IPPOLITO DI EURIPIDE
TRA CASTITA' ED EROTISMO


I

Che cos'è l'Ippolito di Euripide? Un inno alla castità? Un'accusa contro la maldicenza? Una critica del politeismo? Una marcata preferenza per il genere maschile? In parte tutto questo, ma soprattutto è una cosa, la più profonda di tutte, che scorre come un fiume sotterraneo all'intera vicenda e che viene tematizzata solo in pochissimi versi: l'esigenza di riscattare i figli naturali agli occhi dei padri, per giunta autoritari e seduttori, quando questi li considerano di molto inferiori a quelli legittimi.

Dice infatti Ippolito: "Povera madre mia, povera nascita mia! Che la sorte d'essere un bastardo a nessuno dei cari tocchi mai!". Qui è forse l'autobiografia di Euripide? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che Teseo aveva avuto Ippolito, riconoscendolo come proprio figlio, da una donna qualunque, chiamata Antiope (o Ippolita), che le Amazzoni consideravano loro "regina", ma che non poteva vantare alcuna ascendenza nobiliare.

Euripide vuole essere il difensore degli oppressi, e qui non difende tanto Ippolito in quanto vergine, ma in quanto figlio di seconda categoria. Vuol dimostrare che l'onestà o la sincerità può appartenere a chiunque, a prescindere dalla sua origine sociale, dal suo lignaggio.

Quindi per capire Ippolito bisogna prima capire Teseo, perché sono l'uno l'opposto dell'altro, almeno nel modo di porsi. E si capirà anche perché una tragedia come questa, in una società maschilista come quella greca, dove certamente i costumi sessuali facevano fiorire le nascite illegittime, poté trovare ampie giustificazioni nell'agone teatrale del 428 a.C., ove vinse il primo premio.

Teseo non fu solo il primo uomo politico espresso dalla Grecia, il primo a realizzare una specie di confederazione attica con Atene capitale, tenendo unite le 12 piccole monarchie, tra loro rivali, sulla base dell'obiettivo di contrastare l'egemonia mediterranea della civiltà cretese, che considerava la penisola quasi come una propria colonia (si veda il mito del Minotauro, dove Teseo fu il protagonista risolutivo, con l'aiuto di Arianna, figlia di Minosse, innamorata di lui, ma che lui abbandonò sull'isola di Nasso). Per tenere unite queste realtà locali, Teseo inventò anche una sorta di olimpiadi, le "Panatenee".

Fu lui a suddividere il popolo in tre classi, in funzione anti-aristocratica: contadini, artigiani e intellettuali; e a reclutare le persone d'ingegno che risiedevano all'estero; e a emettere anche la prima moneta greca, la cui effigie doveva ricordare la sua impresa più famosa, quella appunto del toro nel labirinto, simbolo di una religiosità più primitiva di quella micenea.

Il mito vuole ch'egli nascesse da Egeo, un uomo sterile che invano aveva sposato due mogli. Egeo era molto ricco e i tanti parenti, visto che non aveva eredi, erano ormai convinti che si sarebbero spartiti tutti i suoi beni. Pertanto, quando, grazie all'aiuto di una pozione di Medea, riuscì finalmente ad averne uno da Etra (figlia di Pitteo, re di Trezene, nell'Argolide), la sua terza moglie, preferì nasconderlo nella stessa Trezene, temendo che glielo ammazzassero. E si fece promettere dalla moglie di non rivelare mai a suo figlio il nome del padre, almeno finché non fosse stato capace di spostare da solo un enorme masso, sotto il quale aveva seppellito una spada e un paio di sandali usati.

Inutile dire che dietro questa stranezza del nascondimento del figlio legittimo, può esserci stato uno stratagemma analogo a quello di Abramo con Sara, quando quest'ultima gli chiese di congiungersi con la schiava Agar per avere un discendente. Qui, essendo sterile Egeo, sarà avvenuto il contrario, e il macigno non rappresenterebbe altro che la consapevolezza di una origine oscura, su cui soprassedere nel momento in cui si desidera lottare per un proprio riscatto sociale (la spada è appunto lo strumento della rivalsa e i sandali usati quelli della propria origine). È importante fare questa supposizione, in quanto tutta la tragedia ruota attorno al tema di una paternità o maternità poco chiara o comunque, rispetto dei canoni dominanti, poco dignitosa.

Divenuto adulto, Teseo fece quel che gli era stato chiesto, ma senza intenzione di recarsi ad Atene via mare: preferì viaggiare a piedi, per dimostrare a se stesso che ce l'avrebbe fatta, nonostante fosse stato sconsigliato dalla madre, la quale temeva i numerosi briganti. Egli infatti ne incontrò cinque, ma li fece fuori tutti, tra cui il più famoso, almeno nell'immaginario europeo: Procuste, quello del letto mortale.

Il mito prosegue dicendo che, mentre Teseo era confinato a Trezene, educato dal centauro Chirone (in quanto il vero padre era servito soltanto per ingravidare Etra), Medea, cacciata da Corinto, aveva chiesto ospitalità a Egeo, in cambio del favore che gli aveva fatto circa la sterilità. Il caso volle che Egeo riuscì ad avere un figlio dalla stessa Medea, cui mise nome Medo. Quando Medea venne a sapere dell'arrivo ad Atene di Teseo, temendo per la sorte di Medo, che aveva meno titoli per subentrare a Egeo alla guida della città, tramò per uccidere Teseo. Nel corso di una grande festa Medea offrì una coppa avvelenata a Teseo, ma, proprio mentre stava per berla, Egeo s'accorse che la spada che aveva Teseo era la stessa che lui aveva sepolto sotto il masso 18 anni prima, a Trezene. E così Egeo, dopo avergli salvato la vita, lo riconobbe come figlio legittimo ed erede, mentre per Medea fu la fine.

Poi Teseo dovette lottare contro i 50 cugini, figli di Pallante, che lo volevano uccidere, avendo essi spodestato lo zio Egeo. Fu dopo aver eliminato quest'ultimi che si accinse a farla finita coi Cretesi di Minosse. Non fu solo questa impresa a renderlo famoso, ma anche la battaglia contro le Amazzoni, che ad Atene volevano riprendersi la regina da lui rapita, Antiope, nella lontana Sciria; nonché la partecipazione alla caccia del cinghiale Caledonio e all'impresa degli Argonauti. Era famoso anche per aver rapito, prima di Paride, la giovanissima Elena, e di aver tentato di farlo anche con Persefone, negli inferi. Tutti sapevano che aveva avuto moltissime amanti, tante quante erano state le sue avventure. Insomma un personaggio con cui confrontarsi era difficile, soprattutto per un timido come Ippolito.

La tragedia non parla della fine che fece Teseo, perché il personaggio principale è Ippolito, ma il pubblico senza dubbio la conosceva. Fu ucciso da Licomede, re di Sciro, che lo fece gettare da una rupe, perché, conoscendolo di fama, temeva che gli volesse usurpare il trono. In realtà Teseo era andato da lui per chiedergli aiuto, in quanto il proprio trono, ad Atene, gli era stato portato via da una congiura nobiliare guidata da Menesteo, mentre egli era all'inferno intento a rapire Persefone, moglie di Ade, il quale, in conseguenza di ciò, l'aveva punito facendolo sedere su una pietra che gli impediva di rialzarsi (dovette essere liberato, con fatica, da Eracle). Probabilmente si era trattato di una delle sue solite avventure galanti, questa volta con una donna altolocata, il cui nome si era voluto nascondere dietro quello della divinità. Le sue spoglie mortali furono traslate ad Atene da Conone nel V sec. a.C. e sulla sepoltura venne eretto un tempio a lui dedicato.

II

Nella tragedia di Euripide una frase pronunciata da Teseo ci conferma nelle perplessità circa il suo effettivo albero genealogico. La dice dopo aver saputo come Ippolito era morto: "Posidone, hai dato segno che sei mio padre, ascoltando i miei voti". Ippolito infatti morì a causa di un toro uscito dalle acque tempestose del mare, che fece imbizzarrire le quattro puledre legate al cocchio. Dunque anche Teseo era stato un figlio naturale, cui si cercò di attribuire un padre fittizio? Se non era così, perché sostenere d'essere figlio di Posidone?

Qui non si deve dimenticare che tutti i miti greci sono stati partoriti da una cultura insieme aristocratica e maschilista, in cui convivono in maniera contraddittoria due elementi tra loro opposti: il fatto di potersi vantare di una propria origine nobiliare, cioè di avere una stirpe aristocratica, e il fatto, sempre più frequente, a motivo delle tendenze libertine degli uomini altolocati, di non poter attribuire con certezza la propria origine a un determinato padre. In genere, quando si afferma di discendere da qualche dio, è perché, in realtà, non si era figli legittimi (spesso anzi si nasceva da una relazione occasionale con qualche schiava o donna di modeste condizioni).

E se nel caso di Teseo la cosa era molto probabile, nel caso di Ippolito era addirittura certa, e in entrambi i casi, però, i figli erano stati riconosciuti. Tra Teseo e Ippolito i rapporti dovevano per forza essere tesi, poiché gli eredi principali di Teseo non potevano essere che i figli legittimi di una moglie dal "sangue blu", quelli che lui aveva avuto con una figlia di Minosse, Fedra.

Il mito in questione probabilmente volle mascherare l'intenzione di Teseo di liberarsi di un figlio divenutogli scomodo. Ma per Euripide, a fronte della grande notorietà di Teseo, cui gli ateniesi sicuramente dovevano molto, sarebbe stato impossibile mettere in cattiva luce questo grande eroe. Ecco perché è costretto a usare pesantemente degli escamotage, facendo sì che la vicenda assuma toni tragici per volontà non tanto degli esseri umani quanto degli dèi. E lo fa sin dal prologo, chiamando in causa Afrodite (Cipride), la quale afferma subito che Ippolito è figlio sì di Teseo, ma anche di un'anonima amazzone, ed era stato cresciuto da un sant'uomo di nome Pitteo, padre di quella Etra (madre di Teseo) rapita dai Dioscuri e fatta schiava da Elena di Troia.

Ufficialmente il nome dell'amazzone era Antiope-Ippolita, detta, per opportunità, "regina", ma che era tenuta in scarsa considerazione da Teseo, il quale infatti la eliminò molto presto (forse morì durante l'assedio amazzone di Atene), per poter sposare la sorella minore di Arianna, Fedra, donna cretese molto altolocata, che gli diede due figli e che in questa tragedia si comporta in maniera contraddittoria, apparendo insoddisfatta del proprio rapporto con Teseo.

Certamente anche Antiope aveva detestato il marito, ma per motivi diversi, anche perché, essendo un'amazzone, odiava gli uomini in generale. Sin da giovane infatti aveva vissuto un'esistenza molto difficile, al punto che i due gemelli, avuti da uno sconosciuto (il mito parla di Zeus), fu costretta ad abbandonarli. Lei stessa era stata tenuta in schiavitù e maltrattata dai coniugi Lico e Dirce, poi uccisi proprio dai suoi stessi gemelli. Per punizione di questo delitto essa fu fatta impazzire da Dioniso, ma poi rinsavì, diventando appunto "regina" delle Amazzoni (un titolo evidentemente non reale ma simbolico, onorifico).

Antiope si era sposata con Teseo dopo che le Amazzoni erano state sconfitte in una battaglia (il mito si confonde qui con quello di Eracle, riguardo alla sua nona fatica). Teseo l'aveva presa come trofeo di guerra, ma non è da escludere che se ne fosse invaghito a motivo del suo forte carattere e che poi l'abbia fatta uccidere proprio perché si opponeva al matrimonio con Fedra.

Questa lunga digressione per dire che i due destini, di Teseo e d'Ippolito, paiono avere un'origine comune, spiacevole per entrambi: un'origine non illustre, non aristocratica. Con questa differenza, che Teseo era un re e non avrebbe tollerato che si sapesse in giro da dove egli proveniva effettivamente, meno che mai per bocca del figlio Ippolito. E forse vi era ancora un'altra differenza, che Teseo era riuscito a riscattarsi da un'esistenza difficile in virtù di una grande forza d'animo; viceversa Ippolito appariva, agli occhi del padre, un debole, persino un incapace nelle relazioni con l'altro sesso.

Il mito ricorda che quando il giovane Teseo andò a vivere ad Atene, incontrò un gruppo di muratori impegnati nella costruzione di un tempio, che gli diedero della donnicciola per il modo com'era vestito e pettinato. Egli reagì subito, mostrando con la forza che non lo era. Sarebbe stato capace di questo Ippolito? Certamente no.

Si noti anche un altro particolare significativo, in grado di accostare i due destini di padre e figlio. Quando Teseo tornò ad Atene, dopo aver ucciso il Minotauro, avrebbe dovuto, come promesso al padre, issare una vela bianca sulla nave in segno di vittoria; ma, chissà perché, se ne dimenticò, e la sostituì con una nera in segno di lutto. Voleva forse liberarsi del padre, cioè di uno scomodo testimone circa la sua effettiva origine? Non si sa. Fatto sta che il padre, temendo che il figlio fosse morto, per il dolore si suicidò, affogando in quel mare che poi prese il suo nome. Una tragedia, quest'ultima, dovuta forse a un malinteso? Strano che anche quella di Ippolito avvenga per la stessa ragione.

Teseo era famoso come tombeur de femmes (Perigune, Alope, Arianna, Egle...), anzi, come "rapitore di donne" (Antiope, Elena, Persefone...). Ippolito se ne vergognava e cercava di formarsi un'identità agendo all'opposto, come celibe e vergine di ferro. La tragedia esprime benissimo la grande difficoltà di vivere, per un giovane non amante degli atteggiamenti maschilisti, in una società dove gli uomini invece li consideravano un vanto e le donne un peso inevitabile da sopportare.

III

Il primo espediente che usa Euripide per togliere Teseo dall'imbarazzante situazione d'aver eliminato, con la sua protervia, il mite Ippolito, è quello di far capire che, dietro questa tragedia, non vi era una volontà umana, bensì divina. Di qui l'idea di far intervenire subito Afrodite, la quale dichiara di non sopportare l'idea che Ippolito disprezzi l'amore per l'altro sesso e che si sia votato alla vergine Artemide.

Per vendicarsi, instilla nell'animo di Fedra un desiderio morboso di congiungersi con Ippolito, e preannuncia al pubblico un finale già noto: Ippolito rifiuterà le attenzioni di Fedra ed entrambi moriranno.

Qui non deve scandalizzare un comportamento del genere da parte di una divinità. Per i greci i sentimenti degli dèi erano identici a quelli umani: l'unica differenza stava soltanto nel luogo in cui risiedere dopo morti, che per gli umani non poteva certo essere l'Olimpo, salvo rarissime eccezioni.

Ippolito appare come una persona pia, religiosa, che passa tutto il suo tempo a cacciare. E che però non venera tutti gli dei, come gli suggerisce di fare il servo, ma solo quelli che a lui paiono più puri o più casti, come p.es. Artemide.

Quando entra in scena la nutrice, nel dialogo con Fedra, il tentativo, visto che nei confronti degli dèi nulla si può fare, è quello di cercare una soluzione ragionevole alle stranezze conturbanti di quest'ultima. La nutrice infatti usa parole di conforto, seppure al negativo, che dovrebbero indurre a un atteggiamento rassegnato, stoico: "non c'è per l'uomo una vita che triste non sia, né tregua c'è dell'affanno... quaggiù disperati amanti tutti noi ci mostriamo, ché nulla è provato o si sa della vita sotterra, e siamo in balia di favole e chiacchiere vane".

Ecco qui la filosofia di vita di Euripide, basata sulla prudenza, il buon senso e la giusta misura ("nulla troppo", è il suo motto), sostanzialmente indifferente alla religione, o comunque ossequiente in maniera del tutto formale. Egli anticipa tale filosofia per mostrare che ai mali sociali vi sarebbe, in teoria, una via d'uscita, ma nella pratica gli uomini sono dominati da un destino insensato. Sanno come le cose dovrebbero andare, sanno persino come potrebbero continuare a sussistere, pur nelle loro aspre contraddizioni; ciononostante le classi dirigenti non riescono a fare altro che a peggiorarle, come se fosse più forte di loro.

L'affanno in questione, che qui viene criticato dalla nutrice, è uno di quelli tipici delle classi benestanti: dar sfogo alla libido per vincere la noia, ovvero vivere un'avventura galante extraconiugale, forse per colpa d'un marito occupato in altre faccende. Per ostacolarlo, la nutrice fa presente alla sua signora, a digiuno da tre giorni e quasi intenzionata a morire d'inedia, che se continua così tradirà i suoi stessi figli: "non avranno parte della casa paterna, te lo dico in nome dell'amazzone, di quella cavallerizza che, creando un figlio bastardo con legittime pretese, ha messo al mondo, per i tuoi figlioli, un padrone, ma sì, tu lo sai bene, Ippolito".

Cioè in sostanza le dice di rinsavire, di non sdilinquirsi, poiché Ippolito è il primogenito di Teseo e, se non vuole che subentri al padre, è bene che resti viva, soprattutto adesso che i due figli, avuti dal marito, sono ancora piccoli. Questioni politiche ed economiche, in una parola dinastiche, che la nutrice, saggiamente, vuole anteporre a quelle psicologiche ed esistenziali di Fedra, di cui ancora non conosce la natura sessuale.

Per giustificare questa sua morbosa passione, Fedra fa alla nutrice un lungo discorso, dal sapore di una drammatica ammissione di colpevolezza interiore. "Conosciamo e distinguiamo ciò che è bene - dice -, ma non lo pratichiamo, o per pigrizia o perché preferiamo all'onesto un piacere. Son tanti nella vita i piaceri: lunghe chiacchiere, e l'ozio, un dilettoso vizio".

Dopodiché si mette a elencare, razionalizzandoli, i rimedi cercati alla propria ossessione perversa: tacere ragionare morire. Si vergognava di se stessa, dei propri impulsi, soprattutto in quanto donna, "oggetto d'odio a tutti", quando viola il talamo altrui. Con gli uomini invece si è più indulgenti in una società maschilista - lei lo sa. E fa anche un'analisi sociologica di non poco conto, estremamente lucida. "Dalle case nobili cominciò la corruzione: ché le vergogne che piacciono ai nobili, per gli umili diventano un miraggio. Le donne, poi, tutte caste a parole, che di nascosto indulgono alle audacie più turpi, io le detesto".

Incredibile, da parte di una esponente di quel ceto cui da sempre appartiene e che qui ridicolizza, una autoanalisi così seria e precisa. Pare fuori contesto nell'economia della tragedia. Qui Euripide ha voluto forzare la mano e sta straparlando; sta facendo dire a Fedra delle frasi che al massimo avrebbe potuto proferire la nutrice, e solo con se stessa, temendo d'essere ascoltata dai suoi padroni. Qui è anticipato un senso della colpa così acuto che si ritroverà soltanto otto secoli dopo in Sant'Agostino, fino a raggiungere il proprio vertice nei testi influenzati dalla psicanalisi freudiana.

Fedra si preoccupa addirittura delle conseguenze che questa sua frenesia erotica potranno avere sui propri figli, il giorno in cui essa diventerà di dominio pubblico. Non teme solo la reazione del marito, ma anche che i figli possano subire dei traumi psicologici: "la coscienza d'una colpa del padre o della madre, fa uno schiavo anche l'uomo più ardito".

Al sentirla così sincera e preoccupata nel denunciare la propria insana passione, la nutrice cerca di consolarla, dicendole che, quando ciò accade, è difficilissimo resistervi. La responsabilità principale, in tal caso, ricade su Afrodite: è lei che "semina e infonde il desiderio", cioè una forza superiore, assolutamente inspiegabile e invincibile, al punto che persone "di gran senno, vedendo andare alla malora un matrimonio, fingono di non vedere... I padri aiutano nei peccati d'amore i propri figli... Gli uomini ritengono saggio chiudere gli occhi a ciò che non è bello. Niente perfezionismi nella vita! Uomini siamo". Alla passione è impossibile opporvisi: neppure gli dèi vi riescono. E qui cita alcuni casi clamorosi, di cui uno riguarda persino Zeus.

Tuttavia il consiglio che le dà è inaspettato. Piuttosto che vederla sull'orlo del suicidio, la invita a farsi forza: "Prendi il coraggio d'amare: è stato un dio che l'ha voluto... La tua malattia volgila al bene... La posta in palio è grave, è la salvezza della tua vita".

Improvvisandosi quindi come una psicoterapeuta un po' opportunista e spregiudicata, la invita a sincerarsi se per caso in Ippolito non esista un sentimento analogo, cioè ricambiato, seppur taciuto: "è di quell'uomo che va sondato l'animo al più presto, dicendo tutto per filo e per segno".

Pare a Fedra una soluzione di compromesso, che tuttavia non può non scandalizzarla, trovandola assai ardita, del tutto inaspettata. Ma la nutrice sembra offrirsi come intermediaria "giudiziosa": "Meglio il fatto, se ti salva, che la gloria d'un uomo che t'uccide".

In pratica la stava invitando a essere più concreta e meno ambigua, più rivolta alla vita che non a difendere una onorabilità astratta, che di fatto la sta portando alla consunzione. Non si può morire solo per la vergogna d'un pensiero. E Fedra si fida. È consapevole che i rappresentanti dei ceti minori spesso, nelle cose pratiche, la sanno più lunga di quelli dominanti, sanno districarsi con maggiore disinvoltura, sbrogliare la matassa con più sicurezza.

Anche se un dubbio le viene: "M'ha distrutta svelando i casi miei, per medicare il morbo che m'affligge: ammirevole intento, ma sbagliato". Solo su questa frase si potrebbero scrivere decine di libri, poiché qui è racchiusa l'essenza della psicologia umana. Nel Medioevo le colpe venivano dette pubblicamente, al fine di trovare un sollievo; poi la chiesa romana inventò la confessione auricolare; infine venne l'analista. Che cosa dunque offre maggiori garanzie di riparazione, di redenzione morale: uno sfogo personale, privato, davanti a una persona di fiducia, vincolata al nostro segreto, o l'ammissione pubblica di una colpa che non è solo personale, ma di una determinata collettività? E soprattutto: davvero basta confessare le proprie colpe per poterle superare? è forse così che si vincono i condizionamenti in cui esse sono maturate?

Il dialogo tra la nutrice e Ippolito riprende subito questa tematica. "Non sono cose da portare in pubblico", lei gli dice. "Quello che è bello, è bello divulgarlo", le risponde candido. Ma è davvero così ingenuo Ippolito? Oppure, una volta ascoltata la nutrice, dobbiamo pensare che abbia intenzione di rivelare tutto a Teseo affinché cacci di casa la moglie e i figli e renda lui solo legittimo successore? Che cosa ha davvero intenzione di fare il casto Ippolito, che qui non può certo scordare i torti subiti da sua madre? La sua lingua ha giurato di tacere, ma non il cuore. La sua matrigna in realtà gli fa ribrezzo ed è inutile che la nutrice gli dica che errare è umano.

IV

La lunga filippica di Ippolito contro le donne sembra prendere a pretesto proprio la morbosa confessione della matrigna, ascoltata dalla bocca della nutrice. Pensare male è peccato, lo sappiamo, ma l'importante è restare disponibili a convincersi del contrario.

Il fatto è che questo inno d'Ippolito alla misoginia pare talmente esacerbato che si fa fatica a credere che, per suscitarlo, sia stata sufficiente la rivelazione della nutrice sui pensieri sconci di Fedra. Cioè si stenta a credere che in Ippolito l'assoluta castità fosse vissuta con la necessaria serenità interiore. Qui anzi sembrano palesarsi pregiudizi assai radicati, la cui origine psicologica resta del tutto oscura.

Ippolito detesta nel suo più profondo le donne, eppure si è votato alla dea Artemide. Possibile che non sappia distinguere, nella donna, gli atteggiamenti ambigui da quelli sinceri, la purezza delle intenzioni dalle ipocrisie? Qui non è neppure il caso di andare a cercare nelle sue parole una qualche tendenza omosessuale, poiché egli mostra chiaramente di rifiutare l'atto sessuale in sé. In ciò sembra somigliare a un monaco di clausura.

