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IL RITORNO DEI BAMBINI EBREI AI LORO GENITORI
(appunti)

I - II - III - IV - V - VI

L'ideologia religiosa

Per la chiesa romana è sempre stato pacifico, salvo i primi secoli dell'era cristiana, che il battesimo rende cristiani ex opere operato, cioè a prescindere da chi lo compie (se laico o ecclesiastico) e dalla volontà di chi lo riceve e persino dalla sua consapevolezza, ed imprime una sorta di sigillo indelebile nell'anima, che nessuno può togliere. Teoricamente essa ammetteva il battesimo dei bambini ebrei solo in caso di pericolo di morte, ma, di fatto, alla libertà di coscienza ha sempre preferito la verità dogmatica.

La prassi ecclesiastica e l'antisemitismo cattolico

Il battesimo forzato dei minori, contro o in assenza della volontà dei genitori (invitis parentibus), è stata prassi secolare all'interno della chiesa romana sin dai tempi di Gregorio Magno (590-604). Già i re Visigoti, convertiti al cattolicesimo, imponevano la conversione agli ebrei spagnoli.

Il Concilio di Toledo, nel 694, vietò la conversione forzata, ma avallò, a battesimo avvenuto, la validità di tale conversione.

Il diritto canonico dei secoli XI-XII riaffermò il valore del principio ex opere operato, che invece veniva negato dall'eresia patarina.

Durante le crociate gli attacchi alle comunità ebraiche renane da parte dei cattolici, comportarono conversioni in massa e battesimi forzati. Tuttavia, passata la violenza, la chiesa tedesca accettò il ritorno dei convertiti all'ebraismo, nonostante il battesimo.

Nel Trecento si arrivò a dire che il battesimo non era valido solo se qualcuno veniva legato mani e piedi e immerso nell'acqua, mentre protestava il suo rifiuto a voce alta. In tutti gli altri casi era valido.

Famoso il caso di Baruch, un rabbino della Provenza convertito a forza nel 1320, che poté tornare all'ebraismo. Senonché l'inquisitore Jacques Fournier (poi divenuto papa Benedetto XII), lo obbligò a restare cristiano, se voleva evitare il rogo come apostata. Per la chiesa romana infatti gli ebrei convertiti più o meno a forza che tentavano di tornare all'ebraismo, erano considerati apostati (marrani), e quindi passibili di processo inquisitoriale e, in caso di ricaduta nell'eresia, di pena capitale.

Alla fine del Cinquecento Venezia e Livorno consentirono il ritorno all'ebraismo da parte dei battezzati.

Sotto papa Benedetto XIV (1740-58) la chiesa varò norme molto rigide, che aprivano la strada alla sottrazione di minori alla potestà genitoriale.

Il caso Edgardo Mortara (1858, ai tempi di Pio IX) ebbe rilevanza internazionale. Il bambino ebreo bolognese era stato battezzato dalla famiglia affidataria e poi allevato in un collegio cattolico sino alla maggiore età, dopodiché sarebbe stato libero di scegliere cosa fare. Lui decise di diventare sacerdote cattolico. Morì a 90 anni, lasciando un diario, pubblicato da Mondadori. Il sacerdote inquisitore che aveva rapito nel 1850 il bambino di sei anni per ordine di Pio IX, fu arrestato dalle autorità italiane.

Non bisogna stupirsi di questi atteggiamenti da parte delle autorità ecclesiastiche nei confronti dei battesimi degli ebrei, in quanto l'antisemitismo e l'antigiudaismo è sempre stato molto forte. Giusto per fare alcuni esempi, antecedenti alla II guerra mondiale, si possono citare i seguenti:

  • nel 1924 padre Gemelli, appresa la notizia del suicidio di Felice Momigliano, si augurò che tutti i giudei morissero con lui;
  • nel 1927-28, un'associazione cattolica, "Gli Amici di Israele", propose di modificare alcune parti antisemite della liturgia cattolica, ma il Sant'Uffizio vi si oppose e papa Pio XI condannò l'associazione.

L'antisemitismo durante e dopo la seconda guerra mondiale

Più di quattromila ebrei furono rifugiati nelle case dei religiosi alle dipendenze del Vaticano; esse erano sedi extraterritoriali, ove erano vietate perquisizioni e requisizioni. Furono utilizzati anche i palazzi del Laterano.

