IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


GUERRA GIUSTA E INGIUSTA

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Tecnicamente, l'uso delle armi ha senso soltanto quando esistono realisticamente delle possibilità di successo. Quando non si sa interpretare la realtà con la dovuta accortezza, il ricorso alle armi è sempre frutto di avventurismo. Questo perché le armi offrono l'illusione di un successo facile, immediato.

Per essere sicuri della vittoria - ovviamente di questo non si può mai essere sicuri al 100% - occorre che l'esigenza di far ricorso alle armi venga sentita dalla grande maggioranza della popolazione, perché poi dovrà esser questa a difendere, in un modo o nell'altro, la "causa" (il territorio, la popolazione, le risorse, i beni naturali e culturali, ecc.) dagli attacchi del "nemico".

Se il popolo non si convince di questo, significa che la "causa" è stata portata avanti in maniera sbagliata. Quando noi diciamo che il terrorismo ha sempre torto, anche quando alle menti illuminate sembra aver ragione, lo diciamo perché non è sufficiente che una causa sia giusta per pretendere che il popolo la difenda sino in fondo.

Non c'è quindi modo di sapere a priori quand'è il momento giusto per impugnare le armi e combattere il "nemico". E' sufficiente, a tale scopo, stare all'erta, vigilare. Soprattutto occorre continuamente verificare se esistono alternative allo scontro armato. Se è vero che la politica è l'arte del possibile, a maggior ragione lo è quando sono in gioco le vite di milioni di persone. A priori non si può stabilire nulla.

Le armi s'impugnano quando non esistono alternative praticabili, ovvero quando tutte le soluzioni parlamentari, tutti i negoziati sono stati rifiutati o comunque non hanno sortito risultati soddisfacenti per entrambe le parti.

In guerra c'è sempre chi attacca e chi si difende; se tutti pensassero solo a difendersi, probabilmente non esisterebbero guerre, ma, al massimo, le chiusure aristocratiche o l'isolazionismo.

Certo è che se chi detiene il potere pensa solo a difendersi, contro una marea sterminata che chiede pane e lavoro, è difficile pensare che una guerra (anche interna alla singola nazione) non debba scoppiare.

Il concetto di guerra non può riferirsi soltanto agli atteggiamenti aggressivi o di irriducibile chiusura, ma anche agli atteggiamenti di chi reclama la legittima difesa per la propria sopravvivenza.

La guerra è sempre uno spreco incredibile di risorse umane e materiali, nonché una ferita profonda inferta alla natura; tuttavia essa diventa inevitabile quando sono in gioco le motivazioni profonde dell'agire umano. Quando vivere diventa impossibile, la guerra diventa inevitabile. E poiché siamo fatti di carne, ci combattiamo "fisicamente", ma se anche questo ci fosse in qualche modo impedito, ci combatteremmo con armi "immateriali", la cui violenza sarebbe non meno devastante. Quante "guerre domestiche" tra coniugi o tra genitori e figli altro non sono che scontri tra "coscienze" con opposte concezioni di vita...

La pace proclamata dai potentati economici e politici ha il solo scopo di garantire dei privilegi acquisiti. Non a caso quando tali privilegi cominciano a essere minacciati, i primi a chiedere il ricorso alle armi son proprio i ceti dominanti, i quali, fino a poco tempo prima, raccomandavano caldamente al popolo di non ricorrere mai alla forza, all'uso della violenza.

Spesso le guerre scoppiano solo perché una sparuta minoranza di privilegiati è riuscita, con l'inganno, a convincere buona parte della popolazione che la causa per cui si doveva combattere non era privata ma pubblica.

Quando sono le masse a soffrire le catene dello sfruttamento, il ricorso alla guerra può diventare l'unica soluzione praticabile. In particolare le masse dovrebbero puntare sulla "guerra civile", cioè sulla guerra interna alla nazione, e non sulla guerra militare tra Stati, perché queste guerre sono sempre "di conquista" e di regola vengono scatenate dai governi in carica e non dai popoli.

