Da: Nigra Piero PNigra@libero.it
Inviato: domenica 02 febbraio 2003
Un punto fermo sul quale concordiamo è che l’uomo è il prodotto inevitabile dell’evoluzione biologica. Nello stesso tempo affermi che (fammi capire se non è così), essendo l’uomo il risultato di una continuità che ancora non si è interrotta, è difficile, se non impossibile, tracciare una linea netta di demarcazione tra gli ominidi di qualche milione d’anni fa e l’uomo attuale.
Concordo che l’uomo non si può definire tale solo da quando ha dato inizio alle civiltà mesopotamiche e mediterranee, infatti, io prendo spesso come esempio di “civiltà” proprio i cacciatori-raccoglitori, che non sanno né leggere, né scrivere.
Devo dirti, però, che esiste, nel percorso evolutivo della specie umana, un punto preciso, evidente, che ci consente di affermare che l’uomo è uomo solo da quel momento. Questo momento ha a che fare con la nostra capacità cranica e la nostra struttura cerebrale, perché ciò che ha differenziato la nostra specie da tutte le altre specie animali è l’evoluzione del suo cervello. Quest’organo ha subito un’accelerazione progressiva a partire da circa tre milioni di anni fa, fino ad un rallentamento sempre più brusco e un blocco totale che perdura ormai da quasi trentamila anni: questo è da considerarsi il momento che l’uomo è diventato uomo. L’essere umano è l’apice dell’evoluzione biologica, il limite invalicabile del livello sistemico pluricellulare, un traguardo biologico che non potrebbe (matematicamente) essere superato. Non c’è niente di strano in tutto questo, perché ogni livello sistemico della natura, anche il più basso, ha dei limiti fisicamente invalicabili.
C’è una spiegazione facilmente comprensibile sulle cause del rapido sviluppo del cervello umano, del successivo rallentamento della sua crescita e, infine, del suo arresto definitivo. Se l’argomento ti può interessare potrei inviarti successivamente un file in allegato, perché ora mi occuperebbe troppo spazio ed esulerebbe, forse, dallo scopo del nostro dialogo e non vorrei annoiarti, visto che devi ancora “digerire” i due file precedenti.
La tua ricostruzione sintetica della storia umana e le proiezioni che fai sul lontano futuro, risentono molto della tua convinzione che l’uomo sia un’entità in continuo movimento, indefinibile, inafferrabile, aleatoria. In realtà questo movimento dell’uomo è solo un moto apparente (come il sole attorno alla terra), perché l’essere umano, la sua essenza, è rimasta la stessa da alcune decine di migliaia di anni fa. La sua forza, la sua carne e i suoi sensi, così come la sua mente e la sua ragione e pure la sua coscienza e il suo bisogno spirituale, sono identici a quelli di allora, molto prima che iniziasse la sua storia.
Tutto ciò che ha caratterizzato la storia, ideologia, filosofia, religione, conoscenza, in una parola la cultura umana, è stato un movimento esterno alla sua struttura biologica ed intellettuale, che è rimasta tale e quale a quella dei nostri antichi progenitori. L’uomo non ha più subito migliorie evolutive da quei tempi remoti, semplicemente perché non poteva più evolversi, dal momento che ha raggiunto dei limiti biologicamente invalicabili. Le modifiche genetiche di ogni tipo umano, o razza, sono solo adattamenti ambientali, che non possono scalfire in alcun modo l’identità intellettuale e cognitiva della nostra specie. Non potrà esserci una trasformazione dell’uomo in qualcosa di “etereo”, al di sopra dei parametri naturali, anche se l’ipotesi è proiettata nei prossimi millenni. L’uomo rimarrà sempre ben ancorato a terra, legato dalle leggi e dai meccanismi della natura.
Così come il raggiungimento di uno sviluppo massimo possibile è un meccanismo ripetitivo dell’evoluzione, in tutti i livelli sistemici nei quali è strutturata la natura, così è un meccanismo ripetitivo (e indispensabile) anche la perdita d’identità di un sistema per accedere al livello superiore, dove è ritrovata una nuova identità collettiva. Quando anche il sistema sociale degli antichi cacciatori-raccoglitori ha raggiunto una forma di complessità invalicabile, l’evoluzione poteva progredire il suo cammino solo aggregando i gruppi sociali umani, ma non potevano farlo se non mutavano la loro identità di sistemi “chiusi”, impossibilitati a una collaborazione planetaria. Tutta la storia umana, o, per dirla in termini più appropriati, tutto il processo di “incivilizzazione”, è la conseguenza (casuale) di questa perdita d’identità dell’antico gruppo umano, che ci ha condotti fino all’individualismo competitivo di oggi.
Penso anch’io che il liberismo capitalista sia solo una casualità degenerativa di questo processo, perciò il progresso tecnologico sarebbe comunque avvenuto anche con meno traumi e sofferenze di quelli che ha causato il capitalismo. Il liberismo ha solo accelerato questo processo degenerativo che ha disgregato il gruppo e la sua identità sociale. L’evoluzione tecnologica è stata necessaria per adattarci ad un ambiente e ad un tessuto sociale che mutavano continuamente, accentuando sempre più la distanza dalla nostra natura genetica. Più questa distanza cresceva e più grande diventava il bisogno di tecnologia complessa. Gli attuali cacciatori-raccoglitori non hanno alcun bisogno di tecnologia complessa, perché l’ambiente in cui vivono, la loro struttura sociale e il loro codice genetico coincidono perfettamente.
La natura non aveva “bisogno” del capitalismo per produrre tecnologia, ma c’erano molte probabilità che la degenerazione storica dell’uomo producesse una forma di competizione esasperata tipica del capitalismo. Ora, comunque, il capitalismo c’è e lo dobbiamo tenere, fino a quando non si creeranno le condizioni favorevoli per un cambiamento sostanziale. Concordo che il cambiamento non sarà indolore, ma più che il cambiamento sarà dolorosa la convivenza col capitalismo. La nascita di sistemi federativi, aggregando e coordinando i neonati gruppi sociali detentori di una nuova identità culturale, non fermerà il processo di globalizzazione, né metterà in ginocchio il sistema capitalistico, ma è comunque un modo indolore per uscire dal condizionamento economico e culturale del grande capitale, anche se riguarderà solamente una parte di popolazione. In ogni caso è una “opzione” a disposizione di chi crede che non sia sufficiente abbattere il sistema liberistico, per sanare i mali dell’umanità.
Quando tu parli di superamento del capitalismo intendi la sostituzione di un sistema con un altro di livello superiore, tolgo uno per mettere l’altro, ma la natura ci dice che i cambiamenti non sono mai avvenuti in questo modo. Per esempio, mentre continuava la formazione di elementi atomici sempre più pesanti (dei quali l’uranio rappresenta il limite), da qualche parte dell’universo c’erano già elementi atomici più semplici e leggeri che davano forma a svariati sistemi molecolari. Quando i batteri diversificavano la loro forma, le loro caratteristiche biochimiche e continuavano ad accrescere le loro dimensioni (fino a un punto limite), c’erano già batteri piccoli e semplicissimi, i mitocondri, che collaboravano per dare vita ai primi sistemi cellulari. Quando i rettili accrescevano mostruosamente le loro dimensioni ed erano i dominatori del pianeta, c’erano già piccoli mammiferi che stavano formando i primi sistemi sociali tra i vertebrati. Non trovo illogico pensare che, mentre la megalomania occidentale vorrà conquistare non solo il pianeta, ma il sistema solare, si formeranno i primi sistemi federativi. Non è mai accaduto che, per costituire un sistema di livello superiore, sia stato necessario eliminare prima i sistemi di livello inferiore: le due cose possono evolversi contemporaneamente, anche se non potranno mai convivere. Una società comunistica potrebbe perciò essere contemporanea del capitalismo, a patto che si evolva separata da esso.
Se per comunismo intendiamo però l’espressione più alta della libertà umana, cioè una società senza classi e senza competizione, senza denaro e senza proprietà privata, una democrazia diretta senza mediazioni e senza burocrazia, senza guerre e conflitti sociali, in armonia con l’ambiente naturale, dove i diritti degli individui coincidono con i loro bisogni, allora è facile capire che tutto ciò potrà verificarsi solo con un unico sistema a livello planetario, non già in una singola nazione. Quando parlo di sistema planetario intendo quindi questo traguardo dell’umanità, il comunismo. Quelle che chiamo autonomie comunitarie o microsocietà autonome o cellule sociali, sono invece dei sistemi federativi, ossia la federazione di un certo numero di gruppi sociali. Solo questi tipi di strutture possono costituirsi e moltiplicarsi all’interno delle nazioni, ma il comunismo planetario, anche se dovesse realizzarsi tra qualche secolo, non potrebbe prescindere dall’aggregazione di tutti i sistemi federativi della terra. Anzi, per realizzare il comunismo, l’umanità intera dovrebbe essere organizzata in sistemi federativi, come tante “cellule sociali” aggregabili in un corpo unico. La natura è strutturata così e può solo strutturarsi in questo modo, perché è la forma meno dispendiosa di energia, la più funzionale, la più stabile. Cercare di superare il capitalismo, senza tenere conto di questo dato di fatto, significa perseguire un obiettivo che non potrà mai portare al comunismo (ammesso che questo sia il nostro obiettivo comune).
Non ho capito bene l’intendimento di questa tua frase: “La nostra civiltà, borghese e capitalista, è certamente destinata a essere superata da forme di civiltà più evolute (quelle asiatiche?)….”
Come civiltà asiatiche ti riferivi a quelle di nazioni attualmente esistenti? In questo caso la risposta è piuttosto ovvia. Tutte le attuali nazioni asiatiche “emergenti” (non solo il Giappone, ma anche la Cina, la Corea e le “tigri” asiatiche) sono solo la brutta copia della civiltà occidentale, borghese e capitalistica (la stessa Cina si sta avviando rapidamente a questa degenerazione) che, in cambio di un progresso industriale, stanno distruggendo un tessuto sociale e culturale millenario. Forse queste nazioni potranno anche superarci tecnologicamente, ma lo potranno fare solo passando attraverso un capitalismo esasperato. Come civiltà asiatiche ti riferivi forse alle filosofie orientali (la qual cosa mi suonerebbe un po’ strana)? Qualsiasi filosofia orientale è moralmente più sana del liberismo capitalista, ma se mi stavi chiedendo una mia opinione sulla possibilità che il capitalismo possa essere superato da una delle suddette filosofie, la mia risposta è no, non lo credo possibile. Le filosofie orientali, pur accentrando la loro essenza sul rispetto della natura e degli esseri viventi, affidano al singolo individuo la sua realizzazione morale, sociale e spirituale, in modo del tutto indipendente da un’eventuale collaborazione altrui. Non sono quindi adatte alla costituzione dei nuovi gruppi sociali, che necessitano invece di una cultura fortemente aggregante.
Ho letto i tuoi scritti e le tue deduzioni sull’A.T. e sul N.T. e non li ritengo certo privi di logica. L’ipotesi di vedere Gesù Cristo come capo di una rivoluzione antiromana, come liberatore materiale e non spirituale, potrebbe anche essere verosimile. Paolo avrebbe anche potuto trasformare il Cristo rivoluzionario nel figlio di Dio, rafforzando in questo modo la “pax romana” e mettendo fine alla rivoluzione. Anzi, esportando così la controrivoluzione in tutto l’impero romano. Potresti anche avere ragione sul fatto che i testi biblici sono “incredibilmente manipolati”. Potresti avere ragione su tutte le tue ipotesi, ma il punto non è questo. Ai fini di un certo tipo di ragionamento non è determinante sapere chi era effettivamente Cristo, se quello che è scritto è stato detto veramente da lui o se ci sono stati aggiustamenti a posteriori. Nemmeno è importante sapere se tutto ciò è stato fatto in funzione antiromana oppure il contrario.
La domanda che mi pongo è questa: la cultura umanistica laica che può essere tratta da questo miscuglio di manipolazioni mistiche, politiche e morali, avrebbe qualche utilità per aggregare e coordinare, in modo funzionale e stabile, gli individui in gruppi sociali e questi ultimi in federazioni? Certo che sì! Se la regola aurea mi permette di collaborare attivamente con gli altri membri del mio gruppo sociale e con gli altri gruppi della federazione, la devo buttare via perché non sono sicuro di chi ne è veramente l’autore? Il mio desiderio non è di guadagnarmi un posto nel paradiso celeste, non ci credo. Il mio desiderio è di collaborare con altre persone per cercare di costituire un’organizzazione che punti alla formazione di gruppi sociali, con una nuova identità culturale, che possano aggregarsi in federazioni autonome. Per fare questo è necessaria una cultura che aggreghi in maniera altruistica, che spinga a collaborare, a tollerare, a incoraggiare. “Fai agli altri ciò che desideri che gli altri facciano a te”! Ti invito a trovare, nel caso mi fosse sfuggita, una cultura simile o superiore, nel passato e nel presente della storia umana. Per la verità già Confucio e la legge mosaica avevano elaborato una loro “regola aurea”, anche se in forma negativa: “Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te”. Se ci pensi bene, però, questa formula non spinge alla collaborazione, ma all’indifferenza. Non m’importa se Cristo era un rivoluzionario o un pacifico bonaccione, ma so che ciò che ha detto (o chi per lui, non ha nessuna importanza) rappresenta quella cultura umanistica laica che vado cercando, e che completa la naturale espressione del nostro codice genetico. Nella Bibbia ci sono tutti gli ingredienti per le norme comportamentali di una vita comunitaria. Non per questo prendo la Bibbia come testo programmatico per mettere in crisi il sistema capitalistico.
Hai citato casualmente i Testimoni di Geova e condivido grosso modo le tue opinioni. Ora, però, ti chiedo di fare un’operazione di pulizia culturale. Prova a togliere dai Testimoni di Geova la loro parte mistica, il loro rituale (come ad esempio la questione del sangue), le loro vedute pseudoscientifiche (lasciamo perdere...), cosa rimane? Un’organizzazione efficiente! Congregazioni composte di persone moralmente sane, che sono disposte ad aiutarsi vicendevolmente, a costo di sacrifici, a tollerare e perdonare le mancanze altrui. Conosco parecchi di loro e li ritengo persone affidabili e leali. Insomma, li vedo come la conferma che il pensiero cristiano applicato sia indispensabile per garantire i buoni rapporti all’interno delle microsocietà autonome comuniste.