IDEE PER UNA SCIENZA UMANA E NATURALE


L'ESSERE UMANO ALL'ORIGINE DELL'UNIVERSO

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Rapporto proporzionale tra le grandezze dei pianeti rispetto al sole

Lo studio eccessivo, matematico, dell'universo non è indispensabile per la vivibilità dell'essere umano, che, in quanto tale, è già un concentrato delle sue salienti caratteristiche. P.es. il fatto che in virtù di tale studio si sia arrivati alla convinzione (soprattutto con Einstein) che nell'universo è tutto relativo al punto di vista dell'osservatore, nel senso che non vi è nulla di statico, di definibile in maniera univoca, già lo sapevamo da quando abbiamo cominciato a capire che la coscienza umana, il cui elemento principale è la libertà, è insondabile.

Non sarebbe dunque meglio limitarsi a tutelare l'essenza umana, le proprietà fondamentali di questa libertà, lasciando che la conoscenza dell'universo venga da sé? Una conoscenza matematica dell'universo risente di un certo intellettualismo, soprattutto in considerazione del fatto che i nostri attuali strumenti per verificare le teorie o per interagire col cosmo risultano molto limitati. Non è nostro compito quello di rivolgerci all'universo cercando di indagarne leggi e misteri. Il nostro orizzonte è solo quello terreno. Non ha senso andare a cercare nell'universo quelle risposte che noi non riusciamo neppure a dare ai problemi che noi stessi ci creiamo su questa terra.

La scienza di cui abbiamo bisogno è quella che ci permette d'essere umani in qualunque angolo del pianeta. E' dunque il primato che alla matematica noi occidentali abbiamo voluto concedere che va rivisto. E' il primato dell'intelletto separatore (rispetto ai sentimenti e alla stessa ragione unificatrice) che va ridimensionato. E dobbiamo farlo subito, altrimenti ci sarà chi, col pretesto di chissà quali problemi cosmici, distoglierà l'attenzione dal compito di risolvere i problemi del nostro pianeta. Già oggi si parla di meteoriti o asteroidi che potrebbero colpirci, di buchi neri che potrebbero inghiottirci, di alieni che potrebbero invaderci, e tutto questo per indurci a credere che la mancata soluzione dei problemi che noi stessi ci creiamo, non dipende dalla nostra volontà.

Peraltro molte cose che gli scienziati di ieri e di oggi dicono d'aver scoperto grazie a dimostrazioni matematiche o fisiche, erano già state intuite nei secoli passati senza alcuno strumento scientifico. P. es. quando Paolo di Tarso parlava di "doglie della creazione" (pensando alla nostra galassia come a una sorta di ventre materno), non diceva forse la stessa cosa di Hubble, quando dimostrava che l'universo è in espansione?

Quando i monaci cristiani parlavano di "logos spermatikos" non dicevano forse una cosa analoga alla teoria del big bang?

Quando nelle Apocalissi ebraico-cristiane si parla di stelle che cadranno dal cielo, in maniera rovinosa per le sorti del nostro pianeta, non è forse possibile trovare delle analogie alle teorie del collasso della materia o ai cosiddetti "buchi neri"? Peraltro, quando gli antichi parlavano di "apocalisse", di fine del mondo, intendevano sempre il momento di una drammatica trasformazione, non di un annichilimento assoluto del genere umano, come invece pensano gli scienziati catastrofisti, che negano persino i fondamenti teorici della loro scienza, quelli secondo cui tutto nell'universo è in perenne evoluzione e trasformazione.

Quando nei vangeli si parla, in maniera simbolica, di Cristo trasfigurato (che riprende l'immagine biblica del Mosè dal volto radioso ma anche di quella del roveto che arde senza bruciare), non si anticipa forse l'equazione di Einstein, che pone equivalenza tra materia ed energia, sotto la condizione di una particolare esperienza di luce?

Quando nell'antichità si pensava che la Terra fosse al centro dell'universo, non si diceva forse, sul piano simbolico, una verità? I greci, nella loro ingenuità, sbagliarono soltanto a considerare questa centralità in senso fisico, ma noi, con tutta la nostra scienza, perché mai abbiamo voluto prenderli alla lettera?

Tutto ci gira attorno, come fosse in attesa di un parto. Dobbiamo uscire dal pianeta per comprendere che tutto l'universo, infinito nello spazio e nel tempo, è la nostra ultima dimora. La Terra ci serve solo per capire quale sarà il modo migliore per popolare l'intero universo, ed è da circa seimila anni che abbiamo smesso di saperlo.

