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CONSIDERAZIONI SULLA FILOSOFIA ANTICA

Ellenismo (I-II) - Quadro storico 1 - Quadro storico 2 - Quadro storico 3 - Considerazioni

ELOGIO DEI PRESOFISTI

Di tutte le teorie presofistiche, quali aspetti meritano davvero d'essere salvati ancora oggi? Anzitutto quelli inerenti al naturalismo, dove non si parla mai di dio, se non per motivi di sicurezza personale, comprensibilissimi, o al massimo facendolo in maniera panteistica, equiparando cioè dio a una misteriosa forza dell'universo, che serve, per lo più, a mettere in moto la materia, che poi procede da sola, secondo proprie leggi necessarie.

Forse l'unico che ha avuto il coraggio di parlare di automovimento della materia è stato Democrito, delle cui opere enciclopediche Platone voleva fare un bel falò.

Anche quando, come in Parmenide, le definizioni usate paiono calzare a pennello per descrivere una divinità, in realtà si sta usando soltanto la parola "essere", lasciando impregiudicato qualunque riferimento di natura teologica.

Questi filosofi, rappresentanti dei ceti artigiano-mercantili delle colonie ioniche e della Magna Grecia, erano risolutamente contrari agli dèi antropomorfi della mitologia di Omero e di Esiodo, largamente sponsorizzata, nella madrepatria, dai ceti aristocratico-nobiliari.

Erano filosofi-scienziati, interessati a sviluppare la società, con le sue arti e i suoi mestieri. Purtroppo delle loro opere è rimasto pochissimo, poiché l'oscurantismo (prima metafisico, poi teologico) è piombato sulla loro testa come una ghigliottina.

Con Platone e Aristotele si saran fatti sicuramente dei passi avanti in vari campi dello scibile umano, ma, quanto a una visione laica della vita, si è proceduto come i gamberi. E l'umanità ne ha sofferto per almeno due millenni.

L'altro aspetto che entusiasma, nel pensiero di molti di questi filosofi, è la capacità di vedere le cose in maniera sufficientemente dialettica, secondo il principio degli opposti che si attraggono e si respingono. Certo, taluni di loro erano molto ingenui quando facevano coincidere la verità con l'evidenza o quando negavano alla sensibilità una vera conoscenza.

In fondo nessuno è mai arrivato ad accettare l'idea che il non-essere può essere una garanzia di autenticità dell'essere o che tra essere e movimento vi è piena identità (ci vorrà Hegel per questo). Indubbiamente Eraclito, che da discendente di una casa reale scelse di vivere, volontariamente, una vita modestissima, fu quello che a tali principi dialettici si avvicinò di più.

Questi filosofi della natura erano alla ricerca della verità delle cose e, non potendo confidare in tradizioni false e bugiarde, erano costretti ad affidarsi sia all'esperienza personale (di qui i tanti viaggi presso le culture di antica data, superiori alla loro), che all'uso della ragione, indirizzandola verso gli aspetti logici e matematici e, in genere, scientifici (come p.es. fece Ippocrate, con la medicina).

Erano come adolescenti seriamente intenzionati a uscire dall'infanzia dei racconti favolistici e mitologici; e, come spesso succede in quell'età, finivano col cadere in posizioni schematiche, unilaterali, idealistiche, anche quando professavano idee materialistiche.

Tuttavia il loro contributo è stato enorme, anche se una storia ingenerosa ci ha permesso di leggere solo piccoli frammenti delle loro opere, quando non addirittura attraverso le confutazioni dei loro avversari.

Oggi, per molti versi, siamo diventati più smaliziati. Ci piace pensare, con Heisenberg, che le leggi più profonde e più complesse dell'universo siano anche quelle più indeterminate, cioè quelle che sfuggono a una dimostrazione meramente matematica o logica o fisica.

Nell'ambito dell'infinità dell'universo ci solletica l'idea che non tutto possa essere razionalmente comprensibile, ovvero che vi devono per forza essere dei fattori imponderabili o imprevedibili, nei confronti dei quali i ragionamenti contano relativamente, al punto che sarebbe quasi meglio limitarsi a una sorta di silenzio contemplativo, a una semplice constatazione di fatto, priva di valutazioni di merito.

In effetti, se una cosa è infinita nello spazio ed eterna nel tempo, infinite possono essere le motivazioni del suo comportamento, per cui bisognerebbe astenersi dal formulare delle tesi apodittiche. Per qualunque filosofo o scienziato contemporaneo dovrebbe valere il famoso detto: "ogni affermazione è una negazione".

ETICA E FILOSOFIA GRECA

L'importanza dell'etica nella Grecia classica s'impone all'attenzione della polis non nel momento in cui essa era più presente, e cioè quando (al tempo dei pre-socratici) filosoficamente meno se ne parlava, bensì nel momento in cui, dopo la sconfitta dell'impero persiano, che comporterà un forte sviluppo commerciale della Grecia, ci si accorse che sul piano pratico l'etica tradizionale era sparita.

La vittoria politico-militare mise in luce la precarietà dell'etica, e di questo si cominciò a discutere, sul piano filosofico, offrendo così l'impressione (soprattutto ai posteri) che l'importanza dell'etica si fosse imposta in un momento in cui essa era più sentita. In realtà era la sua mancanza ad essere sentita. D'altra parte questa situazione paradossale si verifica costantemente nella storia del pensiero.

L'uomo si pone al centro dell'attenzione speculativa dei filosofi quando ha già perso la sua centralità sul piano sociale, essendo stato sostituito con la politica autoritaria e colonialistica di ristretti ceti sociali.

Non che con questo si voglia dire che la filosofia pre-socratica della natura debba essere considerata il massimo cui deve tende una coscienza filosofica seria, eticamente fondata. Sarebbe assurdo pensare che nel momento in cui l'uomo perde la sua centralità sociale, i filosofi devono continuare a porsi delle domande sulla natura e non anche sull'uomo stesso.

E' un fatto tuttavia che la filosofia della natura non aveva in sé elementi sufficienti ad impedire che gli uomini cadessero in una crisi di valori. D'altra parte essa stessa era nata in conseguenza di una crisi di valori umani. Ogni filosofia speculativa è il frutto di una crisi dei rapporti umani.

FILOSOFIA DELLA NATURA ANTICA E MODERNA

Il limite della filosofia pre-socratica non stava nel suo proiettarsi al di fuori della coscienza umana, poiché anzi può essere un segno di maturità cercare fuori di sé la verità delle cose; il suo limite piuttosto stava nel tentativo di cercare tale verità nella natura.

Sono stati i sofisti a scoprire che l'essere umano è più importante di qualunque fenomeno naturale, ma essi si sono serviti di tale scoperta per sostenere che nell'esistenza umana non esiste alcuna oggettività, alcuna verità delle cose.

Nel mondo greco non c'è stato alcun filosofo che abbia capito che la verità delle cose sta nella dimensione sociale dei rapporti umani. La vera oggettività per l'uomo è la capacità di rapportarsi col suo simile, condividendone il bisogno.

La nascita della filosofia della natura fu la conseguenza di una crisi dei rapporti sociali, poiché quando i rapporti sono stabili, sicuri e sentiti dall'intera collettività, non si avverte il bisogno di "fare filosofia".

In tal senso la nascita della filosofia socratica non fu che la conseguenza dell'acuirsi della crisi precedente, la quale aveva cominciato a investire persino il giudizio etico sulle cose quotidiane.

Certo, apparentemente sembra più profondo un filosofo che rivolge lo sguardo verso l'interiorità dell'uomo, verso i suoi problemi esistenziali, ma ciò che appare "grande" dal punto di vista filosofico in realtà è "piccolo" dal punto di vista umano. A partire da Socrate, infatti, aumenta nei filosofi solo la coscienza della contraddizione, il senso dell'alienazione e l'angoscia di non poter risolvere, con lo strumento della filosofia, questo drammatico problema.

* * *

Dal Rinascimento, fino a tutto l'Illuminismo, la filosofia della natura riacquista una certa importanza: sia per rispondere alle esigenze dei ceti mercantili; sia perché era entrata in declino irreversibile la teologia scolastica (un'astratta filosofia religiosa); sia perché attraverso una filosofia della natura (e non dell'uomo) esistevano maggiori possibilità di sfuggire alla censura dei ceti conservatori dominanti.

Tuttavia, mentre al tempo dei greci la filosofia della natura era una sorta di ingenua contemplazione dei fenomeni naturali, al fine di scoprire le leggi dell'universo e quindi degli stessi esseri umani, e in questo senso essa si limitava a riflettere la società esistente, senza preoccuparsi di metterne in discussione le contraddizioni reali; viceversa, a partire dal '500 l'interesse per la natura è del tutto strumentale a un'affermazione autoritaria dell'uomo sull'uomo e sulla stessa natura, senza che, in tale atteggiamento, si possa riscontrare la benché minima proposta di un modo veramente alternativo di vivere i rapporti sociali (rispetto al periodo del feudalesimo).

La filosofia borghese della natura nasce come filosofia individualistica, nemica sia dell'uomo (sociale) che della natura. Tale filosofia serve unicamente per acquisire una conoscenza scientifica che si trasformi in potere su ogni cosa.

Era stato il cristianesimo a introdurre l'astuzia nella filosofia greca, ma è stata la filosofia borghese a servirsi di tale astuzia nella maniera più disumana.

FILOSOFIA E RELIGIONE NEL I SEC. d.C.

Quando, nel I sec. d.C., la filosofia si trasforma in una religione, si ritorna, in un certo senso, alle origini orfiche, pre-filosofiche, ma senza l'ingenuità di allora. La nuova religione vuole porsi come superamento di una filosofia astratta, aristocratica, isolata.

Ma ciò che propone la religione non è meno astratto, anche se, nell'immediato, essa appare come una filosofia "popolare", con tanto di riti, dogmi e sacramenti: una vera consolazione sociale per l'aldilà.

Engels direbbe che, dati i tempi, cioè le condizioni storico-oggettive, questo era inevitabile. In realtà, invece di parlare d'inevitabilità bisognerebbe attribuire quei limiti a delle cause soggettive, cioè allo scarso livello di consapevolezza politica dell'alternativa.

Gli uomini (e questo è possibile anche oggi e lo sarà anche domani) non avevano sufficiente fiducia nelle loro capacità di trasformare le cose. Forse perché pensavano che le cose potessero trasformarsi da sole, o con l'aiuto di qualche leader carismatico.

Questa sfiducia è certo il prodotto soggettivo di un limite oggettivo, ma non si può sostenere che il limite oggettivo di allora fosse molto più grande di quello odierno. Questo è un modo di vedere le cose positivistico.

Bisognerebbe invece dire che i limiti oggettivi sono in relazione all'ambiente in cui gli uomini vivono. Non si può infatti sostenere che nei secoli passati la liberazione sociale non fosse possibile perché non ne esistevano ancora i presupposti materiali. Non si può condannare il passato in nome del presente, altrimenti si finisce col rimandare a un futuro imprecisato quella liberazione che nel presente non si è stati capaci di realizzare.

Le condizioni dunque c'erano: solo che gli uomini non le hanno sapute sfruttare. La liberazione era possibile in relazione al livello di consapevolezza raggiunto. La rinuncia (più o meno volontaria) a questa liberazione non ha affatto aumentato, storicamente, la consapevolezza della sua necessità, poiché tale consapevolezza resta sempre un frutto della libertà. Ai fini della liberazione gli uomini di oggi non sono più avvantaggiati di quelli di 2000 anni fa, solo perché ci sono 2000 anni di storia che li separano. La differenza fra gli uomini di oggi e quelli di allora sta unicamente in questo: la liberazione oggi riguarda il mondo intero.

FILOSOFIA PAGANA E TEOLOGIA CRISTIANA

La teologia cristiana ha spostato l'attenzione dalla natura delle cose alla natura di dio, ha cioè trasformato l'essere metafisico della filosofia idealistica (platoniana soprattutto) in un dio triadico, personale.

Tuttavia essa ha dato agli uomini una speranza che la filosofia greca non seppe dare. Come noto, infatti, tutta la filosofia greco-romana ed ellenistica era rimasta un'esperienza aristocratica, individualistica, sprezzante della condizione degli schiavi (a parte rarissime eccezioni). La teologia invece, forte di una complessa organizzazione socio-ecclesiastica (di derivazione ebraica), seppe dare alla vita degli oppressi un significato più liberatorio, benché sempre nei limiti idealistici della filosofia ellenistica (limiti in cui si è consumato il tradimento, più o meno immediato, dell'autentico messaggio del Cristo).

Questo almeno in un primo momento. Il secondo tradimento della teologia si è infatti verificato nel momento stesso in cui la chiesa ha accettato d'essere considerata come l'unica ideologia possibile. Questo tradimento fu strettamente connesso all'altro: l'aver trasferito nell'aldilà la liberazione dalla schiavitù.

L'aver trasformato la divinità da un ente più o meno astratto a una natura unica in tre persone, strettamente legate alla storia dell'uomo, non è stato il grande contributo del cristianesimo, ma la più grande illusione con cui esso ha potuto superare, sul piano dei contenuti di vita, la filosofia greca, che aveva risposto al tema dell'alienazione delle masse proponendo un dio astratto e metafisico.

A questa grande illusione del cristianesimo solo il socialismo scientifico è stato in grado di costituire un'autentica alternativa. Fino adesso, in verità, l'alternativa del marxismo s'è espressa più in forma teoretica che pratica, in quanto il socialismo amministrato ha fatto bancarotta, ma non si può certo dire che la realizzazione pratica del capitalismo abbia veramente costituito un'alternativa alla religione.

Il capitalismo non solo si serve di tutte le religioni per sopravvivere, ma ne crea anche di nuove, in forma laicizzata e secolarizzata. Non sono forse delle "religioni" o non vengono forse usate come tali la droga, lo sport, la moda, i film, le auto, il profitto, il potere, il sesso ecc.?

