LA VENDETTA DEI PROFUGHI ERACLIDI


I

La resa compositiva degli Eraclidi di Euripide è inversamente proporzionale al valore del loro contenuto, nel senso che risulta alquanto deficitaria, il che, considerato che a quel tempo il tema doveva essere molto sentito, appare poco spiegabile, e non è da escludere che il testo sia in realtà una versione ridotta (di soli 1055 versi) di un altro lavoro più esteso.

Gli Eraclidi infatti (i figli di Eracle) sono profughi in quanto perseguitati per motivi politici. Lo stesso Euripide era un "meteco in patria", ossia uno straniero che aveva rinunciato volontariamente ai diritti politici (anche se, con le nuove leggi di Pericle, i meteci potevano commerciare, sposarsi e difendersi in tribunale).

Per capire il senso di questa tragedia, bisogna prima esaminare il rapporto che Eracle aveva avuto col persecutore dei propri figli: Euristeo. Eracle era stato voluto da Zeus per una ragione molto semplice: dopo aver imprigionato nel Tartaro i Titani, che erano atei e difensori della democrazia, in quanto rappresentanti della società pre-schiavista, Zeus dovette affrontare l'ira della Madre Terra (Gea), che proteggeva i suoi figli Titani e aveva pensato di vendicarsi, spingendo i 24 Giganti, altri suoi figli, a dare l'assalto al cielo. (1)

Siccome Zeus era all'inizio della propria carriera dispotica, contrassegnata dalla difesa delle gerarchie sociali, dello schiavismo e del maschilismo, temeva di non farcela contro questi avversari, i quali avevano la prerogativa di non poter essere uccisi da alcuna divinità (2). E così decise di produrre "in proprio" un essere umano, forte e irascibile come lui, Eracle (Ercole), congiungendosi con la più bella e virtuosa tra le donne greche: Alcmena, moglie di Anfitrione.

Tuttavia, prima di poter uccidere tutti i Giganti, Eracle, vero e proprio servo di Zeus, dovette sopportare un duro tirocinio, preteso dalla moglie di Zeus (Era o Giunone), che non aveva accettato ben volentieri il tradimento coniugale.

Chi sottopose all'eroe greco dodici terribili prove fu Euristeo, che era diventato re di Tebe e di Micene (ma anche di Tirinto e Argo) grazie ai maneggi di Era, che aveva gabbato Eracle, smentendo, con un artificio, una predizione fatta da Zeus, secondo cui i troni di Tirinto e di Micene sarebbero stati destinati al primo nato della stirpe di Perseo, che nei piani di Zeus avrebbe appunto dovuto essere Eracle (sia questi che l'altro erano discendenti di Perseo). Eracle era stato messo al servizio di Euristeo perché, in un momento d'ira, aveva ucciso i figli avuti da Megara, figlia di Creonte, re di Tebe, che gliel'aveva data in moglie per aver liberato la città dagli Orcomeni.

Tuttavia Eracle, dopo aver superato le sue fatiche e vinto i Giganti, non riuscì a detronizzare Euristeo, poiché in una delle sue numerose avventure extraconiugali commise un gravissimo errore e, per evitare sofferenze indicibili, aveva scelto di suicidarsi. E così, mentre il suo spirito finì nell'Olimpo, in segno di riconoscenza da parte di Zeus per tutto quello che aveva fatto a favore dei poteri dominanti, i suoi figli invece furono costretti a espatriare, in quanto Euristeo voleva eliminarli, onde evitare qualunque diritto di successione. A dir il vero Eracle, Alcmena, Iolao e tutti i figli erano già stati banditi da Euristeo in tutta l'Argolide, in quanto sospettati di tramare contro di lui. La tragedia quindi si riferisce al momento finale della fuga di questi profughi.

In tale ricostruzione s'è voluta dare di Eracle l'immagine di un uomo intenzionato a difendere i poteri costituiti (quelli di Zeus), che si erano imposti con l'uso della forza militare. Ma è evidente che nell'immaginario collettivo del mondo greco egli appariva come un eroe perseguitato dalla sfortuna d'aver avuto come nemica la moglie di Zeus. Nonostante ciò egli fu vinto soltanto dalle proprie debolezze sessuali, che, insieme al carattere irascibile, non privo di una certa ragionevolezza, aveva ereditato da Zeus. La tragedia di Euripide non ha la pretesa di mettere in discussione né la figura di Eracle, né, tanto meno, quella di Zeus: parte soltanto dal momento in cui Euristeo sta per attaccare Atene, nella quale il figlio maggiore di Teseo, Demofonte, aveva ospitato i figli fuggiaschi di Eracle, accompagnati da Iolao, nipote e scudiero di Eracle, in quanto figlio di Ificle, suo fratello. Demofonte si sta appunto chiedendo se consegnarli a Euristeo, per evitare la guerra, oppure no.

Già condannati a morte da Euristeo, gli Eraclidi si erano rifugiati in un tempio ateniese dedicato a Zeus, convinti che da lì i cittadini non avrebbero permesso che qualcuno li obbligasse a uscire. I templi erano come delle "zone franche" con diritto d'asilo per chi cercava protezione: violarli sarebbe stato sacrilego. Iolao aveva scelto l'importante tempio di Zeus anche per mettere alla prova il rispetto delle consuetudini, l'attaccamento alla religione della cittadinanza ateniese, che, in quel momento, era governata dai figli di Teseo. Il motivo della condanna a morte non viene detto nella prima parte della tragedia, per cui è da presumere che Euripide lo desse per scontato: l'araldo di Euristeo si limita a parlare di "assurdi guai".

L'araldo è convintissimo che Demofonte non metterà in pericolo la vita dei propri sudditi per difendere quella del vecchio Iolao e dei figli di Eracle. La tragedia ha quindi indubbiamente un sapore e un tono politico abbastanza accentuato, e forse il protagonista principale è la stessa cittadinanza ateniese: di qui la scarsa caratterizzazione psicologica dei personaggi.

L'araldo e Demofonte non si stimano per nulla: questi ritiene quello un "barbaro" nel modo d'agire. E ciò trova conferma nel fatto che l'araldo l'offende più volte: gli deve ricordare che quando qualcuno viene condannato a morte in una città, è un diritto di quest'ultima pretenderne l'estradizione, se il colpevole è un proprio cittadino; gli fa capire che ovunque i fuggiaschi si siano rifugiati, sono dovuti andarsene, perché nessuno li voleva; e che non può pensare che Euristeo non dichiari guerra ad Atene; e che, di fronte a un'eventualità del genere, Demofonte rischia di comportarsi in maniera irresponsabile verso i propri concittadini; e che deve imparare a scegliere tra gli amici i migliori e, non come ha già fatto, i peggiori.

Demofonte è incerto sul da farsi, ma permette a Iolao, per spirito di democrazia, di difendere la propria causa. E Iolao risponde subito che, da quando è profugo, è diventato un apolide, non si sente più miceneo, non avendo più intenzione di farvi ritorno, e non per questo vuole sentirsi straniero in tutta la Grecia. Inoltre è convinto che Atene, essendo una grande polis, non si comporterà come tutte le altre città dalle quali sono stati costretti ad andarsene. Iolao è convinto che gli ateniesi hanno onore da vendere e che non consegneranno gli Eraclidi per timore di dover sostenere una guerra, tanto più che quest'ultimi sono imparentati coi figli di Teseo. E poi gli ricorda che Teseo fu aiutato da Eracle quand'era finito nell'Averno per aver tentato di rapire Persefone, per cui non può non sentire un debito di riconoscenza verso i figli di lui.

