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Mandeville: la proprietà privata, la povertà e l’ignoranza

I - II - III - IV

Giuseppe Bailone

Locke ha legittimato la proprietà privata per la sua origine dal lavoro individuale, Mandeville, invece, la legittima per la sua funzione sociale.

Convinto che il motore dello sviluppo economico siano le passioni e che non esista una passione naturale per il lavoro manuale, soprattutto se quotidiano e faticoso, egli individua nella proprietà privata l’istituzione sociale capace di costringere, in modo per così dire naturale, i più a sottomettersi alla fatica.

Mandeville sviluppa particolarmente questo concetto nella Nota Q.

“L’uomo si impegna soltanto quando è stimolato dai suoi desideri. Finché questi sono assopiti, e non c’è nulla che li risvegli, la sua superiorità e le sue capacità restano ignote, e la sua macchina grande e grossa, senza l’influenza delle passioni, può essere opportunamente paragonata a un mulino a vento senza un alito d’aria. Se volete rendere forte e potente una nazione di uomini, dovete toccare le loro passioni”.[1]

E la proprietà privata svolge eccellentemente questa funzione, sia in coloro che ne godono arricchendosi che in coloro che ne soffrono impoverendosi.

“Dividete la terra, anche se ce n’è molta disponibile, e il possesso li renderà avidi”. Accesa l’avidità, una passione particolarmente forte, si può, poi, far leva su di essa per promuovere altre passioni capaci di muovere al lavoro. Infatti, Mandeville continua: “Risvegliateli dalla pigrizia, anche se per scherzo, con delle lodi, e l’orgoglio li farà lavorare sul serio; insegnate loro mestieri ed arti, ed introdurrete fra loro invidia ed emulazione; per aumentare il loro numero, create diversi tipi di manifattura, e non lasciate terre incolte; sia la proprietà inviolabile, e i privilegi uguali per tutti; non tollerate che alcuno agisca contro le leggi, e lasciate che ognuno pensi come vuole; infatti un paese in cui tutti coloro che hanno un mestiere sono in grado di sostentarsi, e vengono osservate le altre massime, deve essere sempre popoloso e non può mancare di uomini finché ce ne sono al mondo. Se volete che siano audaci e guerrieri, volgeteli alla disciplina militare, fate buon uso della loro paura, ed adulate con abilità e costanza la loro vanità. Ma se inoltre volete una nazione opulenta, colta e civile, insegnate loro il commercio con i paesi stranieri e, se possibile, spingeteli sul mare […]. Quindi promuovete la navigazione, abbiate cura dei mercanti, e incoraggiate ogni ramo del commercio; questo porterà ricchezza e dove c’è ricchezza, seguono presto arti e scienze, e con l’aiuto di ciò di cui ho parlato, e di un buon governo, i politici possono rendere un popolo potente, famoso e fiorente”.[2]

In una società così dinamica e prospera, molti saranno mossi dai loro vizi e/o dalle loro ambizioni a dedicarsi a diverse attività, ma saranno necessarie molte braccia per il lavoro esecutivo e faticoso. E queste non potranno essere mosse da elogi, ambizioni o spirito di competizione, perché il lavoro cui sono destinate non si presta affatto a queste cose: dovranno essere costrette dalla fame, un motore potente, ma da tenere ben regolato.

“Ognuno sa che vi è un gran numero di operai giornalieri nella tessitura, nella sartoria, nella fabbricazione delle stoffe che, se riescono a mantenersi con quattro giorni di lavoro la settimana, non possono essere persuasi a lavorarne un quinto, e che vi sono migliaia di lavoratori di ogni tipo che pur trovandosi al limite della sussistenza, si sottoporranno a molti inconvenienti, scontenteranno i padroni, tireranno la cinghia e faranno debiti, per prendersi una vacanza. Se gli uomini mostrano un’inclinazione così forte per l’ozio e per il piacere, che ragione abbiamo di pensare che lavorerebbero affatto, a meno che vi siano obbligati da una necessità immediata? Se vediamo un artigiano che non si reca al lavoro prima del martedì, perché il lunedì mattina gli restano ancora due scellini della paga della settimana precedente, perché dovremmo immaginare che ci si recherebbe affatto, se avesse quindici e venti sterline in tasca? E di questo passo che cosa avverrebbe delle nostre manifatture?”[3]

