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L'ILLUMINATO VOLTAIRE

Voltaire

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Francois-Marie Arouet, detto, nel 1718, Voltaire, visse sazio di anni e di avventure. Ne passò talmente tante che ci vorrebbe un volume a parte per raccontarle. Avendo frequentato, da studente, il collegio gesuitico di Parigi, seppe muoversi con sufficiente destrezza nella Francia bigotta e fanatica del suo tempo, anche se, essendo un polemista di natura, a volte non gli riusciva e finiva col pagare a caro prezzo la sua irruenza.

Quando nel 1713 era a L'Aia come segretario dell'ambasciatore francese, dovette tornare a casa in tutta fretta, avendo dato pubblico scandalo intrecciando una relazione amorosa con una giovane ugonotta. I versi satirici contro Filippo d'Orleans lo obbligarono all'esilio nel 1716, cui seguirono undici mesi di reclusione alla Bastiglia. Un decennio dopo, quando venne bastonato dai servi del cavaliere di Rohan, col quale aveva litigato, finì di nuovo alla Bastiglia, da dove questa volta venne liberato solo a condizione che lasciasse Parigi per almeno un triennio.

Scelse l'Inghilterra e fu per lui una scoperta, poiché, ammirando il costituzionalismo parlamentare di quel paese (frutto della rivoluzione del 1688), l'ottima filosofia empirista e deista di Locke e soprattutto lo straordinario ingegno di Newton, capì che poteva darsi un obiettivo serio: importare in Francia idee e pratiche molto più avanzate di quelle del cartesianismo metafisico e della teologia scolastica.

Anche qui però la fretta di dire tutto e subito gli costò un nuovo esilio. Le Lettere inglesi (1734), che plaudono a una religione nei limiti della ragione, col massimo della morale e il minimo dei dogmi, furono condannate dal parlamento parigino e bruciate in piazza. Allora dovette rifugiarsi a Cirey, nello Champagne, presso una marchesa che molto amerà.

Qui trascorse una decina d'anni, componendo poemi, tragedie, scritti storici e filosofici, ma anche continuando, periodicamente, a compiere viaggi all'estero per sottrarsi alle minacce delle autorità. Solo nel 1743 viene riammesso a Versailles, dove scrive opere di carattere cortigiano, diventando anche storiografo del re. Ma solo dopo pochi anni una terribile gaffe a corte lo costrinse a cercare rifugio a Sceaux, nel Maine, dove per la prima volta iniziò a scrivere prosa filosofica, rinunciando, dopo mezzo secolo, alla poesia. Nei suoi romanzi è davvero grande, perché è filosofo senza darlo a vedere, e usa uno stile molto leggero e versatile, divertente quanto mai con quella sua inconfondibile ironia, con cui sferza i pregiudizi della sua epoca, a volte facendosi prendere la mano coi paradossi e le eccessive semplificazioni.

Generalmente scriveva i testi più compromettenti in maniera anonima, poiché temeva la censura e le condanne dei tribunali ecclesiastici, ma si sapeva benissimo che ne era lui l'autore. Quando le opere finivano all'Indice, per impedire che circolassero s'imponeva loro un prezzo di copertina cinque volte superiore. Pur di screditarlo si pubblicavano testi a suo nome da lui mai scritti, oppure li si riempivano, a sua insaputa, di note piene zeppe di falsità. E' lui stesso che lo dice a Rousseau. Nei momenti di sconforto arrivò a dire, pur di veder attenuarsi le persecuzioni a suo danno, che la filosofia di Newton era più "deista" di quella cartesiana, la quale, favorendo una visione meccanicistica dell'universo fisico, portava dritto dritto all'ateismo: cosa che, in un certo senso, non era affatto sbagliata, salvo che neppure Newton escludeva che la gravità fosse una qualità intrinseca alla materia e non un prodotto della volontà divina.

Noi non sapremo mai se le concessioni fatte da Voltaire al deismo partissero da convinzioni di coscienza o di mera opportunità. Con la libertà di stampa di cui oggi fruiamo ci pare assurdo che per un semplice pamphlet di carattere democratico si potesse costringere un filosofo già famoso come lui ad andare in esilio. A proposito di questo libello, quell'anno scelse di trasferirsi in Prussia, accettando l'invito del re-filosofo Federico II, ma anche questo rapporto si guastò, a causa dei continui attacchi verbali contro lo scienziato Maupertuis, presidente dell'Accademia di Berlino e protetto dal sovrano.

Così nel 1753 decise di trasferirsi, dopo varie peripezie, nel castello di Ferney (1758), non lontano dal confine svizzero, dove venivano a visitarlo le persone più importanti dell'Illuminismo europeo e dove scrisse le sue opere migliori: Candido (1759), che ebbe un clamoroso successo editoriale; Dizionario filosofico (1764), che, non facendo discendere i fondamenti della morale da una rivelazione religiosa, fu bruciato dal boia per decreto della facoltà di Teologia della Sorbona; le Questioni sull'Enciclopedia, alla quale collaborò attivamente grazie alla mediazione di D'Alembert, e soprattutto il Trattato sulla tolleranza (1763), uno dei testi in assoluto più famosi al mondo, sempre citato in qualunque manuale di storia della filosofia, scritto per riabilitare la memoria di Jean Calas, calvinista di Tolosa, giustiziato senza prove perché secondo l'accusa aveva ucciso il figlio che voleva farsi cattolico: in Italia persino Togliatti, per gli Editori Riuniti, lo volle personalmente tradurre e commentare.

Le idee di Voltaire avevano ormai ottenuto un riconoscimento europeo, soprattutto quelle contro l'arbitrio dei potenti, le intolleranze religiose (ch'egli faceva risalire al Concilio di Nicea presieduto da Costantino), le infamie della presunta "giustizia". E' vero, faceva della ragione un nuovo dio da adorare, equiparava ingenuamente fede religiosa a irrazionalismo (senza salvare nulla del Medioevo), riteneva il presente, pur con tutte le sue vergognose contraddizioni, sempre meglio del passato ignorante e superstizioso (scontrandosi più volte, su questo punto, con Rousseau), prese una cantonata incredibile quando, volendo restare legato anima e corpo all'universo newtoniano, per sua natura uniforme e costante, negò valore a un'ipotesi evoluzionistica delle specie (per lui la Terra aveva al massimo due milioni di anni) e, tutto sommato, non fu mai particolarmente originale in materia di idee ateistiche o agnostiche (il suo modello sostanzialmente fu quello dell'inglese Samuel Clarke), né mai arrivò a elaborare un sistema politico democratico come quelli di Rousseau e di Montesquieu.

Ma è anche vero che questo "patriarca del partito filosofico" francese e, se vogliamo, europeo fu un lottatore instancabile per la democrazia politica, la fine del servaggio, la creatività del lavoro (che non doveva sottostare a umilianti "catene di montaggio"), la libertà di commercio, un sistema fiscale proporzionale, il riformismo sociale progressivo, la certezza del diritto, la tolleranza religiosa, il pluralismo delle idee, la coesistenza pacifica tra gli Stati, la fine dello Stato confessionale, anzi la separazione di Chiesa e Stato... Quando polemizzava sulla mondanizzazione della chiesa diceva che vi era un modo molto semplice per evitarla: stipendiare il clero, senza concedergli né ricchezze né privilegi (cosa che poi si farà durante la rivoluzione).

Nel Candido denunciò duramente l'assurdità della guerra dei Sette Anni (la prima guerra mondiale) e quella filosofia ottimistica ad oltranza (alla Leibniz) che considerava immodificabile l'esistente. Quando faceva storiografia, prescindeva del tutto da considerazioni di tipo provvidenzialistico e rifiutava nettamente le storie dinastiche o quelle meramente di tipo politico-militare: amava invece approfondire i costumi di una popolazione, le forme di civiltà, i sistemi tecnico-scientifici, le attività produttive e la mentalità collettiva. Era lontanissimo da ogni forma di gretto nazionalismo. Non a caso è stato giudicato il primo vero filosofo europeo.

Si dice che fu fortunato ad aver avuto un padre notaio, che gli lasciò una cospicua eredità. Va detto però ch'egli la fece fruttare, in quanto allestì varie manifatture di seta, fabbriche di orologi, un teatro e fece anche costruire fattorie e case per gli operai oggetto di persecuzione religiosa.

A Parigi poté tornare, in trionfo, solo nel 1778, tre anni dopo aver iniziato a Ginevra l'edizione delle sue opere complete. Quando vi morì, l'arcivescovo si rifiutò di concedergli la sepoltura, per cui soltanto nel 1791, in piena rivoluzione, le sue ceneri furono trasferite nel Panthéon, accanto a quelle di Rousseau, con cui aveva polemizzato per molti anni.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015