L'universo (almeno la porzione che ci è data da vivere) non è che un gigantesco ventre materno, di cui al momento non possiamo vederne la fine, anche perché non è detto che vi sia. Se vogliamo ipotizzare la necessità di una fuoriuscita, dobbiamo anche ipotizzare la presenza di più universi, uno contenente l'altro (che è esattamente l'esperienza che vive il neonato). Se non esiste l'uni-verso, esistono certamente i pluri-versi, per descriverei i quali non abbiamo neppure le parole adeguate.

Sappiamo soltanto di dover spiritualizzare tutto. La stessa memoria non potrà essere soltanto una cosa cerebrale. Memoria non sarà solo "ricordare", ma sentire l'umanità autentica quando affiora. Memoria non è saper recitare una poesia senza leggerla, ma sentirla affiorare perché qualcosa ha emozionato la coscienza. Dovremo andare a cercare nel nostro inconscio l'umano che abbiamo perduto.

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Se dell'universo pensiamo abbia avuto un inizio, sorge spontaneo chiedersi se debba avere anche una fine. Ora, è evidente che chiunque pensa a una fine assoluta di una cosa così immensa, vuole insinuare il sospetto che esista una cosa ancora più grande, e qui il misticismo la fa da padrone. Questo poi senza considerare che se anche vi è stato un inizio, questo per noi sarebbe così remoto da risultare inintelligibile.

E' puerile, anzi presuntuoso, pensare di potersi impadronire dei segreti dell'universo semplicemente conoscendone la data di nascita. E' la stessa pretesa che abbiamo di creare la vita artificialmente conoscendone al microscopio i meccanismi di riproduzione naturale.

Se noi potessimo tornare nel ventre di nostra madre, capiremmo meglio noi stessi? E se ci potessimo vedere mentre nasciamo, capiremmo meglio nostra madre? A noi dovrebbe bastare sapere che nell'universo esistono infinite possibilità di caratterizzazione dell'essere umano, pur essendone unica la sostanza. Ognuno di noi ha facoltà di essere unico e irripetibile. Persino nel caso estremo dei gemelli monozigoti, uno ha qualcosa di diverso dall'altro e tanto più l'avrà quanto più si formerà in un ambiente diverso da quello dell'altro. Non esistono copie identiche nell'universo, proprio perché, se esistesse qualcosa di statico, non sarebbe neppure in grado di riprodursi.

Se invece pensiamo che l'universo non finirà mai, proprio perché in realtà è sempre esistito (e il big bang, in tal senso, non sarebbe altro che un fenomeno particolare, di una porzione dell'universo), non avremo bisogno di scomodare teorie di tipo teologico, e in ogni caso non avremo la percezione negativa che qualcosa che ci appare infinito debba avere una fine (e, con essa, inevitabilmente la nostra).

Chi sono stati i nostri primissimi progenitori? Non lo sappiamo e anzi pensiamo che se l'umano è la consapevolezza dell'universo, non esistono neppure questi fantomatici progenitori. Noi dovremmo partire dal presupposto che in realtà esistiamo da sempre e sempre esisteremo, per cui non ha davvero senso chiederci in un universo infinito nel tempo e nello spazio quando è avvenuto l'inizio di qualcosa. L'infinità è una condizione imprescindibile, ineliminabile, dell'esserci, esattamente come quella dell'essere in generale e proprio su questa certezza si basa la responsabilità personale.

E' sbagliato agire solo dopo aver trovato le risposte alle domande che ci poniamo. Le risposte giungono solo mentre si agisce. Noi siamo destinati a guardare le stelle in faccia, per scoprire i loro misteri, le fonti della loro energia: non possiamo perdere tempo con domande oziose, anzi capziose. Non esiste alcun dio nell'universo che non sia lo stesso essere umano.

Se accettiamo sino in fondo l'idea che la legge fondamentale dell'universo è la trasformazione perenne della materia (che è un insieme di energia e spazio-tempo), non può esserci né un vero inizio né una vera fine, se non in maniera metaforica o relativa a un altro inizio e a un'altra fine. Abbiamo creduto che l'universo abbia avuto un inizio (sia col mito ebraico della creazione che con la teoria scientifica del big bang), ma l'abbiamo fatto solo perché noi stessi nasciamo, senza renderci però conto che la nostra stessa nascita va vista come parte di un tutto che ci sovrasta, che per noi è in realtà infinito.

Chi ha un giudizio negativo dell'essere umano, sarà inevitabilmente portato a immaginare qualcosa che ci sia di molto superiore (civiltà extraterrestri o entità divine), oppure, in un caso disperato, si comporterà come Sansone, che vuol morire insieme a tutti i suoi nemici: l'universo sarebbe destinato a un catastrofico collasso proprio perché sulla terra non si è riusciti a realizzare nemmeno un briciolo di umanità.