Demofonte si persuade del valore di queste parole di Iolao, e soprattutto pensa, in quanto sovrano, che se consegna i profughi, rifugiatisi nel tempio, non potrà risparmiarsi l'accusa di governare una polis non libera, che "tradisce i supplici temendo gli Argivi". L'idea di democrazia, quindi, sembra voler trionfare nelle sue parole.

Convinto d'aver detto quanto bastava per rassicurare Iolao, Demofonte gli chiede di uscire dal tempio e di attendere gli eventi in un'abitazione della città. Ma Iolao non ci pensa proprio e gli risponde chiaramente di sentirsi più sicuro lì dentro, almeno finché lo scontro con Euristeo, per lui inevitabile, non si sarà concluso positivamente per Atene. Sarà quindi uno scontro tra due grandi divinità: Era, moglie di Zeus, protettrice di Euristeo, e Pallade, protettrice di Atene, e in mezzo Zeus, che "punisce tutti gli eccessi di superbia".

II

Quando l'armata degli Argivi è alle porte, Demofonte si reca da Iolao e gli dice che difenderà la loro causa di profughi solo a una condizione, quella decisa dall'assemblea popolare: il sacrificio d'una vergine d'alto lignaggio a Persefone, dea degli inferi. E poi gli aggiunge ch'egli non avrebbe mai ucciso una propria figlia, né avrebbe obbligato qualche suo suddito a farlo. Si vede costretto a porre tale condizione come una sorta di compromesso tra sostenitori e contrari alla causa di Iolao, onde evitare una guerra civile. Demofonte ci tiene a fargli capire che la decisione era stata presa democraticamente e che però doveva essere lo stesso Iolao a trovare il modo di adempierla.

Inevitabilmente Iolao si deprime, e fa questa controproposta a Demofonte: lui si consegnerà spontaneamente in cambio della vita degli Eraclidi. Ma Demofonte sa bene che Euristeo non vuole tanto la morte di Iolao quanto degli stessi Eraclidi, che possono pretendere quel trono artatamente sottratto al loro padre.

Da questo imbarazzante stallo riesce a uscire una degli Eraclidi, Macaria, che si offre spontaneamente al sacrificio: è vergine e di stirpe nobile. E soprattutto ha le idee chiare: "È ridicolo piangere seduti come supplici qui presso gli altari, e in pari tempo rivelarci vili, noi, figli di quel padre".

Essa quindi constata due ambiguità, quella di una religione che presume d'essere pia e devota, e quella di una politica che presume d'essere democratica. E al cospetto di queste due ambiguità fa altre considerazioni di grande valore. Per lei è meglio morire subito con onore piuttosto che, nel caso Atene perda la guerra, subire un trattamento indegno; e poi non le va proprio di dover continuare a fuggire, facendo vedere d'essere attaccata morbosamente alla vita; né per lei avrebbe senso sopravvivere alla morte dei fratelli: nessuno la prenderebbe in moglie. In poche parole, Macaria preferisce una morte da eroina che una vita squallida ed errabonda.

Iolao però non ci sta e propone che sia la sorte a decidere quale, tra le figlie di Eracle, debba essere sacrificata. Al che Macaria ribatte che non ci sarebbe merito morire per sorteggio. Iolao cede e Macaria chiede di morire tra le braccia di donne, non di uomini. Poi fa un'ultima dichiarazione che lascia interdetto Iolao: "Meglio che sotto terra non resti più nulla: se dovessimo, uomini morituri, anche giù patire angosce, non so proprio dove ci si potrebbe volgere: morire, di tutti i mali è il farmaco sovrano".

Se questa non è un'esplicita professione di ateismo, che cos'è? Per Iolao è come se stesse bestemmiando. E il coro deve per forza intervenire per ristabilire lo status quo: "Senza gli dèi non esiste per gli uomini prospera sorte né sventurata..., ma sorte a sorte sempre succede. L'uno dall'alto in angustie riduce, l'altro, che è misero, rende felice, dato che non è possibile sfuggire al destino, neppure se si fosse altamente saggi".

