DIALOGO A DISTANZA SUI "MASSIMI SISTEMI" |
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Da: Piero Nigra Immagina una lunga ed estenuante corsa a staffetta, di una squadra intenta a cercare un primato. Ogni elemento è in possesso di un testimone che deve consegnare al prossimo atleta che è in attesa. Unica condizione della gara è che la direzione, qualunque essa sia, deve procedere lungo una linea perfettamente retta, quindi tutti sono in possesso di una bussola. Ogni atleta deve quindi, per costrizione, scavalcare palazzi, attraversare mari, fiumi, deserti, valicare montagne... Un qualunque punto di partenza sarà inevitabilmente, col tempo, anche il punto d'arrivo, dopo un giro completo attorno al pianeta. I percorsi individuali non saranno mai identici tra loro, perché alcuni saranno irti di spine e triboli, altri più agevoli; certi saranno lunghi ed altri più corti; alcuni atleti avranno coscienza dei luoghi dove stanno correndo, altri ne saranno completamente all'oscuro. Se uno stramazza sfinito al suolo o subisce un incidente che ne impedisce la corsa, subito un altro prende il testimone e ricomincia a correre. Avrai capito che per squadra intendo l'intera umanità, gli atleti siamo noi individui, il primato è la ricerca illusoria del benessere; le tappe da percorrere sono le generazioni che si susseguono, il testimone è la cultura che viene lasciata in eredità, il percorso è la storia umana, la bussola che ci guida sono i nostri bisogni (reali o fittizi che siano) da soddisfare, il punto di partenza (e quindi il punto di arrivo) è il comunismo primitivo. Uno potrebbe anche rifiutarsi di correre, o esserci una diserzione di massa, ma questo non impedirebbe alla corsa di proseguire. Certe tappe potranno essere caratterizzate dalla presenza di marxisti o di liberisti, progressisti o reazionari, internazionalisti o localisti, oppure essere "illuminate" da personaggi illustri come Aristotele, Cristo, Lenin, ma... la corsa continua, secondo i desideri della direzione organizzatrice della competizione, quella che tu chiami "Verità" con la V maiuscola. Ognuno di noi non è prigioniero di un fato (alla greca) ed è dotato di un certo libero arbitrio (è per questo che è scritto che Dio ci ha fatto simili a lui?), ma l'umanità nel suo insieme sta certamente svolgendo l'incarico fornito dal suo committente. Se alla natura, per proseguire la sua scalata alla "piramide", occorreva una comunicazione tecnologica, poteva solo far leva sulla specie umana, ed è quanto è accaduto. La storia ha dimostrato che il "pensiero unico occidentale" si è rivelato il più idoneo per incentivare lo sviluppo tecnologico (ed eseguire il "programma"), sbaragliando qualsiasi cultura umana che ostacolava (e che ostacola) il suo cammino. Ad esempio, le lotte del movimento antiglobalizzazione possono forse rallentare o rendere tortuoso questo processo, ma... la corsa continua. Penso perciò che sia solo tempo perso parlare di sviluppo sostenibile, di ridistribuzione delle risorse, di mercato equo solidale, di processo di democratizzazione o (ti ricordi?) di "fantasia al potere". Se ragioniamo con la convinzione dell'assoluta libertà d'azione della specie umana nel nostro pianeta, come se l'uomo fosse al di sopra delle leggi della fisica, allora possiamo anche illuderci che queste cose siano realmente fattibili (senza dubbio sono umanamente desiderabili), ma gli occhi della natura non vedono le sofferenze dell'uomo e la sua fatica di vivere, ma vedono l'umanità come lo strumento per una sua organizzazione più complessa. Questo non ci esonera (e non ci impedisce) di fare delle scelte individuali, che non necessariamente devono essere "politiche" (intendendo con questo termine i rapporti tra individui e istituzioni), ma soprattutto "sociali" (ossia incentivando i rapporti di collaborazione col nostro prossimo, ignorando, o quasi, le istituzioni). Ciò che intendo l'ho scritto nel file che ti ho inviato, "Le autonomie comunitarie". Affermi che la laicizzazione "è cominciata da un pezzo" e la fai "risalire alla riscoperta dell'aristotelismo nelle università italiane". Io penso che la laicizzazione (inteso come movimento d'opinione che non accetta le ingerenze politiche di una qualunque religione) è nata con la nascita