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NICCOLO' MACHIAVELLI (1469-1527)

I - II - III - IV

Machiavelli

Nasce a Firenze nel 1469. La famiglia paterna, nobile ma decaduta, più volte rappresentata nelle cariche pubbliche (gonfalonieri di giustizia e priori), non si era arricchita con le attività mercantili e bancarie, in quanto traeva le sue modeste rendite da piccoli poderi nel contado. Suo padre comunque faceva l'avvocato. Fu anche per sua esplicita volontà che Machiavelli ebbe un'ampia e approfondita formazione culturale umanistica, pur non conoscendo il greco. La lettura dei classici antichi resterà una delle sue occupazioni preferite per tutta la vita.

Nel 1494 è spettatore della discesa di Carlo VIII, re di Francia, con la quale crolla il sistema degli stati italiani basato sull'equilibrio raggiunto 40 anni prima con la pace di Lodi (che concluse le lotte per la successione al regno di Napoli e al ducato di Milano: lo Sforza fu riconosciuto signore di Milano; Venezia estese il suo dominio fino all'Adda; l'Aragonese fu riconosciuto signore di Napoli e venne proclamata la Lega universale contro i turchi).

Machiavelli rimase estraneo all'ammirazione popolare per il frate domenicano Gerolamo Savonarola, che dopo la cacciata dei Medici da Firenze (grazie anche a Carlo VIII) e la restaurazione della Repubblica, cercò di realizzare dal '94 al '98 un governo insieme democratico e teocratico; ma, essendo ostacolato, per la prima forma di governo, dal papato e per la seconda dai partiti politici della città, il suo tentativo fallì ed egli pagò con la morte. Una lettera di Machiavelli indirizzata al Ricci contiene delle valutazioni critiche sull'operato del Savonarola: gli appare come un "profeta disarmato".

A cinque giorni dall'esecuzione del Savonarola, grazie all'appoggio di Marcello Adriani, capo della prima cancelleria, Machiavelli viene candidato all'ufficio di secondo cancelliere (o segretario) della Repubblica di Firenze, in sostituzione di Alessandro Braccesi, seguace del frate domenicano. Per avere l'ufficio occorreva avere capacità diplomatiche e competenze nelle materie umanistiche (conoscenza perfetta del latino, della storia antica e della filosofia morale dei classici, capacità stilistica e retorica. Di regola questi umanisti fiorentini non avevano poteri esecutivi).

Nel giugno viene eletto a quella carica e, poiché la seconda cancelleria s'occupava soprattutto della corrispondenza relativa all'amministrazione dello Stato, Machiavelli come capo di questa sezione era anche considerato uno dei sei segretari del primo cancelliere e come tale viene ben presto assegnato (nel luglio dello stesso anno) al Consiglio dei Dieci della guerra (o di libertà e di balìa): il comitato responsabile per le relazioni estere e diplomatiche della Repubblica. Manterrà entrambe le cariche sino al 7 novembre 1512. I suoi numerosi viaggi da una città all'altra, da uno Stato all'altro, saranno tutti di tipo politico-diplomatico.

Di un certo rilievo furono le sue ambasciate (o legazioni) presso il re francese Luigi XII (da cui il Ritratto di cose di Francia), che si era alleato con Firenze, in occasione della guerra contro la ribelle Pisa, la quale, approfittando, in precedenza, della discesa di Carlo VIII, aveva voluto liberarsi nel '96 della soggezione a Firenze (resisterà sino al 1509). I francesi di Luigi XII avevano conquistato Milano nel 1499: le guerre d'Italia (1499-1559) fanno da sfondo all'attività del Machiavelli. Nel maggio 1499 scrive il Discorso fatto al magistrato dei Dieci sopra le cose di Pisa.

All'inizio del 1500 i francesi avevano mandato dei mercenari guasconi al soldo di Firenze, ma al momento opportuno essi avevano disertato. Machiavelli fu inviato per chiedere nuovi aiuti militari, ma in quell'occasione si accorse che la corte francese non teneva in alcuna considerazione una signoria così debole, per cui la missione fallì.

Nel 1501 si sposa con Marietta Corsini, da cui avrà sei figli, e l'anno successivo accetta l'istituzione del Gonfaloniere a vita in Firenze, nella persona di Piero Soderini, che resterà in carica per 10 anni.

Nell'ottobre 1502 ha il primo incontro con Cesare Borgia, che, al fine di realizzare un forte Stato nell'Italia centrale, sta facendo una campagna militare contro i piccoli signori marchigiano-romagnoli, coalizzatisi nella Lega della Magione. Il Borgia (ex cardinale) era stato nominato dal padre, papa Alessandro VI, duca di Romagna e dal re di Francia, duca di Valentinois. Poiché stava già istigando Arezzo e la Val di Chiana a ribellarsi a Firenze, questa si vide costretta a contattarlo. Dopo la seconda legazione presso il Borgia, Machiavelli scrive Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, e il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini.

Nell'estate 1503 scrive Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati. Per un momento il Machiavelli credette di ravvisare nel Valentino il principe che avrebbe potuto imporsi a livello nazionale. In effetti, lo aveva impressionato la volontà e la spregiudicatezza con cui aveva cercato di realizzare i propri scopi, ma presto si accorgerà che il Valentino era solo un avventuriero assai poco affidabile, in quanto aveva un'eccessiva considerazione di sé per poter durare a lungo, inoltre contava troppo sulla fortuna d'aver avuto come protettore un pontefice. Però gli riconosceva l'intuito d'aver capito l'importanza di truppe personali e non mercenarie.

Nel 1503 muore Alessandro VI e, dopo un mese, anche il suo successore Pio III. Poiché il Borgia sosteneva la candidatura del cardinale Giuliano della Rovere, convinto di ottenere, se quest'ultimo fosse stato eletto, il titolo di capitano generale dell'esercito papale, il governo fiorentino decise di mandare Machiavelli ad assistere all'elezione del nuovo pontefice. Della Rovere fu eletto a enorme maggioranza e prese il nome di Giulio II e, poiché quand'era in carica Alessandro VI aveva dovuto subire un esilio decennale, la prima cosa che fece fu quella di rimangiarsi il patto stipulato col Borgia, esautorandolo di ogni potere.

Nel 1504 Machiavelli, costatato il fallimento delle milizie mercenarie nella guerra contro Pisa, propone di costituire una milizia popolare che le sostituisca. Il Consiglio Maggiore lo autorizza alla fine del 1505 a cominciare il reclutamento nel vicariato del Mugello. Tuttavia, poiché i ceti borghesi non avevano intenzione di arruolarsi, le truppe erano prevalentemente costituite da contadini. Con queste truppe regolari i fiorentini nel 1509 riprendono Pisa e Machiavelli partecipa alla soluzione della controversia. Nel 1505 gli spagnoli occupano il regno di Napoli. Alla fine del 1506 Machiavelli viene nominato segretario del magistrato dell'ordinanza e milizia fiorentina.

Nel settembre 1506 è in legazione presso papa Giulio II (1503-1513), che si è già ripreso Perugia, Bologna e altri territori facenti parte un tempo dello Stato pontificio e che ora ha intenzione di cacciare i francesi dall'Italia: cosa che comincerà a fare a partire dal 1510. Firenze vuole mantenere la propria neutralità e comunque non crede che il papato sia in grado di opporsi alla potenza francese.

Nel 1508 la Lega di Cambrai (papato, Spagna, Francia e Germania) sconfigge Venezia. Machiavelli s'incontra a Innsbruck coll'imperatore Massimiliano I (alleato del papa), il quale, avendo intenzione di scendere in Italia per farsi incoronare a Roma capo del Sacro Romano Impero, voleva sapere da Firenze su quale appoggio, anche finanziario, poteva contare (aveva chiesto 500.000 ducati per coprire tutte le spese). L'imperatore fece al Machiavelli l'impressione di un sovrano totalmente inetto. Massimiliano pensava di sottrarre a Venezia i porti di Trieste e Fiume, ma non riuscirà a farlo.

Da queste missioni il Machiavelli trasse lo spunto per numerosi scritti, nei quali i problemi di fondo erano i seguenti: a) necessità di uno Stato unitario moderno, sul modello di quello francese (che aveva una forte monarchia centralizzata), mentre l'impero austriaco di Massimiliano gli appariva in via di disfacimento: a differenza del re francese, l'imperatore austriaco poteva imporre la sua autorità solo quando essa non contrastava con gli interessi dei grandi feudatari e delle potenti città libere in mano alla borghesia; b) incapacità della classe dirigente italiana, che non riesce a superare il particolarismo delle signorie, né ad opporsi all'enorme potere dello Stato della Chiesa, che impedisce l'unificazione nazionale; c) necessità di truppe non mercenarie, ma una leva di soldati da reclutare tra la classe contadina, più disposta ai sacrifici e a rispettare un comandante della città. Scrive Rapporto delle cose della Magna (la Germania) nel 1509, esaltando le comunità svizzere e tedesche per la loro compattezza e per le forti tradizioni civili e guerriere.

Nuova legazione in Francia nel 1510, in cerca di appoggio militare, poiché si teme che Spagna e Papato possano distruggere la giovane Repubblica. Infatti, l'anno successivo una Santa Lega di papato e Spagna, oltre a veneziani, svizzeri e inglesi, si oppone alla Francia. Nel 1512 i francesi vengono cacciati da Ravenna, Parma e Bologna, e poiché i fiorentini non avevano mai parteggiato per il papa e non volevano trattare con gli spagnoli, questi occupano Prato e obbligano Firenze, i cui cittadini avevano una scarsa formazione militare, ad arrendersi. I Medici, cacciati nel 1494, rientrano in città. Soderini (che Machiavelli considerava un pusillanime) fugge in esilio. La signoria medicea condanna Machiavelli a un anno di confino presso San Casciano e al pagamento di una cauzione ingentissima: mille fiorini d'oro, che gli saranno forniti da tre amici rimasti sconosciuti.

Nel 1513 viene sventata una congiura contro il nuovo governo mediceo: sospettato di avervi preso parte, Machiavelli viene arrestato e torturato. Sarà poi liberato in occasione dell'amnistia per l'elezione del nuovo papa Leone X. Provata la sua innocenza, spera di poter rientrare nelle grazie dei nuovi padroni, ma le sue domande d'impiego rimangono inascoltate.

Intanto la Germania aderisce alla Santa Lega e i francesi vengono sconfitti a Novara. Muore Giulio II e lo sostituisce nel 1513 Giovanni de' Medici col nome di Leone X. Machiavelli non nutre più alcuna speranza di tornare alla vita politica attiva. Si ritira nella sua tenuta di famiglia presso Firenze e inizia a scrivere a Francesco Vettori, ambasciatore di Firenze a Roma. Dal 1513 al 1519 lavora ai Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio, trattato sulle Repubbliche. Scrive Il Principe nel 1513, sperando d'ingraziarsi le simpatie dei Medici, ma invano. Dal 1514 al 1520 scrive Dialogo intorno alla nostra lingua, L'asino d'oro, La Mandragola, Belfagor, Vita di Castruccio Castracani.

Nel 1515 il re francese Francesco I conquista Milano e sigla la pace con Leone X. Nel '16 e nel '19 muoiono Giuliano, fratello del papa, e Lorenzo, suo nipote. Dopo la morte di Giuliano, nel 1516, a capo del governo mediceo era il card. Giulio, che sarebbe poi stato eletto papa col nome di Clemente VII. Per caso questi era imparentato con uno dei più intimi amici del Machiavelli, Lorenzo Strozzi, al quale negli anni 1519-1520 dedicherà Dell'arte della guerra. Grazie a questa connessione, Machiavelli riesce a essere introdotto nel marzo 1520 nella corte medicea e alla fine del '20 viene nominato storiografo di corte per la durata di due anni. La composizione delle Storie fiorentine lo terrà occupato per il resto della sua vita.

Viene anche eletto Cancelliere dei Procuratori delle mura di Firenze, per sovrintendere ai lavori di fortificazione della città contro gli eserciti imperiali di Carlo V (erede del trono spagnolo e austriaco), che nella battaglia di Pavia (1525) aveva sconfitto i francesi del re Francesco I, minacciando di occupare l'Italia intera.

Dal 1521 al 1523 vari avvenimenti turbano la vita della chiesa: morte di Leone X, elezione di Adriano VI, congiura in Firenze contro il cardinale Giulio Medici, morte di Adriano VI, Giulio Medici diventa papa Clemente VII. Alla congiura contro Giulio dei Medici parteciparono alcuni membri del gruppo d'umanisti e letterati che si ritrovavano regolarmente nei giardini di Cosimo Rucellai, alla periferia di Firenze: uno fu giustiziato e altre tre esiliati. Machiavelli, pur non aderendo alla congiura, partecipò attivamente a quelle discussioni politiche, tanto che si decise a scrivere l'Arte della guerra e i Discorsi.

Nell'aprile 1526 su proposta del Machiavelli a Firenze si istituisce il magistrato dei Procuratori delle mura e lui ne viene nominato ispettore. Nello stesso anno muore Giovanni Medici (dalle Bande Nere).

Nello stesso anno si forma la Lega di Cognac (papato, Francia, Inghilterra, Svizzera e Venezia) che vuole opporsi alla Spagna di Carlo V. Clemente VII incarica Machiavelli di convincere il Guicciardini, diventato Governatore della Romagna nel 1524, a costituire un esercito romagnolo, non mercenario, per resistere alle milizie di Carlo V, ma l'impresa fallisce. Il sovrano, indignatosi con Clemente VII che aveva dato la sua adesione alla Lega antispagnola, permette a 14.000 lanzichenecchi mercenari di saccheggiare Roma per quattro giorni. Clemente VII è costretto alla fuga. I repubblicani di Firenze ne approfittano immediatamente per cacciare di nuovo i Medici e proclamare la restaurazione della repubblica. Machiavelli spera di riottenere la sua vecchia carica, ma, avendo lavorato sei anni coi Medici, non ottiene alcun incarico dal nuovo governo. Nel giugno si ammala e muore nello stesso anno.

IDEOLOGIA POLITICA

Le opere maggiori del Machiavelli sono il Principe, i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Storie fiorentine e una commedia, La mandragola. Esso sono il frutto di due interessi complementari:

  • tentare di modificare concretamente la società fiorentina e italiana in direzione di una repubblica democratico-borghese (passando eventualmente attraverso l'esperienza del principato): una repubblica nazionale in grado di resistere alle pressioni delle monarchie nazionali europee (Francia e Spagna soprattutto);
  • trarre dalle singole esperienze politico-diplomatiche e militari una teoria generale dell'azione politica (Machiavelli è anzitutto un teorico della politica).

Da questo punto di vista non vanno visti in contraddizione i Discorsi che esaltano la repubblica come forma migliore di governo, e il Principe che teorizza quel principato che gli pareva il solo rimedio possibile nei momenti in cui le virtù civiche non sono sufficienti per realizzare una repubblica o per tenerla in piedi. I Discorsi (che esaltano la repubblica di Roma antica) vengono interrotti proprio perché Machiavelli si rendeva conto che col Principe avrebbe potuto contribuire meglio a risolvere la crisi della società italiana (divisa in tanti stati e soggetta alla dominazione straniera).

Il Principe è un breve trattato di 26 cap., scritto nel 1513, nel quale l'autore analizza i vari tipi di stato che hanno a capo un singolo signore: i principati, che vengono distinti in ereditari (si mantengono facilmente se il principe non fa conquiste di territori altrui), misti (quelli in cui nuove conquiste si aggiungono a possessi ereditari: si mantengono con maggiore difficoltà) e nuovi (questi si possono conquistare per virtù propria del principe: ad es. Mosè, Ciro, Romolo, Francesco Sforza... non il Savonarola "profeta disarmato"; per fortuna d'altri: ad es. Cesare Borgia, il quale conquistò facilmente e altrettanto facilmente fu sconfitto; per scelleratezze, cioè per puro scopo di dominio personale, ma essi non danno gloria); civili, cioè acquistati o col favore dei cittadini (e questo è il modo più sicuro) o col favore di pochi potenti; infine i principati ecclesiastici, quelli retti da istituzioni religiose (difficili da conquistare ma facili da conservare perché basati su tradizioni secolari).

La seconda parte del Principe esamina la milizia: lo Stato infatti può essere politicamente forte se lo è anche militarmente. La milizia può essere mercenaria (indisciplinata e infedele), ausiliaria (pericolosa perché pone il principe in balìa dell'aiuto altrui), propria (la migliore perché permanente, cittadina, pagata con le tasse imposte dallo Stato) e mista. A quel tempo la milizia era quasi esclusivamente mercenaria.

La terza parte riguarda le qualità del principe:

  • non generoso ma parsimonioso (per evitare di essere fiscale verso i sudditi),
  • non pietoso ma crudele, perché è meglio farsi temere che amare: per evitare d'essere odiato dovrà astenersi dalla proprietà e dalle donne altrui;
  • astuto e forte (volpe e leone) a seconda delle circostanze;
  • incurante delle critiche ma anche lontano dagli adulatori;
  • non deve eliminare le opposizioni ma guadagnarsele, promuovendo il progresso morale e materiale dei cittadini;
  • dedito soltanto alla causa dello Stato, senza vizi né debolezze;
  • deve circondarsi di segretari valenti e fedeli;
  • non deve sentirsi vincolato alla parola data se questa, col tempo, danneggia gli interessi dello Stato;
  • deve evitare la neutralità, per quanto possibile, anche in politica estera.

Gli ultimi capitoli criticano quei principi che hanno perduto gli Stati per aver trascurato l'importanza degli eserciti e del consenso popolare; esaminano il valore della Fortuna, che, benché arbitra della metà delle azioni umane, va combattuta con la Virtù, che per Machiavelli coincide soprattutto con la capacità di sapersi adeguare alla necessità delle cose, da valutarsi di volta in volta, a seconda delle circostanze, prescindendo da considerazioni di tipo morale. Scopo supremo del Principe è governare, salvaguardando con ogni mezzo e modo l'integrità dello Stato. In questo il Machiavelli dimostra d'essere lontano non solo dalla tradizione del pensiero politico cristiano, ma anche da quella dell'umanesimo antico (al quale egli pur costantemente si rifaceva) e persino da quella dell'umanesimo a lui coevo, che di quello classico voleva essere un'imitazione.

Alla fine del libro invita gli italiani a liberarsi dello straniero unificando la penisola. Naturalmente egli spera siano i Medici a porsi alla testa del movimento nazionale. Il trattato fu dedicato prima a Giuliano dei Medici, poi, morto Giuliano nel 1516, a Lorenzo dei Medici, che morì nel 1519. Fu pubblicato integralmente solo nel 1532. Infatti la prima circolazione a stampa venne "purgata" - col consenso dello stesso Machiavelli - da Agostino Nifo.

Punto di partenza del Machiavelli è la convinzione che l'agire politico può essere compreso solo da chi ha il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza rifugiarsi nell'utopia. E la realtà, per il Machiavelli, è soprattutto negativa: gli uomini sono avidi di denaro, politicamente inaffidabili, assai poco virtuosi... E' da questo pessimismo che nasce la necessità di uno Stato forte e accentrato, grazie al quale si può superare il limite dell'individualismo. In questo senso non devono apparire strani i consigli "crudeli" che Machiavelli dà al suo principe, perché è solo operando contro chiunque lo minacci che il principe salverà lo Stato, bene supremo della nazione.

Il Machiavelli tende a distinguere morale e politica: la politica ha una propria morale che non sempre coincide con quella privata degli uomini (ad es. la pietà verso i vinti può generare disordini). Ciò non significa che il principe sia autorizzato a diventare un tiranno, ma che i suoi fini giustificano i mezzi usati per ottenerli. Machiavelli ha teorizzato per la prima volta l'autonomia della politica dalla morale e dalla religione, nonché la laicità dello Stato.

Il principe è un male necessario ma transitorio. La sua necessità è relativa alla crisi delle molte Signorie. Lo Stato monarchico e assolutistico è indispensabile per giungere alla potenza delle grandi nazioni europee. Nei Discorsi Machiavelli apprezza di più la repubblica e, analizzando il rapporto tra le diverse classi sociali romane, egli era giunto alla conclusione che le lotte civili tra patrizi e plebei avevano fatto nascere le leggi migliori in favore della libertà. Nelle Storie fiorentine dirà che le lotte che travagliarono Firenze tra ricchi e poveri (ad es. il tumulto dei Ciompi, la congiura dei Pazzi ecc.) portarono la città alla rovina perché gli sconfitti venivano o uccisi o costretti all'esilio, diversamente da quanto accadeva nella Roma repubblicana. Machiavelli era perfettamente consapevole del fatto che senza un forte consenso popolare nessuna repubblica si regge in piedi.

Il giudizio sulla religione. Nei Discorsi Machiavelli apprezza di più la religione pagana che quella cristiana. Il cristianesimo gli appare come una religione effeminata, troppo preoccupata dell'aldilà e poco disposta a sacrificare tutto per il bene della patria. Inoltre, mentre il paganesimo era accettato da tutti, il cristianesimo invece viene imposto dalla Chiesa, che si serve anche dello Stato. Proprio i popoli più soggetti all'influenza della Chiesa sono i meno religiosi. La stessa Chiesa non è mai stata tanto potente né tanto virtuosa da porsi a capo della nazione, né tanto debole da non riuscire a mantenerla divisa: pur di conservare il proprio potere temporale, essa è stata anche disposta ad allearsi con lo straniero. Machiavelli non è contrario alla religione: anzi ritiene ch'essa - in quanto fede comune - obbliga al rispetto della parola data, mantiene vive alcune virtù, lega allo Stato. Tuttavia, egli non nutre alcun interesse per la polemica religiosa che stava maturando in Germania. Il problema per lui non era quello di "migliorare" la religione cattolica ma quello di "subordinarla" al potere politico del principe.

I concetti di "occasione" e di "fortuna". L'agire umano dipende dalla situazione storica contingente, ovvero l'uomo virtuoso (politicamente abile) deve saper cogliere l'occasione buona per affermare il proprio ideale (ad es. bisognava che gli ebrei fossero schiavi degli egiziani perché si rivelasse il genio di Mosè). La forza che può limitare o condizionare l'uomo in qualsiasi momento è la fortuna (il caso, in senso negativo, che può influire sui destini della vita anche per il 50 per cento), come successe al Valentino, protetto da Alessandro VI. Alla fortuna però va opposta la virtù, non la provvidenza, e la virtù si basa sulla forza, sia essa politica o militare o economica, non tanto sul diritto, né, ancor meno, sulla morale.

Machiavelli è il miglior prosatore del '500: la sua prosa è viva, mobile, energica, colorita, interessata più alla cosa da esprimere che non al modo. La sua commedia più importante è La mandragola. Essa rientra nel teatro comico del '500 ed è scritta in un linguaggio vivo e popolare. Narra di un giovane fiorentino, Callimaco, innamorato di Lucrezia, bellissima e virtuosa moglie dell'anziano messer Nicia, il quale, con rammarico, non era riuscito ad aver figli. Callimaco, che si fa passare per medico, prescrive a Lucrezia un decotto d'erba mandragola per vincere la sterilità, però precisa che il primo uomo che giacerà con lei attirerà su di sé il veleno contenuto nella pozione e morirà. Sarà dunque necessario trovare per la donna un amante occasionale, ignaro del pericolo. Nicia è d'accordo. Lucrezia si lascia convincere dalla madre e dal suo confessore, avido della ricompensa promessagli da Nicia. Naturalmente sarà Callimaco travestito a entrare nel letto di Lucrezia che, disgustata dalla stupidità del marito, accetterà l'amore del giovane anche per il futuro.

Questa commedia si riallaccia al Decamerone del Boccaccio. Il suo significato: Callimaco è come un principe che deve rendere felice la sua patria (Lucrezia); a tale scopo ogni mezzo è buono, soprattutto in considerazione del fatto che Nicia è sì spregiudicato ma sciocco, corrotto ma stupido (come la classe dirigente). La stessa Lucrezia deve giungere a una decisione, rifiutando i compromessi che la rendono infelice.

Bibliografia

Testi di Machiavelli:

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015