L'ateismo è proprio una conseguenza del fatto che tutto viene deciso dal caso, per cui non ha senso credere in un intervento "certo" degli dèi. Se gli uomini non possono far nulla per rimediare alla loro triste condizione di vita, e gli dèi, che pur potrebbero, non lo fanno, se non in maniera del tutto fortuita e imprevedibile, a che pro credere? - sembra chiedersi Euripide. A che pro essere giusti? Davvero l'ateo è moralmente peggiore del credente? O è soltanto meno ingenuo? Davvero la moralità può misurarsi soltanto sulla base di una fede o di una mancanza di fede nei confronti della divinità? Qui Euripide (discepolo di Anassagora) è a un passo dal capire che l'ateismo è solo il presupposto per una critica della democrazia formale, per un'istanza di superamento dei rapporti sociali antagonistici.

Un passo ulteriore lo fa compiere allo stesso Iolao, che, colpito al cuore dalla decisione di Macaria, ha uno scatto d'orgoglio e chiede, pur essendo già anziano, di combattere come oplita contro Euristeo. Ottenuta la divisa, Iolao deve difendersi da chi vorrebbe dissuaderlo, e la spunta. Si butta nella mischia, come fosse un giovane gagliardo, e gli ateniesi hanno la meglio, anche perché Euristeo era solo un codardo. Infatti aveva rifiutato di duellare col solo Illo, figlio di Eracle, che gli aveva fatto tale proposta per evitare un inutile strage da ambo le parti.

Fu proprio al vedere il rifiuto di Euristeo al duello individuale che gli indovini decisero di sacrificare immediatamente Macaria, temendo il peggio per la città. Euripide fa dire al nunzio che fu lo stesso Iolao a catturare Euristeo.

Tra i profughi vi era anche Alcmena, madre di Eracle, che, quando vede Euristeo incatenato, vorrebbe sgozzarlo con le sue mani. Ma un servo di Demofonte la mette sull'avviso: ad Atene non si uccidono i prigionieri, anzi, non si troverebbe nessuno che giustizierebbe in pubblico un sovrano come Euristeo. Quest'ultimo, dal canto suo, messo a confrontarsi con Alcmena, non ha dubbi nel riconoscere il grande valore di Eracle, e però vuole aggiungere che, una volta morto l'eroe, non avrebbe potuto, per ragioni di sicurezza o di opportunità, far sopravvivere in alcun modo i suoi figli; sicché Alcmena sbaglia a provare dei risentimenti personali contro di lui, in quanto, al suo posto - glielo dice chiaramente -, lei si sarebbe comportata nella stessa maniera, proprio perché le questioni politiche vanno considerate sempre prevalenti su quelle private.

L'anziana Alcmena però la pensa diversamente, e decide di farlo uccidere sia per motivi politici, in quanto ha intenzione di ritornare ad Argo, sia per motivi personali, in quanto lo detesta nel suo più profondo. E chiede allo stesso Illo di farlo fuori. Quest'ultimo rappresentava il ramo principale degli Eraclidi, i quali invasero coi Dori il Peloponneso, anche se dovettero passare tre generazioni prima di conquistarlo.

Note

(1) Ovviamente tutti i miti, essendo espressione di una cultura aristocratica, stanno dalla parte di Zeus, per cui la descrizione dei nemici è viziata in partenza.

(2) Gli dèi non potevano uccidere gli uomini perché, altrimenti, avrebbero ucciso anche se stessi. Gli uomini invece, se avessero tentato di uccidere gli dèi, sarebbero stati severamente puniti. Non dimentichiamo che la nascita dello schiavismo va di pari passo con la nascita di una religione che fa gli interessi delle classi dominanti.

Testi di Euripide

Altri testi

Vedi anche Alcesti, Baccanti, Ecuba, Ippolito, Medea, Eraclidi, Andromaca


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015