LINGUAGGIO E COMUNICAZIONE


Tele-giornalismo e mode lessicali

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Gli studi qui pubblicati sono una piccola parte di quanto presente nel testo "I Segni nel tempo"
 pubblicato nel sito www.lulu.com/content/193593

(anni 1997-2001)

Carmine Natale

Analizzando il linguaggio tele-giornalistico di Rai e Mediaset, ò 1 scoperto che deficienza di fantasia, frasi sclerotizzate, superflue frasi d'effetto, spesso sdolcinate, e vocabolario limitato sono una caratteristica di questo linguaggio, che rende poco chiari i concetti espressi e appiattisce la Lingua italiana.

Ecco alcune parole che ritengo usate in modo maldestro o ripetitivo:

Concludere: <<Il ringraziamento che conclude il Giubileo degli agricoltori>>. <<La pacifica conclusione del dirottamento>>. <<Si conclude la rassegna stampa>>. <<Concludiamo con i mari>>. <<Un giudice potrebbe decidere di concludere la conta a mano>>. Per il calcio: <<L'azione si conclude>> e <<Il giocatore conclude la carriera>>. Ciclismo: <<Passerella conclusiva a Milano>> e <<Ha concluso il Giro d'Italia>>. Se avessero detto, per cambiare: “Ultima passerella a Milano”, oppure: “Ha terminato il Giro d'Italia”, il significato sarebbe stato diverso? E, si sarebbero sentiti ignoranti se avessero adottato le seguenti soluzioni: “Termina l'azione” e “Il giocatore chiude - o finisce - la carriera”? Se la prendono anche con la Chiesa: <<Conclusa a S. Pietro la grande messa di Pasqua>>.

Consumare: parola onnipresente. Con essa, fino anche gli eventi felici assumono un aspetto sinistro e peccaminoso: Giubileo dei giovani: <<La festa si consuma tra musica e ballo>>. Perfino i nostri nonni, con meno cultura, avrebbero detto: “La festa continua - o volge al termine - tra musica e ballo”. Sottomarino russo inabissato: <<Una tragedia consumatasi per giorni>>. Dramma della funicolare in Austria: <<La tragedia si è consumata>>. GP di S. Marino: <<Si consumano le gomme>>: depennate le parole equivalenti logorare e usurare! Infine, dagli e ridagli, i giornalisti fanno scuola; s'adeguano sia gli storici (da “Le grandi battaglie della storia: Pavia”, all. a Il Giornale): <<Mentre si consumava il macello della cavalleria di Francia>>; sia i giudici, Rete 4, Forum: <<Consumare il tradimento all'interno della casa coniugale>>; sia i politici (D'Antoni, Il Giornale): <<In questi giorni si sta consumando la crisi irreversibile del centro sinistra>>. S'accodano i nostri doppiatori, che traducono un verbo, quale? in un telefilm: <<Consumàti dal vostro stesso incendio doloso>>. E, qualcuno crede che il caffè ecciti e il vino esalti? Si disilluda! Non Solo Moda: <<…Consumarsi nel caffè e nel vino rosso>>. Un inviato al Festival di San Remo parla di giovani <<Consumatori di dischi>>: intendeva sottolineare l'usura materiale del disco oppure l'aspetto giojoso dell'ascolto? Non riesco a spiegarmi come mai gli chef - soprattutto quelli affermati, che usano terminologia francese, di classe - adoperino il vocabolo “consumare” e non le parole che rendano l'idea della cucina, quali mangiare, gustare, centellinare, assaporare… Forse perché l'homo è sapiens? Non sanno, è evidente, che consumare significa(va): “cibarsi con palese appetito” (cioè, far sparire tutto dal piatto in poco tempo). Consumare sostituisce, per ora: bere, mangiare, gioire, usare, terminare, e il contrario: continuare.

Regalare: se tale parola significa “offrire spontaneamente per far cosa utile e gradita”, cioè, “concedere senza pretendere il dovuto pagamento”, illuminatemi voi sul significato che avrebbero le frasi: <<Maradona, al Napoli, ha regalato due scudetti>>. Super coppa, Lazio-Inter: <<Partita che ha regalato grandi emozioni>>. Vivere Sani e Belli: <<Anche lo yogurt può regalare sorprese in tema di grassi>>. G. Berger: <<Correre mi à sempre regalato grandi emozioni>> (la solita fortuna, egli non regala nulla, si fa strapagare per il suo impegno, eppure… riceve regali!). Sella: <<La Buell si fa perdonare queste pecche regalando emozioni su i percorsi pieni di curve>>; <<La Kawasaki è in grado di regalare grosse soddisfazioni>> e <<Il Benelli è capace di regalare piaceri di guida>>. Ai lettori, chiedo: quando spendete 13 milioni per una moto, le soddisfazioni e le emozioni sono regalate, quasi fossero optional?

