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NICCOLO' MACHIAVELLI (1469-1527)

I - II - III - IV

Nicolò Machiavelli

IN MACHIAVELLI LA CONCEZIONE DELLA POLITICA PUO' ESSERE DEFINITA "LAICA"?

Si sbaglia a voler definire "laica" la politologia del Machiavelli solo perché non la faceva dipendere da un'etica religiosa. A parte il fatto che gli stessi pontefici, che pur la facevano dipendere da tale etica, conducevano una politica tutt'altro che "religiosa" (nel senso del cristianesimo antico, pre-teodosiano, o neotestamentario), essendo il loro Principato uno come tanti altri di quel tempo; sicché la differenza tra il Machiavelli e la chiesa romana al massimo starebbe in questo, che mentre il papato faceva dipendere la propria politica dalla religione (da un tipo di religione fortemente politicizzata) in maniera istituzionale, diretta, formale, il Machiavelli invece (e, prima di lui, il Boccaccio nell'ambito della vita privata) aveva eliminato, con maggiore coerenza, ogni riferimento normativo all'ideologia religiosa (al punto che se, in questo campo, avesse dovuto scegliere, avrebbe optato per il paganesimo greco-romano), ritenendo la religione cristiana in generale un'aberrazione in mano al clero e un avvilimento in mano al popolo, che poteva sperare di migliorare la propria condizione solo nell'aldilà; benché, beninteso, egli non disdegnasse affatto un uso strumentale della religione per fini politici, così come appunto facevano i Romani antichi col paganesimo, ma anche i sovrani francesi al tempo della cattività avignonese.

A parte insomma tutto questo, va detto che Machiavelli sostanzialmente era un ateo, ma siccome anzitutto si sentiva un politico (avendo militato negli organi comunali per un quindicennio), non aveva difficoltà ad accettare, col suo culto assoluto dello Stato (1), tutto ciò che poteva servire a rafforzare il potere di tale istituzione, per cui la religio come instrumentum regni andava bene tanto quanto la milizia.

Ma il problema è un altro. Se si definisce "laica" la politicità del Machiavelli, si finisce col credere che "laicità" voglia dire assenza di qualunque riferimento normativo non solo di tipo religioso, ma anche di tipo etico, e questo una concezione laica della vita in generale e della politica in particolare non dovrebbe accettarlo.

Una politica priva di etica umanistica è, di per sé, dal punto di vista laico, un abuso di potere, una visione deformata dell'uso del bene comune, una concezione arbitraria dello Stato, a meno che non si voglia sostenere che una "qualunque" concezione dello Stato sia un "arbitrio".

In ogni caso se si vuole sostenere che, nell'ambito della borghesia cinquecentesca (ma in Italia si dovrebbe risalire a vari secoli prima), si voleva affermare una concezione dello Stato svincolata e dai poteri religiosi e, nel contempo, da una qualsivoglia morale (religiosa o laica che fosse), allora si può tranquillamente affermare che Machiavelli rappresenta l'espressione più lucida e coerente di tale borghesia.

Egli, in sostanza, ebbe il coraggio di dire ciò che la stessa borghesia difficilmente avrebbe ammesso in pubblico, in quanto si sarebbe attirata le ire della chiesa, senza ottenere, in contropartita, alcun consenso popolare. Ma che la borghesia, privatamente, la pensasse come lui e che le critiche che gli vennero mosse furono, in soldoni, un puro e semplice gioco delle parti, è appunto dimostrato dal fatto che in quest'ultimo mezzo millennio è passata chiaramente la sua concezione della politica, e non solo in Italia, ma in tutti i paesi che hanno abbracciato le idee della rivoluzione borghese, e soprattutto in quelli dove il centralismo statale s'è maggiormente sviluppato (fatta salva la grande corruzione che attanaglia tutti quei politici professionisti al servizio del sistema economico, che lui certo non avrebbe approvato).