Ai popoli, in genere, non interessa combattere contro altri popoli, a meno che non vi siano indotti con l'inganno dai governi, i quali infatti, pur di evitare le guerre civili, preferiscono scatenare quelle militari.

Ai popoli deve interessare combattere i governi interni e soprattutto ciò che essi rappresentano: gli interessi dei potentati economici. Sono questi potentati che, grazie ai governi compiacenti, possono sfruttare e opprimere popolazioni differenti, siano esse interne ai confini della nazione, o esterne, come p.es. le popolazioni neocoloniali.

Per questi potentati economici e politici la guerra è un gioco al massacro, in quanto essi direttamente non si lasciano coinvolgere (a meno che non abbiano da lucrarci sopra), preferendo delegare il compito a una parte affamata della popolazione, disposta a trasformarsi in mercenari di professione, pronti a qualunque tipo di delitto.

Poiché le guerre vengono materialmente fatte dai militari e non dai politici o dagli imprenditori, i militari, prima ancora di impugnare le armi, dovrebbero chiedersi per quale causa è necessario ch'essi rischino la loro vita e se questa causa è davvero così importante da richiedere il sacrificio di migliaia, se non milioni di persone.

La libertà di coscienza deve penetrare anche nelle file delle forze armate, scardinando i principi disumani della cieca obbedienza ai superiori o del mors tua vita mea o del si vis pacem para bellum o quello moderno secondo cui la guerra è la politica condotta con altri mezzi, e via dicendo.

Non solo, ma le operazioni belliche andrebbero sottratte a forze armate specializzate, in quanto dovrebbero diventare competenza dell'intero popolo. In una democrazia diretta e autogestita se ha un senso molto relativo la delega dei poteri ai rappresentanti del popolo, ne ha ancora meno quando si tratta di difendere con le armi il territorio in cui si vive.

SULL'ESIGENZA DELLA GUERRA

Le guerre scoppiano perché dal momento in cui s'è persa l'occasione per risolvere le contraddizioni del sistema, queste contraddizioni si sono accumulate a tal punto da rendere scettica la maggioranza dei cittadini sulla possibilità di risolverle con mezzi pacifici.

Ora, siccome nessuno può sopportare all'infinito le sofferenze, diventa relativamente facile credere che la guerra sia il mezzo migliore per superarle, al punto che ci si illude che, se anche nell'immediato essa non farà che aggiungere dolori a dolori, in futuro le cose cambieranno certamente.

In realtà, le guerre, di per sé, non possono risolvere alcuna contraddizione, essendo l'effetto e non la causa del malessere generale (anche se, in quanto effetto, esse possono essere causa di nuovi malesseri). Al massimo le guerre possono esasperare a tal punto i conflitti sociali da indurre le forze progressiste ad assumere con coraggio la guida di una nazione.

La storia infatti dimostra che, all'inizio della crisi del sistema, l'occasione di cambiare le cose si presenta come fattibile a gruppi sociali relativamente ristretti, quelli più consapevoli. Se questi gruppi sprecano, per debolezza, il momento favorevole, le contraddizioni si moltiplicano o si acuiscono, ma in tal modo vi è anche la possibilità che gruppi sociali ben più vasti possano prendere coscienza della crisi del sistema e reagire con decisione. Molto naturalmente dipende dall'atteggiamento degli intellettuali.

Certo, la fatica è diventata maggiore in quanto l'ostacolo da abbattere è diventato più grande, ma se vi è consapevolezza di massa, la fatica sarà soltanto proporzionata al compito (relativa cioè alle esigenze del momento storico).

Ecco perché, in sostanza, bisogna essere ottimisti. Bisogna cioè credere che vi è sempre la possibilità di risolvere i problemi, se si concentrano gli sforzi verso un obiettivo comune. L'esigenza di una guerra non fa altro che esprimere uno scetticismo di massa, indotto da quelle forze regressive che vogliono conservare lo status quo.

