ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


IL FUTURO DEL CAPITALISMO

Il capitalismo è veramente destinato all'autodistruzione? Secondo Marx sì, poiché esso produce inevitabilmente il proprio “becchino”: il proletariato.

In realtà il capitalismo non si autodistrugge che metaforicamente. Il proletariato, infatti, finché non acquisisce una coscienza rivoluzionaria, non è in grado di “sotterrare” il capitalismo.

Se proprio si vuole parlare di autodistruzione, bisogna intenderla nel senso che il capitalismo tende a risolvere le proprie crisi cicliche in maniera sempre più distruttiva. La spietata concorrenza dei monopoli elimina ogni avversario, le condizioni di vita dei lavoratori peggiorano sensibilmente, scoppiano guerre locali, regionali e anche mondiali..., ma questo non implica affatto la fine del capitalismo, quanto piuttosto il passaggio da un tipo di sfruttamento a un altro (in Occidente ad es. il proletariato sta diventando sempre più intellettuale). Il capitalismo distrugge per autovalorizzarsi: non è mai una distruzione fine a se stessa. E se anche la distruzione totale dell'ambiente rischiasse di minacciare l'esistenza stessa del capitalismo, questi saprebbe sicuramente trovare, prima di quel momento, una via d'uscita.

Facciamo un altro esempio. Oggi il capitalismo sopravvive in Occidente garantendo ai lavoratori un relativo benessere, grazie soprattutto allo sfruttamento neocoloniale. Il giorno in cui tale sfruttamento sarà meno intenso, a causa della resistenza politica del Terzo mondo, al punto che il capitalismo occidentale, costretto ad abbassare il tenore di vita dei propri lavoratori, rischierà di essere minacciato da una forte opposizione, si potrà forse parlare di inizio della fine del capitalismo? O non ci si dovrà forse attendere una trasformazione autoritaria del capitalismo, che da formazione sociale il cui potere è prevalentemente basato sulla forza economica, tenderà a trasformarsi in una formazione sociale il cui potere sarà prevalentemente basato sulla forza politico-militare? Da che cosa può dipendere la fine del capitalismo se non dalla stessa coscienza rivoluzionaria dei lavoratori dell'Occidente e del Terzo mondo?

Senza coscienza rivoluzionaria, il capitalismo non farà che autoriprodursi. Nessuna sua crisi ciclica potrà mai essere considerata, di per sé, come l'ultima, quella definitiva. Non si crea il socialismo democratico col fatalismo storico. Il proletariato anzi deve temere che il capitalismo voglia autodistruggersi poiché nelle condizioni militari in cui oggi vive il genere umano, probabilmente non si salverebbe nessuno.

Il proletariato deve fare in modo che il capitalismo si trasformi progressivamente in socialismo. Esso cioè non deve attendere che il capitalismo, consapevole delle proprie contraddizioni, decida spontaneamente di trasformarsi in socialismo, senza alcuna partecipazione del proletariato al potere. Se mai dovesse accadere una cosa del genere, di certo non si avrebbe a che fare con una socialismo democratico, ma con una sorta di socialismo burocratico, usato per gli interessi del capitale.

E' sulla base delle contraddizioni sociali, concretamente individuabili, che il proletariato, occidentale e terzomondista, deve giocarsi la propria credibilità e porre all'ordine del giorno una trasformazione qualitativa del sistema.

* * *

Con sicurezza noi possiamo affermare una cosa: che l'individualismo (cui è connessa la proprietà privata) ha potuto fino ad oggi sopravvivere in Occidente soltanto perché esso ha sempre trovato, di fronte a sé, terre da conquistare e popoli da soggiogare.

Oggi però l'imperialismo statunitense, euroccidentale e nipponico hanno come principale preoccupazione quella di salvaguardare se stessi così come sono, senza possibilità ulteriori di espansione. Il problema cioè è diventato quello di come autoriprodursi sfruttando al meglio ciò di cui in questo momento si dispone, nella consapevolezza che in futuro la resistenza (politica e economica) dei paesi neo-coloniali tenderà ad aumentare.

Il paradosso principale dei sistemi individualistici, basati sulla proprietà privata e quindi sull'antagonismo di classe, è quello di apparire particolarmente efficienti, produttivi e dinamici, mentre in realtà essi sono parassitari (perché dipendono dallo sfruttamento del lavoro e delle risorse altrui), statici (perché non vogliono assolutamente cambiare stile di vita, anzi fanno di tutto per conservarlo) e autodistruttivi (perché minano alle fondamenta il rapporto dell'uomo con la natura e con se stesso).

Un imperialismo "politico-militare" è necessario al capitalismo mondiale proprio al fine di conservare lo status quo, non tanto per estendersi geograficamente. E' dalla Ia guerra mondiale che il capitalismo non ha più la possibilità di occupare nuovi territori da colonizzare. L'occupazione può essere solo a livello economico-commerciale (ad es. attraverso le multinazionali).