L’economia di una nazione ha bisogno di molti poveri che lavorino costretti dalla fame: l’esistenza dei poveri è più importante del denaro stesso. Infatti, “nonostante la grande necessità della moneta, sarebbe più facile, una volta garantita la sicurezza della proprietà, vivere senza denaro che senza poveri: infatti, chi lavorerebbe? Per questa ragione la quantità di moneta che circola in un paese deve essere proporzionale al numero delle mani impiegate, e i salari dei lavoratori al prezzo dei viveri. Di qui si può dimostrare che tutto ciò che procura abbondanza rende i lavoratori poco costosi, se i poveri sono ben governati, cioè se non li si fa morire di fame, ma neppure si dà loro nulla che valga la pena risparmiare. Se qua e là qualcuno della classe più umile, con un’assiduità non comune e tirando la cinghia, si solleva al di sopra della condizione di partenza, nessuno glielo deve impedire. Anzi, innegabilmente la condotta più saggia per ciascun membro della società, e per ogni famiglia privata, è essere frugali; ma è interesse di tutte la nazioni ricche che la massima parte dei loro poveri non stiano mai in ozio, e tuttavia spendano continuamente ciò che guadagnano”.[4]

La prosperità delle nazioni ha bisogno della povertà dei più, ma, attenzione: la povertà dei salariati è utile al paese come i vizi dei ricchi, ma deve avere un limite, mentre questi è bene che siano incoraggiati.

“Tutti gli uomini […] sono più inclini all’ozio e al piacere che al lavoro, quando non sono spinti ad esso dall’orgoglio o dall’avarizia; ma quelli che si procurano di che vivere con il loro lavoro quotidiano di rado sentono molto l’influenza dell’uno o dell’altra; e quindi nulla li incita a rendersi utili se non i loro bisogni, che è prudenza alleviare, ma sarebbe follia eliminare. La sola cosa, dunque, che può rendere operoso il lavoratore, è una moderata quantità di denaro: troppo poco lo scoraggerà o lo renderà disperato, a seconda del suo temperamento, e troppo lo renderà insolente e pigro”.[5]

La povertà diffusa, come i vizi, diventa risorsa decisiva per la prosperità di un paese solo grazie alla saggezza politica.

Queste riflessioni sono accompagnate dal confronto fra la situazione dell’Olanda, costretta dalle gravi difficoltà a un mirabile dinamismo, e quella della Spagna, mandata in rovina “dal mare di ricchezze” in arrivo dall’America. In entrambi i casi è stata decisiva la politica, saggia in Olanda, ma non in Spagna.

Altri elementi del pensiero di Mandeville sulla funzione sociale della povertà e su essa come debba essere governata, si possono leggere nel lungo Saggio sulla carità e sulle scuole di carità.

Le Scuole di Carità, promosse già nel secolo precedente, hanno successo: intorno al 1720 se ne contano circa 1500 con più di 30000 ragazzi. Il personale, sotto il controllo dei rispettivi vescovi, insegna a leggere e scrivere e la dottrina cristiana a ragazzi dai sette ai dodici anni; ai maschi viene insegnato anche a far di conto e alle femmine le arti domestiche.

Il saggio ha una lunga parte iniziale tesa a smascherare i moventi piuttosto ignobili, egoistici e meschini dei benefattori che promuovono le Scuole di Carità, accampando ragioni nobilissime, religiose e di sensibilità sociale.