Di più: si ha come l'impressione ch'egli voglia fare della verginità un mezzo per battagliare ideologicamente contro la società. Vuol forse fare la parte di un censore morale, di un fustigatore dei costumi sessuali? Sta parlando contro le donne perché in realtà vuol colpire il maschilismo della sua città, contro cui le donne sembrano essere impotenti? Le quali, anzi, col loro comportamento (remissivo o compiacente) spesso l'amplificano. Chi ha di mira Ippolito? Solo la matrigna o anche il padre, che preferì una donna dai pensieri così osceni alla casta Antiope?

Diciamo questo perché l'invettiva ci pare alquanto esagerata, soprattutto in considerazione del fatto che, fino adesso, Euripide non ci aveva fatto credere minimamente che Ippolito fosse un fanatico dell'anti-sessualità. Le donne, agli occhi d'Ippolito, appaiono soltanto come uno spreco di denaro; quando poi il matrimonio è altolocato, rappresentano anche un compromesso vergognoso, poiché l'amore vi è del tutto assente; senza poi considerare che spesso i parenti, essendo nobili, sono sul piano pratico dei buoni a nulla e ai loro vizi ci si deve necessariamente rassegnare, in quanto nelle unioni di questo genere si finisce col vincolarsi all'intero parentado.

Le donne sciocche e incapaci o, al contrario, saccenti e troppo loquaci sono, a suo parere, tutte detestabili: non sanno tenere segreti e sostanzialmente sono disoneste. Sarebbe stato meglio - e qui dice una cosa che pare anticipare l'odierna fecondazione artificiale a scopo eugenetico - che all'uomo fosse stata data da Zeus la possibilità di avere figli senza l'aiuto di alcuna donna, semplicemente acquistando un seme di figliolanza in rapporto al suo valore.

Ippolito si sente vincolato al giuramento di non dire nulla di quanto ha sentito dalla nutrice, ma rivelerà la cosa quando suo padre tornerà ad Atene e si aspetterà che lui prenda seri provvedimenti.

Venuta a sapere di questa minaccia, Fedra entra nel panico e inveisce contro la nutrice, la quale, pur essendo esperta di cose mondane, non aveva assolutamente capito la personalità d'Ippolito. Ora il problema è come evitare la pubblica infamia, che sicuramente sarebbe giunta anche a Creta, cosa di cui Fedra è preoccupatissima. Il rimedio per lei è uno solo: impiccarsi, lasciando una lettera in cui sia detto che Ippolito aveva cercato di violentarla e che per questo meritava di morire.

Quando Teseo giunge alla reggia, legge il biglietto e chiama subito Ippolito a giustificarsi, avendo però già in mente o di ucciderlo o di esiliarlo, in quanto per lui la prova della lettera è schiacciante. Si dispiace di non averlo capito prima. D'altronde non è colpa sua se Zeus non ha provveduto a distinguere chiaramente gli amici sinceri da quelli falsi. Ancora una volta - come si può notare - vi è qui la grande ingenuità greca di poter un giorno veder equiparate verità ed evidenza.

Le accuse che Teseo rivolge a Ippolito da tempo doveva averle pensate, poiché sono terribili, soprattutto quando dette da un padre al proprio figlio. "Sei dunque tu quell'uomo superiore che vive insieme con gli dèi? Sei tu quel santarello senza vizi?... Su, vantati, smercia pure la chiacchiera che sei vegetariano, prenditi a modello Orfeo, fai l'ispirato baccheggiando, onora pure le fumisterie di quei libri... gente come te che va a caccia di gonzi con parole austere, e trama infamie".

Sono parole tremende, pesanti come macigni, che vogliono colpire al cuore. Teseo sta negando valore a tutta la vita di Ippolito, al punto che vien da pensare che una qualche ragione dovesse averla, cioè che Ippolito, effettivamente, non fosse altro che un fanatico del rigorismo ascetico e dietetico, un mistico pseudo-ispirato, che per Teseo voleva dire solo una cosa: ipocrisia. Prima ne aveva avuto il sospetto, ora, di fronte al cadavere della moglie, ne ha la certezza; o meglio, prima ne aveva una certezza interiore, ora ne ha la prova, e gli mostra il biglietto.

"Dirai che lei ti odiava, e che un bastardo è un nemico dei figli legittimi", ma non avrebbe mai potuto così tanto odiarti da togliersi la vita e distruggere quella dei figli, se tu non l'avessi indotta a farlo. E non puoi dire: "non sono gli uomini che perdono la testa, ma le donne". Io "ne conosco di giovani, per nulla inattaccabili... che hanno l'animo ardente sconvolto da Cipride: li copre solo il fatto che sono maschi". E gli preannuncia subito l'esilio, senza neanche ascoltarlo.

Ippolito però reagisce e, pur ammettendo di non saper "parlare forbito davanti a molta gente", ha intenzione di difendersi, poiché ne va del suo onore. "Non c'è nessuno che sia mai stato più casto di me... So venerare gli dèi, essere amico di chi non fa il male... Di chi mi frequenta io non mi prendo gioco... Con gli amici, presenti o assenti, sono sempre lo stesso... Sì, lo capisco, alla mia castità non credi... Ma tu devi provare in che modo e da cosa sarei stato sedotto. Forse lei era la donna più bella del mondo? Oppure, procurandomi una femmina ereditiera, speravo d'avere in pugno la tua casa?... Regnare piace? Non certo ai saggi, a meno che si neghi che il potere guasta la mente a quelli che seduce... L'assenza d'ogni rischio dà un piacere più forte che regnare... Ora non posso che giurare: per Zeus che custodisce i giuramenti e per il suolo della terra, giuro che non ho mai toccato la tua sposa, che non avrei potuto mai volerlo, né mi sarebbe mai venuto in mente".

V

Queste parole d'Ippolito sono, a dir poco, sublimi. Meritavano d'essere riportate tutte, anche perché, in esse, vi è molta della filosofia di vita di Euripide: culto dell'amicizia, rigore personale, ascetismo intellettuale, rifiuto della sessualità fine a se stessa, rinuncia alla politica attiva, critica del sistema dominante, onestà e sincerità d'animo... Quanto alla religione, le sue personali convinzioni devono tener conto di un certo ossequio formale.

Ora finalmente sappiamo chi era Ippolito. Non possiede una prova inconfutabile con cui poter dimostrare che dice la verità. Ma se l'avesse avuta, Teseo gli avrebbe davvero creduto? avrebbe davvero desistito dalla decisione di umiliarlo con l'esilio? Di fronte a una confessione d'innocenza così contrita, così umile, il pregiudizio di Teseo non viene forse ad amplificarsi a dismisura?