E questo purtroppo ha posto una pesante ipoteca su una definizione umanistica e democratica del concetto di "laicità".

Nota

(1) Il culto che Machiavelli nutriva per lo Stato (centralistico, assolutistico) somiglia molto al culto che la chiesa romana aveva creato nei confronti del proprio dio uno e trino e, in maniera correlata, nei confronti di chi sulla terra doveva meglio rappresentarlo, il pontefice, la cui infallibilità di giudizio e di azione verrà canonizzata a fine Ottocento, sulla scia di quanto s'era fatto nei secoli precedenti, sin dalle prime dispute teologiche ai tempi della Pentarchia. In tal senso Machiavelli non avrebbe fatto altro che trasferire a un ente astratto la stessa concezione della politica che la chiesa romana aveva elaborato per una persona concreta (non a caso stimava Giulio II, che con "impeto e furia" riuscì in tutte le sue imprese militari). D'altra parte lo scetticismo ch'egli nutriva per le istanze emancipative degli uomini era analogo a quello della chiesa.

MACHIAVELLI E IL SENSO DELLA POLITICA (IN RAPPORTO A GRAMSCI)

Machiavelli non può essere criticato semplicemente perché opponeva la politica alla morale, ovvero perché distingueva fra una morale pubblica e una privata: non lo dice forse anche il marxismo che non tutto quanto è giusto nella vita privata lo è anche in quella pubblica, e viceversa? Ad es., l'assistenza, utile nella vita privata (cioè nel rapporto diretto coll'interessato indigente), non contribuisce forse, seppure indirettamente, alla conservazione oggettiva (politica) delle dinamiche di marginalizzazione sociale?

Machiavelli deve essere criticato per il nesso che poneva tra "principe" e "politica". Tutto il suo eccessivo distacco dalla morale è appunto conseguente all'eccessivo peso attribuito alla figura del principe. Machiavelli non ha soltanto messo in crisi il valore di una morale astratta, al disopra della politica, dotata di "verità eterne", metafisiche, ma ha pure fatto della politica una scienza priva di moralità o con una moralità assai vicina all'utilitarismo, alla convenienza, all'opportunismo (seppur sotto la maschera della "ragion di stato"). Il principe deve senz'altro essere un individuo virtuoso, distaccato, quasi ascetico, ma questo può forse essere considerato sufficiente per la tutela degli interessi collettivi? Quante e quali azioni mostruose possono compiere quegli individui che pur credono d'essere nel giusto?

Per realizzare l'unificazione nazionale e la democrazia, il principe - ha ragione Gramsci - dev'essere non un individuo singolo, cioè un "duce", ma un ente collettivo (un partito politico o comunque un movimento organizzato). Un individuo singolo, infatti, tenderà molto più facilmente a trasformarsi in "tiranno", anche se nessun partito, di per sé, va esente da tale rischio.

Machiavelli aspirava a vedere sul trono di Firenze e dell'Italia intera un principe virtuoso, ricco di ideali, capace di abnegazione, ma risoluto nelle sue decisioni e spregiudicato nei mezzi da usare. Qualora ciò si fosse realizzato, per quanto tempo sarebbe durato? Cioè per quanto tempo resta "virtuoso" un uomo che dispone di poteri assoluti? Può una repubblica presidenziale, di per sé, risolvere la crisi di una repubblica parlamentare? E' forse "vera repubblica" quella che ha bisogno di un duce per sopravvivere?

Certo, il Machiavelli era più favorevole alla repubblica che alla monarchia: il principe - a suo giudizio - non era che un male necessario e transitorio. Ma sarebbe forse stato facile, dopo l'esperienza monarchica, cioè dopo che tutti i poteri fossero stati concentrati nelle mani di un'unica persona, tornare al regime repubblicano o creare una transizione verso questa forma di governo? Cosa avrebbe potuto impedire al principe di considerare come atti sovversivi tutti quei tentativi in favore della democrazia?

Oggi purtroppo dobbiamo costatare che non solo un principe individuale diventa necessariamente, col tempo, un tiranno, ma lo diventa anche quello "collettivo", se il suo potere non si misura continuamente con le esigenze sociali delle masse popolari.

Questo perché non esiste un modello ideale di governo: neppure quella democrazia che concedesse i poteri più ampi al popolo o alla sua grande maggioranza, potrebbe di per sé garantire la giustizia o la verità delle cose. Anche il popolo può sbagliare, anche la maggioranza può mentire.

Da questo punto di vista non fa paura una repubblica presidenziale se, nel mentre la si realizza, vengono concessi vasti e reali poteri alla collettività organizzata (a livello locale e regionale).

Verità e giustizia non sono patrimonio esclusivo di questi o quei governi, di queste o quelle istituzioni: esse piuttosto risiedono nella capacità che gli uomini hanno di affrontare i loro problemi, le loro contraddizioni. Naturalmente tale capacità è tanto maggiore quanto più gli uomini agiscono in modo collettivo, valorizzando le risorse di tutti.

Verità e giustizia sono concetti la cui realizzazione e autenticità vanno messe alla prova ogni giorno, in quanto non sopportano d'essere canonizzate.

Se dunque il principe del Machiavelli si rapporta allo Stato, il "principe" di Gramsci deve rapportarsi all'autogoverno socialista, cioè dev'essere un "principe" destinato a estinguersi, se vuole aspirare alla democrazia. Il superamento del concetto di Stato deve procedere parallelamente a quello di "partito politico" (e soprattutto a quello di "parlamento"). Le masse devono tornare a impadronirsi della politica, sottoponendo a continuo controllo i propri delegati, i propri rappresentanti politici. Se ciò non avviene, tenderà sempre a dominare negli intellettuali - come in Machiavelli - il pessimismo nei confronti delle capacità di trasformazione della realtà da parte delle stesse masse popolari.

LA FORTUNA DEL MACHIAVELLI

Machiavelli non pubblicò quasi nulla quand'era in vita: soltanto il Decennale primo (1506), la Mandragola (1518) e l'Arte della guerra (1521). Le sue maggiori circolarono clandestine, forse perché sapeva che sarebbero dispiaciute agli idealisti e ai clericali del suo tempo, ovvero agli ipocriti che, dietro la maschera della religione, perseguivano fini tutt'altro che morali: come appunto il papato, che, appena vide i Discorsi (1531) e il Principe (1532), li mise all'Indice (1559), ribadendo il decreto di condanna nel 1564, al Concilio di Trento.

Machiavelli passava, non solo in Italia ma in tutta Europa, per un pagano, un ateo blasfemo, un immorale irrecuperabile. Paradossalmente l'Inghilterra elisabettiana, che pur aveva sovrani senza scrupoli, vedeva nel Machiavelli l'esempio dell'italiano "papista", cioè perfido, maligno, che tale restò nell'immaginario inglese (specie nella veste teatrale) sino ai romanzi "gotici" di fine Settecento.

Tuttavia le sue idee, per quanto osteggiate in tutta l'epoca controriformistica, vennero fatte proprie dai gesuiti, benché in maniera dissimulata. Basta leggersi la Ragion di Stato di Giovanni Botero (1589), il quale in sostanza confermò l'idea (mistificandola con la teologia) che in politica non c'è morale che tenga, neppure se a capo del governo vi è un pontefice.

E' tuttavia anche vero che s'era fissata troppo l'attenzione sul Principe, il quale, come un effetto alone, aveva permeato della propria impostazione cinica tutte le altre opere. In realtà il Principe, nelle intenzioni del Machiavelli, doveva avere un valore molto circoscritto, limitato nel tempo, del tutto straordinario rispetto all'obiettivo finale di creare una repubblica democratica. La figura del Principe doveva essere un'eccezione, non la regola. La necessità politica di una dittatura dipendeva - come disse uno dei suoi più noti apologisti: Alberto Gentili, De Legationibus (1585) - dalle nefandezze del popolo, dall'ignavia dei potenti.

Anche Francesco Bacone vedrà nel pensiero di Machiavelli un qualcosa di decisamente moderno, pari ai progressi scientifici. Tuttavia ancora nel Settecento si continuava a ostracizzarlo. Gli illuministi infatti erano convinti che, per poter governare, bastasse la forza della ragione e che la forza, in sé, non avesse alcuna ragione. Montesquieu, in particolare, non sopportava la freddezza di Machiavelli né l'idea che la natura umana fosse in sé incline al male. Viceversa, Rousseau e, per suo tramite, il nostro Alfieri videro in lui il campione dei repubblicani e dei democratici. E siccome Alfieri era molto stimato dal Foscolo, questi ne approfittò per vedere nel Machiavelli un eroe contro le tirannie straniere in patria, un antesignano dell'unificazione nazionale e dell'anticlericalismo politico.

Anche il Leopardi si compiacque della crudezza del Principe, in quanto vi potevano trovare conferma le sue pessimistiche concezioni della vita e della natura. Più sfumato invece sarà il Manzoni, che nel Machiavelli vedeva un dissidio interiore tra fine di giustizia e mezzi per raggiungerla.

Durante il Risorgimento, se dal Gioberti non era minimamente apprezzato, dal Mazzini non era particolarmente stimato, ma solo a causa del suo ateismo, benché gli riconoscesse una certa acutezza scientifica nel trattare i temi politici.

Per trovare una vera rivalutazione del Machiavelli bisogna aspettare il De Sanctis, cioè la seconda metà dell'Ottocento. E' lui infatti che vede nel fiorentino il capostipite della politica come scienza e della mentalità più moderna. Ed esalta in lui i valori del patriottismo, la visione laica della vita, la virtù civile e persino il periodare concreto, realistico, assai lontano dalle architetture deduttive e sillogistiche del Medioevo. Il discepolo maggiore del De Sanctis, Pasquale Villari, scriverà una monumentale ricerca sul Machiavelli (1877-82), adottando nettamente criteri positivistici, che ne esalteranno l'importanza storica.

Benedetto Croce dovette ammettere che Machiavelli aveva scoperto l'autonomia della politica, ma lo fece obtorto collo, poiché, essendo egli un idealista, non poteva tollerare che la politica non fosse superata dalla filosofia (ovvero la prassi dalla teoresi). I due idealisti che s'innestano in questa impostazione crociana, nella prima metà del XX sec., sono Federico Chabod e Luigi Russo, che lo apprezzano, in verità, più di quanto avesse fatto Croce, in quanto inquadrano storicamente l'opera del Machiavelli e anche perché lo vedono come un politico "puro", scevro da interessi di bottega (partitici). Machiavelli era una specie di "artista della politica".

Interessante è anche la lettura che ne ha dato Gramsci, che vede in lui un'istanza giusta di liberazione e unificazione nazionale, condotta però con mezzi e metodi troppo individualistici per poterla realizzare.

MACHIAVELLI E L'AUTONOMIA DELLA POLITICA

Si fa fatica oggi a dire che Machiavelli aveva torto nel volere una politica separata dalla morale. Semplicemente perché la morale cui egli si riferiva era quella religiosa o che trovava nel cristianesimo le propria fondamenta. Ed era una morale ch'egli disprezzava profondamente, in quanto vedeva i cattolici troppo passivi al cospetto delle ingiustizie, troppo fiduciosi nella provvidenza divina e nella magnanimità delle istituzioni, soprattutto in quelle clericali.

