IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


SULL'ESTREMISMO IDEOLOGICO

I - II - III - IV - V - VI - VII

[ I ]

Quello che fa più paura, dell'estremismo di sinistra, è la netta separazione ch'esso pone fra politica e morale. Non solo la morale è tutta racchiusa nella politica, ma la politica è tutta racchiusa in una concezione ideologica dell'esistenza che divide gli uomini in "bianchi" e "neri". Il concetto di "proletariato", ad es., è del tutto ipostatizzato. Il proletariato è il bene in sé, a prescindere dal suo reale comportamento; e, per converso, la borghesia è il male in sé.

Questo modo di vedere le cose non è semplicemente anti-dialettico, ma può anche essere fonte di pericolose conseguenze criminali. In nome di ideali che appaiono tra i più giusti del mondo si possono commettere gli abusi più orrendi. Questo naturalmente vale per ogni ideologia, filosofia o religione. Basti citare come esempio lo stalinismo, i cui limiti il leninismo non poteva prevedere in tutta la loro crudezza, in quanto l'estremismo politico di sinistra non era mai andato al potere prima di Stalin.

L'estremismo è una forma di cinismo: come tale, esso sacrifica sull'altare del puro potere politico qualunque considerazione umanistica. È vero, può anche farlo in buona fede, ma fino a un certo punto.

[ II ]

Ci sono al mondo uomini così ottusi, così abituati alla violenza (fisica e soprattutto morale) e ai rapporti di forza -frutto, questo, di un'esistenza frustrata e individualistica- che credono sia tanto più facile smascherare le debolezze o le contraddizioni del cosiddetto "nemico di classe", quanto più riescono a impaurirlo con la forza delle loro armi (incluse quelle della critica) o della loro organizzazione politica, e non riescono assolutamente ad accettare l'idea che si possa smascherare tale "nemico" il "colpo demolitore", cioè tutto l'odio di cui sono capaci. Come avvoltoi e iene che si gettano su una preda uccisa da altri o morta di vecchiaia e malattia, essi vorrebbero ereditare un patrimonio di faticose lotte democratiche alle quali non solo non hanno partecipato, ma hanno anche opposto una strenua resistenza.

Queste persone, che hanno paura di confrontarsi con la realtà perché temono di rivelare il loro "niente", si riempiono la bocca di parole rivoluzionarie come "ideologia proletaria", "lotta di classe", ecc., nutrendo in realtà sentimenti piccolo-borghesi di invidia, gelosia, vendetta, e non sanno neanche cosa sia il rispetto dei valori umani, e non credono assolutamente che ogni uomo rischia, ogni giorno dell'anno, di diventare un nemico di se stesso. Questi uomini sono più pericolosi del cosiddetto "nemico di classe", poiché se riescono a infiltrarsi nel socialismo democratico sanno camuffarsi bene col loro fraseologismo rivoluzionario o di sinistra, e solo dai loro "frutti" che si possono riconoscere.

[ III ]

Ultimamente l'estremismo di sinistra odia la perestrojka perché, non avendo (avuto) altra esperienza pratica, oltre al socialismo reale, con cui legittimare le proprie aspirazioni politiche e il proprio fraseologismo rivoluzionario, si sente tradito, espropriato di un bene di cui pensava d'avere l'assoluto monopolio. La sua astrattezza gli impedisce non solo di cogliere le motivazioni reali che hanno potuto generare un fenomeno così vasto e profondo come la perestrojka, ma anche di trovare un nesso realistico, adeguato tra le proprie parole e la propria vita concreta, quotidiana.

QUANDO LA VIOLENZA È GIUSTA?

Si può usare la violenza contro la violenza? Sì, tant’è vero che è prevista la legittima difesa.

Qual è la differenza tra violenza e legittima difesa? Normalmente si dice che il violento è colui che attacca per primo, ma spesso si dice anche che non c’è molta differenza tra chi “attacca” e chi si “difende” quando il modo di comportarsi è identico.

In realtà non ogni violenza è quella che appare. Quando uno Stato è padrone della forza militare, o pochi imprenditori sono padroni dei mezzi produttivi, la violenza quotidiana che si esercita sui cittadini non è tanto “fisica”, quanto “sociale”, “culturale” e “morale”. In tal senso la legittima difesa dei cittadini potrebbe anche porsi in assenza di una specifica violenza fisica. Lo Stato oggi è talmente forte da non aver più bisogno dell’uso della forza fisica, a meno che non vi sia costretto dalla “resistenza” dei suoi cittadini.

