The Making of Materia e Coscienza
il capitalismo in questa epoca E' cosI' tenero che si spezza con un grundrisse
(1997-2002)
2. Opere di “scienziati” (psicologia, neurofisiologia, IA ecc.)
Ed eccoci qui alle letture “scientifiche”, spesso deludenti.
L’idealismo-dualismo è morto ma ha lasciato spazio a forme ideologiche
altrettanto scorrette. Il realismo di terz’ordine di questa gente, per lo più
filosoficamente alle prime armi, serve per difendere l’innatismo, lo status quo,
visioni davvero ridicole del mondo e della società. Ma dobbiamo comunque
confrontarci con loro.
Sabatini, Ianneo, Le nuove frontiere della mente
Agile riassunto dei problemi attinenti alla mente
“La storia delle idee è il corso anche delle innumerevoli risposte al problema
della mente”
Partiamo dal ruolo nella sopravvivenza della mente: come la mente ci permette di
sopravvivere, come è scaturita dalle strutture biologiche. In filosofia si sono
succedute teorie materialistiche e teorie dualistiche. C’è l’interazionismo di
Descartes, il monismo di Spinoza. Nota che ci sono anche monisti idealisti
(Berkeley, ma anche Leibniz). D’altro canto ci sono i meccanicisti (Locke) e
infine il razionalismo critico, la sintesi, di Kant. Per noi ci sono due punti
chiave:
- la mente è il prodotto dell’evoluzione biologica e sociale dell’uomo
- la mente è il prodotto del funzionamento del cervello.
Il cervello “è considerato dalla scienza il fenomeno naturale più complesso in
tutto l’universo”. Gall, neuroanatomista austriaco, fu uno dei primi, due secoli
fa, a esporre in modo completo, l’anatomia del cervello, e fu osteggiato come
“ateo”. Con Broca nacque la diatriba tra “olisti” e localizazionisti. In questo
secolo furono scoperte anche le sinapsi e il resto. Le ultime ricerche approdano
a questo:
“la struttura della corteccia cerebrale può considerarsi come un «filtro» in cui
passa la conoscenza visiva del mondo. Noi osserviamo le cose grazie a questo
meccanismo prodotto dall’evoluzione naturale nel corso di milioni di
anni…l’informazione…è il risultato prodotto dall’incontro dei dati esterni con
l’elaborazione interna che possiamo definire «conoscenza»” (25)
Vedere è anche pensare (e viceversa).
Il meccanicismo, nelle sue diverse forme, vive ancora oggi. Il sogno “idraulico”
del Seicento è morto, ma nel nostro secolo, con la logica di Boole e l’inventiva
di Babbagge e Turing, si può interpretare il cervello come un computer. Né Marx
né Gödel poterono fermare questo scempio.
Vediamo le critiche alla IA forte:
- incompletezza di Gödel
- necessità di una conoscenza contestuale (“fallo e basta!”, “che cosa,”)
- il computer fa ma senza capire (Searle).
Insomma la plasticità non è simulabile.
Le strutture neuronali sono dotate di funzioni auto-organizzative: il
neo-connessionismo che parte dalla logica fuzzy ecc. Si comprende che la memoria
non è un deposito, si muove in continuazione. James affermò che la coscienza è
un processo, come la rivoluzione, potrà mai un computer avercela? Sì, se
riuscirà a simulare i processi che l’hanno creata. Comunque una cosa è certa:
“le proprietà di una organizzazione collettiva appartengono alla totalità
dell’organizzazione, e non possono essere attribuite ai singoli elementi che
compongono olisticamente l’intero.” (86)
Fine del riduzionismo
P. Legrenzi, Come funziona la mente
Una pena. Come tutti i cognitivisti parte con i “paradossi” della mente (quelle cosette che piacciono agli economisti psicologi per fondare la loro critica alla razionalità neoclassica). Al solito, non partono dall’evoluzione. Il cervello umano è un organo atto ad uno scopo, non c’è nulla di strano nel vederlo fallire in ciò per cui non è stato predisposto dall’evoluzione. Questi fallimenti dovrebbero invece spiegare proprio ciò a cui il cervello e la mente servono.
Il primo punto è che ragione e sentimento, per dirla in sintesi, nella nostra mente sono una cosa sola, perché fanno parte delle relazioni. La nostra mente è stata creata dalle e per le relazioni. Le capacità logiche ed empatiche servono alla nostra mente ad interagire con gli altri, non a fare calcoli.
