UOMO E DONNA
Psicologia dell'umana convivenza


SULL'EUTANASIA

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1. L'eutanasia non si può affrontare semplicemente dicendo che un paziente, consapevole di sé, in condizioni fisiche estremamente disagiate, ha in ogni momento il diritto di decidere della propria vita, anche se è psicologicamente depresso, e che nessun medico, per nessuna ragione, può costringerlo a vivere contro la sua volontà.

2. Questo modo di vedere le cose è semplicemente giuridico. E se ci si limita a questo, il rischio di cadere nell'assurdo è inevitabile, come quando ad es. si permette ai parenti di un paziente comatoso di decidere se staccare o no la "spina", mentre non si garantisce lo stesso diritto al malato terminale perfettamente consapevole di sé.

3. Il problema va risolto in maniera etica. Per l'attuale medicina il concetto di esistenza coincide con quello di "vita biologica": l'essere umano non è altro che una perfetta costruzione della natura, in grado di respirare, pensare, provare sentimenti ecc. Quando tutte queste funzioni sono espletate, secondo un grado maggiore o minore d'intensità, di efficienza ecc., la medicina è soddisfatta di sé. Essa non si chiede quale dev'essere la qualità della vita dal punto di vista etico-sociale.

4. La medicina, come molte altre scienze moderne, si è emancipata dalla teologia (che pretendeva d'essere la "superscienza", quale criterio unificatore di tutte le altre scienze) e dalla filosofia, sorella laica della teologia, ma, così facendo, essa, che non s'è mai preoccupata di darsi dei valori alternativi, s'è trasformata in un tecnicismo privo di contenuti etici e umani.

5. Oggi bisogna invece affermare che se le scienze, tutte le scienze, non trovano un nuovo criterio etico unificatore, sono inevitabilmente destinate ad essere usate contro l'uomo: e non solo nel momento in cui le scoperte vengono applicate, ma ancor prima, nel momento stesso della ricerca, nel momento stesso in cui vengono decisi gli obiettivi da realizzare.

6. Lo scienziato infatti non è un uomo che vive sulla luna, ma è figlio del suo tempo, e se il suo tempo è sempre più indirizzato verso l'antiumanesimo, quel che gli resta della sua coscienza etica gli servirà sempre meno ai fini della ricerca scientifica.

7. Una volta si diceva: la scienza è autonoma nel mentre fa ricerche e scoperte; il resto dipende dall'uso (che può essere buono o cattivo) - cioè anzitutto dipende dai politici. Oggi invece bisognerebbe dire che lo scienziato, prima ancora d'entrare nel laboratorio, rischia già di essere in una posizione contraria agli interessi dell'umanità (semplicemente per il fatto, ad es., ch'egli sceglie l'istituzione che lo paga meglio).

8. Bisogna dunque fare in modo che chi si trova improvvisamente a vivere in una condizione disperata abbia la possibilità di chiedersi se la nuova esistenza che dovrà condurre, grazie ai successi della medicina, meriti veramente d'essere vissuta.

9. Fino ad oggi lo scopo della medicina s'è limitato nel cercare di permettere, tecnicamente, al paziente di potersi porre questa domanda anche in condizioni fisiche particolarmente difficili. Più di così essa non è stata in grado di fare: se e quando lo pretendeva, sembrava che compisse un abuso, sembrava che non fosse più "medicina" bensì "etica" e che il medico avesse la pretesa di esprimersi come "essere umano".

10. Viceversa oggi non ha più senso dire che il medico ha solo dei "doveri professionali". Certo, il "dovere professionale" di un medico è quello di fare tutto il possibile per mantenere in vita una persona, ma egli neppure per un momento dovrebbe dimenticare che la sua "coscienza umana" può anche indurlo a fare scelte diverse da quelle del "dovere professionale", scelte cioè più direttamente conformi alla volontà del suo paziente.

11. Il medico, come qualunque altro professionista e, in fondo, come qualunque altra persona, dev'essere un "esperto di umanità". Ovviamente non nel senso che lui solo ha il dovere di decidere, in coscienza, se staccare o no la "spina", ma nel senso ch'egli ha il dovere di mettersi a confronto con la coscienza, con la libera volontà del suo paziente, dei parenti del paziente, nonché di altri professionisti del settore e di altri esperti in problemi etici.

12. Il "dovere professionale" di un medico non è solo quello di tenere in vita una persona, ma anche quello di suggerire dei consigli, di offrire delle proposte, in relazione specifica al "senso della vita".