Il crollo del socialismo reale può anche svolgere la funzione di ritardare la creazione dell'imperialismo "politico-militare" (guidato dagli USA), poiché i nuovi mercati che si aprono possono servire come valvola di sfogo all'espansione del capitale, ma se l'Occidente non decide d'incamminarsi sulla via del socialismo democratico, ad un certo punto dovrà per forza riproporsi l'esigenza di controllare con sicurezza il proprio impero (vedi ad es. la guerra contro l'Irak, vera cartina di tornasole dello stretto legame esistente tra imperialismo e risorsa petrolifera, che di tutte quelle che garantiscono il dominio mondiale è la decisiva).

Infatti i Paesi ex-comunisti, che accettino il socialismo autogestito o il capitalismo, non permetteranno certo all'Occidente di fare affari sui loro territori senza vantaggi reciproci, ovvero di essere trasformati in una nuova "periferia" della metropoli occidentale. La cultura della "alternativa" (al modello occidentale) qui è troppo forte perché ciò possa accadere.

In ogni caso l'esigenza dell'imperialismo politico-militare sarà determinata non tanto o non solo dalla decisione dei Paesi ex-comunisti di restare liberi e indipendenti, ma anche e soprattutto dai tentativi del Terzo mondo di emanciparsi economicamente dalla dipendenza neo-coloniale che da secoli lo affligge.

E' probabile, in tal senso, che quando l'emancipazione economica del Terzo mondo si farà strada con sicurezza, dai Paesi ex-comunisti si guarderà all'Occidente con maggior disincanto, in quanto ci si renderà meglio conto che buona parte del nostro benessere si regge sullo sfruttamento di una buona parte del genere umano. Ciò che oggi non può ovviamente apparire nei media borghesi (stenta persino ad apparire nella pubblicistica di sinistra!). Il fatto è che non si vuole assolutamente ammettere (soprattutto adesso che il cosiddetto "impero del male" è crollato) quanto i principi democratici dell'Occidente siano in realtà una colossale truffa ai danni dell'umanità.

La stessa sinistra occidentale ritiene che la democrazia borghese sia già "compiuta" sul piano politico-istituzionale, e che gli unici ritocchi vadano fatti in campo socio-economico, senza per questo dover parlare di "collettivismo" o di "socializzazione dei mezzi produttivi"! Il socialismo non deve essere altro, per questa sinistra, che la "forma suprema" di razionalizzazione del capitale...

* * *

Dunque dove stiamo andando?

Le tendenze che vanno emergendo nel mondo capitalistico sono le seguenti:

  1. privatizzazione progressiva dell'economia, garantendo autogestione, decentramento ecc., ma senza mettere in discussione i monopoli e i rapporti capitalistici. Si vuole una razionalizzazione del sistema, e le forze politiche che sembrano più adatte a tale scopo sono quelle riformiste di "sinistra";
  2. rafforzamento dell'esecutivo, cioè dello Stato poliziesco-militare, ivi incluso il presidenzialismo governativo, riducendo il peso della partitocrazia, ovvero convogliando lottizzazioni e clientele verso un obiettivo strategico comune;
  3. coordinamento a livello internazionale della repressione contro i lavoratori, sia che essa avvenga all'interno dei singoli Stati capitalisti, sia che avvenga nel rapporto di questi Stati col Terzo Mondo. L'imperialismo cioè si va "politicizzando", cioè va assumendo una connotazione politico-militare più funzionale alla riproduzione del capitale.  

Come contrastare queste tendenze?

  1. socializzare progressivamente l'economia, non limitandosi semplicemente a privatizzarla o a statalizzarla. Autogestione e decentramento devono essere effettivi, a disposizione di tutti i cittadini;
  2. l'esecutivo va rafforzato a livello locale, dando potere reale ai cittadini e ai lavoratori e riducendo quello statale;
  3. l'integrazione mondiale comporta che i problemi debbano essere affrontati in maniera mondiale, ma questo significa: 

    a) che i lavoratori devono acquisire una coscienza universale del loro sfruttamento, poiché l'imperialismo non può essere combattuto solo con una lotta nazionale; 

    b) che il banco di prova della lotta universale resta quello locale, regionale e nazionale, al fine di dare la maggiore concretezza possibile al movimento operaio mondiale.

Se l'integrazione europea non si concilia con il decentramento e l'autogestione a livello locale, gli europei rinunceranno all'idea di nazione per trovarsi a combattere con un'idea di "sovra-nazione" ancora più pericolosa.

Da notare che le Leghe vogliono creare un conflitto tra centro e periferia, portando la periferia a diventare centro di se stessa. Apparentemente questo discorso potrebbe essere democratico. In realtà, esse vogliono riprodurre nel "nuovo centro" gli stessi meccanismi di sfruttamento e di oppressione che il vecchio centro sosteneva. La differenza sta che nel "nuovo centro" lo sfruttamento sarà più intensivo, più funzionale. Le Leghe in questo senso rappresentano la "nuova destra".

Fonti

Il capitalismo prossimo venturo
Schiavismo Servaggio Capitalismo
Capitalismo e aspetti sociali
Capitalismo e socialismo
Dominio politico dell'imperialismo


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 22/04/2015