a un determinato livello sistemico. Nel caso della storia umana, questo sistema non potrà essere che la federazione dei gruppi sociali prima e il comunismo (l'aggregazione di tutte le federazioni) poi. La storia dell'uomo è "emersa" proprio per questo motivo e nel momento più opportuno.
Quando parliamo di comunismo primitivo intendiamo un'era preistorica nella quale l'umanità intera era composta di gruppi sociali di cacciatori-raccoglitori. Avrebbero potuto questi gruppi costituire un unico sistema globale? Assolutamente no! Per la ragione che non potevano comunicare tra loro simultaneamente. Sarebbe come dire che una persona può vivere anche se le varie migliaia di miliardi di cellule che compongono il suo corpo non comunicassero tra loro in tempi reali!
L'inizio della storia dell'uomo ha messo in moto un meccanismo che porterà a un sistema globale molto più complesso del comunismo primitivo, che era, in definitiva, il limite massimo raggiungibile del livello sistemico sociale. C'era una sola possibilità per permettere agli antichi gruppi di comunicare simultaneamente tra loro in tutti i luoghi della terra, ossia intraprendere un processo produttivo che avrebbe portato alla realizzazione di una forma di comunicazione tecnologica idonea a questo scopo. Il procedere a "tentoni" della natura ha dato il via a questo processo, che definiamo storia dell'uomo.
Il gruppo dei cacciatori-raccoglitori era un sistema stabile (così è stato per parecchie migliaia di anni) e tale sarebbe rimasto se non fossero intervenuti elementi disturbatori di questa stabilità. Puntualmente questo momento è arrivato, perché la competizione territoriale in alcune zone della terra, causate dall'accresciuta pressione demografica, ha indotto i gruppi a formare delle federazioni, per meglio difendere i loro territori. L'ordinamento gerarchico della federazione ha destabilizzato il gruppo e creato bisogni che l'uomo non aveva mai avuto, come specializzare i ruoli e incentivare la produzione alimentare con l'allevamento e l'agricoltura. Da questo momento l'uomo ha allontanato il suo modo di vivere dettato dal suo codice genetico, utilizzando tecnologia sempre più complessa per rimediare a questa distanza che cresceva. Solo disgregando la sua stabilità sociale l'uomo poteva, col tempo e vicissitudini, produrre la comunicazione tecnologica necessaria alla formazione del sistema globale. Se dovessimo studiare a tavolino un percorso per giungere al comunismo capiremmo che non potremmo fare meglio di quanto hanno fatto i "tentoni" della natura.
"Se la storia delle civiltà è una deviazione dalle leggi naturali, perché solo all'uomo, tra tutti gli esseri viventi, è concessa una possibilità del genere"? Semplicemente perché è l'unico essere sufficientemente intelligente per farlo. O meglio, è l'unico essere in grado di produrre delle federazioni di gruppi sociali, basandosi solo su comportamenti appresi. Questa potenzialità unica, una volta espressa, ha obbligato l'umanità alla corsa tecnologica senza possibilità di ripensamenti. Nessuna specie animale avrebbe potuto farlo. Questo non significa che l'uomo sta violando le leggi di natura, ma, al contrario, è la prova che le leggi di natura lo stanno dominando e strumentalizzando, perché non riesce a ribellarsi a un programma che non ha scelto.
"Qualunque progresso tecno-scientifico noi siamo destinati a pagarlo con effetti devastanti sulla natura e sugli esseri umani". Concordo pienamente, perché proprio l'instabilità che determina l'uso di tecnologia induce il bisogno di produrne altra più complessa. E' la conferma che la tecnologia non si è sviluppata per migliorare le condizioni umane, ma per quella famosa comunicazione "super partes".
L'autodistruzione della specie umana è realmente possibile, perché gli "esperimenti" della natura non vanno obbligatoriamente sempre a buon fine. La natura potrebbe procedere a "tentoni" su altri pianeti dell'universo per produrre il comunismo, ma per noi sarebbe di poca consolazione. Qualsiasi sistema naturale non è una struttura rigida, ma può modificare le sue caratteristiche con un certo grado di tolleranza. Ad esempio una semplice proteina, sottoposta a un aumento di temperatura, inizia a districarsi dal suo groviglio apparente (che in realtà è la forma meno dispendiosa di energia) e tende a distendersi. Se la temperatura ridiscende ai valori normali, la proteina è in grado di ritornare senza danni alla sua forma originale, ma se la temperatura sale oltre una certa soglia, la proteina si disgrega in modo irreversibile. Non c'è nessun meccanismo naturale che può proteggere la nostra specie e impedirgli quindi di superare quella soglia di tolleranza senza ritorno. Da qui l'urgenza di fare qualcosa per invertire questa tendenza distruttiva.
Da quanto mi fai capire speri che questo cambiamento arrivi, come un frutto esotico, da nuove civiltà che stanno crescendo, capaci di dare una svolta in direzione del socialismo democratico. Anche quando affermi che "sarebbe già molto se mutasse l'atteggiamento con cui le masse si rapportano con le istituzioni", mi dai l'idea di uno che è rassegnato ad attendere, ma la tua attesa potrebbe andare delusa, perché il rapporto delle masse con le istituzioni potrebbe anche essere opposto alle tue aspettative. Temo che se l'inversione di tendenza fosse veramente legata alla maturazione della coscienza rivoluzionaria delle masse, il disastro sarebbe inevitabile. Le masse hanno sempre dato prova, con le buone o con le cattive, di adattarsi alla logica della civiltà. Cos'è che dovrebbe spingerle a modificare questo atteggiamento?
Parli delle masse come se fossero un corpo unico, ma sono solo un aggregato temporaneo di individui che in un determinato momento hanno delle esigenze comuni. Una volta soddisfatto questo bisogno l'aggregazione esaurisce la sua funzione e si frantuma, perché non ha più motivo di esistere. La coscienza rivoluzionaria deve invece essere qualcosa che lega gli individui in modo perenne, facendo in modo che i loro bisogni siano comuni in modo continuativo. Le masse non sono come una vigna, dove i singoli grappoli maturano quasi contemporaneamente, consentendo di fare una sola "vendemmia", ma sono come un fico, dove i singoli frutti maturano in tempi diversi su periodi relativamente lunghi. Questo semplicemente perché, in una società individualista come la nostra, i bisogni individuali tendono a diversificarsi in misura crescente da persona a persona. Mettere sullo stesso piano gli atteggiamenti di ribellione e la coscienza rivoluzionaria è perciò arbitrario: i primi possono esistere senza la seconda, e la maturazione di quest'ultima non presuppone necessariamente atteggiamenti di ribellione.
Io non so cosa voglia federare Bossi (probabilmente non lo sa neanche lui), di certo l'accostamento del federalismo della lega con i sistemi federativi di cui ti parlo io, non è per niente azzeccato. Razzismo e campanilismo sono problemi che ho superato già da quando ero bambino. Concordo su quanto dici sulla lega, ma i sistemi federativi che io intendo sono microsocietà senza classi sociali, la cui istituzione presuppone già una maturazione della propria coscienza rivoluzionaria.
Mentre stai a "centellinare" le differenze culturali tra cattolicesimo, ortodossia e protestantesimo (perché escludi le altre religioni?), mi viene da sorridere. Gli italiani sono certamente meno ossequiosi nei confronti delle loro autorità religiose di quanto lo erano nel passato, ma questo non è la conferma che sta maturando una coscienza rivoluzionaria di massa. In realtà ciò sta accadendo perché il clero sta cedendo progressivamente il suo ruolo d'imbonitore delle masse agli strumenti tecnologici di propaganda del potere economico e politico, che ci arrivano direttamente a domicilio. Il clero ortodosso non era ossequioso nei confronti dello stato russo? Il governo ateo non ha portato a una cultura laica e la brace ha covato sotto la cenere per tre generazioni. Lo prova il fatto che una volta caduto lo statalismo c'è stata una ripresa "esplosiva" delle religioni. Che dire poi del protestantesimo? Il maggiore laicismo maturato da tempo nei paesi protestanti ha forse determinato un atteggiamento di ribellione alle istituzioni? Non credo proprio. Anzi, è proprio in quei paesi che vedo ancora "troppa fiducia nell'interclassismo dello stato". Per "meglio parlare, insieme, di progetto di un'esistenza diversa" non è sufficiente maturare una coscienza laica, ma è indispensabile disfarsi della nostra coscienza individualista.