La cosa divertente è che Legrenzi, come tutti gli studiosi della materia, parla
di “epistemologia naturale”, una cosa che va molto di moda. Ma tutta questa
gente non ha assolutamente compreso le determinanti dell’evoluzione umana, e
dunque traspone l’evoluzione in modo scorretto nella mente. Per fortuna hanno
fatto un passo avanti nella comprensione del ruolo necessario del senso, del
significato, nel linguaggio. Per un software di calcolo l’equazione 5x+5x=y è
del tutto equivalente alla frase “se oggi do a Luigi 5 euro e domani gli do
cinque euro, quanti euro avrò dato in tutto a Luigi?”, solo che un bambino saprà
risolvere la seconda e non la prima. L’astrazione è la fine del processo di
apprendimento (e dell’evoluzione umana) non l’inizio. Anche la base dell’idea di
“regola del police” o razionalità limitata ci va bene: accontentarsi è una
strategia evolutivamente migliore di rompersi la testa con i calcoli. Detto
diversamente: esiste un trade-off tra rapidità e precisione. Non discuteremo qui
delle parti più ripugnanti del libro (tipo: le molestie sessuali sono sempre
esistite perché dovute a problemi di “codice di comunicazione”, o la politica
interpretata con la teoria dei giochi, però una cosetta occorre dirla. Legrenzi
esalta l’America come il paese in cui si punisce chi sgarra anche per un piccolo
sbaglio, mentre l’Italia è il regno dell’omertà. Dopo la enronite, qualcuno lo
direbbe di nuovo? Per non parlare dell’analisi del rapporto Bertinotti-Prodi,
condotto a colpi di dilemma del prigioniero, che si conclude con la pace, e ora
sappiamo quanto durò…
J. Fodor, La mente modulare
Un esercizio di logica formale in salsa chomskiana. Siamo all’innatismo più
completo. Esiste un organo del linguaggio, che deve solo imparare a funzionare
interagendo con gli altri. Questo è persino compatibile con la metafora della
tavoletta di cera: la tavoletta c’è, pronta a ogni uso. Altro aspetto: i
processi mentali sono computazionali. Qualunque sia la loro teoria, questa gente
crede in Dio (certo, come Laplace non ha bisogno di questa ipotesi, però alcune
frasi su Dio non mancano mai).
D. Parisi, Mente
Lasciate fare ai computer e spiegheranno ogni cosa. Un insieme di esame di
alcuni esperimenti con reti neurali. Classica fiducia del fisico che ormai il
dualismo ha perso le sue basi ontologiche, che la battaglia per la razionalità è
vinta, ecc. Dice cose senza senso sulla capacità della metafora della mano
invisibile di spiegare il comportamento individuale, il tutto senza un’analisi
storica e arriva alla solita conclusione: la mente è una macchina cognitiva,
come un programma per pc; anche se per ora le macchine create “per pensare” come
Deep Blue, sono troppo rigide, in futuro chissà. In particolare, il trucco è la
simulazione: si lascia fare al computer ed ecco che la situazione si evolve in
un modo che era per noi imprevedibile all’inizio. Si tratta di sistemi complessi
(cioè altamente non lineari) con cui riprodurre processi reali o esperimenti del
tutto immaginari, da cui trarre alcune implicazioni. Utili? Per ora no, anche se
emergono proprietà globali, e questo è importante. Tecnicamente, la simulazione
funziona come la natura: comportamenti, meccanismi di rinforzo, sopravvivenza
del più adatto ecc. Senza linguaggio, ognuno dovrebbe imparare tutto da solo
sulla vita. Ecco l’essenza del linguaggio nello sviluppo delle forze produttive.
D. Dennett, La mente e le menti
Assai deludente. Un filosofo davvero superficiale. Comunque pone alcuni punti importanti antiriduzionisti. Tipo: se una cellula non è cosciente, come può esserlo un insieme di cellule? Se vale la legge dell’evoluzione, come può un animale cosciente nascere da genitori incoscienti? A queste domande la logica formale non può rispondere. Per Dennett questo significa che in futuro anche i pc potrebbero acquisire coscienza; Paul Valery disse una volta che il compito di una mente è produrre futuro. E' verissimo: generalizzare per andare oltre.
Dennett cita anche il Così parlò Zaratustra di Nietzsche per perorare la causa
della conoscenza come coevoluzione: “vi è più ragione nel tu corpo che nella tua
migliore saggezza”, ovvero milioni di anni di evoluzione cristallizzati in ciò
che un animale è e fa. Il comportamento umano è innatamente modificabile e
plastico. Secondo qualcuno la nascita dell’autocoscienza ha seguito il classico
pattern del dilemma della corsa agli armamenti (non rimanere indietro rispetto
ai vicini), ma in una società cooperativa il punto è un altro: è l’economia di
rete: quante più persone parlano tanto più acquisisce valore la parola, ovvero
tanto più probabile la salvezza della tribù. Ma con Talleyrand questa gente
dice: mentire serve, da cui la diatriba sui giochi di segnalazione. Siamo
macchine per imparare. Impariamo facilmente, vogliamo imparare. Soprattutto
impariamo a relazionarci, che è la cosa più importante.
J. Searle, Mente, linguaggio, società
Nel complesso posizioni accettabili, ma che banalità, che sciatteria. Manca totalmente lo spessore di due millenni di riflessioni filosofiche su questi temi.
Searle accetta l’ontologia materialista: “ritengo che l’universo esista indipendentemente dalle nostre menti”. La mente esiste ma il mondo mentale non è un altro mondo: “sono convinto che il mondo sia uno” (ma secondo me la teoria dei tre mondi è pienamente accettabile, sub specie del marxismo). Un esempio di estrema confusione è quando Searle, parlando di “attacchi al realismo esterno”, mette assieme Berkeley e Hegel “il più autorevole idealista di tutti i tempi”, senza spiegare che Hegel era un idealista assoluto e non negava affatto l’esistenza di un mondo esterno. Contro l’idealismo, che Searle confonde tout court con il “prospettivismo” (e cioè l’idea che la realtà sia sempre mediata da un punto di vista, cosa ovvia), si spiega che questa posizione è “una sorta di volontà di potenza”, cioè quasi un problema psichiatrico, anziché connetterlo allo sviluppo della società (e alla divisione sociale del lavoro). Per noi il mondo è uno e trino e per questo la religione ha sviluppato l’idea di un mondo diverso, alieno, della Trinità, del Monte Olimpo, superfetando questa duplicità di esistenza dell’uomo. La divinità come alienazione classista della coscienza.
Ad ogni modo, cade nella classica trappola dei soggettivismi moderni. Questi
osservano che i fatti sono inestricabilmente connessi a schemi concettuali.
Senza distinguere tra riflessione e riproduzione si deve cedere alla sociologia
della conoscenza o tornare al vecchio positivismo. Per noi gli schemi
concettuali hanno la stessa obiettività delle stelle e delle montagne. Sono
prodotti della storia, come le guerre e le città. Dunque dire che i fatti sono
connessi a schemi concettuali per noi è come dire che per raccogliere una certa
sostanza si deve avere un certo recipiente (una rete per i pesci, un secchio per
l’acqua); forse che un secchio è meno obiettivo di una rete? Un’altra
spiegazione davvero ridicola è che Kuhn e Feyerabend mostravano “odio e
risentimento” per il successo della scienza nel Novecento per sminuirne il
prestigio.
Veniamo alla coscienza vera e propria. Gli stati coscienti hanno queste
caratteristiche: sono “interni, qualitativi e soggettivi”. Per Searle i
materialisti negano che esista la coscienza, una convinzione radicalmente
errata, anche se nega che la coscienza non può essere parte del mondo materiale
e fisico: “la coscienza è un fenomeno biologico come qualsiasi altro”. In realtà
non come qualsiasi altro; è la nascita di una nuova modalità di essere della
materia. Corretta è l’idea che “gli esseri umani hanno bisogno della coscienza”
e che essa si è dunque evoluta per necessità durante lo sviluppo evolutivo
dell’umanità. il suo ruolo è darci un accesso superiore e unificato all’ambiente
e ancor di più (e qui Searle dice assai bene) ad altre persone. Il problema è
che spiega più volte che esiste una corrente filosofica che considera la
coscienza qualcosa di misterioso e metafisico, ma non sa mai spiegare perché
esista questa corrente (se non parlando di volontà di potenza e astio verso la
scienza…) mentre per noi è essenziale: l’idealismo è una corrente filosofica e
scientifica ineliminabile nelle società di classe.
