STORIA DEL MEDIOEVO
Feudalesimo e Cristianesimo medievale


IL COMUNE MEDIEVALE

I - II

Artigiani medievali riuniti in corporazioni

I) L'istituzione comunale sorge in Italia nell'XI sec., laddove gruppi di cittadini o di abitanti del contado si danno degli ordinamenti giuridico-politici autonomi, sottratti al controllo della feudalità laica e/o ecclesiastica.

II) Nelle campagne vi possono essere Comuni signorili, nati dall'associazione di piccoli feudatari, e Comuni rurali, sorti dall'iniziativa solidale di agricoltori emancipatisi dai vincoli del servaggio. Tuttavia, i Comuni più importanti sono quelli urbani. Nelle città erano infatti confluiti molti feudatari piccoli proprietari e molti servi della gleba (a quest'ultimi si prometteva la possibilità di esercitare un mestiere liberamente scelto, di fare lasciti ereditari, ecc.): associandosi con la precedente popolazione cittadina (borghesi, artigiani, professionisti), essi crearono delle associazioni di popolo (Corporazioni o Arti) e di nobili (Consorterie), che costituirono la base economica per fare delle rivendicazioni di carattere politico.

III) Origine del Comune. Il Comune è un organismo statale (città-stato) in cui si attuano forme di autogoverno politico: esso ha un ordinamento repubblicano, in quanto la fonte del potere risiede nell'assemblea popolare. L'esercizio dell'autogoverno è collegiale e soggetto a pubblici controlli. All'origine della formazione del Comune sta un atto associativo di natura privata, giurata e volontaria, costituito per tutelare, inizialmente, solo gli interessi e diritti di ciascuno dei singoli associati. Col tempo l'associazione, mirando a estendersi, forzatamente, a tutti gli abitanti della città o borgo, cominciò ad esercitare funzioni pubbliche. Il patto comune e giurato di solito veniva fissato in Carte o Statuti che avevano carattere obbligante per tutti i contraenti e costituivano il fondamento giuridico-politico (costituzionale) del Comune, che stabilivano cioè i limiti entro cui i poteri della sovranità potevano essere esercitati. Questo soprattutto nell'Italia centro-settentrionale, dove l'autorità dell'Impero germanico era più formale che reale. Nell'Italia meridionale (normanna) e nei paesi europei, ove le monarchie erano già abbastanza forti, la rinascita della vita cittadina non portò a forme di autogoverno politico, ma solo a forme di emancipazione economica, di sviluppo amministrativo e di affermazione di taluni diritti civili.

IV) L'autogoverno comunale. Nella società feudale il governo signorile trovava la sua fonte nell'atto d'investitura da parte del sovrano: l'autorità si giustificava solo se veniva riconosciuta dall'alto. Viceversa, nella società comunale l'autorità procede per investitura popolare, in quanto il popolo è chiamato a raccolta in assemblee periodiche. Fino all'XI sec. tali assemblee erano convocate per compiti puramente amministrativi e consultivi dal vescovo-conte o dal signore del contado. Nel Comune invece l'assemblea esercita poteri legislativi, deliberativi, elettivi (elegge i supremi magistrati del potere esecutivo) e controlla l'esercizio dei poteri e l'amministrazione civile. Vi è quindi una sorta di democrazia politica, anche se col termine "popolo" va inteso solo il ceto dei notabili, cioè quei cittadini più in vista nella vita civile e politica, per censo o ruolo sociale: i nobili (magnati), cioè i piccoli feudatari che avevano contribuito a fondare il Comune; il popolo grasso (grande borghesia, industriale o commerciale, organizzata nelle Arti Maggiori), che a poco a poco si sostituirà ai nobili nel governo della città. Il popolo minuto (media e piccola borghesia, artigiani, organizzati nelle Arti Medie e Minori), insieme alla plebe-operai salariati, aspirava a partecipare al governo della città.