PSICOLOGIA DELLA GUERRA

Durante la guerra tra Irak e Quwait chi, in Occidente, desiderava l'intervento militare delle forze dell'ONU, riteneva d'essere nel "giusto" rispetto a chi, non volendo quell'intervento, dava l'impressione di voler conservare lo status quo dell'aggressione irakena. L'interventismo ha offerto più appigli del pacifismo al desiderio di cambiare le cose. Ecco perché l'Occidente è potuto intervenire con così grande facilità.

Le critiche degli interventisti ai pacifisti diventano in effetti motivate ogniqualvolta il pacifismo si presenta in maniera astratta, ovvero quando le condanne ch'esso emette nei confronti di certi soprusi e violazioni patenti del diritto, non sortiscono alcun effetto. Basta vedere le molte "condanne morali" inflitte dall'ONU a partire dal 1945 sino ad oggi!

Tuttavia, la soluzione interventista è di per sé illusoria, a prescindere dalle intenzioni di chi la sostiene. Gli interventisti, in genere, sono dei fatalisti, in quanto ritengono che le cose possano cambiare solo magicamente, per virtù di eventi ineluttabili (o che tali appaiono), cioè indipendenti dalla volontà dei singoli individui. Gli interventisti infatti non si ritengono mai responsabili (neppure indirettamente) dello scoppio dei vari conflitti sociali o anche delle guerre. La guerra, per loro, è sempre "inevitabile", è una sorta di "legittima difesa" di una o di molte nazioni contro un nemico plateale.

Naturalmente la guerra non può modificare alcuna situazione se non in peggio (basta vedere il disastro sociale, economico ed ecologico che ha provocato quella del Golfo per convincersene). La guerra, soprattutto quella moderna, non premia i "forti" né, tanto meno, i "buoni", né punisce i "deboli" o i "cattivi". Essa è una tragedia per tutti, in quanto abbruttisce l'umanità facendola regredire paurosamente.

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Dire che la guerra è voluta prevalentemente dai soggetti violenti e individualisti, avrebbe senso solo all'interno della psicologia sociale, ma non ne avrebbe ovviamente all'interno del campo economico o politico. Taluni strati o classi sociali: piccola borghesia, professionisti, intellettuali..., che avvertono la loro condizione con frustrazione, perché si rendono conto che le contraddizioni sono sempre più acute e la loro capacità di risolverle sempre più scarsa, credono di trovare la loro realizzazione (almeno momentanea), la loro soddisfazione personale, affidandosi alla magia delle soluzioni unilaterali: guerre, colpi di stato, dittature militari, ecc. Credono in queste cose anche senza ricavarne un immediato o diretto vantaggio economico. I vantaggi sono più di tipo psicologico. Costoro cioè s'illudono che sia possibile un cambiamento delle cose. I più disonesti si servono proprio di tali soluzioni per non dover affrontare alcun problema, cioè per distrarre l'opinione pubblica, per deviare l'attenzione e gli interessi anche, se possibile, degli elementi sociali più coscienti.

In effetti, i grandi problemi sociali (che poi si riflettono sulla vita privata) non possono rimanere irrisolti per troppo tempo. Essi rischiano di produrre conseguenze imprevedibili: il malessere diventa sempre più grande, i sintomi o le terapie diventano sempre più irrazionali. I politici e gli statisti borghesi hanno il terrore di dover perdere il loro potere a causa del persistere di tali problemi irrisolti.

Essi si servono degli strati sociali meno consapevoli (inclusi quelli intellettuali) per tutelare le loro posizioni. La soluzione estrema, unilaterale, autoritaria, bellica... è il "dio" che tutti invocano per risolvere dei problemi molto più vasti e complessi (o almeno per dare la parvenza che lo si è fatto). E così, se in politica interna si evoca la pena di morte contro l'anonima sequestri, per quale ragione non si dovrebbe evocare una punizione esemplare (con tanto di armi di sterminio di massa) per l'Irak di Saddam Hussein? Le due richieste partono da una medesima esigenza: quella di far giustizia il più presto possibile, nella maniera più efficace e in modo da lasciare un segno per i futuri "criminali".