Searle si dilunga sulla causazione intenzionale come caratteristica fondamentale
del mondo della coscienza e delle scienze sociali. Ma fa la solita confusione.
Per esempio ritiene che qualcosa abbia una certa caratteristica perché tutti lo
credono (e fa l’esempio del denaro). In ciò si dimostra davvero un
costruttivista e dei peggiori. La nascita e lo sviluppo del denaro è un processo
obiettivo come l’evoluzione delle specie. Venti dollari non valgono venti
dollari perché tutti ci credono, ma perché sono una quota parte di determinate
risorse complessive. In generale la storia del “è vero se ci credono tutti” è
disastrosa, è una orrida giustificazione di ogni nefandezza. Giustamente si
mette in risalto il collegamento mente-linguaggio: pensare significa strarre e
dunque usare parole.
P. M. Churchland, Il motore della ragione la sede dell’anima
Comincia con una disamina della incredibile potenza di calcolo del cervello
permessa dal calcolo distribuito parallelo (ovviamente inconsapevole). Quanto al
rapporto sensi-ragione:
“la nostra capacità di descrizione verbale non si avvicina nemmeno lontanamente
alle nostre capacità di discriminazione sensoriale.” (33)
E sull’induttivismo:
“l’inferenza induttiva si manifesta come un fenomeno cognitivo naturale e
inevitabile anche nella più semplice delle reti neurali” (68)
confermando la nostra vecchia critica a Popper. Agli innatisti diciamo: ci sono
delle lesioni cerebrali che fanno di te un maschilista?, un comunista? Un avaro?
Il poveretto sull’etica dice banalità poco utili. Ma da bravo neuroscienziato
qual è ogni tanto trova cose utilissime: “L’immaginazione visiva…comporta un uso
massiccio delle stesse aree cerebrali utilizzate per sostenere in prima istanza
la percezione visiva” (177), il che sembrerebbe confermare che i mondi 1 e 2 si
fondono, nel funzionamento del cervello.
Ma l’autore si riscatta appieno
parlando della curva a campana che gli innatisti usano come scusa per
distruggere lo stato sociale. Dice che si potrebbe portare l’intera curva verso
il successo pur non alternando la forma, ma non solo, attacca frontalmente
questa epoca:
“Una nazione che sta a osservare come una vasta fetta delle classi medio-basse
si vada lentamente disgregando come società coerente, sotto l’influenza del
crollo della famiglia, del collasso del sistema educativo, dei falsi eroi, delle
tossicodipendenze, della criminalità organizzata e delle guerre notturne fra
bande è un paese che deve pensare alle proprie varie istituzioni di
socializzazione e contemplare le loro disastrose prestazioni…c’è un’intera
generazione che attualmente si sta socializzando nel bel mezzo del caos civile
che abbiamo appena descritto…Nessuna società può isolarsi per sempre da una
disgregazione sociale che arriva ai livelli attuali” (199-200)
Attacca poi quello che chiama il tentativo di Freud di ridispiegare i prototipi
della psicologia del senso comune in un’attività inconscia generale.
E veniamo alla coscienza: è una relazione, come la gravità. Dopo aver descritto
le diverse posizioni, propone un elenco: la coscienza implica la memoria a breve
termine, è indipendente dai dati sensoriali, indirizza l’attenzione, è capace di
interpretazioni alternative, scompare dormendo ma riappare nel sogno, è un’unica
esperienza unificata.
Si descrivono poi le diverse posizioni sulla localizzazione della coscienza
(lobo parietale destro, ecc.). Vediamo una presa di posizione del tutto errata:
“la coscienza è principalmente un fenomeno biologico, piuttosto che sociale. Il
linguaggio, che è un’istituzione sociale, non ha niente a che vedere con la
genesi della coscienza” (287)
E invece sono la stessa cosa; lui stesso spiega che “il linguaggio fa sì che la
conoscenza umana…possa essere in qualsiasi momento conoscenza collettiva”. E
parla di “collettivizzazione dell’attività cognitiva” che è una eccellente
descrizione di cosa è successo al cervello dell’uomo; conclude spiegando che da
questo processo la coscienza è stata modificata (col che giunge alle nostre
stesse conclusioni). E' poco dialettico invece quando dice che la coscienza
umana si distingue da quella animale soprattutto per i contenuti; c’è invece
un’ovvia interazione tra contenuti e strumenti. In fondo un cane potrebbe usare
i latrati come punti e linee e declamare la Divina Commedia in alfabeto morse.
