DIALOGO A DISTANZA SUI "MASSIMI SISTEMI" |
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Da: Enrico Galavotti
Sai che su questo non riesco bene a seguirti. Per me la natura non ha leggi che l'uomo non conosca, cioè se l'uomo non conosce ancora le leggi della natura è perché in realtà non conosce ancora se stesso. Il fatto che ancora non si conosca l'antimateria o non si veda la profondità dei buchi neri è nulla rispetto al fatto che ancora non vogliamo accettare l'idea che la coscienza umana va considerata come una voragine senza fondo, assolutamente incommensurabile alle capacità interpretative umane. La conoscenza della natura può aiutarci a comprendere l'essere umano, ma solo fino a un certo punto. L'essere umano è una realtà infinitamente più profonda e più complessa di qualsiasi analisi interpretativa. Per questo non faccio differenza tra natura naturans e natura naturata, cioè tra sostanza e forme della natura. La natura è solo un contenitore il cui contenuto essa non è in grado di comprendere. Quando salvo i miei files nella cartella documenti (l'universo) devo preventivamente creare delle sottocartelle (l'organizzazione dell'universo), perché nell'universo mi perdo e ho bisogno di ridefinire lo spazio di accesso ai dati in maniera schematica. Mi rendo conto della limitatezza di questo agire, perché sicuramente uno stesso file potrebbe stare in cartelle diverse tra loro, ma quello che più mi preme è che certi files io possa trovarli subito, sapendo bene dove andarli a cercare. Cioè voglio dirti che alla fine la natura non è altro che un contenitore che mi permette di gestire delle cose la cui importanza va ben oltre la classificazione e l'archiviazione dei documenti. Se un fulmine mi mandasse in malora il pc e mi facesse perdere tutta l'organizzazione reticolare o gerarchica dei materiali, inclusi tutti i documenti contenuti nelle cartelle, una cosa però rimarrebbe del tutto inalterata: il fatto che quei documenti io li ho digeriti nella mia mente, li ho salvati in una memoria di massa che è il mio cervello e se qualcuno mi stimola con degli interrogativi, in maniera relativamente facile io vado a recuperare tutto quello che per me è davvero importante, non perché abbia una memoria formidabile ma semplicemente perché l'inconscio conserva infinite relazioni tra le cose. Quello che non riesco a recuperare probabilmente non era così importante. E' davvero indispensabile sapere tutto? La conoscenza ci fa davvero progredire? Aver consapevolezza di poter fare con la scienza e la tecnica cose inimmaginabili fino a qualche decennio fa, è davvero un segno di progresso, un indice di sicurezza? Gli animali non sanno in alcuna maniera che di fronte alla potenza dell'uomo non possono fare nulla e che l'unico animale in grado di distruggere l'uomo è l'uomo stesso, anzi, se guardassimo le cose in maniera metafisica, dovremmo dire che l'uomo non è in grado di distruggere se stesso neppure fisicamente, in quanto vi è in lui un aspetto che va al di là dei limiti della natura. In definitiva l'uomo può distruggersi spiritualmente soltanto cercando di non essere quello che è. E in questa autodistruzione egli non ha comunque neppure facoltà di scomparire definitivamente, non solo perché è continuamente soggetto a trasformazione ma anche perché non ha proprio facoltà di autodistruggersi definitivamente e irreversibilmente. Noi siamo destinati a esistere. Possiamo solo scegliere il modo o le forme, e dalla scelta operata possiamo ricavare gradi più o meno grandi di felicità o di soddisfazione personale. Non credo in un processo evolutivo dell'uomo in cui l'uomo possa scoprire cose che già non aveva sin dalla nascita. Tutte le sinfonie di Beethoven erano già nei tasti del suo pianoforte: si trattava soltanto di tirarle fuori con l'ingegno creativo. Se non abbiamo la possibilità di dire che l'uomo è quello che è sin dalla nascita, allora l'uomo del lontano passato cui ci riferiamo, non era tale, ma qualcos'altro. L'uomo si sta costruendo un destino che non era quello preventivato, poiché alla conoscenza doveva arrivare nell'innocenza non nella colpevolezza, ma nonostante la deviazione dallo standard, l'uomo sarà comunque in grado di giungere allo scopo per cui è nato, recuperando ciò che ha perduto. Per me l'esigenza di recidere il cordone ombelicale che lo legava alle comunità primitive è stata una falsa esigenza. E in questo il marxismo classico ha capito poco. Noi siamo destinati a riscoprire il valore del passato, in cui si era ignoranti ma innocenti, seguendo la strada della scienza ma anche della colpevolezza: arriveremo all'innocenza consapevole di sé passando attraverso immani tragedie (quando invece, secondo me, avremmo potuto fare un percorso analogo senza alcuna tragedia). Forse dovremmo parlare di un'altra cosa: del concetto di tempo in relazione al nesso uomo/natura. Che senso ha il tempo? Perché è irreversibile? Possiamo avere nel microcosmo una concezione del tempo applicabile anche al macrocosmo? Quello che succede nell'esistenza individuale di una persona può essere considerato una sintesi paradigmatica di processi infinitamente più vasti e complessi? Se mi rispondi a queste domande così come mi aspetterei se le rivolgessi a me stesso, allora mi confermerai nell'idea che non esiste alcuna differenza tra la concezione tolemaica o copernicana del sistema solare, nel senso che sapere che non il sole gira attorno alla terra ma il contrario, non è di alcuna utilità ai fini della comprensione dell'identità umana e non incide in alcun modo sul compito che dobbiamo porci di un'esistenza diversa. La scienza non serve a nulla ai fini dello sviluppo dell'umanità dell'uomo: è solo uno strumento con cui manifestarla, ma siccome per poterla manifestare in modo adeguato la scienza dovrebbe essere compatibile coi processi naturali, posso dichiarare in tutta sicurezza che la scienza moderna, a partire da Galileo, ponendosi in violazione dei principi della natura, non solo non serve a nulla ai fini dello sviluppo morale dell'uomo, ma gli è addirittura nociva, per una serie infinita di ragioni, la prima delle quali è la pretesa che con la scienza si possa rinunciare al sapere orale trasmesso dalle generazioni che ci hanno preceduto, alle conoscenze radicate nelle tradizioni popolari. Il fatto stesso che io agisca nell'ambito lavorativo in maniera esattamente opposta a quello che ti scrivo, dovrebbe farti capire in quale guazzabuglio di contraddizioni noi, con tutta la nostra scienza, siamo precipitati. Dimmi dunque cos'è il tempo per te, perché solo una certa visione del tempo mi permette di avere una visione olistica del rapporto uomo-natura. |
Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani