Da: Nigra Piero PNigra@libero.it
Inviato: mercoledì 05 febbraio 2003
Questa volta rispondo alla tua mail partendo dal fondo. No, non faccio parte di qualche comunità, anche se ho avuto più di un'occasione per farlo. Anche se sono convinto della bontà del vecchio detto "chi fa da sé fa per tre", penso che un individuo, da solo, non potrà mai fare tutto di tutto e avrà sempre bisogno degli altri per vivere la sua vita quotidiana. I rapporti con gli altri possono però essere vissuti nei modi più diversi. Con l’opportunismo, tipico delle persone individualiste ed egoiste; con la solidarietà, tipica delle persone socievoli e generose; oppure con la collaborazione altruistica. E’ quest’ultimo tipo di rapporto che vorrei avere col mio prossimo, anche se so perfettamente che è un discorso che non potrebbe essere esteso a tutti. Istintivamente immagino la vita comunitaria del gruppo come l’espressione più profonda dei rapporti umani tra gli individui. “….La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione” diceva una vecchia canzone di Gaber.
Sono abbastanza realista da capire, però, che ogni esperienza di questo tipo, in comunità isolate, è inevitabilmente destinata a esaurirsi. Ho osservato con attenzione il fenomeno della nascita di comunità, della loro vita e della loro fine, e ho potuto verificarne pregi e difetti. I vantaggi possono essere di natura sociale, perché i rapporti umani sono, nel complesso, più vicini a quello che siamo geneticamente, tant’è vero che, per curare molti mali prodotti dalla nostra disastrata società, sono sorte comunità “terapeutiche”. Gli svantaggi possono essere di natura economica, perché l’isolamento e le dimensioni ridotte non garantiscono la completa autosufficienza. Ci si deve accontentare di poco in cambio di una vita un po’ più tranquilla. L’istinto sociale umano, se non ancora troppo inquinato dalla cultura consumistica, porterà ancora, come sempre, individui ad aggregarsi in gruppi, ma in funzione rivoluzionaria saranno come tanti buchi nell’acqua: non lasceranno alcun segno nel corpo del sistema capitalistico. Non a queste comunità, o a questo modo di vivere, mi riferisco quando parlo di autonomie comunitarie, per molte buone ragioni. Innanzi tutto, come ti ho già accennato in una mail precedente (mail 4 pn), non sarà possibile costituire un solo sistema federativo senza il supporto di una grande organizzazione popolare, sia per i costi d’insediamento, sia perché queste entità non dovranno (e non potranno) isolarsi dalle realtà economico-sociali esistenti.
Questo non significa che le “cellule sociali” graveranno economicamente sull’organizzazione, anzi, non solo saranno completamente autosufficienti, ma avranno, con l’ausilio di un certo numero di lavoratori esterni, un bilancio in attivo, a sostegno della stessa organizzazione e per la messa in opera di nuovi insediamenti. Non sto a elencarti i vantaggi economici e umani di una federazione comunista autosufficiente, se vuoi li puoi giudicare da te leggendo il file “le autonomie comunitarie”, ma mi preme sottolineare il carattere rivoluzionario e internazionalista che potrà avere l’organizzazione di sostegno.
Devo però spiegarti cosa intendo con questi termini. Rivoluzionario non perché mira a un attacco diretto al “cuore dello stato” (espressione in auge negli anni di piombo), ma perché punta a un’inversione di 360° (vedi
mail 3 pn) nel modo di pensare, di agire, di vivere. Internazionalista non perché vuole estendere in tutto il mondo lo scontro diretto col potere politico, ma perché il programma che promuove può essere applicato in tutte le nazioni, in tutti i regimi politici, in tutte le situazioni economiche.
“Cellule sociali” potranno essere impiantate anche in paesi ridotti alla fame. Sarebbero ugualmente strutture altamente tecnologiche simili a quelle insediate in paesi ricchi, che garantiranno lo stesso tenore di vita ai loro abitanti. La sola differenza sarà che, probabilmente, i lavoratori esterni di quelle federazioni dovranno espatriare per il lavoro (che sarà procurato dall’organizzazione). Certamente ci saranno maggiori difficoltà d’insediamento e di gestione in paesi con dittature militari o teocratiche, o entrambe le cose, però la cosa
è comunque fattibile. Forse le autorità nazionali potrebbero imporre di pregare cinque volte al giorno in direzione della Mecca, o far osservare certe regole alimentari, oppure tutto ciò avvenire per libera scelta degli interessati, ma questa
è solo “forma” che ogni “cellula” esprimerà a modo suo, senza intaccare la “sostanza”, che consisterà sempre nei rapporti di reciproca collaborazione tra gli abitanti di un sistema federativo e tra quest’ultimo e altre entità simili. Non dimentichiamo che la diversità
è un fondamento della stabilità in natura. Il nostro corpo è formato da cellule specializzate, diverse per forma e funzioni. L’appiattimento culturale non sarà per niente garanzia di stabilità in un sistema planetario comunista.