Supponiamo che di fronte alla legittima difesa dei cittadini (legittima perché essi difendono il diritto a un’esistenza dignitosa), lo Stato, gli imprenditori comincino ad usare la violenza fisica (che è poi quella poliziesca e militare), quale diventerebbe il limite che distingue una violenza “giusta” da una violenza “ingiusta”?

Questo limite, ovviamente, non può basarsi esclusivamente sui mezzi che s’impiegano. Tecnicamente parlando può non esserci alcuna differenza tra le armi dell’oppressore e quelle dell’oppresso. Certo, l’oppresso, se difenderà i suoi interessi per realizzare la vera democrazia e non per sostituirsi semplicemente all’oppressore, cercherà di non usare i mezzi bellici in maniera indiscriminata e senza alcun rispetto dei diritti umani. Normalmente l’oppressore, sentendosi isolato, ha meno remore nei confronti del futuro: quando perde, distrugge tutto.

In ogni caso la differenza principale nell’uso dei mezzi bellici non è cosa che possa essere vista a occhio nudo. Essa infatti riposa nello scopo che ci si prefigge, nella motivazione di fondo che regge l’agire violento.

La violenza dell’oppresso è giusta quando non è gratuita e soprattutto quando è finalizzata al bene della stragrande maggioranza dei cittadini, che vanno continuamente interpellati sull’uso di questa violenza.

Chi pensa di dover rinunciare all’uso della violenza a favore delle masse oppresse, per timore di commettere un’azione immorale, fa oggettivamente gli interessi dell’azione violenta degli oppressori e commette, inevitabilmente, un’azione ancora più immorale, poiché per non difendere i tanti finisce col difendere i pochi.

L’uso della violenza non va giudicato astrattamente, ma in base alle circostanze del momento. Non è forse vero che l’oppressore, quando vede la resistenza degli oppressi allo sfruttamento, giustifica l’uso della propria violenza appellandosi al principio della “legittima difesa”? Le parole di per sé non vogliono dire nulla se non si scoprono gli interessi che danno loro un significato.

IL TERRORISMO DI STATO

Di regola, nelle società cosiddette antagonistiche, il terrorismo è di stato, nel senso che la classe dominante si serve di metodi più o meno brutali per reprimere gli oppositori, e quanto più questi sono forti tanto più forte è il terrorismo.

Che lo Stato faccia questo nell'area metropolitana o nelle sue colonie o neocolonie, non cambia assolutamente nulla. Quando il potere si sente minacciato oltre un certo livello, non esiste alcuna "zona franca".

Il contro-terrorismo che operano i gruppi di estrema sinistra che si dichiarano anti-statalisti, non ha mai avuto alcuna possibilità di successo, proprio perché è deficitario sul piano strategico. Esso ha mezzi infinitamente minori per mascherare se stesso agli occhi della pubblica opinione, la quale non può desiderare di passare da una dittatura a un'altra.

Il terrorismo statale non tollera concorrenti di alcun genere e quando ha a che fare col terrorismo di gruppi privati non ha esitazione a usare le maniere forti, a meno che non decida di usare quello stesso terrorismo di sinistra per compiere azioni vantaggiose alla stabilità del sistema. Ma per fare questo occorre cioè avere una intelligence abbastanza evoluta per potersi infiltrare nelle linee del nemico.

E' significativo che il terrorismo statale rifiuti a priori di trattare con qualunque forma di terrorismo privato, anche quando è in gioco la vita di una persona. Al terrorismo statale interessa unicamente il proprio potere, e il rifiuto di trattare viene sbandierato come una forma di coerenza coi principi della democrazia. Ecco perché esso lascia sacrificare le persone sequestrate dai terroristi, in nome della ragion di stato, che va salvaguardata ad ogni costo.

Un atteggiamento del genere lo si ritrova spesso nella storia degli Stati Uniti, ma l'abbiamo visto anche in Italia, nel corso della vicenda Moro. E lo vediamo ancora oggi nel rapporto degli inglesi con gli irlandesi o nel rapporto degli spagnoli coi baschi.

Il terrorismo statale può essere vinto solo con la democrazia. Ma perché ciò avvenga occorrono tre cose:

  1. una crisi economica che affami la gente;
  2. il crollo delle illusioni sulle capacità dello Stato nel risolvere la crisi;
  3. la volontà di un'organizzazione di massa tesa a realizzare la rivoluzione politica e la sostituzione dello Stato con l'autogoverno della società.

