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DE SANCTIS SEGUACE DI MACHIAVELLI

I - II - III - IV

MACHIAVELLIFRANCESCO DE SANCTIS

I

Se c'è un capitolo centrale nella Storia della letteratura italiana (ed. Mondadori, Milano 1991) di Francesco De Sanctis, è indubbiamente quello dedicato al Machiavelli (pp. 480 ss.), non solo perché l'autore condivideva del fiorentino la generale impostazione linguistico-letteraria, nonché storico-politica data ai propri scritti (pur con le debite eccezioni, ovviamente, per il Principe), ma anche perché se lo sentiva vicino come uomo impegnato politicamente.

Non era certo sfuggito al De Sanctis che col Machiavelli era nato il pensiero politico moderno, ma qui ci si chiede se davvero aveva capito che quel pensiero altro non era che una laicizzazione della passata cultura cattolico-romana e che, per tale ragione, detta laicizzazione, anche a prescindere dagli eccessi del Principe, di "etico" aveva poco e nulla.

Seguiamo il testo passo dopo passo. Il leit-motiv dell'autore è preciso: Machiavelli va valorizzato per il contributo che diede alla causa dell'unificazione nazionale. Lo dice sin dalle prime pagine: "Ebbe chiarissimo il concetto che l'Italia non potesse mantenere la sua indipendenza se non fosse unita tutta o gran parte sotto un solo principe. E sperò che casa Medici, potente a Roma e a Firenze, volesse pigliare l'impresa" (p. 481).

Qui vorremmo anticipare due fondamentali argomenti, che riprenderemo in seguito: 1. l'idea di unificare la penisola l'ha sempre avuta anche il papato e ci si dovrebbe chiedere il motivo per cui non riuscì mai a realizzarla; 2. è tutto da dimostrare che la centralizzazione dei poteri sia di per sé migliore di una soluzione federativa.

Vediamo ora questo secondo punto. Ci si chiede: davvero una soluzione unitaria può essere data esclusivamente dalla politica, senza tener conto di alcuna problematica sociale? Non è forse vero che là dove esiste la democrazia (con tutti i suoi valori sociali: giustizia, uguaglianza, proprietà comune dei beni, gestione collettiva delle risorse, autoconsumo...), è del tutto irrilevante che una formazione politica sia centralizzata o decentrata? Se noi dicessimo che la vera democrazia può essere solo locale, diretta e autogestita, non è forse vero ch'essa può essere ostacolata nel suo processo sia da uno Stato centralista che da uno federalista?

Machiavelli ha forse mai capito la differenza tra istanza sociale e istanza politica? Secondo noi no, e in questa incomprensione bisogna vedere proprio il suo stretto legame ideologico, seppur in forma laicizzata, con la cultura cattolico-romana, per la quale il sociale va sempre strettamente subordinato al politico.

A partire dal 1494 (con la discesa del sovrano francese Carlo VIII), sino alla pace di Cateau-Cambrésis (1559), che segnò la definitiva egemonia spagnola nella penisola, l'Italia non perse il confronto con le nazioni europee perché divisa in tanti staterelli, ma perché questi staterelli erano l'un contro l'altro armati, ed erano così perché al loro interno i conflitti di classe tra nobiltà e borghesia da un lato, e operai e contadini dall'altro erano particolarmente acuti.

Una qualunque analisi politica deve trovare le proprie motivazioni ultime non nella politica ma nelle dinamiche sociali. Noi non dobbiamo affatto pensare che l'unica alternativa possibile allo sfacelo del sacro romano impero e alla teocrazia ecclesiastica fosse lo Stato borghese nazionale e centralizzato. Questo modo di vedere le cose non è molto diverso, se non nelle forme, da quello cattolico-romano. In Francia lo Stato nazionale assolutista fu voluto addirittura anche da due cardinali: Richelieu e Mazzarino, i quali, pur essendo cattolici, si opposero all'impero asburgico austro-spagnolo.

L'assolutismo monarchico apparteneva così tanto alla cultura cattolica che quella protestante non ebbe difficoltà ad accettarlo: anzi, questa, benché inizialmente si fosse posta contro il papismo, una volta andata al potere divenne ancora più assolutista, proprio perché poteva fare dello Stato il rappresentante indipendente della propria identità religiosa, senza aver bisogno di considerare se stessa un contraltare politico, come invece avviene nei paesi cattolici.

Il fatto che in Italia, al tempo del Machiavelli, non fosse mai venuto in mente alle varie Signorie e Principati di coalizzarsi per eliminare lo Stato della chiesa, lascia capire come ogni Signoria non avesse, al proprio interno, motivazioni sufficienti per realizzare tale obiettivo; ovvero come ogni Signoria, in fondo, trovasse proprio nella chiesa un appoggio significativo contro le aspirazioni democratiche delle masse oppresse. Questo a testimonianza che tra borghesia e chiesa non vi è mai stata un'incompatibilità di fondo. Per convincersene è sufficiente notare come l'eliminazione dello Stato pontificio negli anni 1861-71 non avvenne prima della liberazione nazionale dallo straniero, ma semmai dopo o, nel migliore dei casi, durante. Fino all'ultimo abbiamo avuto filosofi e teologi, come p.es. Rosmini e Gioberti, che ritenevano possibile far svolgere al papato un ruolo politico progressista (sul tema dell'unità d'Italia), pur nella consapevolezza di andare in netta controtendenza rispetto alla sensibilità degli intellettuali e persino della gente comune, che vedevano nello Stato pontificio una delle principali disgrazie degli italiani.

