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AGOSTINO D'IPPONA (354-430): la legge naturale

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Giuseppe Bailone

La polemica con Pelagio porta Agostino a fare con più attenzione i conti con un elemento importante dell’eredità culturale pagana, che aveva precedentemente accolto senza riserve: il giusnaturalismo ciceroniano.

A partire dall’Antigone di Sofocle, che rappresenta il conflitto tra la volontà del sovrano e le leggi “non scritte”, divine e assolute, la filosofia greca elabora coi Sofisti, con Platone, con i Cinici, ma, soprattutto, con gli Stoici la teoria del diritto naturale, dell’esistenza, cioè, di una legge di giustizia non scritta ma ben presente nella coscienza degli uomini dotati di ragione. Cicerone offre alla teoria una splendida veste letteraria, la rende convincente con una chiarezza espositiva esemplare e con la semplicità delle argomentazioni. Grazie a Cicerone la teoria del diritto naturale esercita un’influenza grandissima nel processo di formazione delle cultura giuridica cristiana.

Cristianesimo e giusnaturalismo hanno solidarizzato stabilmente e ampiamente nei due millenni, salvo qualche momento di conflitto temporaneo e parziale, ma il loro primo incontro non è stato facile: le difficoltà del primo rapporto tra fede e filosofia hanno agito anche in quest’ambito particolare.

L’idea di legge naturale, infatti, è poco compatibile col cristianesimo delle origini, sia perché è legge, sia perché è naturale e razionale.

La primitiva fede cristiana non apprezza, come invece fa il pensiero classico, la legge, la natura e la ragione.

Paolo di Tarso, il fondatore del cristianesimo universalistico, dichiara prive di valore sia la legge mosaica che la legge naturale di fronte alla vita nello spirito della fede. La natura è il mondo della carne dal quale il cristiano deve liberarsi per vivere secondo lo spirito. La ragione viene travolta dalla fede e dall’amore prodotti dalla grazia.

Grazia è la parola decisiva che contrappone al razionalismo panteistico stoico lo spirito cristiano. Essa denuncia la radicale insufficienza umana conseguente al peccato originale e prospetta la salvezza ad opera divina gratuita, senza vincoli contrattuali e senza necessità razionali e naturali.

Cristo muore sulla croce per amore gratuito. Ed è scandalo per la cultura greca e romana.

L’idea stoica di legge naturale, presente all’uomo e nell’uomo, che la può seguire col solo aiuto della sua ragione, in autonomia e autarchia, vanifica il bisogno delle grazia cui risponde il cristianesimo.

Ma, l’idea di una legge naturale e razionale apre anche non pochi problemi di compatibilità con quella di legge rivelata, che il cristianesimo in varia misura eredita dal mondo biblico. La rivelazione è un dono divino, mentre la legge naturale è alla portata della virtù conoscitiva dell’uomo razionale.

Il conflitto culturale, inizialmente radicale, nel corso dei primi secoli si attenua e il cristianesimo, guadagnando terreno, si porta in casa sempre più elementi della cultura nemica, combattuta e sconfitta. Quel che avviene in generale per la filosofia si verifica anche nella filosofia del diritto naturale.

I padri apologisti di lingua greca Giustino, Clemente di Alessandria e Origene sono i primi ad accettare l’idea di legge naturale, identificata stoicamente con il logos orthòs, la retta ragione. Con Lattanzio, anche la patristica latina si concilia con il razionalismo che ispira la teoria del diritto naturale.

Al tempo di Agostino la saldatura sembra ormai compiuta, insieme a quella di fede e ragione e all’alleanza tra Chiesa e Impero.

Nelle opere anteriori alla polemica con Pelagio Agostino è giusnaturalista, utilizza le formule ciceroniane e, rispetto all’alternativa impostata nell’Eutifrone platonico1, arriva a dire esplicitamente che il male non è tale perché vietato da Dio, ma è vietato da Dio perché è male2.

Qualche anno dopo, nel Contra Faustum manichaeum (397-8), c’è la concezione di peccato e di legge eterna poi riportata nelle Sentenze di Pietro Lombardo, il libro più studiato nelle scuole di teologia del medioevo. Il peccato è definito come “un’azione, un detto o un desiderio in contrasto con la legge eterna”, che è ratio divina vel voluntas Dei, ordinem naturalem conservari iubens, perturbari vetans (XXII, 27). Agostino distingue ma non mette in alternativa la ragione e la volontà divina: vel non è disgiuntiva come aut; dalla sua definizione di peccato risulta che l’ordine naturale da rispettare è sia razionale che dettato dalla volontà divina.

La polemica con Pelagio spinge Agostino a sciogliere l’ambiguità del Contra Faustum: l’equilibrio tra ragione e volontà divine si rompe a vantaggio della libera ed onnipotente volontà divina.

Il giusnaturalismo razionalistico adottato in funzione antimanichea e per influenza ciceroniana appare adesso ad Agostino troppo “pelagiano”.

La giustizia è ora ciò che è voluto da Dio3. Anzi, “la giustizia si dice di Dio non perché per essa Dio è giusto; bensì perché all’uomo essa viene da Dio”4. Un’azione non costituisce peccato se non quando sia stata espressamente vietata da Dio5. La giustizia è adesso totalmente dipendente dalla volontà onnipotente di Dio, perdendo la natura di realtà razionale metafisica esistente di per sé. La volontà divina non si limita a dare forza coercitiva di legge divina ad una legge naturale, ma determina la stessa legge naturale: invece di una legge naturale che diventa anche legge divina perché naturale, si ha una legge naturale che è tale perché è legge divina.

Significativa, in proposito, l’interpretazione che Agostino dà del passo della Lettera ai Romani in cui Paolo di Tarso parla di una legge posseduta per natura anche dai Gentili e che aveva costituito per molti padri della chiesa un fondamento del giusnaturalismo. Nel 412 spiega che dove Paolo parla di natura si deve intendere “natura rinnovata dalla grazia”, perché soltanto nell’intimo dell’uomo rinnovato dalla grazia viene scritta la giustizia che la colpa aveva cancellato6.

Per Pelagio il peccato di Adamo non ha corrotto la natura-ragione dell’uomo, perché il male in quanto irreale, come aveva insegnato Agostino contro i manichei, non può corrompere. Per Agostino, invece, il peccato nuoce all’uomo anche se non è sostanza: Adamo aliena con il peccato il proprio essere dalla relazione con Dio e perde la sua stabilità sostanziale, come il corpo s’indebolisce per l’astensione dal cibo. La ragione non basta più a individuare ciò che è bene e ciò ch’è male. Dopo il peccato di Adamo la libertà dell’uomo non è più vera libertà e con le sue sole forze l’uomo non può che peccare. Solo la grazia può restituire all’uomo la libertà di non peccare e di salvarsi. Ma la grazia non è natura né ragione comune a tutti gli uomini in quanto tali, è concessa gratis e non a tutti, come abbiamo visto nella polemica contro Pelagio.7

Note

1 Ne scrivo a partire da pag. 77 della mia La filosofia greca, pubblicata nei Quaderni della fondazione Università Popolare di Torino, 2009. Eutifrone è un dialogo platonico che, nel corso della trattazione di ciò ch’è giusto fare per le leggi divine, imposta la seguente questione: ciò ch’è giusto piace agli dei perché è giusto, o è giusto perché piace agli dei? L’Eutifrone è un dialogo aporetico, pone il problema ma non offre risposte, ma si può dire che per Platone è l’Idea di giustizia, come realtà metafisica, ad orientare la volontà degli dei; che la Giustizia, come realtà oggettiva, s’impone anche agli dei. Ma con l’onnipotenza divina biblica e cristiana il rapporto tra ciò ch’è giusto e la volontà divina tende a rovesciarsi: l’onnipotenza divina è, infatti, poco compatibile con la realtà metafisica di una Giustizia in sé.

2 De libero arbitrio, I, 3, 6

3 Sermo CXXVI, 3

4 Contra duas epistolas Pelagianorum, III, 7 20

5 De peccatorum meritis et remissione, II, 16, 23

6 De spiritu et littera, 27, 47

7 Per la ricostruzione del giusnaturalismo nel cristianesimo primitivo e in Agostino si può consultare la Storia della filosofia del diritto di Guido Fassò, ed Il Mulino 1966, vol. I, ripubblicata da Laterza. Sono tratte da quest’opera anche le citazioni agostiniane.


Fonte: ANNO ACCADEMICO 2009-10 - UNIVERSITA’ POPOLARE DI TORINO

Torino 27 febbraio 2010

Giuseppe Bailone ha pubblicato Il Facchiotami, CRT Pistoia 1999.

Nel 2006 ha pubblicato Viaggio nella filosofia europea, ed. Alpina, Torino.

Nel 2009 ha pubblicato, nei Quaderni della Fondazione Università Popolare di Torino, Viaggio nella filosofia, La Filosofia greca.

Due dialoghi. I panni di Dio – Socrate e il filosofo della caverna (pdf)

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Aggiornamento: 26-04-2015