Mi fa piacere che tu abbia accolto l’invito a questo dialogo a distanza. Affermi che le tue parole sono dure, ma esprimono lo stesso sentimento che provo io. Non le ammorbidire affatto e mantieni pure quest’atteggiamento “verace”, perché anch’io penso che i compromessi possono alterare il nostro libero arbitrio. Accetto la tua premessa che il libero arbitrio va difeso da chi pensa di essere in diritto di “regolare” la libertà altrui, anche con la forza, ma con la forza della ragione, perché nel momento in cui perdiamo questa abbiamo perduto anche il nostro libero arbitrio.
Qui non si tratta di lottare da disperati per affermare dei diritti in questo sistema competitivo, che tende invece a reprimerli, ossia non si tratta di porre unicamente una qualunque resistenza, ma di promuovere un’azione “uguale e contraria”, nei limiti delle nostre possibilità reali, per non combattere contro i mulini a vento. Concordo con te che questa transizione non può venire dall’alto, ma dovrà necessariamente partire dal basso. Non a caso ti dicevo che è necessario prendere a modello la natura. In natura i cambiamenti importanti avvengono sempre in gruppi che sono ai “margini “ di una specie e che, riproducendosi, vanno progressivamente a sostituire la vecchia specie stessa. Bada bene che non ho detto che il comportamento di un gruppo influenza il comportamento degli altri gruppi, ma va col tempo a sostituirli, perché sono tra loro inconciliabili.
Cercare di modificare il governo di un paese per realizzare il bene comune equivarrebbe a cercare un cambiamento dall’alto, in altre parole un nonsenso in natura. Cercare di imporre un bene comune senza il consenso degli ipotetici beneficiari significa che, lo dico con parole tue, “la storia si ripeterà all’infinito: chi vince si comporterà come lo sconfitto”.
I popoli, le culture e i confini nazionali sono solo il risultato di conflitti storici (non è tutto questo il frutto della disubbidienza che ci ha fatto cacciare dal giardino dell’Eden?), che sempre hanno annullato il libero arbitrio degli individui. Che senso ha, allora, parlare di autodeterminazione dei popoli, di lotta per la difesa dei confini nazionali o di difesa dei valori delle tradizioni popolari? All’interno di quel popolo o di quella nazione si potrebbe forse realizzare il bene comune, consapevole, consenziente, senza violazione del libero arbitrio? Sarebbe solamente un cambiamento imposto dall’alto e il ciclo ricomincerebbe….
Apprezzo il tuo sentimento umanitario quando dici che il nemico non va attaccato e distrutto, ma la natura ci dice che non è così. Un virus o una cellula cancerosa, quando sono individuati, sono attaccati e distrutti. La stessa storia umana c’insegna che il potere politico ed economico, di qualsiasi colore esso sia o sia stato, si è difeso da “cellule deleterie” cercando deliberatamente di distruggerle. Come dunque tutelare il nostro libero arbitrio senza il rischio di essere distrutti? Come realizzare il bene comune creando le basi di un consenso consapevole?
La transizione che dovrebbe portare a un’esistenza basata su un bene comune non può cominciare modificando il governo di un qualunque paese (anche se insignificante), ma unicamente con la nascita di comunità relativamente autonome, anche in paesi di cultura completamente diversa. Il nostro corpo non è forse formato da miliardi di comunità indipendenti e autosufficienti (che abbiamo chiamato convenzionalmente cellule) che collaborano tra loro fino a formare un organismo unico? E’ proprio copiando la struttura delle cellule del corpo umano che si potranno realizzare le condizioni di un bene comune consapevole e consenziente, dove gli interessi altrui corrispondono ai nostri interessi.
L’esperienza evolutiva della natura è molto più affidabile di qualsiasi ideologia umana, che, la storia dimostra, è in ogni modo destinata a decadere nel tempo. In queste “cellule sociali” si potranno ripristinare le condizioni ideali del comunismo primitivo, utilizzando la tecnologia per la difesa dell’ambiente naturale e della stessa natura umana. Saranno entità di dimensioni limitate, di esclusiva proprietà collettiva dei loro abitanti, dove si potrà eliminare di netto la competizione economica e i danni materiali e morali che questa produce.
Dobbiamo solo seguire gli insegnamenti che ci offre una qualunque cellula biologica per arrivare ad aver insediamenti altamente tecnologici, con tasso d’inquinamento “zero” (non è solo un modo di dire); dove è possibile effettuare un’efficace medicina preventiva e la totale assistenza ai deboli (bambini, malati, anziani); dove non ci sarà proprietà privata né uso del denaro; dove ognuno potrà avere un lavoro soddisfacente e l’evoluzione della tecnologia potrà ridurre effettivamente il tempo di lavoro; dove non ci saranno conflitti tra individui, classi sociali e generazioni, ma ci sarà solidarietà, altruismo, fratellanza…. Sembra un bel sogno, è vero? Eppure è più facile cambiare tutto a livello locale che cambiare una sola virgola delle leggi di una nazione o, ancor più, a livello planetario.
E’ importante, però, come tu rilevi, che queste realtà sappiano difendersi da chi inevitabilmente cercherà di distruggerle. Come? Innanzi tutto non contrapponendosi allo stato ma …. (spero che questa non ti suoni come un’aberrazione) collaborando con esso. Queste “cellule” (che potranno collaborare a distanza anche se inserite in nazioni diverse) dovranno, come le cellule biologiche, gestire autonomamente il loro metabolismo, cioè dovranno puntare almeno all’autosufficienza alimentare e consumare quello che producono, senza vendere o scambiare assolutamente niente. Questo impedirà di entrare in competizione col mercato esterno e di recare disturbo a chicchessia.
Per contro la maggior parte della tecnologia, almeno inizialmente, sarà comprata dall’esterno, perciò, non solo queste”cellule” avranno il diritto di esistere, ma saranno incoraggiate a farlo perché rappresenterebbero un mercato appetibile per il potere economico. Una parte dei giovani della collettività presteranno la loro opera in aziende private o pubbliche, per un breve tempo, corrispondente a un normale periodo di leva, fornendo il denaro per l’acquisto della necessaria tecnologia, dopo di che potranno tornare nella sicurezza della comunità per il resto della loro vita e saranno sostituiti da altri giovani nel loro incarico. Anche questa non è un’idea inventata al momento, ma è l’indicazione che ci dà il corpo umano, che invia il necessario numero di globuli rossi a “guadagnare” la preziosa valuta esterna, l’ossigeno, che dovrà servire al funzionamento di ogni singola cellula dell’organismo. Inoltre è necessario sfruttare tutte le opportunità e gli incentivi che lo stato elargisce alle entità meno dispendiose di energia o che hanno un tasso d’inquinamento ridotto o che possono garantire la Tutela ambientale di un piccolo territorio nazionale (il territorio della “cellula sociale”) anche se esiguo.
Perché resistere allo stato a livello nazionale e lottare per il diritto alla scuola, all’assistenza sanitaria e sociale, per un lavoro sicuro, per la riduzione dell’orario lavorativo, per un migliore rapporto cittadini-istituzioni, per migliori servizi, ecc., o addirittura per tentare di prendere un potere nazionale che non si potrebbe mai usare per il bene comune, quando tutte queste cose (in condizioni notevolmente migliori) si possono ottenere in modo completo e senza conflitti sociali, usufruendo di leggi già esistenti nel territorio nazionale? E’ questo che intendevo quando ho detto che è necessario promuovere un’azione “uguale e contraria” allo stato, servendosi dello stato, collaborando con le sue istituzioni.
Questo non è un compromesso con lo stato, perché vorrei vivere in un sistema che dia piena soddisfazione al mio libero arbitrio. Non mi accontento dei vantaggi illusori che lo stato può dare, come il “beffardo” diritto di voto o, se faccio il bravo, magari ottengo un posto di lavoro temporaneo e sottopagato, oppure, se un “onorevole è mio compaesano, posso sperare che siano rifatti nuovi i servizi cittadini. Solo in queste “cellule sociali” potremmo creare delle strutture dove l’esistenza è basata sul bene comune, senza nemici da cui difendersi. Se mai dovesse esserci un’aggressione esterna (per quale motivo poi?) sarebbe lo stesso stato a prendere le difese di un “suo” territorio. Se poi per ipotesi tutto lo stato fosse formato da queste “cellule” (così che nel frattempo avranno formato “tessuti”, “organi”, “apparati”) di che bisognerebbe preoccuparsi?
Nel mondo, questo è certo, continueranno, come sempre, i conflitti tra le nazioni e i conflitti sociali all’interno delle nazioni, così come, in forme e strumenti sempre diversi, continuerà l’indottrinamento dei “sudditi” di entrambe le parti e ci saranno sempre molte persone disposte a sacrificarsi per la libertà, per i diritti, per la patria o per un posto in paradiso. Perché sperare che in un momento qualsiasi della storia umana (perché non prima o non dopo) possa verificarsi un’inversione di tendenza nazionale o planetaria? Non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo cambiare la nostra vita e di coloro che sono disposti a condividere spontaneamente il bene comune. Se il mondo cambierà sarà solo per il proliferarsi di queste microsocietà autonome rispettose della natura umana, non già per rivoluzioni violente che sono alimento per altre rivoluzioni e lascerebbero le cose sostanzialmente immutate.
Bene, per ora basta così altrimenti ti ubriaco e invece vorrei da te un’opinione lucida. E’ probabile che ci siano molte cose che non approvi nelle mie convinzioni. E’ normale, ma è per questo che ritengo utile confrontarsi: capire quali sono i propri errori d’interpretazione.