È difficile infatti pensare che il sovrano non avesse voluto approfittare di questa tragedia familiare come pretesto per liberarsi definitivamente di Ippolito. Arriva addirittura a ritenere l'esilio una pena più adeguata a un crimine del genere che non la condanna a morte, proprio perché non lo vuole soltanto eliminare, ma anche far soffrire: nessuno infatti, a conoscenza di una storia del genere, lo avrebbe mai ospitato. E vuole che ciò avvenga subito, senza alcun indugio, confidando sulla inoppugnabilità probatoria della fonte diretta, scritta sicuramente da Fedra (vi era il suo personale sigillo sulla lettera).

Teseo doveva essere un sovrano autoritario, indubbiamente coraggioso ma egocentrico, eccessivamente sicuro di sé. E Ippolito glielo fa capire molto chiaramente: "Non aspetti neppure che le prove contro di me le sveli il tempo? Senza un giudizio vuoi cacciarmi via, senza vagliare giuramenti, prove e neppure responsi di indovini?".

Di fronte a tali obiezioni Teseo è costretto a rivelare la causa del suo inspiegabile, in quanto affrettato, comportamento: "È quell'aria compunta che mi fa schiattare". Cioè è l'opposizione speculare al suo modo di vivere, alla sua personalità che lo induce a essere tassativo. Da tempo aveva cercato il modo di liberarsi, nella propria reggia, di una presenza così mortificante, insopportabile per un uomo come lui, abituato al successo, a imprese eroiche, avventurose, a sfidare la sorte e nemici d'ogni genere, a pretendere dalla vita il meglio possibile: ora finalmente aveva trovato quel momento. E pensa addirittura, imponendo l'esilio, d'aver scelto una pena educativa, basata sul contrappasso. Infatti dice: "Contemplare te stesso: ecco la cosa che sei solito fare, molto più che agire bene verso i genitori". Per Teseo Ippolito era solo un viziato narcisista, un figlio di papà con idee bislacche nella testa. L'esilio dunque gli servirà per strisciare come un verme, per imparare a vivere nella fatica e nelle umiliazioni, quelle che Teseo stesso aveva dovuto sopportare in gioventù e da cui però aveva voluto riscattarsi con ogni mezzo e modo.

Ippolito ovviamente è terrorizzato: "A quale casa ospitale accostarmi col peso addosso di un'accusa simile?", si chiede, attribuendo una tortura del genere esclusivamente al fatto d'essere sempre stato considerato, in famiglia, un bastardo. Ma Teseo è irremovibile: "Il tuo esilio non mi fa pena".

In un certo senso però la pena l'hanno gli dèi, che, attraverso Posidone, fanno sì che la quadriga con cui egli era partito si rovesci immediatamente e lo ferisca a morte. La descrizione del nunzio è lunga, articolata, ma del tutto fantasiosa per un lettore moderno. Se si volesse raccontare oggi una scena del genere, bisognerebbe limitarsi a quanto Ippolito avrebbe detto - sempre secondo il nunzio - prima della partenza: "Zeus, se sono un tristo, che io muoia, e il padre capisca che mi fa torto". Cioè il regista dovrebbe trovare il modo di far capire che Ippolito si era suicidato e che i soccorritori l'avevano trovato in fin di vita e portato al padre. Era un'anima troppo pura per sopportare un'onta del genere.

Tutto il racconto orrorifico del nunzio probabilmente serviva anche, per un autore-regista come Euripide, per mettere un po' di pepe nel suo piatto di portata. Oggi invece parrebbe stonato, una inutile esagerazione.

Dunque la domanda: "Che fine ha fatto Ippolito?", è destinata a rimanere senza risposta. (1) Se anche materialmente non fu responsabile Teseo della sua fine, moralmente sì. E il nunzio glielo fa capire: "Io, signore, non sono altro che un servo di casa tua, ma non saprò convincermi di certo mai che tuo figlio sia un tristo; neppure se s'impicca tutta quanta la razza delle donne...".

I comportamenti umani aggiungono alle tragedie ulteriori tragedie: ciò è incomprensibile, oppure può essere spiegato soltanto col dire, alla maniera greca, qui rappresentata dal coro: "Ciò che deve succedere succede, e non c'è scampo". Il male è sempre destinato ad avere la meglio, a meno che non intervenga un altro dio a sistemare, in qualche maniera, le cose.

Teseo è convinto che questo improvviso svolgimento dei fatti sia comunque parte di un giudizio divino, un segno di giustizia, e si aspetta che, almeno in punto di morte, Ippolito confessi la propria colpa.

VI

È a questo punto che entra in scena, come deus ex macchina, Artemide, al fine di chiarire tutte le cose. L'ultima parte della tragedia ci appare molto artificiosa, inevitabilmente. Già sulle modalità della morte di Ippolito si faceva molto fatica a soprassedere; ora diventa del tutto impossibile. D'altra parte a Euripide non rimanevano molte soluzioni per instillare un dubbio atroce d'innocenza nella mente categorica di Teseo. I greci non disponevano di indagini scientifiche; per avere delle certezze consultavano gli indovini, i cui responsi però andavano interpretati correttamente. Per il resto si dovevano affidare all'evidenza o a un ragionamento molto convincente o alla testimonianza di qualcuno autorevole o a un sacro giuramento in nome di qualche dio.

Stranamente qui Euripide non pensa a un dialogo tra Teseo e la nutrice, che avrebbe potuto rivelargli tutto. Ippolito non la chiama mai in causa, forse temendo che, in quanto schiava, se avesse parlato in suo favore, Teseo l'avrebbe uccisa. Quando mai uno schiavista dava ragione alla testimonianza di una persona non-libera? Il conflitto d'interessi sarebbe parso a chiunque troppo stridente.

Euripide preferisce avvalersi di un espediente tecnico che, per la mentalità greca, svolgeva la funzione di una superiore coscienza personale, in grado di andare al di là di ogni interesse, vizio o limitazione. Difficile capire per noi oggi una scelta del genere: è come se avesse voluto cercare qualcosa di rassicurante, di convincente al 100%, che il pubblico, abituato ad affrontare gravi problemi come quello del rapporto tra figli naturali e legittimi, avrebbe apprezzato in maniera particolare.