Il terrorismo dei gruppi privati, essendo sostanzialmente settario, di regola si ferma al secondo punto, non avendo la pazienza di aspettare il "furore delle masse".

VIOLENZA E NON-VIOLENZA

La non-violenza non serve a far cadere i governi corrotti, reazionari. Una dittatura può anche ridurre il proprio arbitrio, ma lo farà solo per continuare a governare. La non-violenza non spaventa nessuno. In Sudafrica il governo razzista ha ammesso la sconfitta non perché c'era la non-violenza di Mandela, ma perché esistevano forti pressioni internazionali. Lo stesso accadde nell'India di Gandhi. I paesi capitalisti han bisogno dei mercati mondiali: non possono restare isolati, basandosi sull'autoconsumo.

Tuttavia, senza una rivoluzione vera e propria, i conflitti al massimo si attenuano, ma non si superano. È assurdo pensare che una dittatura accetti di lasciarsi superare dalla non-violenza. Anzi, in genere, accade il contrario: se all'arbitrio non si reagisce con fermezza, il potere non avrà motivo di non continuare a usarlo. La non-violenza va bene non per abbattere le dittature, ma per costruire l'alternativa dopo averle abbattute, e solo a condizione che tutti siano disarmati e che le contraddizioni fondamentali siano state risorte.

In tal senso è stato un errore gravissimo dello stalinismo sostenere che quanto più si edifica il socialismo, tanto più forte è la reazione negativa dei fautori del capitalismo. Dicendo questo, non si faceva altro che istituzionalizzare l'uso della violenza da parte del governo.

Quando si preparano le rivoluzioni armate, la non-violenza serve per dimostrare che la violenza è unicamente dalla parte del potere corrotto e autoritario. La non-violenza serve per acquisire consenso, non come criterio di strategia generale. Infatti essa è relativa: le masse rivoluzionarie non useranno violenza finché questa non verrà usata da chi le domina.

La violenza non può essere gratuita, ma solo una forma di legittima difesa. Una non-violenza ad oltranza viene predicata solo dei poteri dominanti e solo per convincere i ceti oppressi a non ribellarsi. L'ideologia della non-violenza ad oltranza impedisce qualunque rivoluzione, poiché ipostatizza un atteggiamento, prescindendo da qualunque svolgimento dei fatti. È soltanto una posizione schematica, ideologica, finalizzata a difendere i poteri costituiti.

La differenza tra rivoluzione violenta e non-violenta sta unicamente nel fatto che la prima non considera le persone individualmente responsabili del sistema che difendono. La lotta infatti è contro un sistema, non contro le persone: è una lotta di idee. Eliminare singole persone di governo significa fare del terrorismo.

Chi domina deve avere terrore di chi patisce ed è pronto a ribellarsi, ma proprio perché sa che la ribellione sarà di massa. È evidente che quando si ottiene un consenso di massa attorno a una determinata idea di società alternativa, l'esigenza di usare la violenza, da parte di chi cerca un'alternativa, sarà minore, poiché si spera sempre che tra le persone di governo vi sia qualcuna riluttante a buttarsi in una repressione di massa, il cui esito potrebbe essere molto incerto.

Ma questo non vuole affatto dire che chi ha organizzato una rivoluzione di massa, non debba essere pronto a difenderla anche con le armi. Una rivoluzione che non si sa difendere, non vale nulla. E il potere deve capire che è giunta la sua ora: nel momento culminante dell'azione rivoluzionaria di massa non vi possono essere titubanze, tentennamenti. Sarebbe da irresponsabili indugiare nei momenti decisivi.

Non si può giocare a fare i rivoluzionari. Non si possono consegnare nelle mani della reazione migliaia o decine di migliaia di persone, nella convinzione che una grande repressione scuoterà le coscienze e indurrà gli incerti ad aderire alla rivoluzione. Sono piuttosto i dittatori ad affermare di aver bisogno di almeno mezzo milione di morti per poter sedere al tavolo delle trattative di pace.

Questi calcoli cinici e meschini, che non tengono in alcuna considerazione la vita umana, non si giustificano neanche di fronte alla peggiore dittatura e non potranno certo costituire la base su cui costruire una valida alternativa. In nessun momento l'azione rivoluzionaria può porsi in maniera contraddittoria ai fini che vuole realizzare. Il fine certamente giustifica i mezzi, ma non fino al punto da sacrificare i valori umani. Non abbiamo bisogno né di gesuiti né di machiavellici.


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015