Da: Enrico Galavotti
Inviato: domenica 02 febbraio 2003
I
Io vorrei dirti in maniera abbastanza esplicita - e adesso dirai che sono un fanatico alla rovescia (rispetto p.es. ai talebani) - che qualunque riferimento alla religione non strettamente storico-culturale, per me è sospetto, tanto più se si vuole fare della Bibbia un testo programmatico o anche solo ispirativo.
La realizzazione di una qualunque microsocietà autonoma in cui la Bibbia o le sue interpretazioni risultassero testo ufficiale di lettura, mi riporterebbe indietro di quasi 30 anni, al tempo in cui militavo in C.L., esperienza da cui mi sono liberato, fisicamente e culturalmente, non senza fatica e travagli interiori.
Oggi, quando sento qualcuno che mi parla di religione come "esperienza di vita", lo vedo lontano da me mille miglia. Io ho militato 10 anni in C.L. più per motivi politici che religiosi, tant'è che quando il progetto politico di rivoluzionare la società è fallito (dopo il delitto Moro e la svolta andreottiana del movimento), me ne sono andato.
Ho sempre avvertito la religione, specie quella cattolica, come un'ideologia tipica delle classi possidenti, che se ne servono sia per mettere in pace la loro coscienza borghese, sia per rabbonire i nullatenenti. Sposando mia moglie ho capito che la religione era un grande patrimonio anche del ceto rurale (generalmente privo di cultura e socialmente sprovveduto); anzi, posso dire che in mezzo a questo ceto la religione è vissuta più onestamente o più spontaneamente che non nel ceto borghese, dove le contraddizioni tra vita pubblica e vita privata sono più stridenti. Il "cattolico-borghese" prima di tutto è "borghese" e solo secondariamente è "cattolico", anche se oggi questa dicotomia è in via di superamento, essendosi la società laicizzata profondamente. In pratica i cattolici italiani hanno fatto il salto dalla loro religione all'ateismo pratico senza passare per il protestantesimo.
Agli inizi degli anni '80 ero così nauseato della religione cattolica che la abiurai in toto abbracciando l'ortodossia, prima russa, poi greca. Infine sono arrivato all'ateismo proprio seguendo il percorso dell'ortodossia (che separava il cittadino dal credente) verso il leninismo (che considerava quella separazione una contraddizione interna al credente). Cioè avevo capito che la separazione di cittadino e credente, che peraltro la chiesa romana non ha mai accettato, a differenza di quella ortodossa, poteva portare, se svolta in maniera consequenziale, alla fine della religione come problema di coscienza, superando nel contempo tutta la querelle scatenata dal luteranesimo. Non avrei avuto più bisogno di sdoppiarmi.
Studiando, in seguito, i fondamenti dell'ateismo, riuscì ad arrivare alla conclusione che l'ortodossia, col suo concetto di "dio come tenebra", aveva anticipato, senza volerlo, un tema fondamentale dell'ateismo, quello per cui si deve tacere su ciò di cui non si può parlare.
L'ateismo per me non è una forma di religione rovesciata, ma l'unico modo possibile per salvaguardare, se esiste, il "totalmente altro", cioè "se dio c'è, non è", e sul "non-essere", noi che "siamo", non possiamo dir nulla. E il discorso è chiuso. Non voglio trasformare l'ateismo in un altro sospiro della creatura oppressa, perché credo che il cittadino debba lottare politicamente per migliorare la propria condizione di vita su questa terra.
Qualunque argomentazione sull'esistenza o inesistenza di dio per me è già stata risolta dalla Critica della ragion pura di Kant, che porta dritto all'ateismo, avendo dimostrato che ogni "prova a favore di dio" è solo una tautologia, una mera speculazione intellettuale che non mette mai in discussione i presupposti su cui basa le argomentazioni. Questo l'aveva capito anche Kierkegaard, che pur era un altro "talebano della fede".
Oggi all'ateismo ci siamo arrivati in due modi: con la cultura consumistica, il capitalismo, la rivoluzione scientifica, in area occidentale, e col socialismo scientifico nei paesi che hanno cercato di realizzarlo. In occidente l'ateismo è di fatto non di diritto, è implicito non esplicito, perché il capitale deve comunque convivere con la religione come con qualunque altro oppio serva a tranquillizzare le masse (come le piramidi in Egitto o le ziqqurat in Mesopotamia). In Oriente invece l'ateismo, col socialismo scientifico, è sempre stato esplicito, forse anche troppo, visto che è andato a toccare questioni ideo-politiche da cui invece avrebbe dovuto star lontano, in quanto ognuno va lasciato libero di credere in ciò che vuole e di manifestarlo pubblicamente.