La BBC di Londra (come il Foreign Office) non diede alcun credito alle fonti ebraiche sui lager. Mai una volta, durante la guerra, parlarono di olocausto. L'antisemitismo veniva dato per scontato anche in Inghilterra.

Anche la stampa americana e l'amministrazione Roosevelt hanno taciuto. La conoscenza vera dell'olocausto avvenne solo negli anni Cinquanta.

In Italia nell'immediato dopoguerra padre Lombardi ("microfono di Dio") citava l'olocausto come prova del terribile destino di un popolo eletto divenuto reietto.

Natalia Ginzburg, per conto di Einaudi, rifiutò di pubblicare Se questo è un uomo di Primo Levi, giudicandola opera di scarso valore e interesse.

Già Benedetto Croce aveva invitato gli ebrei ad abbandonare quella loro "separatezza".

Il primo studio particolareggiato sulla persecuzione antiebraica negli anni del fascismo, scritto da Renzo De Felice, appare in Italia nel 1962. D'altra parte la chiesa romana se si oppose al razzismo biologistico dei tedeschi, approvò quello culturale dei fascisti.

Si è dovuto attendere l'ultimo decennio del XX sec. prima di conoscere un lavoro documentalmente accettabile sulla Risiera di San Sabba.

Il Diario di Anna Frank, pubblicato nel mondo nel 1947, in Italia lo fu solo nel 1954.

La chiesa romana non ha mai fatto alcuna indagine sui bambini ebrei e continua a impedire ai ricercatori di accedere ai propri archivi (restano chiusi sia quelli del periodo 1922-39 che quelli del periodo 1939-58). Solo nel 1965 papa Paolo VI ha iniziato ad aprire gli atti e i documenti della Santa Sede relativi alla II guerra mondiale (Montini tuttavia non fece nulla, quand'era monsignore, per recuperare i figli degli ebrei). Leone XIII squadernò invece l'Archivio Segreto nel 1880 per rispondere al Kulturkampf tedesco.

In Svizzera si istituì una commissione (Bergier) per indagare sul furto dei beni degli ebrei durante la guerra (26 volumi). Anche in Australia è stata istituita una commissione per verificare quanti bambini sono stati sottratti agli aborigeni.

Nessuno in Italia, se non molto recentemente, aveva mai sentito parlare di Giorgio Perlasca, il salvatore degli ebrei di Budapest.

De Gaulle fece cacciare mons. Valeri, ch'era stato disponibile al dialogo col regime di Vichy.

Il ruolo di Angelo Roncalli

Mons. Angelo Roncalli (il futuro papa Giovanni XXIII), studioso ed estimatore della Controriforma, aveva dichiarato nel 1940 la sua ammirazione per Mussolini e per la Germania nazista. Paragonava i tedeschi di Hitler alle "vergini sagge" e i francesi alle "vergini stolte". Per lui la democrazia occidentale era tendenzialmente anticattolica. Ancora nel 1943 chiedeva di conservare la fiducia nel regime fascista.

Pio XII lo mandò a Parigi come nunzio apostolico, dopo essere stato diplomatico a Istanbul, dove aveva aiutato gli ebrei a fuggire verso la Palestina.

Roncalli era favorevole a far tornare i bambini ebrei, salvatisi durante la guerra nelle case o nei conventi cattolici, presso le loro famiglie d'origine o i parenti sopravvissuti ai lager. Nella lettera del luglio 1946 aveva appoggiato l'azione del rabbino Herzog, impegnato nella ricerca di 30 piccoli ebrei accolti nei conventi cattolici. Herzog l'aveva chiesto anche a Pio XII il 12 marzo 1946, senza ottenere alcuna risposta.

Ma da Pio XII gli arrivò il 20 ottobre 1946 l'avviso che la chiesa doveva valutare caso per caso (p.es. i bambini ebrei battezzati potevano essere restituiti solo a istituzioni che ne avessero garantita l'educazione cristiana; peraltro i bambini che non avevano più i genitori vivi, non potevano essere restituiti; in ogni caso i bambini ebrei affidati alla chiesa cristiana da genitori ebrei, non potevano essere restituiti se erano già stati battezzati).