Diceva bene il Machiavelli quando riteneva lo Stato della chiesa non abbastanza forte per imporsi su tutte le altre Signorie, ma aveva torto quando sosteneva che non era abbastanza debole per essere facilmente abbattuto. In realtà alle Signorie è sempre mancata la volontà di coalizzarsi contro il papato, anzi, l'han sempre lasciato agire come meglio credeva. Tale acquiescenza è in verità di lunga data: quando il papato volle espellere i bizantini dall'Italia, nessuno vi si oppose; quando, con l'aiuto dei franchi, volle far fuori i longobardi, che non volevano cedergli il Ducato romano, l'Esarcato ravennate e la Pentapoli, tutti tacquero; e che dire di quando ridusse a un nulla l'autorità dei vari imperatori cristiani? Gli italiani, è vero, si divisero in guelfi e ghibellini, ma quale dei due partiti, in definitiva, ebbe la meglio?

Noi italiani abbiamo fatto l'unificazione in nome di una battaglia comune contro l'oppressione straniera (borbonica e austriaca), ma il vero vincitore è stata una delle figlie della chiesa romana, cioè la borghesia, che ha imposto uno sviluppo capitalistico all'intera nazione, quello sviluppo ch'era stato interrotto con l'ingresso degli spagnoli nella penisola e con la Controriforma voluta dalla chiesa. La borghesia è stata costretta a eliminare lo Stato della chiesa, che spezzava l'Italia in due, allo scopo di poter creare un mercato nazionale, ma proprio perché essa non può considerarsi una classe socialmente democratica, essendolo solo politicamente, ha voluto permettere alla chiesa di sopravvivere come Stato, concedendole una porzione di territorio sottratta alle leggi dello Stato costituzionale e alla sua giurisdizione: una piccola superficie (circa 44 ettari) con un potere enorme su tutta la nazione. La Città dello Stato del Vaticano è l'espressione di una grave debolezza dello Stato italiano, impossibilitato ad essere pienamente sovrano nel proprio territorio.

In tal senso De Sanctis è stato troppo indulgente col Machiavelli, i cui panni vennero ereditati tranquillamente dai gesuiti, per i quali le cose andavano viste solo in maniera politica. Uno degli assiomi degli Esercizi Spirituali di Loyola l'avrebbe fatto proprio anche il Machiavelli, se solo avesse potuto applicarlo alla realizzazione di uno Stato nazionale, per lui chimera irraggiungibile: "quando un superiore afferma che il nero è bianco e il bianco è nero, il sottoposto deve accettare il concetto senza esitazioni". La differenza stava soltanto nel fatto che i gesuiti mistificavano il loro ateismo con la religione.

E fa anche male il De Sanctis a considerarlo assolutamente migliore del Guicciardini, solo perché desiderava l'unificazione nazionale, da farsi con eserciti non mercenari. Tra i due non c'era molta differenza sul piano etico, in quanto entrambi erano figli legittimi della borghesia fiorentina. Non è possibile soprassedere ai limiti etici di questa borghesia, osannando il fatto ch'essa era laica e desiderosa di far diventare l'Italia una nazione in grado di competere con le altre a livello europeo. Questo modo di vedere le cose, se si può giustificare in un intellettuale del 1870, ancora entusiasta per la liberazione appena ottenuta, oggi, in una prospettiva anti-borghese, sarebbe del tutto fuori luogo.

L'unità nazionale voluta dal Machiavelli cinquecento anni fa, se anche fosse stata conseguita a quel tempo, non ci avrebbe di per sé portato ad avere un paese migliore di quello odierno. Probabilmente non avremmo avuto il fascismo, con cui cercammo di recuperare in fretta il tempo perduto; ma non necessariamente ci saremmo risparmiati le due guerre mondiali. Anzi, forse avremmo avuto, come p.es. la Francia, altre tipologie di guerre, connesse all'espansione coloniale. Da tempo abbiamo capito che la borghesia è una classe che ha continuamente bisogno di espandersi, di occupare territori e mercati altrui, che lo faccia con le armi, l'economia o la tecnologia non importa. Questo per dire che la soluzione del Machiavelli di per sé non aveva nulla di veramente alternativo al conservatorismo della chiesa romana.

