TEORICI |
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HOBBES In Hobbes il meccanicismo non è stato usato per affermare l'oggettività della materia, ma per negarla. Il meccanicista Galileo non l'avrebbe mai fatto. Questo spiega anche il motivo per cui la fisica si sia sempre più allontanata dalla filosofia. E pensare che Hobbes aveva saputo criticare con acume le pretese di Cartesio di determinare l'esistenza dell'io a partire dal pensiero, o l'esistenza di dio a partire dall'idea che l'io ne ha. L'ateismo di Hobbes è forse tra le cose più significative del suo pensiero, certamente quella che più di ogni altra meriterebbe d'essere approfondita. Hobbes rivalutò enormemente il concetto di esperienza e la corporeità delle cose e del soggetto. Tuttavia, egli negò all'uomo la possibilità di avere un concetto adeguato della realtà. Le idee -a suo giudizio- altro non sono che elaborazioni di varie sensazioni. Questo suo modo di vedere le cose -tipico, peraltro, di tutto l'empirismo inglese- è coerente, se vogliamo, con la decisione di aver assunto, a criterio fondamentale di conoscenza, la sensazione. Ora, è evidente che sulla base della semplice sensazione non si può costruire alcuna scienza, meno che mai se si riduce il movimento della materia a un "moto locale". Su questo non si può dar torto a Hobbes. Tuttavia, egli era anche convinto che il singolo uomo fosse incapace di razionalità; o meglio (poiché sull'irrazionalità del singolo, al limite, potrebbe anche aver ragione), egli deduceva da tale incapacità che fosse preferibile per l'uomo rinunciare definitivamente alla propria razionalità. L'unico vero atto razionale che il singolo può fare -secondo Hobbes- è quello di farsi governare da un potere assoluto, per il quale la verità o falsità delle sensazioni diventa problema del tutto secondario. Una sensazione è tanto più vera (o credibile) quanto più è imposta. Hobbes, come Cartesio, ha ereditato la sfiducia nei confronti della realtà e nei confronti della possibilità di gestirla in maniera razionale, ma, a differenza di Cartesio, ha esteso questa sfiducia all'uomo stesso, in particolare alla sua capacità di comprendere in maniera adeguata le cose. In Cartesio, come noto, tale capacità era riferita alle cose matematizzabili. In un certo senso Hobbes rappresenta la reazione aristocratica alle contraddizioni antagonistiche della società borghese. Egli purtroppo considerava la sensazione solo in modo individualistico, e l'individuo solo come ente senziente, che "ragiona" semplicemente per poter comunicare con gli altri, cioè per un bisogno meramente funzionale, fisiologico. Hobbes non ha mai accettato né l'idea di "collettivo" né la possibilità che la ragione potesse influire sulle sensazioni. Facciamo un esempio per capirci. Se al cinema si osserva un attore piangere, ci si può commuovere, ma se nel mentre in cui piange si pensa che la scena è una finzione o si sa interpretare criticamente quella forma di recitazione, la commozione sarà di molto inferiore se non addirittura inesistente; anzi, il dramma potrebbe anche produrre l'effetto contrario (ironia, ilarità...) o potrebbe essere usato per produrlo. Il ragionamento, quindi, può modificare le sensazioni. Quanto più forte sarà la consapevolezza della finzione -come nell'adulto rispetto al bambino-, tanto meno forte sarà la sensazione che se ne riceve. Generalmente, la sensazione è tanto più forte quanto più l'oggetto che si osserva riflette un'esperienza reale, autentica. Sotto questo aspetto la nostra mente è disposta ad accettare anche la finzione scenica del film, è cioè disposta a provare sensazioni autentiche, pur in presenza di una finzione accettata consapevolmente. Di fatto, è la verità delle cose che produce le migliori sensazioni, quelle che restano in profondità. Ed è sempre questa verità che ci porta a razionalizzare le sensazioni elaborando determinati concetti, che altro non sono se non una sintesi formale, ma autentica, delle varie sensazioni, che senza riflessione resterebbero cieche, prive di storia e di movimento. Non è forse vero che di fronte a uno stesso fatto o a una stessa immagine, riceve le sensazioni più profonde solo chi di quel fatto o di quell'immagine è in grado di apprezzare la verità concettuale, razionale? Ai giovani, p.es., piace molto più la musica della pittura, eppure nella pittura vi è molta più razionalità. E' assolutamente sbagliato ritenere che le sensazioni più forti siano quelle prodotte dai fenomeni più istintivi, più immediati. In realtà, non c'è migliore sensazioni che si ricordi di quella collegata a un'esperienza carica di "significato vitale", positivo, umano. La stretta di mano che meglio si ricorda, fra le tante che diamo, è quella data a una persona amica. L'amicizia, in questo caso, può essere considerata come una sensazione maggiore: in realtà essa dovrebbe essere considerata sulla base dei valori che l'hanno determinata (onestà, lealtà, sincerità...). Sì, è vero, l'amicizia può procurare sensazioni più o meno forti, e a queste sensazioni possiamo attribuire dei valori più o meno grandi, ma è anche vero che se noi non dessimo un valore alle nostre sensazioni, l'amicizia non esisterebbe affatto, o non sarebbe profonda. Hobbes infatti non credeva nel valore dell'amicizia. Queste cose la psicologia sperimentale le dimostra assai meglio della filosofia gnoseologica. Hobbes, in sostanza, non può togliere l'oggettività alla realtà, senza togliere, nel contempo, una qualunque oggettività al soggetto che la riflette (coi sensi o col pensiero). Ma se la sua intenzione è stata quella di distruggere l'oggettività delle cose, l'assolutismo monarchico ch'egli ha sempre auspicato non poteva avere più ragioni politiche dell'assoluta anarchia sociale. |
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Enrico Galavotti
- Homolaicus -
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