stessa della religione, cioè col primo allontanamento dal comunismo primitivo. Tra i cacciatori-raccoglitori non esistevano ruoli specializzati e anche "l'uomo medicina" (o lo "stregone", usando il termine spregiativo di noi occidentali) era obbligato ad andare a caccia, a difendere il gruppo e a tutti i compiti di uomo, di padre, di anziano, di consigliere. Solo questo poteva accrescere la sua considerazione in seno al gruppo. Quando questo soggetto si è trasformato in "sacerdote", cioè adibito a tempo pieno a quell'unica mansione, non era più necessaria la considerazione dei membri della comunità: era sufficiente la loro cieca obbedienza alle regole clericali. I soldati professionisti (l'altro ruolo specializzato, come i sacerdoti) provvedevano affinché fossero rispettate queste regole. L'insofferenza a tali imposizioni si è manifestata fin dall'inizio, e con essa il desiderio di laicizzare la vita della comunità. Concordo con te che "quella laicizzazione deve umanizzarsi al massimo per essere credibile agli occhi delle masse e non solo degli intellettuali". Per fare questo sarà comunque necessario laicizzarci anche dalla potente religione del consumismo, e non la vedo un'impresa semplice. Ora tu, però, mi dici "che in nome di un ateismo umanistico sarà possibile in futuro aggregare persone provenienti da varie fedi e religioni". Non metterei sullo stesso piano il laicismo e l'ateismo, non perché uno possa essere più valido dell'altro come punto d'aggregazione, ma perché partono da due presupposti diversi. Come ormai sai, io sono abituato a ragionare in termini di naturale e di non naturale, orientandomi ovviamente sempre verso la prima forma. Mi chiedo quindi se il laicismo o l'ateismo fanno parte della nostra natura o sono forzature culturali che ci tramandiamo da millenni. Come fare per capirlo? Beh, un modo ci sarebbe, se immaginiamo di tornare alle condizioni del comunismo primitivo, o se analizziamo, a banda larga, la cultura degli attuali cacciatori-raccoglitori di tutti i continenti. Quello che ci apparirà evidente é che tutti i gruppi, indistintamente, hanno un qualche bisogno spirituale da soddisfare. Poiché questo bisogno é nato in modo indipendente in tutte le comunità primitive del pianeta, passate e presenti, è ragionevole pensare che questo bisogno sia integrato nel codice genetico della nostra specie. Non meccanicamente questo sentimento deve sfociare nella fede di un Dio unico e onnipotente, perché sono d'accordo che una "qualunque sua rappresentazione o raffigurazione è ipso facto una falsificazione". Lo è anche l'ateismo, ossia la negazione della sua esistenza, perché è la negazione di un bisogno naturale. Come potrò dare da mangiare a un affamato se non credo che abbia fame? Dovrò considerarlo un mistificatore, perché io stesso non ho quell'appetito? Sono convinto che il nostro appetito spirituale è scomparso perché abbiamo fatto indigestione di religione, cioè di cultura indotta o imposta. Credo che se si ristabilissero le condizioni sociali del comunismo primitivo (e quindi del nostro codice genetico) la "nausea" svanirebbe e ci ritornerebbe un sano appetito spirituale. Personalmente non so spiegarmi la funzione (ai fini utilitaristici della natura) di questo comportamento genetico, sono però convinto che uno scopo pratico deve pur esistere.
Io e mia moglie abbiamo letto e riletto questi passi dal contenuto "profondo", che hanno forse "spremuto" il succo di tutti i nostri discorsi, fino a questo momento. Laicizzando il pensiero cristiano si potrà anche comprendere cosa c'é di buono (e di naturale) nel pensiero di Marx o di Lenin o di altri pensatori illustri e meno illustri. E' come se mettessimo un filtro a tutta la cultura umana: ciò che rimarrà sarà senza dubbio l'insieme di norme comportamentali a misura della natura umana. E' attorno a questa cultura umanistica che si potrebbero effettivamente "aggregare persone provenienti da varie fedi e religioni". Questo è di certo il primo passo, ma, affinché l'aggregazione si possa trasformare in un'associazione stabile, occorre anche formulare un progetto fattibile, che possa compensare in modo concreto e vantaggioso gli sforzi materiali e intellettuali compiuti. |
Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani