Il Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

Il Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

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Mattia Pascal: un inetto - In che senso possiamo parlare del protagonista del romanzo pirandelliano come di un “inetto”?

Il viaggio nella coscienza de Il fu Mattia Pascal” non si conclude necessariamente con un fallimento. Se ciò risulta vero in termini pragmatici, ponendo il lettore attenzione alle oggettive vicissitudini del protagonista di volta in volta Mattia - Adriano - “Fu Mattia”, non lo è in termini conoscitivi ed emotivi. Il viaggio di Mattia mediato dall’Umorismo, cioè da quel sentimento del contrario che è percezione profonda e compassionevole della eminentemente contraddittoria natura umana nonché dell’esistenza e della realtà, si conclude con un approdo a una nuova, certamente difficile e grottesca, dimensione esistenziale; vale a dire senza più l’identità “reale” o “oggettiva” nel mondo, legittimata dai riconoscimenti sociali che, pur minimamente e comunque in modo frustrante e strisciante, Mattia possedeva prima della sua apparentemente goffa “trasmigrazione” all’identità di Adriano Meis. Tuttavia è grazie a questa, fortuita quanto probabilmente inconsciamente anelata, esperienza che, al termine del romanzo, per la prima volta Mattia appare leggero e sereno come non mai. Con la sua vicenda, pertanto, egli si colloca ai confini tra realtà e immaginario, in una dimensione socialmente negata ma che oggettivizza profondamente l’aspirazione dell’uomo a mete superiori, “altre”, le quali seppure negate dall’angustia della realtà sono a loro modo una nuova ulteriore verità, se non del corpo fisico almeno certamente della propria anima o psiche o cerebralità.

Tutto ciò da una parte certamente prelude ai più ampi drammi e crisi del ‘900, italiano e non solo, pertanto più in generale al dramma dell’uomo moderno che si tinge anche di ridicolo o a volte di ironia e autoironia, come ad esempio nello Zeno di Svevo; uomo moderno che nel suo vuoto e dolore non può più godere nemmeno delle antiche dimensioni tragiche degli eroi greci. Ciò risulta evidente, pur nella situazione agro-dolce, quando il protagonista dialoga con il padrone di casa a Roma, il signor Anselmo; nel capitolo XII Pirandello si sofferma, in una sorta di breve dissertazione, sul passaggio nell’età a lui contemporanea dalla tipologia umana di Oreste, protagonista di uno dei grandi cicli tragici dell’antica Grecia, a quella dell’Amleto di William Shakespeare. Oreste è l’eroe antico che ha il coraggio estremo di tentare di uccidere la propria madre che si è macchiata della colpa di adulterio. Ma, afferma Pirandello/Signor Anselmo, “Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.” Pertanto non è più il tempo di Oreste, ci dice Pirandello, semmai è il tempo di Amleto, il tempo di una nuova perplessità moderna sulle orme dell’antico eroe Shakespeariano. Siamo tutti (pur in misura minore rispetto alla statura straordinaria del principe danese) degli eroi piccoli, minuscoli, nella perplessità che ci rode; è questa perplessità che mina le fondamenta della nostra esistenza e ad essa cerchiamo di sottrarci nel labirinto che l’esistenza rappresenta per ciascuno di noi, scoprendo tuttavia che giriamo in tondo, che non riusciamo a scappare in alcun luogo e, semmai, come Mattia dobbiamo tornare da dove siam venuti.

Dall’altra parte, tuttavia, la posizione di Mattia, col suo collocarsi ai confini tra realtà e immaginario all’interno di una dimensione socialmente negata, avrebbe dei precedenti e ascendenze con molti personaggi della letteratura del secolo XIX: si pensi all’Oblomov di Ivan Aleksàndroviè Gonèaròv, romanzo scritto nel 1859 e da cui è stato tratto il film omonimo di Nikita Michalkov; o anche al protagonista del film del 1987 Oci Ciornie (protagonista era il “nostro” Marcello Mastroianni), opera cinematografica guarda caso sempre di Nikita Michalkov e, stavolta, ispirata ai racconti di Anton Cechov. I citati personaggi di Goncarov e di Cechov sono entrambi indolenti, indecisi, gamberi umani, vinti, certamente non nel senso verghiano, ma da loro stessi, malati nell’anima, fino all’accidia della volontà e non solo dell’emotività o dell’affettività (tuttavia diversa dall’accidia, emotiva/affettiva/morale, di quello che, pur ai confini tra Medio Evo e Modernità, a torto o a ragione, è ritenuto il primo scrittore italiano moderno: Francesco Petrarca). Ma rispetto a questi, Mattia risulta comunque diverso in quanto, se i precedenti personaggi non scelgono, rimanendo inerti di fronte anche alle prospettive della vita (veri e propri ignavi), così non si può dire per l’eroe pirandelliano che viceversa, pur per obtorto collo e pur non essendo Oreste, infine sceglie, pertanto superando l’amletico dubbio, ma è la sua vicissitudine di scelta che approda in ogni modo al grottesco obbligandolo infine al ritorno.

È quindi proprio in questo contrasto, probabilmente maggiormente cosciente nel successivo teatro pirandelliano, che l’uomo moderno Mattia Pascal o il cercato alter-ego Adriano Meis, trovano la propria pur paradossale dignità e spessore umano. Tale scissione/antitesi è presente in tutta l’opera dell’autore e, secondo chi scrive, é ulteriormente attestata in quella ultima, postuma e incompiuta I giganti della montagna, lacerata nelle antitetiche identità da una parte dei Giganti (i nuovi tecnocrati della incipiente finanza mondiale multinazionale) e dall’altra dei teatranti (il capocomico Cotrone e la congrega di melanconici quanto buffi e divertenti guitti della “Compagnia degli Scalognati”), ameni simboli dell’arte, altre metafore di Mattia redente solo dalla letteratura ma non dall’esistenza (del resto: “La vita o la si scrive o la si vive!”, ammoniva Pirandello).

Questo sentimento del poetico, nonché della sconfitta e morte dell’arte nei confronti della vita reale (in quanto le due istanze, come accennato, sono distanti ed esclusive), è già presente in Mattia Pascal dove, per altri versi invertendo la relazione, l’arte tramite se stessa si riscatta sulla vita.

Analogamente anche in Mattia è presente la consapevolezza, espressa argutamente dall’autore nella postilla Avvertenza sugli scrupoli della fantasia (collocata anni dopo in coda al romanzo), circa lo spesso paradossale e anche capovolto rapporto tra vita e arte; qui Pirandello afferma che la fantasia sicuramente trae godimento per le reali inverosimiglianze di cui Ť ďcapace la vita, anche nei romanzi che, senza saperlo, essa copia dall’arte”.

Fabio Sommella - www.fabiosommella.it

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 10-02-2019