Bisognerebbe invece dire che proprio con l'apparizione dell'essere umano, l'universo ha raggiunto la sua massima espansione e profondità. L'umano è all'origine dell'universo e non vi è nulla che superi l'umano, benché, essendo noi parte di un'evoluzione, non possiamo sapere fin dove saremo in grado di spingerci (probabilmente non ci sarà limite a questo). Al momento sappiamo soltanto che se noi fossimo destinati a scomparire per sempre con la nostra morte, l'idea di un universo infinito non avrebbe alcun senso, né lo avrebbe la nostra esistenza, individuale o di specie. E tutto sarebbe lecito, al punto che dovremmo considerare il "senso di umanità" che alberga in noi come una sopravvivenza di un passato infantile.

Noi in realtà siamo eterni come lo è l'universo che ci contiene. Non può essere eterna una cosa e temporanea un'altra. Quel che muore si riproduce. L'essere umano è l'intelligenza concentrata dell'intero universo: un microcosmo che contiene tutto.

In tal senso noi siamo destinati a riprodurci all'infinito, in forme e modi che non possono essere identici a quelli attuali. La nostra esperienza è solo un banco di prova per comprendere nel miglior modo possibile cosa voglia dire "essere umano" e come si possa vivere il "senso di umanità" in condizioni diversissime tra loro. Quel che avviene sulla Terra sarà centuplicato nello spazio.

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In questo momento la parte cosiddetta "avanzata" dell'umanità sta usando scienza  e tecnica per dimostrare la propria superiorità sulla natura, ma non è detto che in futuro debba essere ancora questa la principale preoccupazione degli umani. Anzi, si può presumere che in luogo della scienza si darà molto più peso alla coscienza, la quale, nei confronti della natura, non proverà il bisogno di manifestare espressamente (esplicitamente) la propria superiorità.

Il senso di superiorità che un umano proverà nei confronti di una pianta o di un animale sarà solo una questione interiore, basata sulla consapevolezza che tutti devono sottostare a medesime leggi, che possono essere istintuali o necessarie nel mondo animale, vegetale e minerale, ma che non per questo autorizzano noi umani a fare quello che vogliamo.

Noi non sappiamo quasi nulla dell'universo, anche perché, pur con tutta la scienza e la tecnica di cui possiamo dotarci, è proprio la posizione oggettiva del nostro pianeta che ci impedisce di superare i nostri limiti conoscitivi. Un giorno forse ci accorgeremo che potremo conoscere meglio le leggi dell'universo quanto meno scienza faremo, cioè quanto più saremo capaci di approfondire le leggi della nostra coscienza (che in fondo è una "scienza" anche questa, benché basata sulle leggi insondabili della libertà).

La coscienza ha un orizzonte di comprensione dei fenomeni molto più ampio della scienza, proprio perché l'organo fondamentale in cui la coscienza può muoversi è la libertà, che praticamente non ha limiti di sorta. La scienza invece, per definirsi tale, ha bisogno di stare entro i limiti della necessità. La realtà deve essere trasformata in necessità, in leggi di natura, delle quali quelle relative alla libertà sono assai poco influenti rispetto ai processi complessivi.

La libertà di coscienza, con le sue proprietà contraddittorie, che ne determinano il movimento, è la fonte che può spiegare ogni cosa, è la legge suprema dell'universo. Il principio fondamentale di questa legge è l'unità degli opposti, il fatto cioè che gli opposti scelgano liberamente di attrarsi, pur nella loro diversità. Nell'universo nessuno può essere costretto a fare ciò che non vuole. L'attrazione serve per completarsi. La gravità dà forma all'informe: da una nebulosa è nato il nostro pianeta. L'opposizione serve per impedire la stretta identificazione e quindi l'arbitrio dell'uno sull'altro.

L'identificazione, cioè la riduzione della duplicità all'identità univoca, impedisce la dialettica dei contrari, l'esercizio della libertà, il rispetto e la valorizzazione della diversità. In natura non esiste l'uno ma il due, e uno più uno non fa due ma tre. Ogni cosa non è solo in relazione a un'altra, ma tende anche, in virtù di questa relazione, a produrre nuove cose.

In natura non c'è nulla che non si ponga in relazione ad altro: tutto è strettamente interconnesso, interdipendente, e l'azione del più piccolo elemento ha la sua influenza sul più grande, per cui tutti sono responsabili di tutto. Il battito d'ali di una farfalla ha una potenza inusitata.