“Chi è capace di esaminare la natura umana troverà sempre che gli scopi che questa gente dichiara di perseguire sono quelli a cui pensa di meno e che i moventi che li spingono ad agire sono proprio quelli che negano recisamente. Non c’è abitudine o qualità che s’impari più facilmente dell’ipocrisia”.[6]

Mandeville spiega poi la ragione della sua opposizione alla “agitazione” e al “clamore in favore delle Scuole di Carità, che scuote l’intero regno”.

“Cercherò – scrive – di provare con chiarezza che, lungi dall’essere utile, questa educazione forzata è deleteria per la società, e siccome il bene della società stessa richiede cure superiori ad ogni altra legge e considerazione, non presenterò altre scuse per giustificare il mio dissenso dal parere dei nostri sapienti e reverendi teologi, né giustificherò ulteriormente la mia audacia nel negare a chiare lettere l’opinione che, per mia stessa ammissione, molti vescovi e numerosi membri del clero inferiore professano apertamente. Visto che la nostra Chiesa non pretende di essere infallibile nemmeno nel campo spirituale, che è il terreno che le appartiene di diritto, così non può certo costituire un affronto pensare che possa sbagliare nel campo temporale”.[7]

Ecco, allora, la tesi centrale: “In una nazione libera dove non è permesso tenere schiavi, la ricchezza più sicura consiste in una moltitudine di poveri laboriosi: oltre al fatto che essi costituiscono una riserva inesauribile di uomini per le flotte e gli eserciti, senza di loro non ci sarebbe nessun piacere al mondo e nessun prodotto di alcun paese avrebbe valore. Per garantire la felicità a una nazione e la tranquillità alla gente anche in circostanze sfavorevoli, è necessario che un gran numero di persone sia ignorante e povero: la conoscenza allarga e moltiplica i nostri desideri e quanto meno cose un uomo desidera, tanto più facilmente si può provvedere alle sue necessità. […] Quante più cose del mondo e di ciò che è estraneo al proprio lavoro o impiego conosce un pastore, un aratore o qualsiasi altro contadino, tanto meno sarà adatto a sopportare le fatiche e le durezze del proprio lavoro con gioia e soddisfazione.

Leggere, scrivere e saper far di conto sono cose molto necessarie a chi le adopera come strumento di lavoro, ma là dove la sussistenza della gente non dipende da queste arti, esse sono molto nocive al povero, costretto a guadagnarsi il pane con la fatica quotidiana. Ben pochi bambini fanno qualche progresso a scuola, ma nello stesso tempo sarebbero in grado di lavorare in qualche attività produttiva, cosicché ogni ora che questi ragazzi poveri passano sul libro è tempo perduto per la società. Andare a scuola è un’occupazione di tutto riposo in confronto al lavoro e quanto più tempo i ragazzi passano in questa vita piacevole, tanto più diverranno inadatti per un duro lavoro quando saranno cresciuti, per mancanza di forza e di attitudine. Gli uomini destinati a passare tutta la loro vita in una faticosa, noiosa e penosa condizione, si sottometteranno di buon grado a questo stato se vi saranno costretti quanto prima possibile. Il lavoro faticoso e il cibo grossolano sono una punizione adatta a molti tipi di malfattori, ma imporli a coloro che non vi sono abituati e non sono stati allevati in questo genere di vita è la più grande crudeltà, quando non s’intende con ciò punire alcun crimine”.[8]

Mandeville già prevede le strida di reazione.

“Mi sembra già di sentirli gridare che mai una dottrina più pericolosa è stata formulata, che bisogna essere un papista e un pazzo per sostenerla”.

Spiega, allora, di non essere contro la cultura, ma di volerla favorire nei livelli sociali alti, non in quelli popolari. Anche il latino, scrive, non andrebbe insegnato ai giovani che poi si dedicheranno al commercio o a mestieri nei quali esso non è necessario.