Il fatto stesso che la borghesia italiana, dopo mezzo millennio di attività commerciale, manifatturiera e bancaria (1000-1500); dopo almeno tre secoli di cultura laico-umanistica (1300-1500), non fosse riuscita a ridimensionare notevolmente il potere pontificio, quando in vari paesi del nord Europa questo poté essere fatto, grazie alla Riforma, in un tempo relativamente breve, la dice lunga sull'effettivo potere politico della nostra borghesia, sulla sua effettiva capacità di darsi una cultura di massa. Certo, avendo noi a che fare con una borghesia laica e assai poco religiosa, non possiamo rimproverarla di non aver abbracciato la Riforma (Machiavelli e Guicciardini erano enormemente più avanti di Lutero e Calvino), ma possiamo rimproverarla di non aver aiutato i riformati e di non aver saputo approfittare del momento di grave debolezza che il papato stava vivendo sotto i colpi dei protestanti, per fare una sorta di rivoluzione laico-democratica interna alla penisola, cercando alleanze col mondo rurale e operaio. Essendo figlia della chiesa romana, seppur non in maniera legittima, la borghesia italiana ha sempre guardato il popolo con un certo disprezzo, con occhi aristocratici.

Con questo non si vuol dire che il Machiavelli non perseguì l'intento di distruggere il Medioevo (anzi, se per questo, lo fece con molta più convinzione del Boccaccio, che si limitò - come lo stesso De Sanctis rileva - a usare le armi dell'ironia e del dileggio); si vuol semplicemente dire - ma su questo il De Sanctis non ci seguirebbe - che il Medioevo non meritava d'essere buttato via, come il bambino con l'acqua sporca.

Equiparando tutto il Medioevo alla corruzione del papato, degli imperatori e dell'aristocrazia fondiaria, abituati soltanto alla rendita, Machiavelli negò qualunque valore al mondo rurale e non prese mai in considerazione le plebi urbane. Ai suoi occhi esisteva una sola classe progressista: la borghesia, la quale, confidando unicamente in se stessa, avrebbe potuto - secondo lui - influire in maniera decisiva sulle decisioni delle classi ancora politicamente egemoni. L'alternativa che Machiavelli poneva allo sfacelo del feudalesimo era soltanto quella di uno Stato nazionale borghese (autoritario o democratico-repubblicano sarebbero state le circostanze a deciderlo).

Ecco, in tal senso, ci si può chiedere se il ritardo che l'Italia ha pagato per la realizzazione di questo obiettivo, non sia dipeso anche dal fatto che la borghesia non vide mai nella classe contadina un possibile alleato, sicché questa classe non poté che continuare a mantenere un rapporto organico con la chiesa. In Italia non si realizzò a tempo debito l'unificazione nazionale non tanto perché la borghesia non fece proprie le istanze religiose dei riformati, cercando alleanze col mondo rurale, quanto perché essa usava il proprio laicismo come un modo per disprezzare il mondo contadino, che tradizionalmente era religioso, e ciò, a quel tempo, faceva un tutt'uno con l'analfabetismo e il servaggio.

La borghesia italiana, attraverso l'uso spregiudicato del denaro, cercava soltanto di diventare come l'aristocrazia. Forse l'ultimo intellettuale significativo, che ebbe il coraggio di mettere la borghesia sullo stesso piano della corrotta aristocrazia (laica ed ecclesiastica), parteggiando per le plebi rurale e urbane, fu il Savonarola, che non a caso non trovò alcun appoggio, neppur teorico, nel Machiavelli, che lo bollò con quella laconica ma giustissima espressione di "profeta disarmato".

Non dobbiamo tuttavia dimenticare gli esponenti del ribellismo popolare che nel Seicento, a Napoli, Palermo ecc., cercarono di opporsi con forza sia agli spagnoli che ai baroni, in nome di una repubblica democratica.

II

De Sanctis è entusiasta del Machiavelli perché lo vede come precursore della scientificità della politica. Lo vede cioè come un uomo non interessato alla speculazione astratta (filosofica o teologica) né alla sensibilità artistica (come nel Rinascimento e nel Romanticismo), ma unicamente alla realizzazione di un sogno politico: una patria unita e libera dallo straniero (anche contro lo Stato della chiesa).

De Sanctis si sentiva un suo discepolo, uno cioè che aveva contribuito a concretizzare la più grande idea del suo maestro. Realizzando il concetto di "patria", sconosciuto al Medioevo, gli uomini si sarebbero sentiti più uniti, più laici e democratici. Di qui la necessità di dotarsi di una milizia nazionale. "Nel papato temporale, nei gentiluomini [i nobili], negli avventurieri [le milizie mercenarie] Machiavelli combatte gli ultimi vestigi del Medioevo" (p. 490).

Machiavelli voleva anche il superamento dell'esperienza comunale, ritenuta insufficiente al cospetto dei grandi Stati europei. Anche De Sanctis non vuole un'Italia federata, dove le realtà locali costituiscano l'asse portante. Per troppo tempo il paese è stato diviso in realtà locali contrapposte, preda degli appetiti degli stranieri. Entrambi vogliono ciò che poi effettivamente si realizzerà sotto i Savoia: uno Stato unico, centralizzato, diretto dall'alto. La Lega italica era già fallita al tempo di Lorenzo il Magnifico, quando con essa non si era stati capaci d'impedire la discesa delle truppe di Carlo VIII. L'Italia - scrive De Sanctis - se non può più diventare, come voleva Dante, "il giardino dell'impero", tanto meno può restare un coacervo di Signorie e Principati in lotta tra loro.

Machiavelli guardava le cose in maniera esclusivamente politica, perché è proprio questo il modo più sofisticato, più intellettuale che la borghesia ha di guardare la realtà (la politica è appunto la sfera in cui si cerca di trovare un compromesso tra interessi contrapposti); e per lui, fare gli interessi del paese voleva dire solo una cosa: realizzare in qualunque modo e con qualunque mezzo l'unificazione nazionale e lo Stato centrale. "La patria del Machiavelli - scrive De Sanctis - è una divinità, superiore anche alla moralità e alla legge" (p. 491).

Con Machiavelli nasce l'idea di Stato assoluto, che non deve rendere conto alla società civile della gestione del proprio potere. Egli era forse troppo avanti rispetto ai suoi tempi? Quanto a spregiudicatezza i pontefici o i grandi signori che gestivano i Principati di allora, non gli erano certo inferiori. Appariva cinico semplicemente perché, cercando una coerenza tra le teoria e la pratica, aveva rinunciato a servirsi dell'elemento religioso in chiave mistificatoria, anzi vi aveva rinunciato in quanto tale. Machiavelli era sostanzialmente ateo, benché evitasse con cura di fare del proprio ateismo una bandiera ideologica. Questo purtroppo non ha impedito al suo cinismo di favorire, nell'immaginario collettivo, la fusione di due elementi che hanno danneggiato l'idea dell'umanesimo laico: ateismo e immoralità.

De Sanctis vede in questa concezione assolutista dello Stato un'influenza delle tradizioni romano-classiche. In realtà al tempo del Machiavelli quelle stesse concezioni, mistificate dall'idealismo religioso, si ritrovavano nella stessa chiesa romana, la quale viveva la dimensione dello Stato assoluto (e quindi autoritario) nella persona del pontefice. La chiesa romana è sempre stata una monarchia assoluta. Machiavelli diceva di preferire la repubblica romana all'impero, benché non disdegnasse affatto, in caso di necessità, delle soluzioni autoritarie (parteggiò p.es. per il Valentino e stimava Giulio II). Ma alla resa dei conti non era forse una forma di autoritarismo anche la repubblica romana?

La differenza fondamentale tra l'autoritarismo collettivo dei senatori romani (latifondisti) e quello individuale dell'imperatore stava semplicemente nel fatto che la plebe s'illudeva di poter risolvere le contraddizioni sociali in virtù di un principe dotato di immensi poteri e apparentemente non corrotto, in quanto non proveniente dagli ambienti aristocratici. In realtà gli imperatori neanche per un momento pensarono di togliere il potere ai proprietari terrieri per darlo alle plebi oppresse. Al massimo, per non essere troppo condizionati nella loro gestione del potere, trasferivano altrove la capitale dell'impero. Gli imperatori rappresentavano la casta militare e burocratica contro quella politica ed economica dei latifondisti-senatori, ma in questa rivalità non arrivarono mai a prospettare una qualche idea di democrazia sociale (al massimo, sotto Diocleziano, tentarono la strada di una sorta di socialismo statale). Questo per dire che neppure una volta Machiavelli s'era reso conto che la soluzione imperiale era una necessità intrinseca a una repubblica incapace di risolvere, con gli strumenti politici tradizionali, gli antagonismi sociali dell'epoca.

Che Machiavelli comunque voglia uno Stato assolutista (pur con tutta la nostra disponibilità a considerare il Principe un'eccezione alla regola della sua ideologia politica), è dimostrato anche dal fatto che non rinunciò mai all'idea di fare della religione un instrumentum regni. Ce l'aveva col papato perché corrotto e perché, per difendere il proprio Stato, non si faceva scrupolo di far intervenire potenze straniere. Ma anche a prescindere dal fatto ch'egli, pur di tornare in auge, dedicò il Principe proprio ai Medici, che più d'ogni altro casato han sempre rappresentato gli interessi dei pontefici, va detto che la sua concezione di "Stato politico" era fine a se stessa, e quindi non necessariamente migliore di quella che aveva la chiesa romana. Doveva essere soltanto più funzionale, al fine di creare una compagine governativa nazionale, in grado di competere a livello europeo.

La corruzione andava evitata non tanto perché moralmente indegna quanto perché politicamente controproducente, in quanto indeboliva la credibilità dello Stato, dell'autorità pubblica. Privatamente lo statista avrebbe potuto comportarsi come gli pareva. Machiavelli era ingenuamente convinto che una religione gestita da uno statista laico avrebbe avuto meno motivi di corrompersi. Ecco perché non aveva dubbi nel desiderare uno Stato confessionale (simile a quello della Roma classica), in cui la chiesa non avesse alcun potere politico diretto, emanante dall'autonomia di un proprio Stato territoriale. Machiavelli era sicuramente un ateo anticlericale, ma riteneva che lo Stato avesse ogni diritto a servirsi di qualunque cosa, anche della religione, per tenere unita la compagine sociale. Persino l'unità dei cittadini doveva essere vista in funzione della stabilità dello Stato.