Il fatto stesso che ogni corpo nell'universo si muova unicamente rispetto a un altro non è solo indice di relatività organica, che permette a tutti di sussistere, ma è anche indice di infinità, poiché ciò dà garanzie di continuità. Non avremo bisogno di chiederci quale sia l'ultimo corpo a muoversi autonomamente, senza essere in relazione ad altro, proprio perché sapremo con certezza che questo corpo non esiste.

L'azione acquista significato in quanto, anche se minima, appartiene a un tutto. Grazie a questi collegamenti imprescindibili, noi sapremo sempre con certezza di non essere mai soli e che qualunque cosa si faccia, anche la più apparentemente irrilevante, è parte organica di un sistema.

L'unica teoria unificata completa può essere data solo dalla libertà di coscienza. Senonché tale teoria deve coincidere strettamente con la sua pratica (quindi deve negarsi, propriamente parlando, come "teoria"): la pratica della coscienza è appunto la sua libertà che si manifesta nell'esperienza. Una libertà del genere non può essere definita in maniera univoca. Quindi l'unica vera teoria che potrà unificare il tutto sarà soltanto il silenzio, assunto consapevolmente: cosa che per noi occidentali, abituati da millenni a parlare e a scrivere, a fare rumore e a inquinare in tutte le maniere, sarà impossibile acquisire spontaneamente.

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L'universo è in espansione semplicemente perché non c'è nulla di statico, se non queste parole scritte che ne parlano. Tutto è in movimento, ivi incluse le cellule che contribuiscono all'invecchiamento di chi sta scrivendo queste righe. Persino un "buco nero" non è indice di morte ma solo di una possibilità venuta meno, che resta in attesa di qualcosa che lo faccia trasmutare in un "buco bianco".

Ciò che non si muove sulla terra viene definito "morto", ma anche il concetto di "morte" nell'universo è relativo: si muore rispetto a una condizione di vita, ma per rinascere a una nuova condizione, proprio perché esiste in realtà solo trasformazione. Il fatto che questa trasformazione venga definita in tanti nomi diversi, in qualunque cultura del pianeta, sta appunto ad indicare che la sua necessità oggettiva è universale.

Sulla Terra in cui viviamo, dal momento della nostra nascita sino a quello della morte, non c'è un solo momento in cui noi siamo esattamente uguali a noi stessi. I capelli bianchi, la perdita progressiva della vista, la lentezza dei movimenti, la crescente stanchezza e mille altre cose sono lì a dimostrarlo.

La stessa espansione ipotizzata dagli scienziati è in funzione di una trasformazione, il cui oggetto è, fino a prova contraria, lo stesso essere umano. E' del tutto inutile stare a cercare altre entità extraterrestri finché dobbiamo vivere in questa dimensione.

L'espansione è la gestazione dell'universo. Qualcuno potrebbe criticare di "misticismo" queste affermazioni, ma, se per questo, tante teorie scientifiche, pur non dichiarandosi dettate da fede religiosa, di fatto rientrano nella categoria del "misticismo" o della "metafisica", essendo del tutto infondate, come è facile che sia a certi livelli di osservazione delle cose.

L'essere umano è destinato a rinascere in un nuovo corpo per poter vivere in una nuova dimensione. Ne abbiamo già un'anticipazione nei sogni, in cui ci immaginiamo diversi da quelli che effettivamente siamo. Un terzo della nostra vita lo passiamo come se fossimo "sospesi", come se il mondo terreno ci appartenesse non esattamente com'è, ma riveduto e corretto dai nostri desideri, che si sentono più liberi di muoversi e che, nello stato di veglia, spesso ricacciamo nell'inconscio, ritenendoli irrealizzabili.

Se l'universo è infinito nello spazio e illimitato nel tempo, non si capisce perché dovremmo uscirne. Non abbiamo neanche le parole per definirlo, trovandoci come pianeta in una sua porzione infinitesimale, e pretendiamo che esista qualcosa che lo superi, che ad un certo punto vi sia una porta d'uscita, prima che tutto collassi e venga inghiottito dai buchi neri... Gli americani in queste forme di terrorismo psicologico sono imbattibili.

Noi non potremo mai vedere tutto l'universo, neppure quando avremo un corpo migliore di questo, capace di far coincidere in tempo reale materia ed energia. L'origine dell'energia deve restare misteriosa: dovremo soltanto avere la consapevolezza di possederla. L'energia vera dell'universo è l'essere umano, e questo è l'energia di quello: non sono elementi separabili, che possono essere analizzati e compresi tenendoli divisi.

Quando diciamo che il nostro modo di viaggiare dovrà essere come quello della luce, intendiamo dire che noi stessi saremo luce. O l'universo esiste per noi o la vita non ha alcun senso.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Scienza -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 23/04/2015