EUGENIO MONTALE (1896-1981)

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EUGENIO MONTALE


Nasce a Genova nel 1896. Suo padre è un grosso commerciante. Nell'adolescenza è costretto ad abbandonare gli studi regolari per la sua cattiva salute, ma continua a leggere molto: Rousseau, Baudelaire, Mallarmé, Valéry, Cervantes, Manzoni...

A vent'anni scrive il suo primo capolavoro: Meriggiare pallido e assorto. Chiamato sotto le armi, partecipa alla I guerra mondiale come ufficiale di fanteria, ma non sarà un'esperienza così significativa come per Ungaretti.

Nel dopoguerra legge Gentile, Croce e soprattutto Boutroux, la cui filosofia contingentista (che si oppone al determinismo positivistico, cioè alla spiegazione scientifica di tutta la realtà) lo influenza nella composizione della raccolta di poesie Ossi di seppia (tra il '20 e il '25).

Nel '25 scopre, come critico letterario, l'importanza di Svevo. Aderisce anche al Manifesto degli intellettuali contro il fascismo, promosso da Croce.

Con Ossi di seppia (stampati da quel Piero Gobetti che solo pochi mesi dopo morirà a seguito di violenze fasciste), Montale si stacca dalla precedente tradizione aulica-accademica, carica di toni retorici, per affermare invece una poesia dal timbro familiare e dialogico, rivolta a un interlocutore-lettore vicinissimo. La polemica è soprattutto nei confronti di Carducci, D'Annunzio e Pascoli. Montale non sopporta, di loro -com'egli stesso dirà-, i "furori giacobini", il "superomismo", il "messianismo". Il poeta preferisce porsi in attesa d'incontrare qualcuno o qualcosa che dia senso al tutto.

Ossi di seppia infatti hanno come tema centrale la riflessione su di sé e la proiezione di sé in un simbolo naturale, nel senso che la natura viene usata per parlare del proprio io. L'essere dell'uomo può essere colto solo nel suo "non-essere". La parola parla solo per negare i contenuti della vita e della storia. Uno dei suoi versi recita: "Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". Ma si tratta di una negatività dialettica, tesa al positivo, valida per sgombrare il campo dalla retorica consolatoria. L'uomo non ha un "centro" ma vuole cercarlo. In questo senso Montale rifiuta quelle che per lui sono le false certezze del marxismo e del cristianesimo ideologizzato (come nel fascismo).

Con il '27 inizia il suo ventennio fiorentino. Fa l'impiegato presso una casa editrice, poi diventa direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux (sarà sollevato dall'incarico nel '38 dal regime per motivi politici). Scrive sulla rivista "Solaria", stringe amicizia con Vittorini, Gadda, Bo, Contini..., sposa la moglie di un critico d'arte.

Nella nuova raccolta Le occasioni (1928-39) il tema centrale è "l'altro da sé", una presenza umana o naturale che viene incontro al poeta, alla ricerca della salvezza. Questo "altro", di cui Montale è sempre stato gelosissimo, è stato rivelato da un critico letterario nell'82: si tratta di Irma Brandeis, appartenente a un'illustre famiglia di ebrei mitteleuropei emigrati negli USA. Pare certo che Irma si sia convertita al cattolicesimo. La sua presenza percorre quasi tutta l'opera di Montale (vedi la figura di Clizia, pseudonimo usato per indicare la trascendenza). Ne Le occasioni la lirica è più ermetica, più chiusa, perché pretende di evocare un mistero senza svelarlo.

Negli anni prebellici e durante la IIa guerra mondiale Montale vive di collaborazioni letterarie e di traduzioni. Il terzo libro pubblicato s'intitola La bufera e altro (1940-1954). L'interesse continua a vertere sulla condizione umana in sé, a prescindere dagli avvenimenti storici. La storia è ciò che passa, l'uomo è ciò che resta. L'infelicità è nell'uomo a prescindere dal suo tempo presente. In lui v'è tensione verso l'essenziale, l'assoluto. La sua poesia è metafisico-simbolista. La stessa Clizia fa da mediatrice fra il poeta e l'assoluto.

Nel '48 viene assunto dal "Corriere della sera". Dal '67 è senatore a vita. Nel '75 ottiene il Nobel per la letteratura. Negli ultimi libri vi è una saggia e amara ironia (Satura, 1962-70, e altri). Muore nel 1981.

Meriggiare. In questa lirica Montale usa 5 infiniti presenti a capoverso per abolire ogni possibilità di determinare il soggetto dell'azione e per rendere universale, indefinito ed eternamente presente il contenuto della poesia, che è la cosmica contemplazione della vita come sofferenza. Il muro contemplato in lungo e in largo non si può scavalcare. Il paradiso è irraggiungibile. Il "colle" del Leopardi era un'occasione per fantasticare su ciò che non si vedeva. Il "muro" di Montale impedisce qualunque fantasia. Il suicidio non è la conclusione finale, perché Montale, pur convinto che l'uomo da solo non possa trovare soddisfazione di sé, spera di poter incontrare qualcuno che gli porti la salvezza (è in attesa di un "miracolo" che gli sveli l'origine delle cose).

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015