Sono proprio queste persone (specie quelle che giustificano tale estremismo) che di fronte a obiezioni pacifiste, si appellano alla "inevitabilità" degli eventi, alla mancanza di valide o praticabili "alternative". Al massimo, i più onesti si chiedono: "Cosa si dovrebbe fare? Dobbiamo dargliela vinta? Dove andremo a finire se andiamo avanti così?". E' sul problema del "fare" che bisogna discutere con queste persone, dimostrando loro che un fare "collettivo", ragionato, garantisce risultati più sicuri, più efficaci, anche se per ottenerli occorre più tempo, più fatica, più coinvolgimento personale.

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Le guerre scoppiano perché dal momento in cui s'è persa l'occasione per risolvere le contraddizioni del sistema, queste contraddizioni si sono accumulate a tal punto da rendere scettica la maggioranza dei cittadini sulla possibilità di risolverle con mezzi pacifici.

Ora, siccome nessuno può sopportare all'infinito le sofferenze, diventa relativamente facile credere che la guerra sia il mezzo migliore per superarle, al punto che ci si illude che, se anche nell'immediato essa non farà che aggiungere dolori a dolori, in futuro le cose cambieranno certamente.

In realtà, le guerre, di per sé, non possono risolvere alcuna contraddizione, essendo l'effetto e non la causa del malessere generale (anche se, in quanto effetto, esse possono essere causa di nuovi malesseri). Al massimo le guerre possono esasperare a tal punto i conflitti sociali da indurre le forze progressiste ad assumere con coraggio la guida di una nazione.

La storia infatti dimostra che, all'inizio della crisi del sistema, l'occasione di cambiare le cose si presenta come fattibile a gruppi sociali relativamente ristretti, quelli più consapevoli. Se questi gruppi sprecano, per debolezza, il momento favorevole, le contraddizioni si moltiplicano o si acuiscono, ma in tal modo vi è anche la possibilità che gruppi sociali ben più vasti possano prendere coscienza della crisi del sistema e reagire con decisione. Molto naturalmente dipende dall'atteggiamento degli intellettuali.

Certo, la fatica è diventata maggiore in quanto l'ostacolo da abbattere è diventato più grande, ma se vi è consapevolezza di massa, la fatica sarà soltanto proporzionata al compito (relativa cioè alle esigenze del momento storico).

Ecco perché, in sostanza, bisogna essere ottimisti. Bisogna cioè credere che vi è sempre la possibilità di risolvere i problemi, se si concentrano gli sforzi verso un obiettivo comune. L'esigenza di una guerra non fa altro che esprimere uno scetticismo di massa, indotto da quelle forze regressive che vogliono conservare lo status quo.

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Il fatto che l'umanità abbia compreso, anche scientificamente, che una guerra termonucleare mondiale porterebbe alla sua stessa autodistruzione, non significa che tale rischio, d'ora in avanti, debba considerarsi definitivamente scongiurato, ma significa soltanto che se delle forze dotate di enormi poteri militari volessero far scoppiare una guerra del genere, lo farebbero sempre meno nell'illusione di potersi salvare e sempre più nella consapevolezza di potersi anche autodistruggere.

Per timore che questo avvenga, le forze progressiste non possono comportarsi come se ciò dovesse inevitabilmente avvenire, poiché in tal modo esse offrirebbero un incentivo alle forze reazionarie. L'umanità deve smettere di credere nell'esistenza di una qualche inevitabilità al bene o al male. Il suo destino non è scritto nei cieli, ma è unicamente frutto della libertà. Ecco perché dobbiamo considerare la coesistenza pacifica come un concetto superato. Non possiamo più accontentarci di una tregua, dando per scontato che prima o poi scoppierà una nuova guerra tra capitalismo e socialismo. Chi considera la diversità in termini antagonistici è perché ha paura del confronto sul terreno della pace. Non possiamo offrire dei pretesti a chi considera la diversità come una minaccia per la propria identità o addirittura per la propria esistenza.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015