STORIA DEL MEDIOEVO
Feudalesimo e Cristianesimo medievale


LA PESTE NEL TRECENTO

mappa della peste in Europa

La diffusione della peste, nella storia, sembra essere stato un fenomeno concomitante con lo sviluppo del commercio a lunga distanza, conseguente allo sviluppo delle città. “Sembra”, poiché le fonti demografiche sono solo di epoca moderna.

Il sovraffollamento innaturale delle città era dovuto al fatto che nelle campagne diventava praticamente impossibile vivere, in quanto assai poco remunerativo. Milano, Venezia, Firenze avevano, nel Trecento, oltre 100.000 abitanti quando in tutta Europa poche città (Parigi, Gand, Bruges) potevano superare i 40.000, ch’era il livello di città come Bologna e Genova, mentre sui 30-40.000 si trovavano Verona, Padova, Roma e Napoli.

La prima epidemia è stata del secondo millennio a.C., presso la civiltà egizia, ma vi sono fonti che la ravvisano anche presso gli Ittiti, poi in Mesopotamia, presso i biblici Filistei ed Egizi, ai tempi di Romolo, ad Atene nel 430 a.C. (in cui morì Pericle), durante la guerra delle legioni romane contro i Parti (in cui morì l’imperatore Marco Aurelio, nel 180). Le epidemie sono praticamente ricorrenti in Europa tra il 166 e il 541 (peste di Giustiniano, giunta dall’Africa) e, ciclicamente, fino all’800. Quella giustinianea portò a morte oltre la metà degli abitanti dell’Impero Romano d’Oriente e devastò per duecento anni, dal 541 al 767, con circa venti ondate successive, ad intervalli di 10-24 anni, le coste del Mediterraneo, permettendo l’espansione dei Barbari del Nordest e degli Arabi al Sud, contribuendo così ad accelerare la fine del mondo antico.

Quando arrivò la peste del 1347 l’Italia e l’Europa stavano vivendo un periodo di depressione economica da oltre un quarantennio, causato dal fatto che l’espandersi vertiginoso delle città, delle manifatture tessili, dei commerci internazionali e delle attività finanziarie degli istituti di credito, aveva arricchito soltanto i ceti mercantili, portando alla miseria quelli rurali, che si videro costretti ad abbandonare le campagne e a trasferirsi in massa nelle città, dove l’impiego come operai salariati non fu mai sufficiente per assorbire l’incredibile sovrappopolazione urbana, sicché lo spopolamento delle campagne impediva il reperimento di adeguate derrate alimentari, di cui i cereali costituivano assolutamente la più importante (frumento, segale, miglio…).

La carestia fu frequente per tutta la prima metà del Trecento. Almeno un trentennio prima dell’arrivo della peste, in Italia si moriva già di fame. D’altra parte nelle città è sufficiente un precario igiene e la promiscuità dei rapporti, unitamente a limitate difese immunitarie dovute a scarsa alimentazione, per favorire la proliferazione e la diffusione di malattie di ogni genere. La peste procurata dai topi e dalle loro pulci era solo una delle tante. (1) Basti pensare che all’inizio del Mille era apparsa in Europa la lebbra e si smise di parlarne soltanto quando i lebbrosi morivano di peste (prima del Trecento vi erano in Francia almeno duemila lebbrosari). Queste condizioni igienico-sanitarie, che favoriscono la diffusione del contagio, possono verificarsi anche tra gli eserciti (quando attraversano le paludi o si servono di pozze d’acqua stagnante, o quando non seppelliscono i cadaveri causati dalle battaglie o quando rilasciano liquami escrementizi in fogne a cielo aperto) e tra gli equipaggi delle navi mercantili, e in genere ad esse si presta poca importanza quando la prima preoccupazione è quella di fare affari.