Ma quel contenuto è incompatibile con il suo sviluppo evolutivo, non con il suo
apparato fonetico.
Ancora contro gli innatisti:
“un cervello maturo ha almeno 10 alla 14 connessioni sinaptiche indipendenti,
mentre il genoma umano possede solo 2x10 alla 9 coppie di basi puriniche e
pirimidiniche. Chiaramente il grosso della configurazione sinaptica umana deve
essere modellato dall’esperienza postnatale che si ha nel mondo reale.” (339)
M. Gazzaniga, La mente della natura
Un libro ideologicamente confuso ma nel complesso reazionario. Si giustifica sempre e comunque lo status quo con l’innatismo e criticando in modo assai superficiale le tesi altrui.
Si parte subito con l’analisi del rapporto ambiente-struttura innata. La sintesi
è che tutto ciò che sembra adattamento è in realtà selezione di qualcosa che già
c’è. Questo ovviamente vale solo a livello di individuo (a meno di non essere
creazionisti), ma comunque il problema è di capire cosa significa adattarsi per
un animale in concreto. Ci si rifà addirittura alla maieutica socratica: è già
tutto dentro, si tratta solo di tirarlo fuori…significa questo che nel cervello
di Beethoven c’erano decine di sinfonie sin dalla nascita?, che in quello di
Einstein c’era scritto E=MC2 e in quello di Hitler lo sterminio degli ebrei?
Alla fine non nasconde la sua posizione:
“tutti i tentativi attuati dalla società di modificare la stessa o le modalità
di interazione fra esseri umani e ambiente sono destinati a fallire.” (20)
Allora abbiamo fatto male a eliminare la schiavitù? O a lavorare 8 ore anziché
20? O a trovare cure per le malattie? Secondo Gazzaniga noi non impariamo mai
nulla e lo dimostra col sistema immunitario (la solita storia degli anticorpi
che non si modellano ma si selezionano); ma forse il nostro cervello è più
complesso e plastico dei nostri anticorpi. E di grazia, in quale parte del
cervello c’è il codice di programmazione C++? D’altra parte, l’uomo vive in
condizioni ambientali assai diverse. A che servirebbe saper fare solo certe
cose? Non è meglio avere una struttura in grado di apprendere? Prendiamo una
macchina da scrivere e un pc. La prima fa malino una cosa, il secondo ne fa
centinaia. Il nostro cervello ha di fronte a sé uno o molti compiti.
Nello sviluppo del cervello conta naturalmente il pool di informazioni genetiche
innate, ma non appena questo inizia a formarsi si mostra una certa plasticità
delle strutture. Non ci deve sorprendere, la rigidità sarebbe una catastrofe in
termini evolutivi. Ma il buon Gazzaniga dice che questi eventi di
“pseudoplastica” sono “di scarsa rilevanza biologica” perché il cervello non si
evolve per quello.
Ma pensiamo alla mano. La mano si è evoluta per costruire e
utilizzare strumenti. Questo valeva ai tempi delle lance, vale oggi per un pc,
un aereo, un telecomando. La mano si è evoluta “pensando” al mouse del pc o alla
tastiera di un cellulare? Ovviamente no, semmai il contrario. Ma la mano può
usare milioni di attrezzi diversi. Ecco la sua forza. Dire che l’ambiente non fa
che stimolare capacità innate è un’ovvietà, ma cosa ci dice del comportamento
umano? Che in ambienti diversi sarà diverso.
Vediamo un esempio classico di come procede. Due figli della stessa coppia.
Stesso ambiente eppure risultati diversi…dunque conta solo la genetica. Ecco
come fanno. Ma si tratta di ipotesi allucinanti. Prendiamo l’ambiente. La
nascita di un figlio cambia le condizioni materiali e la psiche di una coppia.
Il secondo figlio non trova dunque lo stesso ambiente. O forse i primogeniti
sono gelosi “per genetica” e i secondi figli no? Ecco che tutta l’analisi cade.
Ma la cosa assurda è che nonostante lui stesso ci dica che i dati ottenuti non
sono attendibili, ci spiega che quei ricercatori hanno comunque concluso che le
variazioni non dipendono dai genitori ma dalla genetica. Ma subito dopo Gazzaniga spiega che ogni bambino ha migliaia di capacità che possono o meno
svilupparsi. Conta dunque moltissimo l’ambiente, l’educazione che questo riceve.
