Da: Enrico Galavotti
Inviato: domenica 23 febbraio 2003
Vorrei che proseguissimo ancora sui rapporti storia-natura, perché mi sono molto stimolanti, e poi perché ti ritengo una persona a me complementare, anche se la tua sentita esigenza di preventivare nei dettagli un progetto di liberazione, secondo me risente di un certo idealismo.
E' la presa del potere che va studiata bene: il resto non può che rimanere sulle affermazioni di principio. Quando Lenin abbatté lo zarismo fece tre cose che aveva debitamente preventivato: il decreto sulla terra, il decreto sulla pace e il decreto sulla separazione tra Stato e chiesa. Tutti il resto dovette ben presto rivederlo se non voleva portare la Russia alla catastrofe. Purtroppo la sua Nep fu proprio la prima delle cosiddette "revisioni" a essere smantellata. Lo schematismo ebbe la meglio sulla flessibilità: si ottennero ugualmente dei risultati straordinari, ma a un prezzo incredibilmente disumano. E non è certo per paura di questi abusi che oggi possiamo smettere di sperare.
Tu dirai che in Italia, non avendo avuto la sinistra, quand'era il momento (p.es. nel Biennio rosso, nella Resistenza, nel '68), il coraggio di compiere la rivoluzione, si è dimostrato non il carattere pavido degli italiani, ma al contrario il loro innato spirito democratico, alieno da eccessi di tipo politico (fatta salva ovviamente l'eccezione del fascismo, che gli storici di destra giustificano come reazione alla paura del comunismo).
Qui il discorso in realtà sarebbe molto complesso: ho già scritto molte cose su questo. Prendendola alla larga mi permetto di dire che dopo 500 anni di storia borghese ritengo molto improbabile che si possa realizzare non dico in Italia ma in tutta l'Europa occidentale una qualsivoglia esperienza di autentico socialismo democratico. Finché il benessere ci permette di chiudere un occhio sulle ingiustizie e le falsità, noi saremo sempre lì a parlare di cambiamenti e a vivere per la conservazione.
Bada, la grandezza di un uomo non sta secondo me né nella sua determinazione di carattere e neppure nella sua coerenza intellettuale, ma piuttosto nella passione per le sorti dell'umanità, quella che poi lo porta a essere lungimirante e a sacrificarsi per il bene degli altri. Persone del genere, nelle civiltà borghesi, se ne vedono sempre meno.
Certo, tu dirai che anche i terroristi, a loro modo, hanno "passione per l'umanità", ma io e te sappiamo che quando esiste una macroscopica discrepanza tra mezzi e fini, ogni "passione" è sospetta.
La classe politica ha buon gioco nell'esigere l'identità di mezzi e fini, come criterio per stabilire la democraticità di una formazione politica, semplicemente perché i mezzi ch'essa ha a disposizione sono infinitamente superiori, e non ha bisogno di ricorrere ai più estremi per conseguire i propri obiettivi.
A loro vota i terroristi si autogiustificano dicendo che nella loro battaglia sono costretti a ricorrere agli atti estremistici proprio perché non vedono alternative in un rapporto di forze così asimmetrico. E', come vedi, una catena senza fine. I terroristi sono gli ultimi a credere in una resistenza di popolo, sono individualisti di natura.
Ma non voglio parlare di questo. Ciò che mi preme è il rapporto storia-natura. E vorrei da te qualche delucidazione.
Vediamo il concetto di evoluzione. Oggi ci piace molto recuperare con la fiction quel periodo geologico in cui vivevano i dinosauri. Essendo la nostra una civiltà basata sulla forza (e quindi sulla paura, sulla sottomissione, ecc.), ci intriga vedere questo concetto applicato così decisamente agli elementi della natura che ci hanno storicamente preceduti. Stesso discorso per tutti quei fenomeni, naturali (eruzioni vulcaniche, valanghe, esondazioni ecc.) e animali (p.es. gli squali) che attestano lo sviluppo di una notevole dose di energia o di aggressività. Noi, come uomini tecnologicamente "superdotati", siamo sempre lì a sfidare questa forza primordiale, misurandoci con essa (in altra mail dovrò affrontare con te anche il discorso sulla tecnologia contemporanea).