Per noi moderni invece una scelta tecnica così artificiosa, da ridurre la tragedia a una sorta di fiaba, offre un'impressione opposta, e cioè che gli uomini non credono alla verità neppure quando non hanno alcun motivo per non credervi. I greci invece hanno bisogno di credere che la verità della coscienza personale, per poter essere creduta, abbia bisogno di una conferma evidente, e quando questa manca, pensano che sia una dimostrazione a sfavore di quella verità.

I greci non hanno una concezione profonda della libertà di coscienza, né mai l'hanno avuta i romani al tempo del paganesimo. Era proprio la civiltà schiavista a impedirlo. Ecco perché quando si trovano in un vicolo cieco, hanno bisogno di credere che un qualche dio li salverà. Oggi noi definiamo un atteggiamento del genere come "superstizioso", quanto meno "illusorio".

Resta comunque significativo che si possano comprendere meglio talune cose del mondo greco leggendo dei testi teatrali che non dei manuali di storia o di filosofia. Qui sta anche la grandezza indiscussa di Euripide e dei tragici in genere.

Dunque interviene Artemide come dea ex-machina (un'apparizione improvvisa in scena, mediante soluzioni tecniche). Anzitutto gli predice un futuro molto nero, a causa della colpa compiuta nei confronti di un proprio protetto. Poi gli rivela che la verginità è la più nemica tra gli dèi. Singolare questa affermazione. Vi si potrebbero fare mille congetture. Gli dèi la detestano perché loro stessi non sono in grado di praticarla? O perché in sua assenza gli uomini possono vivere tante avventure con cui sollazzare la curiosità e la partigianeria degli stessi dèi? O perché temono che il genere umano si estinguerebbe e, con esso, la stessa credenza negli dèi?

Riconosce poi a Fedra un'aberrante furore instillato da Venere e, insieme, una certa nobiltà, in quanto, alla fine, aveva scelto una soluzione autodistruttiva, per quanto viziata da una vergognosa bugia; ma le addebita anche una buona dose d'ingenuità, essendosi fidata della nutrice che, coi suoi maneggi, non aveva fatto altro che precipitare gli eventi, portandoli a un punto di non ritorno.

Dopodiché gli dice che Ippolito non aveva mai rivelato a nessuno le trame della nutrice, in quanto glielo aveva giurato. Strana questa affermazione, poiché nel dialogo tra loro due aveva proprio detto il contrario, cioè d'aver giurato con la lingua ma non col cuore, per cui, al ritorno di Teseo, avrebbe rivelato tutto al padre.

Altra cosa che gli dice, per noi poco importante, è in relazione alle tre maledizioni che Posidone aveva messo a disposizione di Teseo contro i propri nemici: una l'aveva usata con lo stesso Ippolito!

Insomma una stupida fretta aveva ucciso un innocente e ora portava il colpevole alla disperazione: "Non hai voluto attendere nessuna prova valida o responso, e non hai fatto alcuna inchiesta, non hai dato tempo al tempo...". Anche su queste parole ci sarebbero da scrivere libri interi, poiché qui viene delineata una sorta di metodologia per le indagini sia poliziesche che storiografiche (entrambe scientifiche). Mai fidarsi delle apparenze, mai credere a ciò che appare evidente, ma esaminare ogni fonte, con giudizio e discernimento, vagliando ogni cosa con una mente la più possibile sgombra dagli inevitabili preconcetti che ci caratterizzano. Sforzarsi, per quanto concesso, d'essere onesti, obiettivi, liberi da meschini interessi e soprattutto dalle paure e dai risentimenti.

L'ultima cosa che gli dice è così densa di significato che avrebbe dovuto essere considerata sufficiente per smettere di credere negli dèi. È un concentrato di idee ateistiche, proferite dalla bocca di una divinità! Evidentemente a quel tempo non venivano percepite come tali, e il motivo a noi oggi appare abbastanza semplice: i greci vedevano gli dèi come una rappresentazione di loro stessi, cioè di una vita dominata da rapporti fortemente antagonistici, in cui non vi erano solo differenze di ceti e di classi, ma anche tra etnie, città e appartenenze clanico-tribali.

Gli dèi servivano soltanto per accettare con rassegnazione il peso delle contraddizioni sociali, o comunque per sperare che questo peso, quando diveniva insopportabile per colpa di qualche dio, sarebbe stato tolto grazie alla buona volontà di qualche altro dio. Di qui il proliferare di continue nuove divinità, ognuna delle quali doveva tutelare una qualche caratteristica particolare, fosse essa un aspetto della vita quotidiana o il destino d'una stirpe regale o di una polis.

I pagani erano in balìa dei capricci degli dèi e questi, in ciò, non facevano altro che riflettere gli atteggiamenti delle classi aristocratiche, che si servivano appunto della religione per gestire gli umori delle masse e per tutelare ovviamente i loro interessi di casta. L'unica forma di religione pagana che esprimeva un minimo di contestazione nei confronti dei poteri dominanti era quella orfico-dionisiaca, la quale però si limitava a richiedere uno spazio di autonomia, in un preciso momento dell'anno, in cui poter esprimere degli atteggiamenti alternativi a quelli aristocratici, che poi si riducevano a una sorta di violazione di norme morali ritenute convenzionali, specie in relazione alla sessualità.

Il rapporto di serietà nei confronti delle divinità non era tanto determinato dalla constatazione di un'effettiva eticità nella loro natura (in quanto, sotto questo aspetto, esse venivano ritenute identiche agli umani), quanto piuttosto era determinato dalla paura. Gli dèi venivano considerati autoritari, troppo potenti per essere contrastati: erano come i ceti aristocratici portati all'eccesso, dotati di tutti i poteri per nuocere agli uomini.

Lo stesso genere letterario della tragedia rifletteva, meglio di ogni altro, questo forte fatalismo in ambito religioso. Qui la catarsi avviene soltanto dopo un omicidio o un suicidio, quando lo vogliono gli dèi, che intervengono solo a cose fatte, agendo d'autorità. Sotto questo aspetto non vi è molta differenza, se non nelle forme della laicizzazione (che implicano l'uso degli strumenti tecnico-scientifici), tra il fatalismo greco e quello moderno della cultura borghese caratterizzata dal calvinismo.