Mandeville passa quindi a denunciare il costo troppo alto del lavoro in Gran Bretagna, cosa che la espone pericolosamente alla concorrenza degli altri paesi, e il pericolo rappresentato dalle prime, embrionali e clandestine, organizzazioni sindacali e di mutuo soccorso.

“Sono informato da persone degne di fede che alcuni di questi lacchè sono arrivati a tal punto d’insolenza da riunirsi in società ed hanno fatto leggi secondo le quali si fanno obbligo di non prestare servizio per una somma inferiore a quella che hanno stabilito tra loro, di non portare carichi o fagotti o pacchi che superino un certo peso, fissato a due o tre libbre, e si sono imposti una serie di altre regole direttamente opposte all’interesse di quelli cui prestano servizio, e al tempo stesso contrarie allo scopo per il quale sono state assunte. Se qualcuno di loro viene cacciato via perché si è attenuto strettamente agli ordini di questa onorabile società, gli altri si prendono cura di lui finché non gli viene trovato un altro servizio e non gli manca mai denaro per intentare causa e sostenere un’azione legale contro un padrone che pretenda di battere o offendere in qualche modo questo lacchè gentiluomo, contravvenendo così allo statuto della loro società. Se tutto questo è vero, come ho ragione di credere, e si sopporta che questa gente si organizzi e provveda ancora di più alla propria pigrizia e alla propria comodità ci possiamo aspettare di vedere ben presto la commedia francese Le maître le valet recitata seriamente in molte famiglie. Se queste storture non vengono raddrizzate in breve tempo e se questi lacchè aumentano le loro associazioni come è nelle loro possibilità e si riuniscono impunemente quando vogliono, dipenderà solo dalla loro volontà fare di questa commedia una tragedia ogni qual volta ne abbiano l’intenzione.

Ma supponete che queste apprensioni siano eccessive e infondate; è però innegabile che i servitori di ogni tipo usurpano ogni giorno i diritti dei loro padroni e fanno di tutto per mettersi al loro stesso livello. Non è solo un’impressione il fatto che si sforzino di riscattare la bassezza della loro condizione, perdendo quel senso di inferiorità che solo potrebbe renderli utili al benessere pubblico. Non voglio dire che queste cose siano tutte imputabili alle Scuole di Carità: in parte possono essere generate da altre cause. Londra è una città troppo grande per la nazione, e per molti aspetti noi stessi siamo colpevoli dei nostri mali. Ma anche se un migliaio di errori concorrono a produrre gli inconvenienti che ci affliggono, c’è qualcuno che può dubitare, dopo aver considerato quanto ho detto, che le Scuole di Carità non ne siano complici, o almeno non siano più adatte a creare e ad aumentare questi mali piuttosto che a farli diminuire o eliminarli?”.[9]

Alla cultura di cui hanno bisogno i figli dei poveri può provvedere la parrocchia con la predica e il catechismo il sabato. Del resto se si facesse un confronto tra un gruppo di uomini “abituati al lavoro duro fin dall’infanzia”, analfabeti, e un altro di uomini di cultura, Mandeville è “pronto a scommettere che tra i primi troveremo molta più fratellanza e senso di solidarietà, meno cattiveria e attaccamento al mondo, più serenità, innocenza, sincerità e altre buone qualità utili alla pace pubblica e al raggiungimento della vera felicità, di quanto si possa trovare fra i secondi”.[10]

Purtroppo, “c’è molto lavoro duro e sporco da fare e c’è bisogno di gente che si sottometta a una vita difficile: dove trovare una riserva migliore per queste necessità se non tra i figli dei poveri”.[11] E le Scuole di Carità riducono pericolamene questa riserva. Mentre “è senz’altro possibile spingere i poveri al lavoro senza usare la forza, scoraggiando soltanto la pigrizia con una serie di provvedimenti abili ed energici; mantenendoli nell’ignoranza si possono abituare ad una durissima fatica senza che essi la giudichino tale”.[12] Insomma, bisogna che i bambini dei poveri “consumino i vestiti applicandosi a qualche lavoro utile o li sporchino lavorando nel fango della campagna invece di strapparli giocando o imbrattarli di inchiostro per niente”.[13]