Tormentone: <<Tormentone influenza>>; <<Tormentone di fine anno>>; <<Tormentone estivo>>. Io aggiungo: Tormentone giornalisti!

Decisamente : il riferimento è a un politico straniero: <<Programma decisamente innovatore>>. Juventus-Lazio: <<Settimana decisamente tribolata>>. <<La circolazione è decisamente scorrevole>>. Ancora: <<Lo scenario era decisamente diverso>>. GP di S. Marino: <<R. Schumacher quest'anno ha una guida decisamente più pulita>>. I vecchi dicevano: “settimana molto tribolata”; “guida indiscutibilmente più pulita”, ecc.

Divorare: che i nostri giornalisti non abbiano superato la freudiana fase orale è provata, “decisamente”, dall'abuso del termine divorare, messo ovunque. Due esempi: <<Una persona divorata dalle fiamme>> e <<Ettari di bosco divorati dalle fiamme>>. Già si mormora che sui nuovi vocabolari il verbo sostituirà bruciare, ardere, incendiare.

Evacuare: se il fiume “esonda”, se divampa un incendio, o se crollano le Torri di Manhattan, una sola possibilità offrono per salvarci: evacuare”. Andare di corpo? No, abbandonare, sgombrare, lasciare l'edificio.

Killer: il sostantivo è talmente mal utilizzato che non precisa se l'omicida sia un drogato in cerca di soldi, uno che si difenda o un sicario!

Per 50 anni ànno adoperato il sostantivo <<inondazione>>, nel 2000 tutti si sono espressi con i termini esondare ed esondazione. È difficile avvicendare tali vocaboli con altri, quali straripamento”, o, secondo i casi, con espressioni quali traboccare vistosamente o copiosa fuoriuscita?

Due frasi senza senso? 1) <<Fortunatamente l'incendio è stato domato>>. Io credo che lo abbiano spento, rischiando la propria vita, i valorosi vigili del fuoco! È possibile, poi, che da qualche anno il fuoco nessuno riesca a spegnerlo, ma, soltanto a domarlo? 2) Il riferimento è al grattacielo posto vicino alle due Torri di New York, poi crollato: <<Fortunatamente l'edificio era stato evacuato>>. Eppure, gli stessi, in precedenza, avevano precisato che l'edificio era stato abbandonato perché gli esperti avevano previsto il cedimento della struttura!

Due esempi di leziosaggine: <<Ucciso un bambino di appena otto anni>>. Agguato mafioso in Calabria: <<Ucciso un bimbo di appena due mesi>>. Chiedo ai lettori: l'assassinio di un bimbetto di “appena” due mesi non à la stessa tragicità dell'uccisione di un bimbo che à compiuto, o superato, il 2° mese di vita? Stesso discorso vale, è ovvio, per il fanciullo di otto anni. Quando si dice l'affermazione dello spirito cristiano!

Non mi soffermo, per ora, sul trionfo della buro-lingua nei telegiornali, ma, almeno un cenno sul cronista che s'esprime come un maresciallo dei Carabinieri:<<Il gesto di rabbia del calciatore è stato rivolto all'indirizzo del giocatore avversario>>.

E, continujamo, ora, con quelle formule che definisco servili o semprepronte, perché non affaticano l'intelletto dell'oratore: <<Si squarcia un velo>>; <<Patto scellerato>>; <<Bagno di folla>>; <<Pioggia battente>>. Qui, Quo, Qua, che sono paperi, non pecore, parlerebbero di “acquazzone”, “diluvio”, “pioggia torrenziale”! E il paese? In seguito a un reato grave, è sicuro che: <<Si interroga su quanto è successo>>.