Roncalli dovette adeguarsi senza protestare, anche se, una volta divenuto papa, farà iscrivere il ripudio dell'antisemitismo nell'agenda del Concilio Vaticano II.

Il caso Finaly

La direttrice di un asilo di Grenoble, dove due bambini ebrei erano stati accolti durante la guerra, si rifiutò, dopo averli battezzati nel 1948, di consegnarli a una zia residente in Israele. La Corte di Grenoble, dopo sette anni, ordinò la consegna dei bambini alla zia, ma essi furono nascosti in Spagna presso un'abbazia benedettina.

Il 14 gennaio 1953 il Sant'Uffizio affermò "il dovere imprescrittibile della chiesa di difendere la libera scelta di questi bambini che per il battesimo le appartengono". Invitava in sostanza a "resistere", adottando per modum facti, tutti i mezzi legali per ritardare l'esecuzione della sentenza.

Fu solo per l'intervento di alcune figure di spicco dell'intellighenzia cattolica francese (Congar, Marrou, Rouquette, Béguin...) che i bambini furono poi consegnati alla zia, nel rispetto del diritto naturale dei genitori.

Il caso Friedländer

Il bambino ebreo Saul Friedländer venne affidato da suo padre a un collegio cristiano. Dopo essere stato battezzato, il bambino, da adulto, diventò sacerdote cattolico, ma grazie a un incontro con un gesuita poté recuperare la propria ebraicità.

Il ruolo di Pio XII

Come nunzio apostolico in Germania e come Segretario di Stato della Santa Sede favorì l'ascesa al potere di Hitler e mantenne uno stretto silenzio sul genocidio ebraico.

Nel suo discorso del 2 giugno 1945 parlò delle persecuzioni sofferte dalla chiesa romana, ma non disse nulla degli ebrei. Fu lui a sostenere che i bambini sottratti ai genitori ebrei furono molto pochi, in quanto poche furono le richieste di riaverli. Non si rendeva conto dello sterminio. Solo alla fine degli anni Cinquanta vi furono le prime ammissioni. Il Sant'Uffizio, nel 2004, proponeva di beatificare Pio XII.

Il ruolo di Karol Wojtyla

Quand'era sacerdote in Polonia Wojtyla fece in modo, nel 1946, che il bambino ebreo Stanley Berger non fosse battezzato. I suoi genitori l'avevano affidato nel 1942, con tutti i loro gioielli e tre lettere, a una coppia cattolica senza figli, residente a Dombrowa, di nome Yachowitch. Il figlio in realtà si chiamava Shachne e aveva due anni.

Si erano decisi ad affidarlo mentre erano nel ghetto di Cracovia, dopo un'irruzione nazista che per loro sarebbe poi stata fatale. In una lettera chiedevano di istruire il figlio come ebreo e di restituirlo al suo popolo in caso di morte dei genitori. Nella seconda, indirizzata al figlio, gli veniva detto di essere orgoglioso della propria ebraicità. Nella terza c'era il testamento della madre a favore della cognata Jenny Berger, residente a Washington, affinché si prendesse cura del loro figlio, nel caso fossero morti.

Nel 1943 il ghetto di Cracovia fu liquidato e i genitori finirono ad Auschwitz. Dal 1942 al 1945 gli stessi Yachowitch passavano da una casa all'altra, poiché molti polacchi antisemiti sospettavano che il figlio fosse ebreo. Non fu però educato da ebreo ma da cattolico. Infatti la madre che l'aveva accolto voleva farlo battezzare e tenerselo. Ma Wojtyla glielo impedì.

Il bambino partì per gli Usa, nonostante che la legge polacca impedisse agli orfani di lasciare il paese, mentre quelle statunitensi impedivano di concedergli il visto. Solo nel 1949 il Consiglio ebraico canadese riuscì a ottenere dal governo di Ottawa il permesso di fare entrare nel paese 1200 orfani, tra i quali c'era anche Shachne, che riuscirà ad andare negli Usa solo alla fine del 1950, dopo alterne vicende, assegnato ai Berger.

Wojtyla riconobbe le colpe della chiesa romana nel 2000, chiamando gli ebrei "fratelli maggiori".

Fonti

SitiWeb

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Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 14/12/2018