13. In fondo, perché un paziente in condizioni critiche si convinca che, nonostante tutto, la vita merita ancora d'essere vissuta, occorre che qualcuno lo sappia convincere di questa necessità, lasciandogli, in ultima istanza, la libertà di decidere.

14. Ecco perché una qualunque legge sull'eutanasia dovrebbe fare riferimento alla questione del "tempo", mettendo alle strette quel medico che speculando sull'incertezza della diagnosi o sulle possibilità della terapia, cercasse arbitrariamente (per i motivi più vari) di allungare il più possibile il tempo in cui il paziente abbia il diritto di decidere della propria vita.

15. Se un paziente è in coma e non si riprende, se è in condizioni terminali e non ha, ragionevolmente parlando, alcuna possibilità di recuperare, è giusto che la legge ponga un limite massimo di tempo alle sofferenze, e che lasci poi all'interessato il diritto di decidere (nel caso del coma irreversibile, ai parenti più stretti, a meno che non esista un documento che il soggetto in causa avesse firmato quand'era vivo e in salute, in cui risultino le sue volontà nell'eventualità di un caso del genere).

16. La legge insomma deve vietare alla medicina che col pretesto che, in teoria, si può uscire anche dal coma più grave, essa pretenda d'avere il monopolio dell'uso del corpo dei pazienti comatosi.

17. L'altro pretesto che in questi casi generalmente si fa valere è che in tal modo si favorisce il progresso della scienza. Per questa medicina ciò che più importa non è vivere in una condizione dignitosa, ma tornare a respirare da soli. Senza considerare che a medici di tal fatta spesso non interessa anzitutto il progresso della scienza, quanto la massima pubblicità per la loro clinica privata o per il loro nome, ovvero la possibilità di realizzare maggiori profitti, avere maggiori sovvenzioni, lasciti, donazioni ecc.

18. Una legge sull'eutanasia dovrebbe porre dei "tempi massimi" anche nel caso in cui il paziente sia totalmente paralizzato e cosciente di sé. Visto e considerato che individui del genere sono più deboli e quindi più esposti all'arbitrio della medicina, occorre tutelarli maggiormente, dimostrando che, dopo aver fatto tutto il possibile, la società (cioè medici parenti amici) ha intenzione di rispettare la loro volontà.

19. La legge dovrebbe addirittura prevedere che -come nel caso di donazione degli organi- un individuo possa firmare una dichiarazione in cui attesti che, in caso di coma profondo, si eviti, dopo un certo periodo di tempo, qualunque tipo di terapia.

20. Posto questo, l'intera società dovrebbe chiedersi il motivo per cui gli individui, di fronte alla gravità di certe malattie o incidenti, desiderano sempre più spesso ricorrere all'eutanasia. La sofferenza, il dolore dovrebbero essere dei buoni motivi per indurre la società a riflettere su se stessa. Perché gli uomini non sopportano più il dolore? Perché si scoraggiano così facilmente di fronte alle sofferenze? Perché hanno così grande paura della malattia e della morte? Perché sono così convinti che la loro situazione di grande sofferenza verrebbe sopportata dagli altri con molta difficoltà? Perché soprattutto si ritiene che il dolore non abbia alcun senso?

21. Si ha sempre più l'impressione che l'incapacità di sopportare il dolore (proprio e altrui) sia una sconfitta della medicina, la quale, lasciandosi conformare all'edonismo della società borghese, si preoccupa unicamente di perfezionare i mezzi per rendere impossibili la malattia, la vecchiaia e la morte, dimenticando però gli strumenti etici che insegnano a sopportare la sofferenza, l'irreversibile declino fisiologico.

22. Si ha cioè sempre più l'impressione che l'eutanasia (come d'altra parte l'aborto, il divorzio e forse un giorno la droga legalizzata) venga a risolvere un problema senza offrire in realtà i veri strumenti per affrontarlo sul piano etico-sociale. Certo, l'aborto pubblico è meglio di quello clandestino, ma forse è questo il modo di rispondere al problema del perché esiste l'aborto? Certo, il divorzio è sempre meglio dell'adulterio, ma perché la famiglia è così fortemente in crisi? E la droga legalizzata risolverà certamente il problema della speculazione della criminalità organizzata, anche se non quello fondamentale del perché uno arriva a drogarsi.