Ovviamente questo modo strumentale di ragionare non poteva piacere a un "purista" come il De Sanctis, che vedeva nello Stato confessionale una forma d'invadenza ideologica non meno opprimente di quella temporalistica del Vaticano. Tuttavia egli lo giustifica storicamente, a motivo dell'immaturità politica dei tempi, e ci tiene a precisare che lo Stato confessionale di Machiavelli non aveva alcunché di teocratico: "Il fondamento delle repubbliche - dice a p. 492 - è vox populi, il consenso di tutti, non il diritto divino".

In effetti quando il Machiavelli esamina il cristianesimo sul piano etico, ne dà sempre un giudizio negativo. Gli preferiva di gran lunga il paganesimo romano, ch'era un unicum con lo Stato. Egli anzi attribuiva proprio ai condizionamenti negativi del cristianesimo (il primo dei quali era la rassegnazione al male) l'incapacità di "cacciar via gli stranieri e di fondare la libertà e l'indipendenza della patria" (p. 493).

A nostro parere però il Machiavelli era tanto spregiudicato sul piano politico, quanto sprovveduto nel non capire i grandi passi avanti che il cristianesimo aveva compiuto sul piano etico. D'altra parte guardando le cose solo in chiave politica, o comunque subordinando sempre l'etica alla politica, gli sarebbe stato impossibile valorizzare il lato umano del cristianesimo. Ma senza apprezzare questo lato, come avrebbe potuto egli sottrarsi ai condizionamenti del cattolicesimo politico, quello del papato? La sua politologia, alla resa dei conti, non è altro che un gesuitismo laicizzato. Indubbiamente egli non era mai stato un uomo di chiesa o un politico organico agli interessi del papato (come invece lo fu il Guicciardini), ma era un amministratore e consulente laico che sul piano politico aveva fatto proprio il modus operandi del papato e delle altre forze clericali.

Nelle plebi urbane e rurali, abituate a obbedire alle gerarchie, vedeva soltanto la religione degli sconfitti: non è mai riuscito a scorgervi anche una pratica della moralità, un'istanza emancipativa da valorizzare. L'espressione borghese della propria laicità era in lui alquanto superficiale, lontana dal costituire una vera alternativa al cattolicesimo politico, e non solo perché priva di vero seguito popolare, ma anche perché eticamente e filosoficamente debole, inconsistente. Sul piano etico Machiavelli era sostanzialmente un immorale, al pari dei pontefici che tanto detestava (tant'è che nei confronti dell'arrogante Giulio II ebbe parole di ammirazione). Per lui la virtù andava associata alla forza, alla stregua dei latini, cioè in senso politico e militare (ecco perché disprezzava il Soderini, virtuoso sì ma debole).

Male ha fatto il De Sanctis a indulgere nei confronti di chi, pur avendo un orientamento anticlericale e una filosofia di vita laicista, accettava di sottomettere volentieri l'etica alla politica. Chi agisce in maniera così spregiudicata e vuol porre la religione (o una qualunque etica) al servizio dello Stato, non è affatto migliore di chi usa la medesima religione contro gli interessi del medesimo Stato. Cioè a parità di cinismo non è di per sé migliore il laico, poiché qualunque verità va sempre dimostrata alla prova dei fatti.

Se fosse passata la linea del Machiavelli, noi, probabilmente, avremmo avuto una nazione come quella francese (che lui peraltro stimava non poco), la cui borghesia non si sarebbe certo accontentata di dominare a livello nazionale (tant'è che già nel 1494 prese a invadere l'Italia). La Francia non è stata solo una grande nazione, ma anche una grande potenza coloniale e persino, con Napoleone, un grande impero europeo. L'Italia, non essendo stata capace di liberarsi del fardello dello Stato pontificio, cercò di diventare una grande potenza europea e coloniale solo nel corso del ventennio fascista.

La differenza tra la politologia del Machiavelli e il cattolicesimo politico del papato stava semplicemente in questo, che la chiesa sapeva avvalersi della forza dell'incoerenza (tra teoria e prassi), mentre Machiavelli (se si esclude la parentesi del Principe) ha sempre cercato una rigorosa coerenza. Il Principe in fondo ebbe un enorme successo proprio perché il cinismo era aperto, senza dissimulazioni di sorta (la coerenza era al negativo). Va detto però che lo scrisse in un momento disperato, quand'era in esilio, nella speranza di poter tornare sulla cresta dell'onda, ed evitò accuratamente di pubblicarlo, facendolo circolare in forma ridotta e purgata. Prima di quell'opera egli non aveva mai manifestato così esplicitamente il proprio cinismo, almeno non attraverso le proprie opere letterarie e politiche (benché la Mandragola non sia certamente una commedia edificante).

In altre parole il papato poteva sempre giocare, in qualunque momento, il proprio jolly plurisecolare, quello secondo cui la chiesa, nel suo complesso, è un'istituzione benefica, composta di molti ottimi credenti, la cui credibilità non può certo essere messa in discussione dalla corruzione dell'alto clero. Il Machiavelli invece, essendo un isolato, pensava che nella propria coerenza intellettuale vi potesse essere un elemento di forza: cosa che invece si guardò bene dal pensare il Guicciardini, che fece dell'incoerenza il proprio stile di vita.

III

Il positivista De Sanctis si sentiva un discepolo del Machiavelli anche per la sua interpretazione della realtà, in cui dimostrava di essere non solo ateo, ma anche privo di ogni moralismo. "Il Machiavelli non riconosce verità a priori e principii astratti, e non riconosce autorità di nessuno, come criterio del vero" (p. 497). Infatti, "la verità è la cosa effettuale..." (ib.), cioè "il risultato delle forze messe in moto dalle opinioni, dalle passioni e dagli interessi degli uomini" (p. 494).

Dunque lo apprezzava non solo come "scienziato della politica", ma anche come "scienziato della storia", in quanto il suo metodo d'indagine e d'analisi poteva essere applicato sia al presente che al passato. Il significato di ogni cosa stava riposto proprio nello scontro di forze opposte, e in questo scontro non era detto che avrebbe vinto il più forte o chi avesse più ragione, poiché, se la si pensasse così, avendo in mente soltanto queste due alternative, si farebbe dell'apriorismo. Il modo di cercare la verità storica e politica sta invece - e qui i due sono davvero all'unisono - "nell'esperienza accompagnata con l'osservazione", che è "lo studio intelligente dei fatti" (p. 497). Non esiste una regola astratta applicabile a tutte le realtà.

Ora, proviamo a chiederci: davvero non esiste alcuna regola astratta, antecedente all'analisi dei fatti? neanche minima? Davvero la necessità di rinunciare a un'interpretazione mistica della realtà comporta l'obbligo di rinunciare a qualunque pre-comprensione? Siamo proprio sicuri che questa pretesa del Machiavelli non nascesse dal fatto ch'egli aveva nei confronti degli uomini in generale un giudizio alquanto negativo?

Quando si è convinti che gli uomini non possano realizzare che il contrario di ciò che vogliono, le strade praticabili, probabilmente, diventano soltanto due: o si affida a un dio la soluzione dei loro problemi, o la si affida a un principe, e tra le due soluzioni vi è probabilmente meno incompatibilità di quel che appaia a prima vista. Ecco perché diciamo che Machiavelli è un "figlio della chiesa romana", benché non legittimo (in quanto ateo e non disposto a sottostare ai diktat dei pontefici), ma naturale sì.

Se gli uomini sono incapaci di autogestirsi, inevitabilmente bisogna che qualcuno lo faccia al loro posto. E questa è proprio una necessità politica, quella che permette di realizzare una nazione, una patria, un corpo politico sufficientemente omogeneo, stabile, compatto, che può anche diventare un impero. Ecco perché Machiavelli non offre alcuna indicazione etica sul modo in cui tale sovrano deve cercare di farsi valere. Tutte le virtù che deve avere, vanno finalizzate al perseguimento di un obiettivo comune: lo Stato nazionale. Che poi questo Stato non dovesse necessariamente essere una dittatura, un principato, se non in casi estremi (p.es. quando si viene attaccati da un nemico), sarebbero state le circostanze a deciderlo.

Machiavelli era favorevole a una repubblica democratica, analoga a quella della Roma classica. Non aveva esempi da mostrare nel suo tempo, essendo l'Italia piena di Signorie e Principati dinastici (era però entusiasta delle comunità svizzere e tedesche, a motivo della loro compattezza). Tuttavia la repubblica ch'egli desiderava sarebbe stata difficile definirla "democratica" anche solo dal punto di vista politico. Semmai avrebbe dovuto essere una repubblica di "ottimati", di persone "illuminate", in grado di capire quando le contraddizioni sociali rischiano di pregiudicare la stabilità dello Stato.

Si vantava di non voler dare dei giudizi moralistici sugli eventi storico-politici, ma poi, per far funzionare la sua "repubblica", avrebbe dovuto confidare nel "buon senso" dei possidenti, in qualche scrupolo morale che impedisse loro d'arricchirsi a dismisura. Altri mezzi non avrebbe potuto avere, proprio perché nel suo concetto di democrazia non erano inclusi coloro che assicuravano le ricchezze dei magnati.