Artemide, quando parla del comportamento degli dèi, lo fa capire benissimo. In ultima istanza il suicidio di Fedra era stato indotto da Afrodite, nemica di tutti coloro che detestano la sessualità. Quindi anche la colpa di Teseo va necessariamente ridimensionata. Gli uomini non possono far nulla contro di dèi. E questi non sono esattamente "amici" degli umani. Piuttosto ne sono i padroni. E presumono di fare degli umani quello che vogliono. Infatti tra loro vige la regola secondo cui "nessun dio vuole opporsi al volere di un altro dio". Se esiste la possibilità che, una determinata polis rischi di spopolarsi in seguito all'odio che gli dèi nutrono l'un l'altro, ecco che allora interviene Zeus che, d'autorità, sistema ogni cosa.

Quindi di regola gli dèi si comportano in maniera individualistica. La loro comunità è sempre caratterizzata da uno scontro di interessi opposti, i quali però devono cercare di coesistere, riconoscendo, in ultima istanza, una comune autorità suprema. L'unità sta solo nell'autorità di Zeus: "Se non avessi temuto Zeus - spiega Artemide -, non avrei accettato una simile vergogna: lasciar morire quello che fra gli uomini era per me il più caro".

Gli uomini quindi, restando inconsapevoli vittime della volontà arbitraria degli dèi, non possono avere una piena determinazione nel peccare: "l'ignoranza esclude ogni malizia", dice Artemide a Teseo. E, in ogni caso, il fatto che Fedra si fosse uccisa, impediva qualunque possibilità di contraddittorio, di verifica di quelle motivazioni formali che inducono a compiere determinate azioni (motivazioni che in genere sono connesse a interessi materiali o al rispetto dei valori dominanti). Le divinità non possono gloriarsi della morte delle persone giuste, pie. Sarebbe inammissibile non crederlo. Gli dèi possono essere spietati e vendicativi nei confronti dei malvagi, ma se chi soffre ingiustamente fosse convinto di avere anche tutti gli dèi per nemici, non avrebbe nulla da perdere e si ribellerebbe radicalmente alle autorità costituite.

Senza volerlo qui Artemide lascia capire che una stretta identificazione di vicende umane e divine poteva portare all'indifferenza nei confronti della religiosità, proprio perché nessun dio era in grado di risolvere definitivamente le contraddizioni fondamentali degli uomini: al massimo poteva lenirne il dolore.

Ancora più triste è il dover constatare che, di fronte alla morte, non c'è virtù che tenga: tutti, buoni e cattivi, finiscono nell'Ade. Lo stesso Ippolito morente lo dice: "ho l'inferno davanti, e vado laggiù perché la vita è spenta, e a nulla servì quella mia pietà che tanto curai fra la gente". Dunque, a che pro essere credenti? Ippolito non arriva a trarre questa conclusione, ma le sconsolate considerazioni la rendono inevitabile, anche se, ad un certo punto, poco prima di morire, s'arrischia a dire una cosa che certamente doveva aver turbato il pubblico: "Potesse l'uomo maledirli, i numi".

Al sentirlo, Artemide lo deve riprendere: "Non lo dire: neppure nelle tenebre di sotterra il tuo corpo sarà immune dallo sfogo violento della collera di Cipride, a motivo della tua pietà, della tua anima virtuosa". L'autorità degli dèi non può essere messa in discussione, altrimenti quella terrena dei poteri dominanti cesserebbe di sussistere.

Gli uomini devono soltanto sapere che una giustizia esiste e che sono gli stessi dèi che, in qualche modo, la realizzano e la impongono agli umani. "Io colpirò - dice Artemide -, con questa mia mano, un altro che tra gli uomini le sia carissimo...". Sarà quindi una questione di vendetta personale di una dea contro un'altra dea, legittimata dal fatto che viene esercitata dagli stessi poteri costituiti, i quali presumono di avere una conoscenza superiore del senso della giustizia.

La giustizia fra gli dèi, nella fattispecie fra Afrodite e Artemide, si ristabilirà soltanto quando la vendetta avrà avuto il suo corso e la soddisfazione per entrambe sarà stata decisa da Zeus, suprema autorità, il cui potere resta invincibile. Gli uomini non possono far nulla in tutto questo.

Ovviamente a chi ha patito in maniera ingiusta gli dèi promettono grandi onori sulla terra, cioè riconoscimenti ufficiali, popolari, liturgici, sacrali. Sarà l'unica soddisfazione che Ippolito potrà avere. D'altra parte egli non può morire nutrendo rancore, perché così perderebbe in purezza. Deve capire che il padre ha agito per ignoranza, contro la propria volontà: "è normale che l'uomo sbagli, se gli dèi lo vogliono". La società greca si sentiva del tutto impotente nei confronti del destino, proprio perché le sembrava d'essere incapace di risolvere le contraddizioni sociali che la dilaniavano, e che non saranno certo superate dalla formazione dell'impero ellenistico di Alessandro Magno. Ci vorrà il cristianesimo prima di capire che dio ama sempre gli uomini e che, anche se esclude la possibilità ch'essi siano felici sulla terra, li vuole tutti con sé nel regno dei cieli.

Il finale della tragedia è toccante, commovente. Ippolito perdona il padre e questi si convince della buona fede del figlio, il quale gli augura che anche i suoi figli legittimi gli vogliano bene come gliene ha voluto lui.

Note

(1) In una versione più tarda, Ippolito, su richiesta di Artemide, viene riportato in vita da Asclepio, il dio della medicina. Ne parla anche Virgilio nel VII canto dell'Eneide: dopo la resurrezione, Ippolito viene trasportato da Diana sui monti Albani; qui ella gli impone un nuovo nome, Virbio (ovvero "nato due volte"). Il giovane istituisce nel Lazio il culto della dea, sposa la giovane ateniese Aricia e fonda una città cui dà il nome di lei diventandone re. Genera poi con Aricia un figlio, anch'esso chiamato Virbio, che gli succede nel regno.

Testi di Euripide

Altri testi

Vedi anche Alcesti, Baccanti, Ecuba, Ippolito, Medea, Eraclidi, Andromaca


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015