Un comunista può rivendicare il suo diritto di vivere da comunista, ma non sarà più comunista nel momento in cui cercherà di imporre ad altri il suo modello di vita. Il comunismo
è l’affrancamento da ogni imposizione culturale, non è la difesa armata di una propria cultura. D’altra parte perché dobbiamo ostinarci ad abbinare sempre un percorso rivoluzionario con la lotta armata? Sono due cose completamente diverse e la loro attinenza
è, il più delle volte, solo casuale. Perché non prendere in considerazione che potrebbe esserci una rivoluzione “legale” ma completa, che non mira a piccole riforme, ma a cambiamenti radicali tra la popolazione che, liberamente, sceglierà di fondare la propria esistenza sulla collaborazione reciproca, scavalcando di fatto i confini nazionali?
Non stavo riesumando la teoria di Trotzky quando parlavo di comunismo planetario. Prova a immaginare che tipo di vita per l’umanità se per un paio di secoli ci fosse una rivoluzione permanente in tutto il mondo! Il concetto di nazione per un comunista non dovrebbe comunque esistere, perché la natura umana non deve avere confini culturali. Eppure ci troviamo immancabilmente a discutere sulla politica italiana, o su una nazione che ha difeso o che dovrà difendere il “socialismo in un solo stato”, oppure di una civiltà (nazionale) che
è destinata a prevalere su un’altra civiltà, o di una nazione che con “soli 500.000 morti” si
è accaparrata il mondo intero…..
Sì, hai ragione, “resta sempre il problema di come spezzare il cerchio delle civiltà”, ma per poterlo fare occorre uscire dalla logica culturale delle civiltà. Occorre una strategia d’azione che superi i confini nazionali, come se non esistessero, “infettando” il sistema come un virus che infetta le cellule del corpo umano. Anzi, come il virus dell’A.I.D.S., che non solo elude la sorveglianza del sistema immunitario, ma attacca “silenziosamente” proprio i globuli bianchi incaricati di distruggere i corpi estranei. Se questo virus avesse optato per uno scontro diretto col sistema immunitario, non avrebbe nemmeno fatto notizia e sarebbe già stato distrutto e dimenticato. E’ ciò che
è accaduto a tutte le rivoluzioni violente, che hanno stravolto un sistema politico ma non hanno spezzato il “cerchio delle civiltà”. Non
è sufficiente lottare contro un potere politico ed economico, la lotta dell’umanità dovrà essere contro tutta la sua storia. Non facciamoci trascinare dal fervore e dall’emozione del “momento”, altrimenti continueremo a “guardarci indietro e chiederci il motivo per cui le assurdità della storia si ripetano senza tregua”. “Noi non sappiamo né il giorno né l’ora, dicono i vangeli, ed
è un bene che sia così, altrimenti in nome della verità costruiremmo solo dittature”: detto questo, detto tutto!
Il comunismo si realizzerà quando sarà il momento, senza forzature, ma penso anch’io che “le basi vadano poste adesso”, eludendo il sistema immunitario della “civiltà”, costruendo microsocietà comuniste nel pieno della legalità capitalistica. Del resto i benefici immediati degli abitanti di queste “cellule sociali” saranno notevolmente più importanti di quelli che le masse (ma esistono ancora le masse?) potrebbero ottenere con rivendicazioni e scontri diretti col potere. Quando parlo di benefici immediati, non intendo domani mattina, perché, realisticamente, i primi sistemi federativi sperimentali potranno realizzarsi non prima di un paio di decenni. Ciò che potremmo iniziare a costruire fin d’adesso
è l’organizzazione di sostegno, che, essa stessa, potrebbe migliorare la qualità della vita degli associati, con la collaborazione in molti aspetti della vita quotidiana, tenendo comunque bene a mente che lo scopo principale di questa organizzazione sarà la progettazione e la costruzione di sistemi federativi.
Eludere il sistema immunitario della “civiltà” significa estraniarsi dalla vita politica della “civiltà”, non creare situazioni controproducenti e pericolose scontrandosi con le istituzioni. Non solo non servirebbe a ottenere di più di ciò che l’organizzazione stessa può garantire al suo interno, ma scatenerebbe la reazione immunitaria del sistema capitalistico. La strategia di un virus
è quella di infiltrarsi nel D.N.A. cellulare e indurre la cellula, inconsapevole, a replicare tante copie virali. Avere lo stato per amico non significa scendere a compromessi col nemico, ma usufruire di tutti i vantaggi legali che possono far crescere l’organizzazione.
Ora si ripropone il problema di sempre. Come istituire e, soprattutto, tenere unita un’organizzazione, senza una “linea politica”? Forse sai già dove voglio andare a parare, e mi chiedo a chi mi farai assomigliare questa volta, oltre a un Testimone di Geova o un Cristiano per il Socialismo! Il fatto
è che io, quando parlo di pensiero cristiano, non intendo parlare di religione, per me non lo è, infatti, parlo sempre di pensiero cristiano laico. A questo proposito ti invito ancora, come ho fatto nella mail precedente, di trovare una filosofia di vita (per i membri di questa ipotetica organizzazione) che abbia un potere d’unione maggiore di quella fondata sulla regola aurea cristiana. Non ti chiedo molto. Tutto quello che
è mistico o misterioso, mettiamolo pure nel cassetto, ma è certo che una forma di comunicazione culturale comune dovrà pur esserci per collaborare. Nella parte iniziale della tua mail mi hai fatto un trattato di filosofia pura. Anch’io mi sento impreparato per discutere su temi di questo carattere. Mi viene mal di testa solo a pensare al tuo “travaglio” culturale, ma sono convinto che
è da persone con la tua esperienza che possono uscire idee risolutive.