Ma chiediamoci: sarebbe davvero bastato affidarsi alla "buona volontà" dei privilegiati e degli sfruttatori per impedire le guerre sociali e civili (che peraltro furono enormi per tutta la repubblica romana)? ovvero per impedire che la democrazia degenerasse in una dittatura? C'erano forse riusciti in epoca romana i vari Cicerone e Catone? Il suo Principe non era forse un'esaltazione del modo di fare che avevano avuto i migliori imperatori di Roma? Non si consuma già nel passaggio dai Discorsi al Principe il dramma di un'ideologia repubblicana che di democratico aveva soltanto il nome? Quando propone il suo Principe Machiavelli non stava già facendo un'ampia professione di moralismo? Non si sentiva forse in obbligo dire ai propri lettori che dovevano "sperare", "aver fiducia" che il loro principe non sarebbe mai stato così pazzo da voler compromettere tutto il proprio operato con atteggiamenti intolleranti o indegni? Non è forse un po' ingenuo il Machiavelli quando scrive che un principe privo di scrupoli (preoccupato unicamente alla stabilità dello Stato) deve comunque saper dare delle buone leggi ai propri cittadini, in modo che non gli si rivoltino contro? Da dove gli verrà tutta questa capacità? questa lungimiranza? E se, nel fare ciò, il principe dovesse soltanto dissimulare (come pure il Machiavelli chiede o prevede che dovrà fare, per il bene dello Stato), per quale motivo il popolo dovrebbe preferirlo a un pontefice o a un politico clericale? Solo per un vago motivo di laicità? Solo perché i tempi sono cambiati?

Scrive il De Sanctis a p. 505: questo principe "libertà non può dare, ma può dare buone leggi che assicurino l'onore [ai nobili?], la vita [alle plebi?], la sostanza dei cittadini [alla borghesia?]". Quindi la differenza sarebbe stata soltanto nel fatto che mentre il principe avrebbe accontentato tutti, il papato invece preferiva la nobiltà alla borghesia, i possidenti ai nullatenenti? Tutta qui la differenza? Un principe della borghesia contro un principe della nobiltà?

Ma non era forse stato il papato a permettere alla borghesia di svilupparsi sin dai tempi della formazione dei Comuni? Per mezzo millennio la borghesia italiana non aveva forse potuto crescere all'ombra dell'etica concessiva (basata sul compromesso) tipica del clero cattolico? Che cosa stava chiedendo il Machiavelli al papato? Di farsi da parte per permettere che la direzione politica di una società borghese non avesse alcunché di clericale? Stava forse chiedendo a tutti i principati italiani d coalizzarsi contro quel cancro nazionale chiamato "Stato pontificio"? Stava forse chiedendo a livello nazionale ciò che i protestanti avevano cominciato a chiedere nell'Europa del nord? Se sì, chi avrebbe dovuto realizzare un obiettivo del genere? I principi tra loro rivali? La borghesia abituata a continui patteggiamenti con la chiesa, sprezzante nei confronti delle plebi urbane e rurali? Quale movimento di massa avrebbe dovuto compiere una rivoluzione del genere? Con le plebi il Machiavelli giocava a carte e beveva vino nelle osterie: non ha mai svolto un'opera di propaganda politica. L'ultimo propagandista popolare a Firenze era stato Savonarola.

Machiavelli non si rendeva conto che nell'Europa del nord il protestantesimo aveva avuto un grande successo proprio perché aveva saputo convogliare la riforma religiosa verso le istanze sociali emancipative di ampi strati della popolazione, urbana e rurale (anche se poi Lutero appoggerà lo sterminio delle plebi troppo radicali, capeggiate da Müntzer). Quando mai in Italia la borghesia ha preso le difese dei contadini? Quando mai ha appoggiato le loro rivendicazioni contro i ceti agrari possidenti? La borghesia ha saputo soltanto imporre la trasformazione di pochi contadini in capitalisti agrari, lasciando che la stragrande maggioranza si trasformasse in operai o in militari o che emigrasse all'estero.

Per essere stato del tutto indifferente alla condizione delle plebi, Machiavelli s'è poi visto costretto, pur di veder realizzato il suo obiettivo di uno Stato unitario e centralizzato, a esaltare un personaggio squallido come Cesare Borgia, che con l'inganno sterminò tutti i principali signorotti della Romagna. Invece della "forza" di un popolo, il fiorentino preferiva la spregiudicatezza e il cinismo di un avventuriero aspirante alla dittatura personale, col sostegno del papato, e questo in antitesi alle sue stesse teorie, per le quali il miglior principe non doveva essere un odioso despota.

Poteva il Machiavelli giustificare una scelta del genere facendo leva sul pretesto che in Italia c'era l'intelligenza ma non la forza, e si credeva "con la superiorità intellettuale di poter cacciare gli stranieri" (p. 508) e non s'aveva alcuna disciplinata organizzazione per farlo? Sì, poteva farlo - dice il De Sanctis - in nome del "patriottismo", in virtù del quale si sarebbe potuta realizzare una nazione libera dai nemici esterni (francesi e spagnoli) e interni (il papato). Se gli uomini sono ignavi (come i nobili e il clero, autentici parassiti della società), indifferenti al bene comune, bisogna costringerli ad essere virtuosi, a qualunque costo, con qualunque mezzo. Era questa la filosofia politica del Machiavelli, il quale indicava anche i territori più colpevoli di tutti: Regno napoletano, Terra di Roma, la Romagna e la Lombardia. "Di qui nasce che in quelle province non è stato mai alcuno vivere politico, perché tali generazioni di uomini sono nemici di ogni civiltà" (cit. a p. 510).