Non c'è dubbio che non può esservi laicità della politica là dove questa è determinata dalla fede religiosa: determinata o in maniera diretta, come accadeva nello Stato della chiesa, dove il papato costituiva una monarchia assolutistica, e lo è ancora oggi; o in maniera indiretta, come accadeva negli Stati confessionali, gestiti da laici credenti o comunque da governi che con una determinata chiesa avevano stabilito dei rapporti privilegiati, come, in forza del Concordato, è ancora oggi in Italia.

E tuttavia ci si chiede: che bisogno c'era, separando la politica dalla morale religiosamente ispirata, separarla anche dalla morale tout-court? Era forse questo l'unico modo per fondare una "scienza della politica"? Chi l'ha detto che una disciplina può ritenersi "scientifica" soltanto quando non ha riferimenti alla morale? E se fosse proprio questa mancanza di riferimenti a farle perdere il senso della realtà e quindi la propria scientificità?

Machiavelli diceva che bisogna guardare la realtà così com'è, e rifuggiva da quelle costruzioni ideali di tipo utopistico che prospettavano come una realtà avrebbe dovuto essere (molto famosa era l'Utopia di Thomas More). Ma il giudizio ch'egli dava della realtà del suo tempo era estremamente negativo: gli uomini, per lui, erano fondamentalmente guidati dall'ambizione e dall'avidità personale. Modificare una situazione del genere era per lui impossibile, certamente non con gli strumenti della democrazia o della mera denuncia etico-religiosa: non poteva non ricordarsi, visto che ne era stato un testimone oculare, del fallimento dell'operato di Savonarola, "profeta disarmato".

Ma allora a cosa doveva servire la politica? Doveva servire soltanto a gestire nel migliore dei modi l'esistente. Cioè la politica era lo strumento che il governo doveva usare per consolidare lo Stato; e se, per fare questo, si doveva ricorrere a mezzi immorali, come p.es. il tradimento o l'assassinio, il fine superiore - ch'era appunto quello dell'integrità dello Stato, e possibilmente del suo rafforzamento - li avrebbe successivamente giustificati. In politica, come non è sempre vero che una buona azione morale sia politicamente utile, così non è detto che non lo sia un'azione moralmente illecita. Quante volte gli interpreti del Machiavelli hanno giustificato le sue concezioni della politica semplicemente perché voleva l'unificazione nazionale eliminando lo Stato della chiesa?

Machiavelli avrebbe detto che si può decidere dell'efficacia di una qualunque azione soltanto di volta in volta, nella concreta contingenza. È l'utilità contestuale che deve decidere dell'efficacia di un'azione.

In sostanza egli parlava come un borghese ateo e fondamentalmente come una persona cinica, priva di moralità. Gli storici han cercato di giustificarlo dicendo che l'idea che aveva di "sovrano" era quella di un "uomo di stato" e non quella di un opportunista che entra in politica per coltivare i suoi interessi personali. Cioè il suo cinismo sarebbe stato in realtà una forma di realismo politico, per cui, al massimo, si può parlare di "amoralità" e non di "immoralità". Tra i "grandi" la pensavano così anche Hegel, Gramsci e Althusser.

Questo però non giustifica nulla. Non si diventa meno cinici agendo come "uomini di stato". Anzi, può apparire in una luce alquanto perversa o mostruosa, il fatto che un politico, pur avendo un elevato senso dello Stato, si pieghi ad accettare soluzioni particolarmente indegne sul piano morale.

Semmai ci si può chiedere da dove Machiavelli avesse preso una concezione della politica così spregiudicata, la quale, peraltro, non si faceva scrupolo ad usare la religione come instrumentum regni. La risposta è molto semplice: l'aveva presa dalla stessa chiesa romana. Il suo modello era il papato, non era certo la democrazia. Machiavelli non aveva elaborato una politica soltanto per separarsi dall'egemonia di quella pontificia, ma anche per riprodurla in forma laicizzata. Sicché, mettendo all'Indice tutte le sue opere, la chiesa non si rendeva conto di mettere all'Indice se stessa.

Bibliografia

Testi di Machiavelli:

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015