Mandeville non scrive solo contro le Scuole di Carità: “Se si accumulasse ogni anno il denaro che la gente dà spontaneamente a mendicanti che non lo meritano e quello che viene sottratto a ogni bilancio domestico per essere dato ai poveri della parrocchia, avremmo un fondo sufficiente a dar lavoro a molte migliaia di persone e potremmo dire di fare un uso migliore del nostro denaro”.[14] Egli sa bene che queste sue idee sembrano “odiose”, ma ciò che le rende tali, dice, “è l’irragionevole senso di meschina reverenza per i poveri che pervade le masse, in particolare in questa nazione, e che nasce da un miscuglio di pietà, follia e superstizione”.[15]

Il saggio si chiude con un confronto particolarmente illuminante tra la situazione della Gran Bretagna e quella della Russia di Pietro il Grande.

“A questo punto potrei considerare finita questa sequenza di riflessioni, ma mi viene in mente qualcosa che concerne lo scopo principale di questo saggio, che è di dimostrare la necessità di una certa porzione di ignoranza in una società ben ordinata, e che non devo assolutamente tralasciare perché, discutendone, farò sì che divenga un argomento a mio favore quello che, se avessi taciuto, sarebbe facilmente sembrato un forte argomento contro di me. È opinione di molta gente, e anche mia, che la più lodevole qualità dell’attuale Czar di Mosca sia la sua applicazione costante nell’elevare i sudditi dalla loro originaria stupidità e nel civilizzare la sua nazione; ma in questo caso si devono considerare i reali bisogni di quel paese e si deve riflettere sul fatto che, fino a non molto tempo fa, la maggior parte dei russi erano quasi animali selvaggi. In proporzione all’estensione dei suoi domini e della moltitudine che egli comanda, lo Czar non possedeva quel numero e quella varietà di mercanti e di artigiani che il reale progresso del paese richiedeva, e perciò era suo diritto non lasciar niente d’intentato per procurarseli. Ma a cosa servirebbe questa sollecitudine a noi che soffriamo del male opposto? Una saggia politica è per il corpo sociale quello che l’arte della medicina è per il corpo naturale e nessun medico curerebbe un uomo affetto da continua sonnolenza come se soffrisse d’insonnia, né prescriverebbe a un malato di idropisia le medicine adatte per un diabetico. In breve: la Russia ha troppo pochi sapienti e la Gran Bretagna ne ha troppi”.


[1] Bernard Mandeville,La favola delle api, a cura di Tito Magri, ed. Laterza 1987, p. 122.

[2] Ib. pp. 122-3.

[3] Ib. pp. 128-9.

[4] Ib. p.129.

[5] Ib. p. 130.

[6] Ib. p. 194.

[7] Ib. pp. 197-8.

[8] Ib. pp. 199-200.

[9] Ib. pp. 214-5.

[10] Ib. p. 216.

[11] Ib. p. 216.

[12] Ib. p. 222.

[13] Ib. p. 223.

[14] Ib. p. 224.

[15] Ib. p. 218.


Torino 4 novembre 2013

Fonte: ANNO ACCADEMICO 2013-14 - UNIVERSITA’ POPOLARE DI TORINO

Giuseppe Bailone ha pubblicato Il Facchiotami, CRT Pistoia 1999.

Nel 2006 ha pubblicato Viaggio nella filosofia europea, ed. Alpina, Torino.

Nel 2009 ha pubblicato, nei Quaderni della Fondazione Università Popolare di Torino, Viaggio nella filosofia, La Filosofia greca.

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Aggiornamento: 26-04-2015