II
Tu mi fai spesso riflessioni di carattere scientifico, ma io non ho le basi culturali per discutere su temi così impegnativi.
Faccio p.es. fatica ad obiettare a questa tua osservazione: "Devo dirti,
però, che esiste, nel percorso evolutivo della specie umana, un punto preciso,
evidente, che ci consente di affermare che l’uomo è uomo solo da quel
momento. Questo momento ha a che fare con la nostra capacità cranica e la
nostra struttura cerebrale, perché ciò che ha differenziato la nostra specie
da tutte le altre specie animali è l’evoluzione del suo cervello"
... perché scientificamente mi sembra ineccepibile, però ritengo istintivamente
che contenga un limite di fondo: quello di considerare il cervello come premessa
dell'umanità dell'uomo.
Io non sono sicurissimo di questo, in quanto ritengo che l'essere umano vada al di là anche del suo cervello. Questo perché quando vedo un malato di mente o un cerebroleso o anche solo un neonato, trovo in loro delle caratteristiche umane (come p.es. la sensibilità, l'affettuosità, se vogliamo la stessa drammaticità dell'assenza di un cervello perfettamente o pienamente funzionante) che secondo me li rendono ugualmente umani. Insomma c'è qualcosa nell'uomo (anche in quello più infimo, abietto o disperato) che non riesco a trovare negli animali o in natura e non credo che questo qualcosa dipenda esclusivamente dal cervello.
Anch'io sono perfettamente convinto che sul piano fisico il cervello abbia avuto "un blocco totale che perdura ormai da quasi trentamila anni" e che non ci sarà un'evoluzione dell'uomo che comporterà un'evoluzione del suo cervello. (Se hai delle cose specifiche su questo argomento mandale pure, così le alleghiamo a questo che sta diventando una sorta di "Progetto per un'esistenza diversa".) Però sono anche convinto che l'evoluzione dell'uomo in senso lato esiste, nel senso che si sta verificando nella storia una progressiva coscientizzazione della propria umanità: ora la stiamo sperimentando in negativo, a forza di distruzioni e autodistruzioni, ma un giorno la sperimenteremo in positivo, costruendo.
L'uomo è fatto di materia e di coscienza: questa seconda cosa l'abbiamo chiamata con tantissimi termini: anima, spirito, soffio vitale, ka, karma... Usiamo tanti termini perché non la vediamo, la sentiamo soltanto, ma siamo sicuri che c'è. Questa cosa è indubbiamente la stessa di un milione di anni fa, ma il modo di viverla e di sentirla forse non è lo stesso. Probabilmente un contadino egiziano avrà pensato, di fronte alla maestosità delle piramidi, la stessa cosa che pensiamo noi di fronte alle esplorazioni nello spazio: un incredibile spreco di risorse e di energie. E tuttavia oggi possiamo guardarci indietro e chiederci il motivo per cui le assurdità della storia si ripetano senza tregua. Cioè oggi abbiamo una coscienza molto più tragica del nostro destino (parlo ovviamente della coscienza che possono avere due persone come me e te).
All'inizio della storia delle civiltà non si poteva ovviamente sapere a quale immane disastro avrebbe portato la strada che ha posto fine al comunismo primitivo; oggi invece lo sappiamo e pur sapendolo continuiamo a camminare tranquilli verso il baratro.
Il fatto è che se non poniamo adesso le basi del superamento del capitalismo, quando questo crollerà (come sono crollate tutte le formazioni sociali antagonistiche), la storia ci troverà impreparati e la transizione al diverso sarà molto più dolorosa.
Condivido perfettamente quanto dici, a questo proposito: "Non è mai accaduto che, per costituire un sistema di livello superiore, sia stato necessario eliminare prima i sistemi di livello inferiore: le due cose possono evolversi contemporaneamente, anche se non potranno mai convivere. Una società comunistica potrebbe perciò essere contemporanea del capitalismo, a patto che si evolva separata da esso". Come ciò possa accadere però non riesco a immaginarlo.
Prendi p.es. il cristianesimo primitivo: esso, se vogliamo, ha messo in pratica la tua affermazione; poi finalmente sono arrivati i barbari, lo schiavismo è finito, ma questa disgrazia secolare con che cosa è stata sostituita? Col servaggio! Abbiamo avuto un miglioramento solo parziale; stante le premesse del cristianesimo avremmo sicuramente potuto ottenere di più: perché dunque questa ennesima sconfitta? Il motivo è molto semplice: perché non si è andati alla radice dei problemi, ci si è accontentati di soluzioni di compromesso, non si sono volute fare delle rivoluzioni ma solo piccole riforme.
Tu dirai che le rivoluzioni fatte fino ad oggi non hanno ottenuto risultati migliori; tuttavia resta sempre il problema di come spezzare il cerchio delle "civiltà".
Dici, a questo proposito, anticipando quasi le mie idee: "Se per comunismo intendiamo però l’espressione più alta della libertà umana, cioè una società senza classi e senza competizione, senza denaro e senza proprietà privata, una democrazia diretta senza mediazioni e senza burocrazia, senza guerre e conflitti sociali, in armonia con l’ambiente naturale, dove i diritti degli individui coincidono con i loro bisogni, allora è facile capire che tutto ciò potrà verificarsi solo con un unico sistema a livello planetario, non già in una singola nazione".
In pratica vuoi farmi capire che nessuna rivoluzione potrà mai essere efficace finché non sarà mondiale: problema, questo, già ampiamente dibattuto ai tempi di Lenin e Trotski. E' evidente infatti che una nazione deve sapersi difendere dagli inevitabili attacchi da parte degli avversari. Ma se aspettiamo una coscienza universale, chi comincerà per primo? Qualcuno dovrà pur esserci per indurre a credere nella possibilità della transizione? Se il capitalismo fosse così sicuro di sé, perché quando la Russia di Lenin fece la rivoluzione, ben 11 nazioni mandarono truppe in appoggio ai bianchi zaristi?
Su questo che dici comunque sono perfettamente d'accordo: "il comunismo planetario, anche se dovesse realizzarsi tra qualche secolo, non potrebbe prescindere dall’aggregazione di tutti i sistemi federativi della terra. Anzi, per realizzare il comunismo, l’umanità intera dovrebbe essere organizzata in sistemi federativi, come tante “cellule sociali” aggregabili in un corpo unico".
Cioè sono perfettamente convinto che le basi vadano poste adesso, e nel senso che dici tu, e che noi non possiamo sapere il momento in cui la cosa avverrà secondo i nostri sogni; spesso anzi i sogni sono molto pericolosi, specie se si pretende di vederli realizzati in tempi brevi. Noi non sappiamo né il giorno né l'ora - dicono i vangeli, ed è un bene che sia così, altrimenti in nome della verità costruiremmo solo dittature.
Quando parlavo di "società asiatiche" intendevo riferirmi a Cina e India: qui secondo me c'è il futuro delle civiltà antagonistiche, perché in questo momento stanno compiendo uno sforzo enorme di conciliare il peggio della nostra civiltà con il meglio della loro, col risultato che della loro resterà solo quel tanto che basta per far funzionare la futura civiltà meglio di quanto potremmo fare noi occidentali. E questo passaggio di consegne mi sembra naturale, perché noi abbiamo già dato tanto alla distruzione dell'uomo e della natura. Ora è venuto il loro momento per dimostrare che sono più "bravi" di noi (lo dico ovviamente in senso ironico).
Hai presente quando è scoppiata la II guerra mondiale? Sembrava tutto dipendesse dall'Europa. Invece alla fine gli Stati Uniti, con soli 500.000 morti, si sono accaparrati il mondo intero, mentre le altre nazioni, che nel complesso ne hanno avuti 50 milioni, sono state messe al palo. Dunque, perché la stessa cosa non dovrebbe farla la Cina quando verrà il turno degli americani?
Su questo che dici: "Le filosofie orientali, pur accentrando la loro
essenza sul rispetto della natura e degli esseri viventi, affidano al singolo
individuo la sua realizzazione morale, sociale e spirituale, in modo del tutto
indipendente da un’eventuale collaborazione altrui. Non sono quindi adatte
alla costituzione dei nuovi gruppi sociali, che necessitano invece di una
cultura fortemente aggregante".
... non sarei così sicuro. E' tutto da dimostrare che l'individualismo di
queste società sia superiore al nostro. Non siamo noi che ci vantiamo d'essere
creativi proprio perché siamo "individualisti"? E poi è fuor di
dubbio che il loro maggior rispetto della natura sia in qualche modo correlato a
una maggiore esperienza del sociale.
Comunque da quanto dici: "Nella Bibbia ci sono tutti gli ingredienti per
le norme comportamentali di una vita comunitaria. Non per questo prendo la
Bibbia come testo programmatico per mettere in crisi il sistema
capitalistico".
... mi fai venire in mente i cristiani per il socialismo. Cioè coloro che
facevano un'analisi sociale con gli strumenti del marxismo e che davano alla
fine risposte di tipo religioso.
Ma tu fai parte di qualche comunità? Parlami di questo.