In Europa la peste più catastrofica scoppiò nel 1347-50 (ne parla il Boccaccio nel Decamerone), dopo che per almeno cinque secoli non s’era più vista. Ma le ondate pandemiche continuarono a reiterarsi con ritmi incalzanti per tutto il Trecento: 1360-63, 1371-74, 1381-84, 1388-90, 1398-1400. Praticamente ogni decennio. Un terzo della popolazione europea (cioè circa 30 milioni di persone) scomparve, a testimonianza che i commerci, i mercati, in quel periodo, erano molto estesi. E’ rarissimo vedere la peste in presenza dell’autoconsumo, semplicemente perché un sistema di vita del genere risulta più equilibrato, più conforme a natura. Se si esclude il continente americano, a quel tempo i commerci riguardavano il mondo intero. Infatti la peste si ripresenterà, a intervalli abbastanza regolari, nel 1410-13, 1416-20, 1422-25, 1428-31, 1435-39, 1448-51. Ritornerà anche dopo il 1530 (tra il 1629 e il 1631 si ebbe in Italia l’ultima recrudescenza della pandemia del 1300, con un milione di morti nell’area settentrionale: famose le pagine manzoniane nei Promessi sposi) e si ripresenterà ancora a Marsiglia nel 1720; l’ultima città europea a essere colpita sarà Costantinopoli, nel 1839, continuando però a persistere nei territori centroasiatici dai quali, attraverso lo Yunnan, prenderà il via la pandemia di Hong Kong di fine Ottocento. Tuttavia cesserà di essere una malattia incurabile solo dopo la scoperta degli antibiotici nel 1943.

Gli storici si sono poi preoccupati di cercare altre cause, pur di attenuare quelle connesse all’attività affaristica della borghesia, che in quel periodo era già di tipo proto-capitalistico, seppur prevalentemente nella forma commerciale e, per quanto riguarda la manifattura, nella forma della produzione tessile.

Gli storici ritengono che la base di partenza della nascita del morbo, nel Medioevo, sia stata la Cina, nel 1333, dominata dai mongoli, da dove si sarebbe propagato attraverso la via commerciale della seta e delle spezie, e anche attraverso lo spostamento dell’esercito tataro-mongolo, guidato dal principe Djanibek, che arrivò, nel 1347, ad attaccare i genovesi nel porto di Caffa, in Crimea, catapultando dei cadaveri già appestati oltre le mura, al fine di infettare tutta la popolazione (fu la prima arma biologica della storia). L’assedio fallì, ma i genovesi diffusero il contagio in Europa, prima a Costantinopoli, poi al Cairo e, nel 1347, a Messina che fu la porta d’ingresso della malattia in Europa. Da notare però che le pestilenze successive alla prima, fino a quella del 1398-1400, provengono tutte dal Nord Europa, ivi inclusa l’Inghilterra.

Un’altra causa della facile diffusione del morbo viene attribuita a una generale diminuzione delle temperature atmosferiche, che avrebbe determinato – sempre secondo questi storici – un progressivo avanzamento dei ghiacciai e un enorme aumento delle piogge.

Pur di non voler attribuire a cause di ordine sociale, prodotte in Europa occidentale, le spaventose e ricorrenti decimazioni della popolazione, questi storici finiscono con l’affermare cose quanto meno bizzarre, come p.es. che un abbassamento della temperatura voglia dire automaticamente un aumento della piovosità. Chiunque sa che la piovosità non è affatto correlata, in maniera stretta, alla rigidità del clima. Generalmente peraltro la piovosità non danneggia ma favorisce l’agricoltura, sicuramente la favorisce più della siccità. Quando la carestia viene provocata dalla piovosità, questa risulta essere del tutto anomala, ma in tal caso sarebbe assurdo pensare a un’anomalia che si ripete con una frequenza di pochi anni, analoga a quella della peste nella seconda metà del Trecento. Insomma quando si parla di carestia, di cui la prima fu nel 1314-16 e la seconda nel 1346-47, non si può considerare il clima una causa di maggior peso di altre di natura sociale e militare. E se anche si volesse considerare il clima una causa di “grande peso”, bisognerebbe aggiungere che ciò è plausibile solo in presenza di condizioni socioeconomiche già compromesse, la cui gravità tende inevitabilmente a ingigantire le conseguenze dovute a peggioramenti climatici. I quali senza dubbio esistettero nei primi 40 anni del XIV sec., ma ciò fu dovuto anche agli enormi disboscamenti attuati per costruire le città, le flotte navali, civili e militari, e per la trasformazione dei boschi in aree da coltivare o da pascolo.

I primi esempi di terre aride e abbandonate, per l’eccessivo sfruttamento, si hanno proprio in questo periodo. Esattamente com’era successo in epoca romana, quando ad un certo punto si fu costretti a cercare il legname nell’Africa settentrionale e nel Vicino Oriente. Allagamenti, alluvioni, smottamenti, esondazioni… sono tutte conseguenze di un dissesto idro-geologico causato prevalentemente da uno scriteriato disboscamento.