23. Aborto, divorzio, droga legale ed ora eutanasia dovrebbero indurci a riflettere sul senso della nostra società, sui suoi criteri e stili di vita, piuttosto che indurci a giustificarli, dando per scontato che essi siano immodificabili (come p.es. quella della prostituzione) e che possano essere affrontati solo dalla volontà individuale: il che è quanto di più mistificante si possa pensare. Non è forse paradossale che di fronte al dolore si faccia appello alla libertà di decisione individuale, quando proprio l'uso sfrenato di questa libertà ci ha portato a rimuovere la stessa esperienza del dolore?

24. Se uno fosse tetraplegico o in un polmone d'acciaio, e un altro gli proponesse di continuare a vivere, considerando la sua nuova condizione di vita come una "prova" da superare, onde verificare il suo livello di coraggio personale o di resistenza al male o la sua abilità nel cercare di trovare un senso alla vita anche in quelle terribili condizioni - perché non rischiare? perché non sfidare il destino e dimostrare -come ad es. Giobbe- che si può essere se stessi anche nelle condizioni più difficili e impreviste, persino in quelle che si credono "immeritate"?

25. Certo è che fino a quando i modelli che questa società propina, attraverso i suoi media, saranno quelli dell'edonismo egocentrico, difficilmente uno che si trova in condizioni fisiche critiche, potrà mai scegliere un'opzione di vita e non di morte. Specialmente se si considera il fatto che nella nostra società il culto della bellezza, della forza, dell'efficienza... hanno raggiunto livelli quanto mai esasperati.

26. Oggi siamo arrivati addirittura al paradosso che medici e parenti di malati terminali o comatosi sono così fanaticamente attaccati alla vita (i medici anche alla scienza) che preferiscono tenersi in vita un vegetale, piuttosto che dedicare il loro tempo o spendere i loro soldi per affrontare con coraggio i grandi problemi che affliggono la società e l'intera umanità (come ad es. l'emarginazione, la fame, la povertà, le malattie, la carestie ecc.).

27. Indubbiamente lo sviluppo della scienza oggi ci porta a fare delle riflessioni su di noi un tempo impensabili, ma questo non significa che dobbiamo tenere gli occhi chiusi su quanto avviene nel mondo. La vita non è di per sé un "bene" o un "valore", a prescindere da qualunque condizione uno la possa vivere.

28. Gli uomini dunque devono lottare su tre fronti:

  • garantire la libertà dell'eutanasia in una condizione di vita impossibile;
  • offrire l'opportunità di credere che anche in questa condizione la vita può avere un senso;
  • impegnarsi attivamente, sul piano della prevenzione, affinché la vita venga vissuta nella maniera più naturale possibile.

1. L'eutanasia dovrebbe essere considerata come il divorzio e l'aborto: nessuno vi si dovrà sentire costretto. Le leggi dovrebbero esistere solo per impedire azioni ancora più negative di quelle che si rischierebbero di compiere se non vi fossero (ciò a prescindere dal fatto che spesso le leggi vengono fatte o usate proprio per commettere impunemente azioni illecite).

2. La legge sul divorzio cercò di regolamentare i casi di adulterio, la legge sull'aborto gli aborti clandestini e/o le gravidanze indesiderate. Essere favorevoli a queste leggi non significa essere favorevoli al divorzio e all'aborto. Drammi e tragedie non piacciono a nessuno, se non a chi se ne serve per fare soldi o carriera.

3. La legge non è mai servita per capire il senso della vita, per imparare a vivere. La legge viene sostanzialmente applicata a quegli "onesti" che commettono lievi infrazioni: per tutti gli altri è come se non esistesse. Nella nostra società la legge può fermare un criminale, se chi la usa vuole usarla sino in fondo, ma non fa mai di un criminale un "buon cittadino". Se costui lo diventa non sarà certo per merito della legge. Così pure, gli onesti cittadini -se vi sono- possono anche fare a meno della legge. Chi è soddisfatto del suo matrimonio non si sentirà indotto a divorziare solo perché esiste una legge che glielo permette. Son altri i fattori che spingono a compiere passi del genere.

4. La funzione della legge è al negativo: siccome in questa società commettiamo molte sciocchezze, perché è difficilissimo essere onesti, la legge c'impedisce di fare cose ancora più gravi o pericolose. Il fatto è purtroppo che questa sacrosanta funzione viene accettata solo dalle persone che meno ne avrebbero bisogno.

5. In ogni caso la legge sull'eutanasia dovrebbe avere lo stesso scopo di quelle sul divorzio e sull'aborto: impedire il peggio, che per i malati terminali è l'accanimento terapeutico, lo strapotere della medicina. Chi chiede una "morte dolce" ne dovrebbe avere il diritto, semplicemente perché nessuno ha il diritto di infliggere sofferenze ulteriori o di prolungare quelle in atto, per mezzo delle varie terapie mediche (anche nella convinzione di poter ottenere un successo), senza il consenso esplicito del paziente in causa (peraltro tutti sanno che le cure per un malato terminale sono sempre particolarmente dolorose). Non si può costringere nessuno all'eroismo o a far da "cavia" per il bene della scienza; né si può concedere alla medicina il potere di fare sui malati terminali quelle terapie ch'essi non vogliono. La persona è più importante della malattia, anche se la medicina può fare miracoli.

6. A parte questo, bisognerebbe educare la società ad affrontare il dolore con maggior equilibrio e serenità. Se una persona viene indotta, per tutta la sua vita, a fuggire il dolore, proprio e altrui, a temere anche la più piccola sofferenza, a censurare l'argomento della morte, a considerare il malato terminale come un "diverso" da emarginare, perché fastidioso, improduttivo, ecc. - è evidente che quando essa dovrà affrontare questi problemi, a titolo personale, non ne sarà all'altezza, non riuscirà cioè ad accettare con relativa facilità l'idea di poter continuare a vivere, in maniera creativa, anche dentro un polmone d'acciaio o seduto su una carrozzella. Com'è possibile, infatti, trovare nella sofferenza un qualche senso per la propria vita, quando non riusciamo a trovarlo neppure in uno stato di benessere?

7. La questione dell'eutanasia dovrebbe essere affrontata come un'occasione per ripensare i criteri della nostra esistenza. Sono proprio questi criteri che portano le coppie a divorziare, ad abortire e i malati terminali a suicidarsi.

8. La scienza aumenta di continuo le nostre possibilità a tutto campo, ma questo può anche essere un male se non aumenta, nel contempo, la nostra consapevolezza etica delle cose, la nostra responsabilità morale. Non si può in nome del progresso scientifico, violare la libertà dell'uomo, ivi inclusa la libertà di morire (con dignità), come nei casi di eutanasia o di coma depassé.

9. I medici devono studiare i casi di coma dicendo il più possibile chiaramente entro quale periodo di tempo vi sono buone probabilità che il soggetto torni ad essere come prima (del tutto o quasi come prima). Visto che in questi casi il soggetto non è in grado di decidere se morire o tornare in vita, è bene che i parenti sappiano a quali responsabilità vanno incontro decidendo in un senso o nell'altro.

10. La vita di per sé non è un valore, ma solo una condizione in cui il valore può essere vissuto. L'attaccamento morboso alla vita -come mera esistenza biologica- in realtà è una malattia. Il desiderio di veder "risorgere" un comatoso può rischiare di essere una mera conquista personale, non un bene per il malato. Togliere a un malato terminale la possibilità dell'eutanasia, può diventare una forma di sadismo ideologico. E' quindi quanto mai doveroso che di queste cose si discuta il più possibile, soprattutto ora che la scienza può davvero fare miracoli.

11. Già per gli espianti si è deciso di chiedere in anticipo l'autorizzazione volontaria (messa per iscritto) al donatore interessato. Ebbene, la stessa cosa andrebbe prevista per i casi di eutanasia e di coma profondo e irreversibile. Un domani dovremo farlo anche per i casi d'ibernazione. Non dobbiamo già oggi stare molto attenti ai casi di fecondazione artificiale e di manipolazione genetica?

12. Se un malato vuole assolutamente vivere -e di questo dobbiamo essere in qualche modo sicuri-, dobbiamo fare il possibile per aiutarlo. Ma se il malato non dimostra, in qualche modo, questa volontà, noi dobbiamo agire conoscendo chiaramente i limiti al di là dei quali non possiamo andare. Anche perché, ad un certo punto, s'intersecano vari conflitti di coscienza, la cui soluzione diventa alquanto complicata. Ad es., se un coniuge donatore di organi cade in coma, il partner ha forse il diritto di sperare in un risveglio (specie se confortato, in questo, dalla consapevolezza che esiste, da parte del coniuge, una volontà di vivere); oppure deve rinunciare a priori a ogni diritto, lasciando che in ultima istanza siano i medici a decidere? Ma fino a che punto si può decidere della vita di un altro?

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Foto di Paolo Mulazzani

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Uomo-Donna
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Aggiornamento: 26/04/2015