V) L'assemblea popolare e l'evoluzione del potere esecutivo. Si tende a suddividere la formazione e sviluppo dell'assemblea popolare in due grandi periodi:

a) Periodo Consolare (sec. XI-XII) in cui il governo è esercitato dai Consoli (da 2 a 20) che durano in carica un anno e hanno il potere esecutivo, cioè il comando delle forze di terra e di mare, per assicurare l'ordine pubblico e la sicurezza della città da minacce esterne: in questo periodo il gruppo dominante è di origine aristocratica; dal Consiglio Minore (detto Senato o Consiglio di Credenza), composto dai capi delle famiglie più importanti, preposto agli affari ordinari della vita pubblica: esso assiste i Consoli e ne controlla l'operato; dal Parlamento (Arengo), cioè l'Assemblea di tutti i notabili e borghesi, che elegge i magistrati e tratta gli affari di maggiore importanza. Poiché è troppo numeroso, il Parlamento si riunisce poche volte e in sua assenza funziona il Consiglio Maggiore, composto dai soli cittadini aventi i pieni diritti politici. Questo Consiglio esercita sia il potere costituente, in quanto emana lo Statuto cittadino, sia il potere legislativo, in quanto emana tutta la legislazione ordinaria. Delibera anche sui problemi più impegnativi e urgenti, decide della pace e della guerra, cura le relazioni con gli altri Stati, controlla l'amministrazione generale mediante apposite magistrature. Elegge i Consoli, i Podestà, i Dogi, i Capitani del popolo, tutti i supremi magistrati.

b) Periodo Podestarile (sec. XIII). Intorno alla metà del sec. XII il governo collegiale dei Consoli è sostituito dal potere unico esercitato dal Podestà, che è in genere forestiero, incaricato per un anno. La sua istituzione riflette l'esigenza della borghesia di allargare i propri poteri nei confronti del ceto aristocratico. Sarà infatti dalle continue discordie tra i partiti (aristocratico e borghese) che emergerà la necessità di un governo imparziale. Quindi, anche se l'organo di governo non è più collegiale come quello dei Consoli, la base democratica della vita cittadina si è estesa.

VI) Verso la metà del XIII sec. il potere esecutivo evolve verso l'istituzione del Capitano del popolo. L'alta e media borghesia, insieme al popolo minuto, organizza proprie compagnie di armati, in città e nel contado, e ne affida la direzione al Capitano del popolo, che esercita anche funzioni giudiziarie e di polizia in difesa degli interessi popolari. Il Consiglio delle Arti (Priori, Anziani), cioè gli esponenti delle corporazioni artigiane, e il Consiglio del popolo (composto sempre di elementi piccolo-borghesi) assiste il Capitano del popolo. In un primo momento coesistevano due Comuni, uno (popolare) nell'altro (aristocratico), ma col prevalere del popolo grasso i due Comuni si fonderanno nel nuovo Comune democratico-borghese. Non tutti i Comuni seguiranno questo schema (a Venezia p.es. l'unico ceto dirigente fu quello mercantile-marinaro, che non ebbe mai bisogno di lottare contro l'aristocrazia terriera. La lotta politica perciò si svolse qui tra potenti gruppi di famiglie all'interno di una classe omogenea. La struttura oligarchica della repubblica veneta si manterrà inalterata sino alla fine del '700).

VII) Le Corporazioni (o Arti). Erano associazioni di mestiere di carattere padronale, sorte verso la metà del XII sec., che univano in un solo corpo gli artigiani di un medesimo ramo industriale, con esclusione dei salariati (solo in casi di grande attività venivano assunti operai salariati). Le più importanti Arti erano quelle Tessili, ma anche quelle dei mercanti, banchieri, professionisti (medici, avvocati...).. Esse tutelavano gli interessi di tutta l'Arte, regolando la produzione e il commercio in modo da adeguarli al consumo, fissando i prezzi, i salari, le ore di lavoro, la qualità dei prodotti, impedendo la concorrenza e cercando anche d'influire sulla vita politica. Chiunque voleva esercitare un'arte-mestiere doveva iscriversi alla relativa Corporazione, prima come apprendista-garzone, che lavorava gratis o con un minimo compenso, per imparare l'arte; poi diventava socio-compagno, e assisteva il padrone dell'azienda, partecipando agli utili; infine poteva anche diventare maestro, cioè padrone di un'azienda.

CONSIDERAZIONI

I

L'esperienza comunale dei secoli XI-XIII fallì in Italia non perché fu inaugurata dalla borghesia, ma perché, dopo esserlo stato, fu dalla borghesia ostacolata nel suo naturale sviluppo democratico.

La borghesia creò le città, ma poi le ampliò e le fortificò pensando soprattutto a salvaguardare i propri interessi. Fu giusta la lotta contro i ceti nobiliari (laici ed ecclesiastici), viziati dal privilegio e dall'abuso costante del potere, ma fu ingiusta la repressione dei ceti medio-piccoli.

Il passaggio dal Comune alla Signoria (o Principato) fu causato proprio dall'incapacità della borghesia di essere democratica. Non che non fosse necessario allargare i confini (nonché l'esperienza politica) del Comune, coinvolgendo i Comuni minori; è che tale ampliamento doveva avvenire nel rispetto dell'autonomia locale e non - come poi avvenne - fagocitando le realtà sociali ed economiche minori.

Lo stesso rispetto dell'identità locale sarebbe dovuto avvenire durante la transizione dagli Stati divisi tra loro all'unità nazionale, alla fine dell'Ottocento. Questo perché ogniqualvolta si afferma l'esigenza di un governo superiore, più vasto e complesso, occorre salvaguardare, in modo particolare, le necessità della sfera locale, gli interessi dei ceti più deboli, altrimenti l'accentramento si trasformerà in una dittatura dei ceti più forti.

II

IL PAPATO TRA COMUNI BORGHESI E IMPERATORI TEDESCHI

Si è fatto un gran dire dei Comuni italiani sorti intorno al Mille. Gli storici han parlato di nascita della democrazia borghese e della laicizzazione dei costumi.

E' tuttavia abbastanza singolare che i Comuni nascano senza essere intenzionati a riconoscere, se non formalmente, alcuna autorità ad essi superiore. Inizialmente la chiesa li lascia fare, perché spera d'averli dalla sua parte contro gli imperatori germanici, sempre desiderosi, per oltre tre secoli, d'inglobare il Mezzogiorno nel loro impero: cosa che lo Stato della chiesa non poteva assolutamente permettere, temendo di restare compresso in una morsa insostenibile.

Sembra che i Comuni si rendessero perfettamente conto di questo grave conflitto d'interessi tra papato e impero (iniziato col sassone Ottone I, scoppiato col francone Enrico IV e trascinatosi fino alla Bolla d'oro del 1356), e abbiano, in un certo senso, voluto approfittarne. I Comuni sono ghibellini soltanto quando vi sono scontri politici diretti col papato (p.es. per competenze territoriali), ma in genere le loro tendenze anti-imperiali sono sempre state molto esplicite. Come se tra papato e Comuni vigesse un accordo di questo tipo: il papato aiutava ideologicamente e politicamente i Comuni intenzionati a non riconoscere l'autorità dell'imperatore, se non formalmente, e, in cambio, i Comuni aiutavano il papato a sconfiggere militarmente gli imperatori che volevano annettersi il Mezzogiorno, invece che limitarsi a riconoscerlo come facente parte dello Stato della chiesa.

Ma chi aveva insegnato ai cittadini fondatori dei Comuni a comportarsi in maniera così spregiudicata? Un atteggiamento del genere lo si vede, in effetti, sin dal loro sorgere, quando p.es. pretendono di usare il contado circostante come una grande area da sfruttare economicamente. Gli imperatori tedeschi (anche quelli che vogliono opporsi alla teocrazia pontificia) non vengono mai apprezzati in Italia, se non da una ristretta minoranza di intellettuali, meno che mai quando vogliono opporre alla teocrazia il loro cesaropapismo.

Le città italiane sono nate sulla base di "Statuti" e di "giuramenti", ma il loro spirito è "anarchico", in quanto non tollerano poteri superiori, meno che mai quando questi poteri non sono disposti a scendere a patti, a intavolare trattative; e la loro pratica politica ed economica è decisamente "imperialistica", in quanto le classi egemoni vogliono progressivamente dominare tutto il territorio circostante e persino i Comuni più piccoli. L'esperienza comunale vuole essere totalizzante: di qui i continui conflitti tra poteri forti e poteri deboli, sia all'interno che all'esterno.

Tale arroganza i cittadini dei Comuni non potevano averla appresa che dalla stessa chiesa, la quale, sin dai tempi di Carlo Magno, aveva rifiutato di riconoscere l'autorità del basileus bizantino e s'era enormemente impegnata nel cercare di costituirsi come un vero e proprio "Stato", senza limitarsi ad essere una semplice "chiesa di stato", come appunto quella orientale.

Il papato era diventato una carica ambita dall'aristocrazia romana e tutto l'alto clero godeva di enormi privilegi: di qui il nepotismo e la simonia. Alla fine dell'alto Medioevo la corruzione era generalizzata e i feudatari tedeschi pensarono fosse giunto il momento d'imporre, in nome d'una maggiore serietà etica, il loro cesaropapismo, dimostrando ch'erano in grado di ereditare l'impero carolingio, rovinato dall'anarchia feudale.

Tuttavia fecero i conti senza l'oste, cioè senza tener conto che della corruzione dell'alto clero italiano avevano pensato di avvalersi anche le classi mercantili e artigiane, le quali si costituirono appunto come Comuni "borghesi", nei cui confronti il clero non poteva certo dirsi autorizzato a bloccare sul nascere la ricerca d'un profitto economico meramente privato.

E che i livelli corruttivi fossero molto elevati è dimostrato anche dal fatto che la cosiddetta "riforma di Cluny", che fece scoppiare la lotta per le investiture ecclesiastiche, in sé ben motivata, non ebbe altro scopo finale che quello d'imporre a tutta Europa la "teocrazia", già ben visibile sotto i carolingi. Cioè, sotto il pretesto d'una corruzione morale, si portò il "papocesarismo" alla sua forma più estrema e assolutamente insopportabile.

In altre parole, alla crisi morale dell'alto clero secolare, il clero regolare più intellettuale e determinato impose una svolta autoritaria tutta politica, che sarebbe stata utilizzata non solo contro il cesaropapismo dei germanici, ma anche contro le eresie (ovvero contro la libertà di pensiero), contro i movimenti riformatori, contro l'impero bizantino e gli islamici, contro le tribù pagane del nord-est dell'Europa.

La riforma gregoriana venne usata anche contro la simonia, cioè la compravendita di cariche ecclesiastiche, resa inevitabile dal fatto che, avendo rotto la chiesa romana la continuità nella successione apostolica, nei confronti della chiesa ortodossa, e avendo imposto il primato del pontefice in funzione anti-conciliare, diventava relativamente facile fare mercimonio delle cariche ecclesiastiche (in questo i Sassoni, con l'istituzione dei vescovi-conti, non avevano fatto altro che portare alle conseguenze più logiche una prassi che a Roma era già in vigore nei confronti dello stesso pontefice).

Tuttavia nei confronti delle città borghesi il papato mantenne un atteggiamento ambiguo: le puniva soltanto quando si mettevano dalla parte dell'imperatore o quando ostacolavano i tentativi espansionistici dello Stato della chiesa, ma per il resto l'intesa era abbastanza buona. La borghesia infatti aveva capito che alla chiesa era meglio non chiedere una spartizione del potere politico, almeno non nell'immediato, e neppure una riforma di tipo religioso (nel suo insieme la borghesia non appoggiò mai i movimenti pauperistici ereticali): il mercante, l'artigiano (poi imprenditori), il libero professionista avevano soltanto bisogno di una certa libertà d'azione economica, e su questa la chiesa acconsentì.

Il papato non poteva ancora sospettare che proprio in virtù di questa libertà economica, la borghesia, un giorno, a partire soprattutto dalla riforma protestante, le avrebbe imposto uno scisma irreparabile o le avrebbe comunque ridimensionato di molto i poteri politici ed economici.

Se non vi fosse stato lo scisma luterano, la chiesa romana, molto probabilmente, avrebbe convissuto pacificamente anche con l'Umanesimo e il Rinascimento, che sicuramente erano molto più laici di Lutero e di Calvino, ma l'avrebbe fatto solo a condizione che la borghesia non provasse mai a fare una rivoluzione anticlericale come quella francese del Settecento.

III

Il Comune è stata una risposta borghese, e quindi sbagliata, alle contraddizioni antagonistiche del feudalesimo. Così come la Signoria è stata un'altra risposta borghese - questa volta dei ceti medio-alti - alle contraddizioni antagonistiche del Comune.

Poi è venuto il Principato e infine lo Stato. Con lo Stato si è avuto il massimo dell'illusione borghese: l'equidistanza, la neutralità, l'interclassismo...

La differenza tra il Comune e lo Stato sta unicamente nella diversa "forza" della borghesia, la quale forza, a sua volta, è dipesa dalla diversa struttura dei mezzi produttivi.

Oggi è assurdo voler tornare al primato del Comune - quale ente locale -, in contrapposizione agli interessi dello Stato: la grande borghesia, che per commerciare ha bisogno di un territorio non solo nazionale ma internazionale, non permetterà mai a queste illusioni della piccola-borghesia di concretizzarsi.

Il Comune potrà avere un primato in sede amministrativa, ma non l'avrà mai in sede politica, a meno che con una guerra di vaste proporzioni non venga distrutta la compagine statale.

Oggi l'alternativa allo Stato capitalistico, che ha ingrandito a dismisura le contraddizioni antagonistiche che caratterizzavano, in piccolo, l'esperienza comunale, non può essere né un ritorno al Comune, né la realizzazione di un ente più grande dello stesso Stato (p.es. il comando imperiale di un dittatore, come si è verificato nel periodo nazi-fascista).

Un ritorno al Comune farebbe della nazione una facile preda degli Stati limitrofi o degli Stati che, in questo momento, dominano la scena mondiale, a livello economico, politico e militare.

Viceversa, la creazione di un ente superiore, di una struttura sovranazionale non farebbe che acutizzare le contraddizioni del capitalismo, anche se in un primo momento si avrebbe l'illusione di un loro superamento. Il problema, in realtà, è quello di uscire da questa spirale perversa.

L'alternativa al capitalismo è il socialismo democratico. Come questo socialismo vada realizzato, soprattutto dopo il fallimento del socialismo amministrato, è cosa tutta da verificare.

Alcuni princìpi si potrebbero però si potrebbero considerare irrinunciabili:

1. primato del valore d'uso sul valore di scambio;
2. primato dell'autoconsumo sul mercato;
3. primato dell'autogestione sulla separazione del produttore dai mezzi produttivi;
4. primato del lavoro agricolo su quello industriale e commerciale;
5. tutela assoluta dell'integrità della natura;
6. primato della democrazia diretta su quella delegata;
7. primato delle autonomie locali sugli organi centrali;
8. difesa militare e poliziesca affidata al popolo e non a reparti specializzati;
9. unità di lavoro intellettuale e manuale;
10. uguaglianza dei sessi nel rispetto delle diversità;
11. unità delle scienze nel rispetto delle specificità;
12. libertà di coscienza, di pensiero, di religione, di espressione artistica..., nel rispetto della libertà altrui.

LA LOTTA DELL'IMPERO CONTRO I COMUNI

FEDERICO BARBAROSSA (1152-1190)

I) Dopo la lotta per le investiture, le posizioni della Chiesa si erano consolidate, ma il declino dell'Impero permise anche lo sviluppo, soprattutto in Italia, di nuovi organismi politici autonomi: i Comuni, dove veniva emergendo una nuova classe sociale: la borghesia.

II) Con la morte dell'imperatore francone Enrico V (1125), che aveva firmato il Concordato di Worms, si aprì in Germania una lotta dinastica, durata circa 30 anni, fra i sostenitori della Casa di Baviera (guelfi) e quelli della Casa di Svevia (ghibellini): questo impedì agli imperatori d'intervenire efficacemente nelle vicende italiane. Il compromesso fu raggiunto quando le due grandi famiglie decisero di affidare a quella di Baviera il controllo di quasi tutta la Germania settentrionale, mentre quella sveva avrebbe ottenuto, con Federico Barbarossa, la corona imperiale.

III) L'imperatore, attraverso una serie di legami feudali, poteva esercitare il suo dominio in Germania, Italia, Borgogna, Boemia e altre regioni minori. A tale scopo però aveva prima bisogno d'essere incoronato "sovrano dell'Occidente cristiano" a Roma. La "riconquista" dell'Italia diventava così inevitabile. E l'occasione si presentò quando il suo intervento venne richiesto da più parti: 1) dal papato, contro il Comune di Roma, che rivendicava una maggiore democrazia politica, e contro i Normanni, che gli negavano la possibilità di influenzare politicamente il Sud; 2) dalle piccole città lombarde (Como, Lodi,,,), in lotta contro Milano, la quale mirava a estendersi sempre di più, come molte altre grosse città (Firenze, Pisa...).

IV) Il programma politico di Federico I era il seguente: 1) ristabilire la sua autorità sulle città italiane, annullando la loro autonomia politica e quelle prerogative del potere sovrano (regalìe) di cui esse si erano arbitrariamente impossessate (ad es. amministrare la giustizia, stipulare trattati politici, esigere imposte e dazi, battere moneta, tenere degli eserciti, ecc.); 2) estendere il suo dominio nell'Italia meridionale, cacciando i Normanni; 3) riaffermare la supremazia dell'Impero sulla Chiesa.

V) Le discese del Barbarossa in Italia furono sei:

1) Durante la prima distrusse varie piccole città, mentre a Roma dovette affrontare una rivoluzione democratica capeggiata dal monaco Arnaldo da Brescia (Repubblica Romana). La Chiesa pretese, in cambio dell'incoronazione imperiale, la cattura e l'esecuzione capitale del monaco. Cosa che, quando avvenne, scatenò nella città dei tumulti antimperiali così forti che costrinsero l'imperatore a tornare in Germania. Intanto tra il papato e i Normanni si stipulò un accordo a Benevento, in base al quale il papa otteneva il riconoscimento della sua sovranità feudale sul regno e ne dava l'investitura al sovrano normanno.

2) Nella seconda discesa, l'imperatore, in una Dieta a Roncaglia, impose a tutti i Comuni di accogliere tra le loro mura i suoi rappresentanti (messi o podestà) per l'esercizio dei diritti imperiali, nel senso che i più importanti poteri comunali potevano essere esercitati solo col consenso del delegato imperiale (Costitutio de regalibus). La rivolta dei Comuni fu generale. Per tutta risposta Crema e Milano vennero distrutte. Tuttavia, quando il Barbarossa cercò di estendere anche al campo ecclesiastico il tentativo di riprendersi tutti i suoi poteri, il papato reagì scomunicandolo. Nel frattempo molti Comuni dell'Italia settentrionale si erano organizzati in due Leghe antimperiali (veronese e lombarda), ottenendo l'appoggio del papato. Visto ciò, l'imperatore preferì ritirarsi in Germania.

3-4) La terza discesa si risolse in un nulla di fatto. Nella quarta, l'imperatore decise di evitare le città lombarde e di muovere direttamente verso Roma, al fine d'insediarvi un antipapa. Una grave pestilenza scoppiata nel suo esercito lo obbligò a tornare in Germania.

5-6) Le ultime due discese furono caratterizzate da vari trattati di pace. A ciò l'imperatore fu costretto dopo la totale sconfitta militare subìta a Legnano (1176). Con la Pace di Costanza (1183), i Comuni ottennero il riconoscimento dei loro diritti di giurisdizione, autogoverno, difesa e coalizione, accettando, a loro volta, di dichiararsi formalmente dipendenti dall'Impero e di vincolarsi ad alcuni obblighi fiscali. Nella sesta discesa, che fu la più importante, il Barbarossa, malgrado l'opposizione del papato, riuscì a far sposare il figlio Enrico VI con Costanza d'Altavilla, ultima erede legittima del regno Normanno di Napoli e Sicilia. Alla morte del Barbarossa (avvenuta durante la terza crociata), Enrico VI riunirà sotto la sua corona anche l'Italia meridionale. Egli tuttavia morirà a soli 32 anni, lasciando il trono di Germania e Sicilia al figlio di 3 anni, il futuro Federico II.

VI) Conclusione

1) L'unico successo dell'Impero fu la conquista pacifica del regno Normanno, anche se nei confronti del pur breve dominio di Enrico VI, le popolazioni meridionali furono piuttosto ostili, a causa del suo autoritarismo e fiscalismo.

2) Il papato eliminò completamente il diritto di conferma imperiale all'elezione del pontefice e si riconciliò col Comune di Roma, fissando in 2/3 il numero di voti necessari per eleggere il papa. Dovette tuttavia rassegnarsi, almeno per un certo periodo di tempo, al fatto di non poter contrastare l'Impero nell'Italia meridionale.

3) Indubbiamente, con la Pace di Costanza i veri trionfatori furono i Comuni dell'Italia settentrionale. Il periodo successivo a questa pace fu decisivo allo sviluppo della civiltà comunale italiana. I maggiori centri urbani divennero Milano, Firenze, Genova e Venezia. L'Italia si avviava a diventare un Paese molto forte economicamente. Tuttavia, la forza politica dimostrata nella lotta contro l'Impero rischiava d'indebolirsi notevolmente se le città più grosse, invece di competere fra loro in guerre commerciali per il dominio dei mercati esteri, non si fossero coalizzate per determinare la formazione di una monarchia nazionale, come già stava avvenendo in Francia e Inghilterra.

Il Trecento


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Storia medievale
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Aggiornamento: 13/10/2013