Tuttavia, a me i conti non tornano. Se accettassimo sino in fondo il concetto di evoluzione, saremmo costretti ad ammettere che l'uso primordiale della forza bruta è stato progressivamente superato da altri fattori molto più flessibili, performanti, intelligenti, come p.es. la capacità di adattamento (che però potrebbe voler dire "opportunismo"), l'astuzia della ragione (che però potrebbe voler dire "cinismo").
Possiamo considerare l'opportunismo e il cinismo un segno di progresso evolutivo? Siamo proprio sicuri che Darwin non abbia proiettato, inconsciamente, sul mondo animale e naturale gli atteggiamenti che gli uomini avevano al suo tempo e che di fatto hanno in ogni civiltà di tipo antagonistico?
Guardiamo le cose dal punto di vista dell'uomo. Finché c'erano solo gli animali non è mai esistita la libertà ma solo istinto. La natura avrebbe potuto distruggere intere specie senza che questo avrebbe compromesso la propria identità, il proprio senso di esistere. Le specie animali e vegetali sono il frutto di una libertà creativa della natura, ma nessuna specie è mai stata in grado di creare una storia che avrebbe interferito coi meccanismi della natura stessa.
La comparsa dell'uomo sulla terra ha posto un'ipoteca sul senso della natura. Ora la natura trae il suo significato dal significato della storia. E chi non accetta questo sembra essere destinato a subordinare il primato dell'uomo a quello della natura. Di fatto, l'esistenza dell'essere umano va al di là di quella della natura stessa. Se l'uomo devasta la natura è perché in realtà sta già devastando se stesso e non potrà mai rispettarla a dovere se prima non rispetta se stesso.
Dunque se esiste davvero un'evoluzione positiva nella storia della natura, questa non può riguardare i fenomeni dell'adattamento all'ambiente. Noi l'ambiente lo distruggiamo: quindi questo significa che dentro di noi c'è qualcosa che la natura non può riconoscere come proprio. E' giusto che la natura non riconosca la forza del male che è in noi e che di tanto in tanto si preoccupi di farcelo capire, però se io vado a ritroso di questa negatività, m'accorgo che c'è anche un'altra cosa che la natura non è in grado di riconoscere, ed è la forza del bene, cioè la capacità di decidere autonomamente, la coscienza che ci fa sentire liberi di compiere il bene.
Questa cosa non esiste in natura, al di fuori dell'uomo. Dunque come si può parlare di evoluzione?
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Ora vengo alla tua mail. Tu dici che "La riproduzione non è lo scopo della natura, ma il mezzo per la sua evoluzione." Io dico che la riproduzione è un mezzo d'evoluzione di carattere generale che nel caso dell'evoluzione umana è finalizzato a uno scopo che la natura non conosce. Se la natura avesse potuto decidere non avrebbe mai creato, per motivi di sicurezza, un elemento in grado di distruggerla o di devastarla in maniera irreparabile. Quindi deve essere intervenuto, per la nascita dell'uomo, un fattore non naturale, di cui noi non sappiamo nulla, ma di cui vediamo chiaramente gli effetti, seppur in gran parte negativi.
Se vuoi davvero sapere come la penso, ritengo che tutto l'universo e non solo la natura o il nostro pianeta siano finalizzati alla nascita dell'uomo e che quindi non esista nulla nell'universo che abbia un'importanza superiore a quella dell'essere umano. Finirà tutto: la terra e l'universo che la contiene, ma non l'uomo, che vivrà in altre dimensioni. Non m'interessa sapere dove l'universo è cominciato o dove finisce, perché so già spiritualmente che è qualcosa di limitato rispetto ai confini della libertà, alle profondità della coscienza umana.