Alle frasi sclerotizzate s'aggiunga il dramma immotivato, e noi, già inguajati per tanti problemi, interiorizziamo come eventi dolorosi perfino un sano rapporto dialettico fra le parti, rapporto che è il sale della politica. Il dialogo fra i Poli, sui libri di storia, è presentato così: <<Infuria la polemica>>; <<Esplodono le polemiche>>. Altro motivo di costante tensione? L'impiego “decisamente” ossessivo del termine allarme: sempre e soltanto <<Allarme mucca pazza>>. Un respiro di sollievo lo à offerto il TG4, in cui la parola era sostituita da “sindrome” o da “paura”. L'attuale generazione di giornalisti è, anche, meteoropatica se, quando piove o nevica, parla di <<Allarme maltempo>>. E, l'infelice aggettivo pazza, adoperata per la vittima dell'egoismo dell'uomo? Era difficile cercare una parola più realistica e meno cattiva? Espressioni così drammatiche fin qui citate, testimoniano, forse, il sinistro ambiente famigliare in cui si è formata l'attuale generazione di giornalisti?!

A questi è rimasto un compito: evidenziarci l'evidente: dopo una settimana dall'attentato di New York, ancora ci precisano che tale attentato è stato tragico, terribile, drammatico, immane!

Neologismi: i cronisti giocano con l'italiano: sacrificando “polis”, formano: sanitopoli, militaropoli, affittopoli, medicopoli, passaportopoli. Ci provo anch'io? Nandrolonopoli (il paese del nandrolone). Attentano alla sicurezza della nazione, anche, con l'imposizione di una grafia scorretta: Ministero degli Interni, anziché dell'Interno. E il ministro non s'arrabbia! Perché, poi, il femminile di avvocato, soldato e deputato (participi passati sostantivati) non sia mai avvocata, soldata e deputata ma, soltanto, avvocatessa, soldatessa, deputatessa? Che si nasconda, fra i gazzettieri, un sentimento misogino?

Antropomorfizzazioni e deresponsabilizzazioni: l'uomo del nuovo millennio non muore più per imprudenza, o perché un proprio simile si comporta da incosciente, l'uomo va al Creatore perché la montagna, la strada, il sasso, il fiume, il fine settimana, l'altalena sono assassini o killer.

Eufemismi: ànno cassato il sostantivo-aggettivo vecchio”: il malandato, il malconcio che spegne la 105esima candelina è, ancora, anziano. Quando, poi, riprendono una notizia “anziana”, non fanno capire se le persone scomparse qualche anno prima, siano morte, oppure sparite per cause sconosciute, o sequestrate e mai più liberate.

Un messaggio pubblicitario: la Nivea vuol far credere che la femmina sia pelosa quanto l'uomo (se mai, oggi, è l'uomo glabro come la donna): <<Nivea balsamo dopobarba for men>>.

“Conclusione”? I giornalisti mostrano con orgoglio d'appartenere a un unico e anonimo gregge.


(1) La h è un’eredità delle forme latine del verbo habère (avere) che faceva, nell’indicativo presente, hàbeo (ho), hàbeas (hai), hàbet (ha), hàbent (hanno). In passato la h accompagnava – come nel latino – le nostre forme verbali, e anche le parole latine comincianti per h una volta italianizzate avevano conservato la stessa iniziale: si scriveva huomo (latino homo), honore (latino honor), hora (latino hora) – e così via – ma si leggeva come se fosse scritto uomo, onore e ora (cioè, senza h). Per questo motivo, nel Quattrocento qualcuno si chiese: a che serve la h se non si pronuncia? Si accese, così, una battaglia tra i fautori della h iniziale (Ariosto, per esempio) e gli avversari (fra cui Pietro Bembo e Aldo Manuzio). L’Accademia della Crusca propose, per conciliare, l’abolizione della h iniziale in tutte le parole, mantenendola soltanto nelle quattro forme del verbo avere per non confonderle con altre parole di identica grafia ma di significato diverso (o vocale/congiunzione, ai preposizione articolata, a vocale/preposizione semplice, anno sostantivo, l’arco di dodici mesi). Nel ‘700, però, i dissidenti suggerirono che, per evitare questa confusione, sarebbe stato sufficiente accentare le forme del verbo: io ò, tu ài, egli à, essi ànno, ma la proposta non fu accèttata da tutti, e la discussione proseguì, e prosegue, anche se oggi entrambe le forme ànno lo stesso diritto di cittadinanza (cfr Come parlare e scrivere meglio - guida pratica all’uso della lingua italiana, pagg. 71-72, di Aldo Gabrielli, “Selezione dal Reader’s Digest”, 1992).


Vedi anche Linguaggio - Traduzioni di testi e mode lessicali - La Grammatica dei chatter

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Linguaggi
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Aggiornamento: 22/04/2015