La religione cristiana ha avuto la pretesa di poter risolvere quei problemi lasciati insoluti dalla filosofia greca (e dalla società greco-romana), ma ha fallito il suo obiettivo. Non solo perché ha fatto regredire l'umanità sul piano tecnico-scientifico, ma anche perché ha sostanzialmente ingannato le masse, promettendo paradisi per l'aldilà e chiedendo rassegnazione per l'aldiqua.

IL DIO GRECO ED EBRAICO

Qualunque raffigurazione di dio si possa fare, essa è sempre a immagine dell'uomo, poiché l'uomo - in quanto parte della natura - è la vera realtà oggettiva, mentre tutto il resto è pura astrazione, fantasia più o meno repressa, più o meno sublimata.

Se un "dio" esiste, esso non è alla portata dell'uomo, almeno finché l'uomo, per credervi, è costretto ad elaborare sofisticate filosofie religiose e teologie. "Dio" era una maggiore evidenza quando l'uomo era primitivo, cioè quando l'uomo vi credeva spontaneamente. Nel momento stesso in cui l'uomo ha cominciato a riflettere su stesso, e soprattutto sull'alienazione che viveva, ecco che "dio" ha perso ogni evidenza, e gli uomini si sono sentiti indotti a cercarla in maniera speculativa, nell'ambito del pensiero, imponendo l'esito della ricerca alle masse oppresse e incolte. Non è singolare che l'uso strumentale della divinità (che è quanto di meno religioso si possa pensare) è iniziato proprio nel momento in cui l'uomo ha smesso di credere spontaneamente nella divinità?

Probabilmente deve essere esistito un periodo storico in cui gli uomini non avevano alcuna vera concezione della divinità, in quanto si rapportavano direttamente alla natura e non conoscevano tra loro conflitti di classe. Poi la nascita dei conflitti di classe ha fatto emergere la necessità di un "dio protettore". Col tempo questo "dio" ha assunto sempre nuove fisionomie, adeguandosi alle condizioni sociali degli uomini. Il suo bisogno è relativo al bisogno che hanno non gli uomini in generale, ma quelli che sottostanno ai rapporti di classe, di sentirsi in qualche modo protetti; questo almeno fino a quando gli oppressi non si convinceranno che esiste un'alternativa realmente praticabile all'antagonismo di cui sono vittime.

In fondo, quando i greci s'immaginavano un dio immobile, freddo, lontano dalle vicende degli uomini, avevano una concezione religiosa più realistica, più spontanea e immediata. Si rendevano conto che nessun dio ha rapporti con gli uomini. Il loro difetto è che spesso si servivano di questa cruda immagine per giustificare l'oppressione della loro società. Essi infatti attribuivano al fato (cui persino gli dèi erano sottoposti), e cioè a una sorta di superdivinità, la causa delle contraddizioni sociali del loro tempo.

In tal senso, il dio ebraico era più interessante. Un dio che si lascia "coinvolgere" con la storia degli uomini, soffrendo con loro, è un dio che merita d'essere adorato. Ma una concezione religiosa di questo genere presuppone necessariamente l'unità del popolo e un certo senso del progresso, cioè una fiducia nel futuro. Il dio freddo e distaccato dei greci presupponeva invece l'individualismo e il fatalismo. D'altra parte se una popolazione come quella greca avesse risolto il problema della schiavitù non avrebbe avuto una concezione così amara della divinità (nel migliore dei casi, poiché nel peggiore la concezione era frivola): non avrebbe avuto alcuna concezione.

Un dio freddo e distaccato forse può non sembrare così spontaneo come sembra, poiché nelle tribù primitive, meno intellettuali dei greci e meno interessate alla scienza, la concezione religiosa della divinità era più "calda" (vedi ad es. le superstizioni, la magia, il feticismo, l'animismo ecc.).

E tuttavia, il fatto di percepire la divinità come lontana dai processi storici, costituisce un progresso rispetto alle superstizioni del mondo primitivo; un progresso che, se vogliamo, avvicina la civiltà greca a quella fase dell'epoca primitiva in cui ancora non si credeva in alcuna divinità. La filosofia greca, in tal senso, può essere considerata come una giustificazione teorica di quell'ateismo spontaneo dell'uomo primitivo.

La differenza dove sta? Nel fatto che mentre l'uomo primitivo spontaneamente religioso non avvertiva la propria religiosità come un peso di cui liberarsi, il filosofo greco invece doveva fare non poche dimostrazioni teoretiche per dimostrare, a se stesso, che dio non esisteva e, al potere costituito, che forse da qualche parte esisteva. L'ateismo rigoroso è sempre stato perseguitato nella Grecia di Platone e di Aristotele.

Che poi questa concezione "fredda" della divinità sia scaturita da un contesto sociale individualistico e fortemente diviso in classi, ciò è un altro discorso. La storia ha voluto che fossero gli ebrei e non i greci a sperimentare l'unità del popolo.

Peraltro la stessa cosa successe nel Rinascimento italiano, allorché i nostri intellettuali, divisi tra loro e nei confronti delle masse popolari, non riuscirono a realizzare, pur essendo i più progressisti d'Europa, né la Riforma protestante né l'unificazione nazionale.

FEDE E RAGIONE

La chiesa cristiana è stata responsabile dell'interpretazione unilaterale, in senso religioso, del concetto di fede. La fede religiosa - come noto - ha un vizio di fondo, quello di portare a credere che l'oggettività delle cose non stia nelle cose in sé ma in un'entità astratta. Questa fede è sempre un fideismo.

Ciò ovviamente non significa che il fideismo non sia possibile anche nel materialismo storico. In fondo, là dove esiste autoritarismo e dogmatismo, lì esiste pure cieca obbedienza, fanatismo (anche se, in questo caso, il materialismo è già divenuto metafisico o meccanicistico).

Tuttavia, il fideismo del materialismo volgare, deformato, consiste in un'applicazione sbagliata della teoria o in un'interpretazione errata di una teoria sostanzialmente giusta.

Viceversa, il fideismo della religione è sin dall'inizio un'errata posizione pratica e teoretica. Questo anche se le sue conseguenze sugli uomini possono essere meno gravi di quelle che può procurare un'altra forma di fideismo.

Di fatto, chiunque attribuisce al demonio le cause del malessere sociale o aspetta da dio la soluzione dei suoi problemi, non può accettare neanche per ipotesi ch'esista nelle cose un'oggettività da scoprire.

In tal senso, la fede deve riacquistare una propria dignità etica, superiore a quella quella religiosa. In fondo è facile aver fede in dio onnipotente e protettore o nella divina provvidenza. Si tratta soltanto di non lasciarsi scandalizzare troppo dal male del mondo, cioè di assumere nei confronti di questo male un atteggiamento distaccato, ai limiti del cinismo.

Molto più difficile è aver fede negli uomini così come sono, "santi e peccatori", soprattutto in quegli uomini che, pur essendo condizionati dalle contraddizioni sociali, credono ugualmente di poterle risolvere.

"Aver fede" che le cose possano cambiare è un segno di maturità. La ragione può aiutarci a capire in che modo, ma senza la fede, spesso le motivazioni della ragione (ai fini della mobilitazione pratica) non sono mai sufficienti. La verità oggettiva, finché non coinvolge il soggetto, è come una statua da contemplare.

COSCIENZA E PERSONA NEL CRISTIANESIMO

Il cristianesimo ha notevolmente sviluppato il concetto di "persona", introducendo, per così dire, il valore della responsabilità personale, l'idea di libera scelta, il primato della coscienza...

Prima del cristianesimo era considerato "persona" solo l'individuo che disponeva di un certo potere o che ricopriva un qualche ruolo ufficialmente riconosciuto. Non si era "persona in sé", a prescindere da tutto, ma soltanto in rapporto a qualcosa di estrinseco. Il valore di una persona era dato da qualcosa di "esterno", che l'individuo doveva "possedere" per essere considerato qualcuno.

Nel mondo romano occorreva almeno lo status di cittadino libero: cosa che distingueva il romano dallo straniero, il libero dallo schiavo. Poi naturalmente vi erano i ruoli politici, sociali, culturali, religiosi.

Fra i cittadini liberi, l'uomo era più "persona" della donna, e il vecchio più del giovane.

Il cristianesimo invece, dando importanza al concetto di "persona in sé", ha avuto il coraggio di affermare che l'essere umano, in coscienza, può essere "libero" anche se fisicamente o giuridicamente è "schiavo".

Questo concetto fu rivoluzionario, poiché poteva impedire al potere costituito di servirsi del concetto di "ruolo" in maniera arbitraria.

E' vero che il cristianesimo sosteneva che alle autorità bisognava obbedire non solo per "dovere" (come sempre era stato), ma anche per "motivi di coscienza" (col che si può pensare che il cristianesimo abbia legittimato eticamente il servilismo dei cittadini nei confronti delle autorità costituite); ma è anche vero che, una volta introdotto il concetto di "coscienza", il cristianesimo veniva inevitabilmente a porsi in maniera concorrenziale col potere costituito, in quanto, se da un lato, il cristiano poteva predicare la subordinazione, dall'altro poteva anche predicare il contrario, a seconda delle circostanze contingenti, ovvero degli interessi in gioco.

In tal senso si può tranquillamente affermare che il cristianesimo, circoscrivendo il concetto di "coscienza" nell'angusto ambito della religione, ha fatto di questa uno strumento politico da poter usare anche in maniera eversiva (cosa che nell'ambito del paganesimo assai raramente avveniva: le religioni pagane che si opponevano al sistema, normalmente predicavano l'evasione dalla realtà).

La storia del cristianesimo ha dimostrato che ogniqualvolta le autorità cristiane chiedevano al credente di servirsi della propria coscienza per opporsi all'autoritarismo (vero o presunto) delle autorità laico-statali, lo scopo era anzitutto quello di aumentare i poteri politici della chiesa, cioè quello di servirsi dell'obiezione di coscienza per trasferire il totalitarismo da un potere istituzionale a un altro. Questo almeno è quanto è accaduto nell'ambito del cattolicesimo-romano.

Eccezioni se ne possono trovare nei primissimi secoli della nostra èra o in molti fenomeni ereticali, allorché i credenti si servivano della loro coscienza per opporsi anche al totalitarismo della chiesa.

Fintanto che il primato della coscienza sul ruolo è rimasto organico all'esperienza ecclesiale comunitaria, i vantaggi sul piano socio-culturale sono stati notevoli per la chiesa; e proprio in forza di questi vantaggi il cristianesimo ha potuto vincere la propria battaglia sul paganesimo.

I guai sono venuti quando il cristianesimo, nella forma storica del cattolicesimo-romano, ha rinunciato politicamente alla prassi comunitaria, trasformando il ruolo del pontefice in una monarchia teocratica assoluta. La conseguenza è stata la trasformazione del valore della persona in un concetto meramente astratto, oggetto di speculazione filosofica, cui appellarsi soprattutto quando la prassi individualistica comportava degli eccessi pericolosi.

Nel momento stesso in cui la contraddizione fra politica autoritaria e collettivismo più o meno democratico è giunta al culmine della tollerabilità, è nato il protestantesimo, che ha legittimato l'individualismo anche sul piano sociale. Ed è stato così che è poi nato il capitalismo.

Il capitalismo poteva nascere solo in un ambito che "cattolico" era più sul piano teorico che pratico, più sul piano politico che sociale. A questo punto le alternative erano due: o il cattolicesimo si trasformava in protestantesimo, permettendo al capitalismo d'imporsi con relativa facilità; oppure il capitalismo in fieri veniva politicamente costretto a ridimensionarsi, onde permettere al feudalesimo di sopravvivere. In Italia la chiesa cattolica scelse, attraverso la Controriforma, questa seconda strada.

A questo punto ci si può chiedere: perché il protestantesimo non ha promosso lo schiavismo invece del capitalismo? Perché lo schiavismo avrebbe potuto promuoverlo solo in termini non-cristiani, cioè solo là dove non fosse esistita alcuna coscienza cristiana (sul valore della persona).

Il capitalismo non è che la maschera cristiana dello schiavismo, cioè è il modo cristiano individualistico (e quindi protestante) di vivere lo schiavismo in un ambito dominato ideologicamente dal cristianesimo. Infatti, il capitalismo, a differenza dello schiavismo, garantisce formalmente la libertà a tutti i cittadini e lavoratori.

Questa maschera non è stata necessaria nei paesi extra-europei, dove, anche se sul piano pratico l'esigenza comunitaria si manifestava con un certo vigore, non si era ancora arrivati, in mancanza della profondità del cristianesimo, a elaborare un'ideologia del valore assoluto della persona. L'individuo veniva semplicemente considerato come una parte del tutto e mai, in nessun caso, come un elemento che, in virtù della propria consapevolezza di sé, poteva porsi al di sopra dei limiti comunitari e naturali.

Il cristianesimo ha vinto sulle culture non cristiane perché ha imposto il dominio politico e ideologico della persona astratta sul collettivo concreto, che ancora non aveva sufficiente consapevolezza della propria forza. Il dominio di una persona che di umano non ha più nulla, se non la consapevolezza di poter usare la libertà per compiere le azioni più negative.

Naturalmente c'è un rovescio della medaglia, che il cattolicesimo-romano non poteva prevedere: l'uso arbitrario del concetto di "persona" è possibile appunto perché questo concetto esiste. La sua esistenza può indurre gli esseri umani a considerare negativamente ogni forma di abuso e di arbitrio.

Le culture non cristiane, schiavizzate dal cattolicesimo-romano e dal protestantesimo, possono trovare nel cristianesimo originario la forza per emanciparsi, anche se la storia ha dimostrato, nel frattempo, che tale emancipazione può avvenire solo se i valori del cristianesimo vengono definitivamente laicizzati.

ORFISMO E CRISTIANESIMO

Nel cristianesimo c'è molto dell'orfismo (nato in oriente), che non a caso, nel corso del sec. VII a. C., si sviluppò soprattutto tra i meteci (stranieri) e gli schiavi.

Questa ideologia mistico-religiosa serviva agli schiavi per due ragioni: da un lato, con il concetto di peccato originale si giustificava lo stato di soggezione dello schiavo; dall'altro, con il concetto di divinità dell'anima s'infondeva nella coscienza dello schiavo una speranza per l'aldilà. Se lo schiavo non poteva essere un protagonista attivo nella vita della società, non essendo considerato un cittadino e a volte neppure una persona umana, poteva però riscattarsi dopo la morte, purificando se stesso con i sacrifici e la volontà personale.

La differenza fondamentale tra l'orfismo e il cristianesimo sta nell'idea di sacrificio, che per il primo coincideva con la metempsicosi, mentre per il secondo coincideva con la croce del Cristo. L'orfismo è una religione orientale, individualistica e rassegnata; il cristianesimo è una religione sorta in ambito ebraico, animata dal senso del collettivo e dall'ottimismo escatologico.

La croce di Cristo non abolisce i sacrifici che gli uomini devono compiere per purificarsi, ma pone il modello oggettivo cui gli uomini devono ispirarsi se vogliono veramente salvarsi, cioè se vogliono essere sicuri che i loro sacrifici non siano inutili. Il cristianesimo infatti parla proprio di "salvezza" e non solo di "purificazione" (come ne parlava ad es. il Battista).

Ritenuto quello del Cristo il sacrificio più grande (in quanto il "figlio di dio" ha accettato di morire per i peccati degli uomini), ogni altro sacrificio -dice il cristianesimo- deve trovare nella croce la propria giustificazione. Il cristiano non ha bisogno di aspettare mille reincarnazioni prima di essere sicuro della propria purificazione. Ha soltanto bisogno di credere che il sacrificio di Cristo lo ha definitivamente liberato dal peso del peccato d'origine.

Paolo infatti dirà che "il giusto vive di fede". Cioè per lui sarà anzitutto la fede nella grazia salvifica del dio-padre, mediata dal dio-figlio, che riscatterà l'uomo dal peccato d'origine. I sacrifici personali, o rientrano in questa modalità religiosa di vivere la fede, oppure sono inutili (vedasi "L'inno alla carità"). La reincarnazione non offre sicure garanzie.

Il tradimento del cristianesimo sta però proprio in questo, nell'aver trasformato la crocifissione in uno strumento di espiazione universale dei peccati dell'intera umanità (passata, presente e futura). Per il cristiano la croce non è stata la scelta etico-politica contingente di un rivoluzionario che ha accettato di sacrificarsi per risparmiare al suo popolo tragiche conseguenze, ma è diventata la scelta necessaria del "figlio di dio" di sacrificarsi per impedire che la colpa d'origine pesasse sull'uomo come un'eterna maledizione. Il Cristo sulla croce avrebbe dimostrato che la decisione di dio di perdonare gli uomini era irrevocabile.

L'ottimismo del cristianesimo non è quindi rivolto al presente ma solo al futuro, cioè al momento in cui con la parusia del Cristo si renderà evidente a tutto il genere umano il valore di questo sacrificio religioso.

In questo senso la differenza tra cattolici e ortodossi è minima. Per i primi il Cristo "doveva" morire per adempiere alla volontà del padre, nel senso cioè che la colpa d'origine poteva essere riscattata solo con un sacrificio cruento (la chiesa cattolica è nata come chiesa giuridica, prima di diventare chiesa politica). Oggetto del sacrificio non poteva essere che il dio-figlio, poiché nessun sacrificio umano avrebbe potuto placare l'ira del dio-padre. D'altra parte proprio tale sacrificio offre agli uomini la sicurezza del perdono (e questo concetto -come si sa- porterà i cattolici a giustificare l'uso arbitrario della libertà politica, e i protestanti a giustificare l'uso arbitrario della libertà personale).

Per gli ortodossi invece l'incarnazione del dio-figlio sarebbe avvenuta anche senza peccato d'origine, mentre il sacrificio del Cristo, pur in presenza delle conseguenze del peccato d'origine, non è avvenuto senza il libero consenso del dio-figlio. Né si deve pensare che il Cristo non avrebbe potuto riscattare le colpe degli uomini senza morire sulla croce. Gli ortodossi cioè avvolgono nel mistero il fatto che gli uomini siano stati perdonati definitivamente proprio nel momento in cui compivano il delitto più orrendo della storia.