Se qualcuno leggesse eventualmente questo nostro rapporto dialettico, credo che farebbe fatica a capire cosa intendi tu per socialismo democratico. Nella tua testa avrai certamente le idee molto chiare a proposito, ma io stesso, che ti seguo ormai da un po' di tempo, mi faccio un'idea diversa ogni volta che rispondi alle mie mail. Ti propongo quindi, se ti va, di rispondere a una serie di domande ("a ruota libera"), magari anche con un sì o con un no.
Penso che la risposta a queste domande sia sufficiente per farmi un'idea chiara di ciò che intendi tu per socialismo democratico, così evito di rincorrere un fantasma.
P.S.
Se qualche volta leggendo le mie mail ti venisse voglia di alzare un braccio in "quella" direzione, non farlo! Anche se a volte mi rendo conto di essere un persecutore psicologico, la pazienza di accettare un rapporto dialettico può avere utilità imprevedibili. Se la cosa diventasse pesante potremmo comunque prenderci una pausa, ma troncare significherebbe ricominciare daccapo e perdere tempo utile. Qui sotto ti metto un file che tratta le cause dello sviluppo del cervello umano e le cause del blocco della sua crescita.
L'evoluzione del cervello umano
La natura è una speciale macchina in costruzione con la particolarità di costruirsi da sola i pezzi di ricambio e le innovazioni tecniche. Nel prototipo di una qualunque macchina le parti più collaudate e risultanti funzionali non sono più modificate o, tutt’al più, solo ritoccate, mentre le parti sperimentali sono continuamente modificate o addirittura stravolte nel loro principio funzionale, fino a quando si potrà trarre da loro il maggior vantaggio economico. Al pari di una macchina, la natura continua a modificare la sua parte sperimentale, mentre conserva immutate, o quasi, le sue parti collaudate, perché economicamente valide. C'è stato un momento evolutivo nel quale la specie umana era la parte sperimentale in continua trasformazione e questo processo è continuato fin quasi all'inizio della sua storia, dopo di che, la sua struttura biologica e intellettuale, non ha più subito trasformazioni innovative economicamente valide e la tecnologia l'ha sostituito nel ruolo di parte sperimentale dell'evoluzione. I reperti fossili non fanno completa chiarezza sulla nostra origine filogenetica e non sappiamo con certezza quali specie di ominidi estinte rappresentino la radice del nostro albero genealogico e quali, invece, ne sono i rami secchi.
Quel che è certo è che il genere Homo è ormai da parecchi millenni rappresentato da un'unica specie vivente: Homo Sapiens Sapiens, distribuita su tutta la Terra con tutte le varianti genetiche caratteristiche di ogni tipo umano o razza. La caratteristica più evidente dell'evoluzione degli ominidi, in definitiva la loro prerogativa, è stata la rapida espansione della capacità cranica, sinonimo di sviluppo intellettuale. Questo entra nella logica dell'affermazione che l'evoluzione della materia, nelle sue forme più svariate, ha il solo scopo di servire da sostegno e riparo all'evoluzione e alla trasmissione dell'informazione, nell’arco delle generazioni. Il cervello umano, da un certo punto evolutivo, ha subito una crescita vertiginosa che l'ha differenziato nettamente da quello di ogni altra specie animale, per poi subire un brusco rallentamento e infine un blocco totale che perdura tuttora. Se l'evoluzione di quest'organo fosse continuata con lo stesso ritmo, a quest'ora dovremmo possedere un cervello all'incirca doppio di quello attuale, invece è evidente che è da parecchie migliaia di anni che la capacità cerebrale dell'uomo non si evolve più, indipendentemente dalle strade adattive intraprese.
E’ importante indagare su questo aspetto, perciò soffermiamoci un momento sul cervello e sulle ragioni che ne hanno determinato il blocco evolutivo. Innanzi tutto il cervello si può definire un accumulo di cellule nervose (o neuroni) in un punto specifico del corpo e ciò che ne determina la complessità e le potenzialità intellettive in ogni specie animale è, prima di tutto, la quantità di cellule nervose che compongono quest'organo. In questo caso è la quantità che fa la qualità. Va da sé che la specie umana è di gran lunga la più intelligente, proprio perché dotata di una quantità di cellule nervose molto superiore a ogni altro animale di pari dimensione. La struttura di un neurone si può paragonare a quella di un albero, con tanto di tronco e di ramificazioni (anche più di diecimila per i neuroni della corteccia cerebrale dell'uomo) e ogni ramo di ogni cellula nervosa può essere in contatto diretto con altri rami di altre cellule, formando una "rete" nervosa. Le cellule nervose adibite alle funzioni intellettive non si duplicano nel corso della vita dell'individuo, per questo il numero di cellule nervose di un neonato umano è pressoché identico a quello di un adulto.
Il volume notevolmente più piccolo del cervello di un neonato, rispetto a quello di un adulto, è giustificato dal fatto che i suoi neuroni sono immaturi, molto meno ramificati, paragonabili a tenere pianticelle in rapida crescita. I rami crescono e si direzionano (quindi con specifici contatti con altre cellule nervose) con criteri logici e ordinati, in base alle esperienze quotidiane e le informazioni acquisite: in una parola, con l'apprendimento. Non tutte le cellule nervose alla nascita sono tenere pianticelle, ma molte sono già alberi completi e frondosi, perché servono a regolare certe funzioni motorie e biologiche fondamentali per la vita dell'individuo, addirittura prima della nascita, durante lo sviluppo del feto. Così, quando un neonato umano viene alla luce, pur senza apprendimento, è in grado di utilizzare alcuni comportamenti "istintivi" indispensabili per la sua sopravvivenza, come la ricerca del capezzolo della madre, la capacità di aggrapparsi con le mani, la capacità di attirare l'attenzione col pianto e altri, proprio perché sono già presenti reti nervose complete e funzionanti allo scopo.
C'è una scala di complessità biologica progressiva delle specie viventi e gli animali che si trovano negli scalini più bassi, hanno un cervello dotato di un numero relativamente esiguo di cellule nervose e, quel che è più, già completamente ramificate alla nascita e non modificabili dalle esperienze, perciò quasi impossibilitati ad apprendere. Un qualunque comportamento impresso nel codice genetico di una specie, se risulta nel tempo economicamente valido, è utilizzato come risposta automatica per la soluzione di un determinato problema. Dare però la stessa risposta a uno stimolo ambientale che varia nel tempo, equivale a un disadattamento crescente. Per ovviare a questo inconveniente sarebbe opportuno poter modificare un comportamento innato e adattarlo alla variazione ambientale. Ovviamente la possibilità di variare i comportamenti genetici che non sono più adattanti, con comportamenti appresi, è stata una grossa conquista evolutiva.
C'è però uno scotto da pagare. Qual'ora queste cellule fossero danneggiate non potranno più essere duplicate, perché produrrebbero cellule immature che dovrebbero ricominciare il processo di apprendimento. Questo andrebbe a discapito della funzionalità di tutta la rete di comunicazione con le altre cellule, perché i suoi collegamenti (diversi dai precedenti perché frutto di situazioni irripetibili) andrebbero a interferire e a cortocircuitare altre funzioni comportamentali. Per questa ragione la natura ha preferito impedire la duplicazione delle cellule nervose adibite all'apprendimento e trasmettere le informazioni, da una generazione alla successiva, per via culturale.