Ci chiediamo: poteva e può ancora oggi una rivoluzione obbligare classi del genere a farsi da parte? usando, se necessario, anche la violenza di fronte alla loro difesa ad oltranza del privilegio? Se sì, può farlo secondo criteri machiavellici? quelli per cui qualunque mezzo è lecito per ottenere il fine preposto? Qui due risposte sono forse possibili: o rinunciamo al Principe e lo consideriamo il tentativo disperato di un uomo esiliato che voleva tornare a tutti i costi ad essere un protagonista politico, per cui, come tale, esso non rispecchia il vero pensiero dell'autore; oppure dobbiamo ritenere il Machiavelli un ideologo non meno pericoloso dei nemici che voleva combattere, l'antesignano di tutti i peggiori dittatori della storia moderna e contemporanea, di tutti gli statisti più cinici e ipocriti che da allora si sono avvicendati.

De Sanctis è per la prima: "si è chiamato machiavellismo quello che nella sua dottrina è accessorio e relativo" (p. 524). Sì, è vero, ma la sua dottrina, quella vera, qual è? Quella dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio? Qui si ha l'impressione che il De Sanctis non abbia capito come il Principe sia stato una conseguenza dei Discorsi, al pari dell'impero romano nei confronti della repubblica. I dittatori emergono sempre quando i parlamenti sono incapaci di risolvere le contraddizioni sociali, giunte a un grado insopportabile di acutezza. Quello è certamente un momento critico, e non tanto perché si crea il passaggio da una finta democrazia a un'esplicita dittatura, con cui si presume di risolvere ogni problema, quanto perché non è agevole distinguere se il dittatore è davvero interessato (e agli inizi sembra così) a superare gli antagonismi sociali o non piuttosto a crearne di nuovi.

Inevitabilmente ci vuole una dittatura contro le classi privilegiate che non vogliono abbandonare il potere, ma questa dittatura sarà fine a se stessa o transitoria? Si cercherà di giustificarla dicendo che il nemico è sempre in agguato o si tenderà progressivamente a diminuirla, decentrando i poteri verso le organizzazioni popolari locali? Qual è la condizione per impedire che la dittatura si trasformi in un nuovo privilegio? Perché tutte le dittature rivoluzionarie della storia si sono risolte in un fallimento? creando più problemi di quanti ne abbiano risolti? Perché è così difficile smantellare progressivamente lo Stato a favore dell'autogestione delle comunità locali?

Il De Sanctis, ch'era così entusiasta dei Discorsi del Machiavelli, ha mai visto lo Stato come uno strumento provvisorio della società civile? Purtroppo no. La critica che fa al Machiavelli non riguarda mai la sostanza ma soltanto alcuni importanti dettagli. "Ciò che è morto del Machiavelli non è il sistema [cioè l'idea di Stato, di nazione, di patria, di equilibro degli interessi, della scienza storica e politica], è la sua esagerazione. La sua patria mi rassomiglia troppo l'antica divinità, e assorbe in sé religione, moralità, individualità. Il suo Stato non è contento di essere autonomo, ma toglie l'autonomia a tutto il rimanente. Ci sono i diritti dello Stato: mancano i diritti dell'uomo" (p. 526).

Certi mezzi machiavellici - osserva, un po' ingenuamente, il De Sanctis - oggi non sarebbero più tollerati: "l'assassinio politico, il tradimento, la frode, le sètte, le congiure... Presentiamo già tempi più umani e civili, dove non sieno più possibili la guerra, il duello, le rivoluzioni, le reazioni, la ragion di Stato e la Salute pubblica... Le nazioni saranno confederate, e non ci sarà altra gara che d'industrie, di commerci e di studi" (p. 526). "Ho fede nel progresso e nell'avvenire" (p. 527).

Che cosa avrebbe scritto De Sanctis se avesse potuto vedere le immani tragedie del Novecento? che forse erano "esagerazioni" che nulla toglievano alla verità dei postulati di fondo del Machiavelli? eccezioni che confermavano la regola? Avrebbe accettato il De Sanctis l'idea che anche una ragione laica può produrre delle mostruosità? ovvero, ch'essa, in sé, non può mai offrire maggiori garanzie di umanità e di democrazia, neppure rispetto alle peggiori convinzioni clericali? e che la realizzazione degli Stati borghesi (nati prevalentemente proprio sui principi machiavellici) ha prodotto infinitamente più disastri degli imperi feudali? e che lo sviluppo dell'industria ha devastato l'ambiente in maniera irreparabile? e che la nascita dei mercati ha tolto agli uomini una qualunque minima autonomia, lasciandoli in balìa di fattori esterni del tutto incontrollabili (perché imprevedibili nelle loro azioni)?

Ma forse la domanda più importante è un'altra: dobbiamo per forza aspettare i grandi disastri provocati dalla realizzazione politica delle idee del Principe, prima di poter capire che quelle idee, in sé, contenevano aspetti che avrebbero portato a situazioni disastrose?

Bibliografia

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015