Frasi come questa: "la nostra consapevolezza è limitata dalla nostra conoscenza", per me hanno senso solo da un punto di vista scientifico, perché da un punto di vista metascientifico contraddicono il fatto che noi sappiamo già tutto ciò che ci serve per capire che siamo "unici" nell'universo. Non c'è nulla che la scienza possa scoprire che la cultura prescientifica non abbia già intuito come parte specifica dell'essere umano.
O come questa: "La tecnologia è un elemento neutro nella storia dell'uomo", per me risultano sospette, in quanto se fosse davvero un elemento neutro non si spiegherebbe il motivo per cui per milioni di anni abbiamo conservato una tecnologia compatibile con le esigenze della natura e perché, proprio sotto il capitalismo, siamo arrivati a costruirne una che ci porterà alla rovina. L'uso della tecnologia non dipende affatto dal fine perché a certi livelli la tecnologia diventa fine a se stessa, l'uomo comune, medio, non è più in grado di padroneggiarla, al punto che tutta la sua esistenza deve per forza convergere verso le esigenze di una tecnologia sempre più sofisticata e pericolosa, gestita da pochissime persone, che spesso se ne avvalgono per scopi tutt'altro che democratici.
Dirai che sono un credente o un mistico, eppure nego l'esistenza di un qualunque dio oltre l'essere umano. Ricordi cosa disse Cristo agli ebrei che lo accusavano d'essere ateo? "Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?" (Gv 10, 33s.).
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C'è qualcosa nei tuoi ragionamenti che andrebbe meditato seriamente e per il quale ci vorrebbe una discreta dose di tempo. Più volte hai detto nel tuo progetto federativo che anche in virtù della scienza e della tecnica gli uomini potranno sentirsi un tutt'uno nel futuro. Gli uomini primitivi non potevano costituire un unico sistema globale perché "non potevano comunicare tra loro simultaneamente".
Non so bene cosa dirti su questo. Nelle epoche preschiavistiche o preborghesi gli uomini avevano tantissimi elementi in comune pur senza conoscersi e non per il fatto di ignorarsi si sentivano estranei gli uni agli altri: infatti quando s'incontravano ci mettevano poco per riconoscersi e rispettarsi reciprocamente. I problemi sono venuti dopo, quando le civiltà antagonistiche hanno preteso di diffondersi a livello mondiale (che per molte di loro tale livello coincideva coi confini del Mediterraneo), imponendo il loro modo di vivere. Quanto più si è universalizzata la scrittura, la tecnologia, una certa organizzazione politica, lo sfruttamento del lavoro e della natura..., tanto meno ci si è capiti.
Quando negli anni '70 sentivamo gli esponenti vietnamiti che combattendo contro gli americani ci dicevano: "Se volete davvero aiutare il Vietnam, sforzatevi di realizzare la democrazia nei vostri paesi", secondo me esprimevano una grandissima verità. Però mi rendo conto che al capitalismo "mondiale" bisognerebbe opporre un'organizzazione altrettanto "mondiale": se i minatori scioperano in Inghilterra bisognerebbe che gli operai della Fiat facessero altrettanto, per solidarietà, e viceversa. Proprio per far capire che per realizzare il socialismo democratico i lavoratori non possono essere tenuti divisi. Se la tecnologia servisse a questo, sarei favorevole al suo sviluppo...
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Quanto all'idea di socialismo democratico potrei dirti sinteticamente (per esteso devi guardare la sezione Economia e Società) che un feudalesimo senza servaggio e senza clericalismo per me è la soluzione che le si avvicina di più. Cioè una ripartizione equa della terra, dove prevale il valore d'uso su quello di scambio, l'autoconsumo sul mercato, la natura sulla tecnologia, la democrazia diretta su quella delegata, l'unità del lavoro manuale e intellettuale, con una difesa popolare armata di queste conquiste - per me è conditio sine qua non di una qualunque esperienza di socialismo democratico.
I mezzi principali di produzione vanno collettivizzati, non statalizzati. Lo Stato non deve neppure esistere. Questo è stato l'errore principale della rivoluzione d'ottobre.