A livello sociale l’agricoltura, nel Trecento, stava subendo una modificazione devastante (che diverrà poi irreversibile), in quanto la terra veniva completamente assoggettata alle esigenze borghesi delle città. L’autoconsumo stava scomparendo, per non parlare dei rapporti servili; tanti contadini si trasformavano in fittavoli o in operai salariati, agricoli o aziendali (la rivoluzione dei Ciompi è del 1378-82). L’Italia era già in crisi negli anni 1271-72, cioè quando iniziò la penuria di cereali. Nel Trecento le carestie avevano un ritmo di 5-10 anni: 1322, 1328-29, 1339-40, 1346-47, 1374-75, 1385-86, 1405 e non erano certo causate, anzitutto e soprattutto, da mutamenti climatici indipendenti dalla volontà umana.

Di fronte a questi fenomeni, molto evidenti non solo in Italia, ma anche in Francia e nelle Fiandre, i governi borghesi delle città erano praticamente impotenti. Non sortivano alcun effetto tangibile e duraturo provvedimenti come il razionamento delle scorte, il calmiere sui prezzi, la lotta contro l’incetta del grano e il conseguente mercato nero. Presa dalla disperazione, la gente, ad un certo punto, si ribellava e, di regola, veniva duramente punita. D’altra parte anche se non si era poveri, lo si diventava, per i debiti, molto facilmente.

Ecco perché è quanto meno errato sostenere che la peste si diffuse a causa del fatto che nel Medioevo le condizioni igieniche erano molto più precarie di oggi. Non è la mancanza in sé dell’igiene che favorisce la peste o altre malattie, ma quella condizione di vita che rende l’igiene problematico. Oggi abbiamo un alto tasso di igiene, eppure questo non ci impedisce di essere affetti da morbi pericolosi prodotti da un certo stile di vita o di produzione economica, come p.es. quello dell’Aids, della “mucca pazza”, della Sars ecc.

Molto prima dell’arrivo della peste, gli indigenti morivano di tifo, dissenteria, tubercolosi polmonare, malaria, vaiolo, lebbra… Nei secoli X e XI vi era già stata, in Europa settentrionale, la terribile diffusione dell’ergotismo cancrenoso (detto “Fuoco di S. Antonio”), una forma grave di intossicazione cronica causata da un uso costante di segale cornuta, cereale che, mal conservato, può sviluppare sostanze velenose. A causa di queste malattie la mortalità infantile era elevatissima: su mille nati quasi la metà moriva entro il decimo anno. Il 40% non raggiungeva i 20 anni. Arrivare a 40 era un lusso. Prima del 1276 la speranza di vita in Inghilterra era di 35,5 anni, ma si scendeva a soli 29,8 anni nel primo quarto del Trecento.

Sul piano militare le guerre in Europa non hanno mai avuto fine dopo il Mille. Durano infatti quasi due secoli le crociate verso oriente (1096-1270) e circa tre la guerra tra Impero e Papato (iniziata nel 1075 col Dictatus Papae e finita con la cattività avignonese del 1309-77), ma anche la guerra tra Impero e Comuni (terminata con la morte di Federico II di Svevia e dei suoi successori, dopodichè l’Italia verrà devastata dalla guerra tra francesi e spagnoli, che volevano occuparla). La guerra dei Cento Anni tra Francia e Inghilterra era iniziata proprio nel 1337 e si concluderà solo nel 1453. In mezzo a tutto ciò non dimentichiamo le persecuzioni dei movimenti ereticali che dopo il Mille non ebbero mai termine fino a quando l’Europa non verrà divisa in cattolici e protestanti (il primo tribunale inquisitorio è del 1231, istituito per regolamentare le repressioni, non ritenute abbastanza efficaci). E che dire delle guerre interminabili tra città marinare, Comuni, Signorie?

Se ci pensiamo, la peste arrivò come un colpo di grazia inferto a un sistema sociale che, a partire dal Mille, aveva già completamente sconvolto quello dell’alto Medioevo, basato sui prodotti naturali della coltivazione della terra. Semmai anzi dovremmo chiederci come sia stato possibile che, nel ben mezzo di una catastrofe epidemica del genere, le forze sociali non siano state capaci di approfittarne per impedire che dalla fine, pur giusta, del servaggio si passasse alla formazione di un sistema di vita dettato da regole unicamente mercantili.

Se si guarda lo sviluppo della popolazione italiana si resta impressionati: dal 1200 al 1300 si passa da 8,5 milioni di abitanti a 11 milioni (nel XII sec. eravamo 6,5 milioni, quindi in due secoli siamo quasi raddoppiati). Tuttavia dal 1300 al 1450 gli abitanti tornano a 8,8 milioni e per averne di nuovo 11 milioni si dovrà attendere il 1550. Non può essere stata solo la peste a causare un tracollo del genere, anche perché esso era iniziato almeno mezzo secolo prima dell’arrivo della pandemia.

Altri fenomeni vi hanno contribuito, come appunto le persecuzioni antiereticali, le crociate, le lotte di classe, le guerre tra potentati politici ed economici, e soprattutto la situazione indigente che colpiva le fasce più deboli, nei confronti delle quali la borghesia non prevedeva alcuna forma di assistenza, se non appunto quella ecclesiastica o l’espatrio al seguito dei crociati.

La situazione era diventata assolutamente insostenibile sul piano sociale ben prima dell’arrivo della peste. I secoli XIV e XV sono pieni di violente rivolte contadine e operaie in quasi tutta Europa. In Italia la maggiore fu quella di fra’ Dolcino, in Francia quella della jacquerie. Tuttavia le crisi furono sfruttate non dai lavoratori ma dalla grande borghesia, che seppe trasformare le Signorie in Principati (in Italia) e i Principati in Nazioni (in varie parti d’Europa).

La popolazione, anzi, si lasciò fuorviare dalle autorità costituite, che fecero dell’antisemitismo una valvola di sfogo per le frustrazioni sociali. I primi eccidi di massa degli ebrei si verificarono proprio nel 1348, dopo che nel 1215 il Concilio Lateranense IV li aveva esclusi dalle cariche pubbliche, obbligandoli a indossare un segno di riconoscimento. La segregazione del ghetto fu imposta nel XV sec., ma l’antisemitismo – guarda caso – aveva cominciato a diffondersi dopo il Mille, cioè dopo la nascita della società borghese. Oltre a svolgere una funzione catartica a favore dei ceti oppressi dalle logiche imprenditoriali del sistema borghese, l’antisemitismo serviva anche per espropriare gli ebrei di tutti i loro beni. Nella sola Strasburgo, durante la prima ondata di peste, ne furono bruciati vivi oltre duemila.

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Ora vediamo meglio l’analisi di tipo economico che gli storici fanno per spiegare la crisi del Trecento in rapporto alla diffusione della peste.

Anzitutto si tende ad addossare una maggiore responsabilità della crisi economica ai contadini, i quali, invece di produrre cereali per il mercato, dove il loro prezzo era minimo, preferivano produrre olivi, viti, alberi da frutto e naturalmente lana di pecora per l’industria tessile. Si dimentica di aggiungere che a ciò erano stati costretti proprio dai rapporti agrari mutati in seguito al predominio della città sulla campagna. Erano stati gli stessi proprietari terrieri che avevano obbligato i contadini a produrre per il mercato, al fine di pagare gli affitti in denaro e non più in prodotti naturali.

Non si può sostenere che per la mancanza di cereali nelle città ingenti masse di persone di trovarono affamate e quindi più esposte ai rischi di contagi epidemici. Certamente questo è vero, ma non può essere considerato la causa sociale primaria della peste. Ai contadini non era più possibile sfruttare liberamente le terre di uso comune (boschi, foreste, pascoli, stagni, paludi…), semplicemente perché i signori feudali avevano cominciato a pretendere un compenso anche su queste terre, che s’andava ad aggiungere a un aumento del carico fiscale e a una onerosa trasformazione commerciale del canone d’affitto. Il fatto stesso che le città si servissero di forniture di cereali indipendenti dai loro contadi limitrofi, veniva usato per ricattare i contadini, obbligandoli a tenere bassi i prezzi.

Quando si producono pochi cereali o quelli che si producono sono insufficienti per sfamare una popolazione che dalla campagna s’è trasferita in città, basta un’invasione di insetti (p.es. le locuste) o una qualunque perturbazione climatica per mandare a picco un’intera economia. Se poi a questi fenomeni si aggiungono quelli più propriamente sociali (come le guerre) o finanziari (come i fallimenti per debiti), è difficile pensare che una crisi congiunturale non debba diventare sistemica.

I fallimenti delle maggiori banche europee (a quel tempo gestite prevalentemente da italiani) sono tutti precedenti alla diffusione della peste: da quello degli Scali senesi e fiorentini nel 1326, passando per quello dei Bonaccorsi e dei Corsini nel 1341, per concludere con quello dei Bardi, Peruzzi e Acciaioli nel 1343. Tali fallimenti dipesero proprio da una volontà speculativa meramente finanziaria che aveva indotto i banchieri italiani a investire i risparmi della borghesia nelle guerre di conquista dei maggiori sovrani europei, che però, quando ne uscivano sconfitti, non avevano alcuna intenzione di onorare i loro impegni.

La peste giunse in Europa non per colpa dei mongoli o dei genovesi, ma per colpa di una situazione economica che, in mezzo al lusso sfrenato della borghesia, che sperimentava per la prima volta gli alti tassi di rendimento dovuti allo sfruttamento di un nuovo tipo di manodopera, quella salariale, s’andava imponendo una crescente povertà urbana e rurale.

La stessa classe nobiliare, trovandosi in grande difficoltà nei confronti della spregiudicatezza economica della borghesia, cercava di rifarsi accentuando non solo le vessazioni a danno dei contadini, ma anche la propria bellicosità militare, mettendosi persino al servizio della stessa borghesia, che aveva bisogno di truppe militari, trovandosi in una fase espansiva, cioè aggressiva.

Gli storici però non vedono le crisi di sistema come un’occasione per uscire dal sistema borghese, ma, al contrario, come una buona occasione per rafforzarlo. Grazie alla peste infatti il calo della manodopera disponibile fece alzare i salari nelle città e introdusse i contratti di mezzadria nelle campagne.

Lo svizzero Alexander Yersin

(1) Il germe della peste, che si annida nelle feci delle pulci, è stato scoperto dal medico svizzero Alexandre J.-É. Yersin nel 1894, durante un’epidemia di Hong Kong, ma, contemporaneamente e in maniera indipendente dal collega svizzero, anche dal medico giapponese Shibasaburo Kitasato. La malattia si trasmette attraverso il morso dei ratti, le punture delle loro pulci, il contatto di una cute, lesa o abrasa, con materiale inquinato o attraverso colpi di tosse o starnuti, in quanto può essere bubbonica (quando il batterio infetta i tessuti linfoidi dell'uomo, facendo in modo di annullare la capacità di difesa dei linfociti) o polmonare (quando può portare alla morte per edema polmonare acuto). In questo secondo caso è molto più grave, poiché ha un’incubazione di 1-3 giorni e nel Medioevo portava alla morte nel 100% dei casi, mentre l’altra forma aveva una percentuale di morti intorno al 60-90%. Il ratto nero responsabile dell’infezione del Trecento viveva nei granai e nelle stive delle navi mercantili. La pulce ha bisogno di 15-20 gradi di temperatura per riprodursi e un’umidità del 90-95% (la sporcizia di abiti e corpo, il sudore e il tepore umano costituiscono un habitat favorevole per la pulce). Può resistere anche 50 giorni senza nutrirsi: d’inverno infatti va come in letargo, sicché le epidemie scoppiano generalmente in primavera. Tuttavia le pulci sono presenti solo saltuariamente sui topi (si nutrono del loro sangue iniettando una saliva anticoagulante), in quanto le uova vengono deposte nei nidi e negli anfratti dove vivono i roditori. La peste è ancora presente in forma endemica in Cina, Africa, India, Indonesia e America centrale e meridionale, con un numero di casi/anno da 200 a 6004 (anno 2000) e circa 2000 morti. Oggi però disponiamo di efficaci antibiotici. Recentemente è stato decodificato il batterio della Peste Nera, cioè i ricercatori, dopo averne sequenziato il genoma, hanno scoperto che non è molto diverso da quello di epoca medievale.

Fonti

Il Trecento - Comuni e Signorie


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Storia medievale
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Aggiornamento: 27/11/2013