STOICI ED EPICUREI A CONFRONTO

Stoicismo ed epicureismo sono due forme d'individualismo: il primo di tipo etico (col suo senso del dovere e dello Stato), il secondo di tipo estetico (col suo senso del piacere). Entrambe le forme ruotano all'interno di una posizione prevalentemente filosofica.

La stoicismo poté essere usato dal cristianesimo e da tutte quelle ideologie politiche che pongono la ragion di stato al di sopra della libertà personale.

L'individualismo stoico, a differenza di quello epicureo (che vuole essere più polemico, in senso anarcoide), si serve anche della politica per affermarsi. Gli epicurei invece ritengono che la politica sia un ostacolo alla realizzazione dell'individuo, perché la vedono più condizionata da elementi "immorali" (come ad es. l'interesse, il pregiudizio, la partigianeria, ecc.).

Tuttavia, in ultima istanza, l'epicureismo ha meno risorse dello stoicismo, ha meno capacità d'incidere sulla realtà. Per sopravvivere, l'epicureo può soltanto sperare che il governo in carica gli sia favorevole o comunque assuma nei suoi confronti un atteggiamento tollerante, benevolo.

STOICISMO ED EPICUREISMO A ROMA

Il fatto che lo stoicismo abbia incontrato nella Roma antica il maggior successo, sta a testimoniare il suo carattere conformistico, ligio al potere dominante. Da questo punto di vista l'epicureismo è stato più trasgressivo dello stoicismo, seppure in maniera individualistica, spoliticizzata.

A Roma lo stoicismo si affermò non in maniera "pura" (alla greca), ma frammisto a eclettismo e scetticismo (vedi Cicerone), mentre l'epicureismo si legò alla cultura trasgressiva (vedi Lucrezio). Lo stoicismo ha sofferto soltanto sotto l'oppressione di alcuni imperatori tiranni, ma se gli stoici, in quei periodi, venivano espulsi da Roma, gli epicurei venivano addirittura perseguitati.

Tuttavia, è degno di nota il fatto che proprio nella civiltà romana lo stoicismo (in Seneca) ha saputo così tanto approfondire il lato umano delle cose e l'interiorità soggettiva, da avvicinarsi (moralmente) alla migliore speculazione cristiana. In tutta la filosofia greca non si era mai arrivati ad affermare il dualismo tra piena consapevolezza della verità e non-volontà di applicarla.

La filosofia greca aspirava alla coerenza oggettiva di teoria e prassi, mentre quella latina ha sempre dato per scontato che tale coerenza fosse una meta impossibile. Paradossalmente vi è stato più soggettivismo nello stoicismo romano che non in quello greco, austero e rigoroso.

Lo stoicismo romano, pur riflettendo una struttura politico-istituzionale molto più imponente di quella greca, pur avendo accentuato il lato pratico della filosofia greca (a totale discapito di quello logico-dialettico e fisico), si è sempre posto su di un terreno del tutto conformistico e soggettivo.

Questo forse sta a significare che l'oggettività può essere anche un'acquisizione meramente intellettuale, a prescindere cioè dalle realizzazioni politiche che lo Stato cui si appartiene riesce a conseguire. Anzi, può essere stata proprio la scarsa capacità di riflessione ad aver indotto il mondo romano ad attribuire poca importanza all'oggettività teoretica.

Per il mondo romano l'unica vera oggettività era costituita dalla ragion di stato (che altro non era se non il frutto dell'arbitrio imperiale), nonché dal diritto, il quale però non faceva che riflettere gli interessi soggettivi, antagonistici, delle classi dominanti.

STOICISMO E PROVVIDENZA

Il concetto di "provvidenza", che è di origine stoica, riabilita il male in quanto lo finalizza, contro la sua volontà, a una strategia di bene più complessa e globale. Ora, questo concetto va superato proprio perché tende a deresponsabilizzare gli individui, portandoli al fatalismo.

In realtà non esiste alcuna strategia, alcuna "astuzia della ragione" - direbbe Hegel - che, in ultima istanza, porta il "male" a fare gli interessi del "bene" (già questi due concetti di "bene" e "male" sono alquanto relativi, poiché l'uno non può essere rigidamente separato dall'altro).

La storia insegna che davanti all'esperienza del male, il bene, prima o poi, reagisce, e che il bene, se non controlla continuamente la propria attività, tende a trasformarsi in male. Quindi, in un certo senso, bene e male s'influenzano a vicenda, e in questo rapporto dialettico non c'è nulla che a priori possa garantire il prevalere dell'uno o dell'altro.

Garanzie fisse, automatiche, indipendenti dalla volontà degli uomini, non esistono, né in cielo né in terra. La decisione di optare per l'una o l'altra strada è determinata molto dalle circostanze oggettive, nonché dalla volontà di reagire a queste circostanze.

Bibliografia


Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 10/09/2014