Negli animali inferiori, come ad esempio i molluschi, la rigenerazione delle cellule nervose è consentita, perché si tratta di cellule già completamente formate. Noto è, per esempio, il fenomeno di ricrescita nelle stelle di mare che possono ricostruire completamente un loro braccio mancante e, addirittura, un individuo intero (anche se non perfettamente formato) dal braccio che è stato troncato. Oppure, da un lombrico tagliato a metà possono formarsi due individui completamente vitali. Questo fenomeno si attenua con la complessità delle specie, così che una salamandra può ancora ricostruirsi una zampa perduta o una lucertola la sua coda, ma entrambe non sono in grado di ricostruire un organo vitale.
C’è una costante nella scala delle specie viventi: più un comportamento genetico ha la possibilità di "smussarsi" per dare spazio a delle varianti apprese, più cresce il numero di neuroni interessati a perfezionare questa risposta comportamentale. Ciò può essere sinteticamente spiegato nel modo seguente. Dal concepimento in poi, durante lo sviluppo del feto, la duplicazione cellulare avviene con una precisa sequenza dettata dall'informazione genetica della specie. La disposizione delle cellule e la loro differenziazione avviene come nell'assemblaggio di un "puzzle", dove ogni singolo tassello rappresenta un gruppo di cellule con uno spazio predeterminato da riempire.
Una volta che questo spazio è riempito totalmente con la duplicazione cellulare, inizia la costituzione e l'assemblaggio di un tassello successivo (un esempio pratico si può notare con la cicatrizzazione delle ferite superficiali, dove le cellule interessate si duplicano a comando, fino a quando non avranno saturato lo spazio mancante, dopo di che, sempre a comando, smettono di duplicarsi). Se durante il processo evolutivo di una specie, per un errore di trascrizione genetica, durante lo sviluppo del feto, anziché prodursi cellule nervose completamente mature (cioè alberi altamente ramificati e frondosi, ossia comportamenti genetici già funzionali) e comunicanti tra loro, si fossero prodotte cellule nervose immature (cioè come tenere pianticelle) con deboli collegamenti tra loro, la loro duplicazione sarebbe continuata fino a quando non si fosse riempito tutto lo spazio predestinato a quel tassello del "puzzle".
Più le cellule nervose erano immature e più cresceva il loro numero, perché occupavano meno spazio. Il risultato immediato era però la compromissione della funzionalità di un comportamento innato, causando di solito la morte dell’individuo portatore di questa anomalia, ma avrebbe potuto aumentare, in qualche caso, la potenzialità di variare e arricchire quel tipo di comportamento con l'apprendimento, fino a completa maturazione delle cellule nervose (cioè fino a quando tutte le pianticelle non fossero diventate grandi alberi). Questo poteva avvenire se già esisteva un certo grado di cura parentale (cioè la necessità di accudire i figli perché nati immaturi, come negli uccelli e nei mammiferi soprattutto nei mammiferi sociali), così da tramutare un iniziale handycapp in un vantaggio adattante.
La quantità di comportamenti appresi e in definitiva la quantità di cellule nervose adibite all'apprendimento, è quindi legata direttamente alla quantità di comportamenti genetici "smussati", incompleti alla nascita. Tutti i comportamenti genetici che sarebbe stato vantaggioso modificare, nella specie umana sono stati modificati con l'apprendimento, per questo la nostra specie è la più adattabile tra le specie animali e dispone del cervello più voluminoso. Quando però di un comportamento genetico di stabile rimane solo la base piatta su cui deve poggiare il comportamento appreso (praticamente solo la radice su cui devono crescere il tronco, i rami e le foglie), significa che si è raggiunto il massimo grado di modificazione e non sono più possibili variazioni culturali. La mancanza di specializzazione genetica nella specie umana si estende praticamente a tutte le sue funzioni comportamentali, per altro saturabili da un'infinità di comportamenti appresi.
Nella nostra specie la cultura ha progressivamente sovrastato la predisposizione genetica comportamentale, man mano si sviluppava la corteccia cerebrale, al punto che ora, anche con una struttura biologica relativamente debole (anzi, proprio per questo che si è sviluppata la corteccia cerebrale) possiamo adattarci a variazioni ambientali che sono letali agli altri esseri. L'uomo ad esempio non dispone di una folta pelliccia per ripararsi dal freddo: ciò significa che questa caratteristica genetica ha perso la sua importanza, ma è stata sostituita da comportamenti culturali, quali l'abitudine di indossare abiti più o meno pesanti secondo le condizioni climatiche. Le nostre unghie non sono più strumenti di difesa e di offesa, come possono essere invece gli artigli di un'aquila o di un leopardo, ma la nostra mano può brandire, con l'apprendimento, strumenti molto più affilati di un artiglio. I nostri denti non sono più strumenti potenti per tagliare e triturare, ma abbiamo la possibilità culturale di cuocere i cibi per renderli più teneri.
Si può dire che l'uomo non ha pungiglioni, aculei, ghiandole velenifere, corazze, coma, pelle irritante, mimetismo, artigli, zanne, velocità, ecc., perché può sopperire a ciascuna di queste funzioni con l'apprendimento. Mentre procedeva la semplificazione del nostro corpo, cresceva il volume del nostro cervello (di conseguenza il corpo si adattava alle potenzialità intellettive) e si può affermare che l'uomo è l'essere più semplice e nello stesso tempo più complesso del creato: il massimo della semplicità in cambio del massimo dell'intelligenza. Arriviamo a una conclusione: il cervello umano ha subito un blocco evolutivo perché non c'erano più comportamenti genetici da "smussare". Infatti, comportamenti genetici indispensabili, come ad esempio il sonno, l'attrazione per il sesso opposto, il battito del cuore, la respirazione, la paura, la fame, la sete, il dolore, ecc., sono comportamenti che anche nell'uomo l'apprendimento individuale può modificare in misura quasi nulla.
D’altronde dare la possibilità all'apprendimento di modificare un comportamento più volte sperimentato, collaudato e conservato intatto perché economicamente valido, significa deteriorare una cosa che non è perfettibile, mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza. Anche per quanto riguarda l'evoluzione della sua struttura sociale l'uomo ha raggiunto il massimo grado di perfezionamento possibile con l'ordinamento comunitario dell'antico cacciatore-raccoglitore. Il grado di socialità tra gli elementi che compongono il gruppo è direttamente proporzionato al numero di gesti, di suoni e di simboli che possono essere emessi e recepiti da ogni singolo individuo, quindi allo sviluppo degli organi riceventi e trasmittenti, nonché della corteccia cerebrale che deve decifrare ed elaborare i segnali.
La specie umana può produrre una gestualità molto più sofisticata degli altri animali, con la sua mimica facciale e le sue mani tuttofare; d'altra parte i gesti possono essere recepiti da un ottimo apparato visivo. L'uomo è inoltre in grado di recepire e rimettere insieme un elevatissimo numero di suoni, articolando in questo modo ogni tipo di linguaggio. Ciò è possibile grazie a un buon apparato uditivo e alla particolarità delle sue corde vocali. Naturalmente tutte queste particolarità biologiche non sarebbero espresse se non fossero sostenute dalla sua voluminosa corteccia cerebrale. Infatti, è per merito di questa che gli esseri umani sono in grado produrre ed elaborare un'infinità di simboli. Bloccandosi la crescita numerica delle cellule nervose adibite all'apprendimento, si è bloccata l'evoluzione degli organi sensoriali, perché ogni altro rilevamento più sofisticato degli stimoli ambientali non poteva più essere elaborato, per questo la comunicazione sociale all'interno del gruppo non ha più subito trasformazioni innovative economicamente valide, bloccando, di conseguenza, anche l'evoluzione della struttura sociale. Per tutte queste ragioni l'uomo è il "non plus ultra" dell'evoluzione biologica, il suo apice invalicabile, anche se è ancora molto diffusa la credenza errata che l'intelligenza dell'uomo si stia ancora sviluppando grazie al progresso tecnologico.