Questo vale per le capacità fondamentali: la coscienza e il linguaggio. Ogni
uomo nasce cosciente e capace di parlare. Ma come parlerà, se saprà scrivere e
risolvere equazioni, questo non sta scritto nel cervello. Peraltro gli
esperimenti sui bambini dimostrano che una delle prime capacità che apprendono è
l’associazione: porre tutto in categorie e in classi di categorie. Questa è
l’essenza della coscienza. Le scimmie possono produrre solo affermazioni
concrete e imparano solo cose concrete (magari il gusto di un nuovo frutto ma
non l’idea di frutto). Platone avrebbe detto che loro hanno solo le ombre, noi
vediamo anche le idee.
Ma le idee profondamente reazionarie di Gazzaniga emergono da una nota su Gould
e Chomsky che potevano ma non hanno voluto rivoluzionare la scienza
dell’evoluzione agendo come Eisenhower “che per quanto avesse dalla sua parte il
potere, le risorse e la verità, arrestò inaspettatamente la marcia verso
l’Unione Sovietica alla fine della seconda guerra mondiale. Una decisione che
comportò gravi conseguenze per il futuro” (96). E' persino banale constatare la
ridicola pochezza dell’argomentazione (lo sbarco in Normandia servì proprio a
evitare che l’Urss arrivasse sulla Manica). Come non vedere la vendetta di un
perfetto sconosciuto alle grandi masse che attacca due autori notissimi e
notoriamente di sinistra.
Per spiegare molte caratteristiche dell’uomo e della società Gazzaniga parla
dell’interprete, un meccanismo che scoprì nei suoi studi dei pazienti
commisurotomizzati. In pratica l’interprete cerca una spiegazione qualunque sia
alle cose che succedono. Anche qui, è ovvio constatare la potenza evolutiva di
questo meccanismo e come Gazzaniga ne travisi il senso. In pratica le critiche
alla società sono frutto del malevolo funzionamento dell’interprete, perché
tutti i mali sociali hanno origine biologica (es. la droga, la disoccupazione,
ecc.), basta dimostrare che ci sono prove dell’origine genetica di tutte le
dipendenze (cioè nei nostri geni, fondamentalmente identici da centinaia di
migliaia di anni, ci sarebbe il gene dell’eroina, sintetizzata alcuni decenni
fa, del LSD, del tabacco, dell’alcol o del MDM e così via).
E per dimostrare questo, presenta i dati secondo cui di fatto tutti gli adulti sono drogati ma poi sfiora il punto: “A seconda delle mode una droga diventa più popolare delle altre; ma se il consumo di un tipo di stupefcente aumenta, quello di un altro diminuisce” (187). Questo era il cuore del problema, che Gazzaniga riduce a chiacchiera da bar; la dimostrazione che conta solo il gene è che molti padri di alcolizzati sono alcolizzati…; e delle persone che passano da una droga all’altra che possiamo dire? E delle popolazioni che dopo l’inizio della guerra in Afghanistan divennero dipendenti dall’eroina che serviva alla CIA per finanziare i mujaheddin cosa vogliamo dire?
Ma ovviamente una volta aperta la facile via del disturbo genetico, ci ficca dentro ogni tipo di disturbo psicologico, gli stupratori, i guardoni, la schizofrenia, la depressione, ecc. Ogni analisi psicodinamica della mente è spazzatura e va sostituita con i farmaci. La dimostrazione di ciò è del tutto vaga, per non parlare del fatto che i farmaci curano spesso i sintomi o aspetti collaterali. In fondo se do a un malato arsenico lo curo di ogni malattia possibile…
Inutile dire che con queste premesse la conclusione è laissez faire al massimo
grado. Così Gazzaniga parlando dei servizi sociali ci dice che sono fallimentari
perché elimlinano il senso di “responsabilità di efficienza e di controllo
personali” (tipo: ti chiudiamo la fabbrica) e subito dopo dice che i dati
dimostrano che l’aiuto materiale aumento lo stato di salute e di felicità… e
allora che s’inventa: “che cosa accade quando non è più disponibile?”. E questo
lo dice un sostenitore dei farmaci per curare ogni problema mentale… e se il
farmaco finisce? Ma non basta, ci dice che lo stato sociale crea dipendenza!
Cioè aumenta i poveri (eppure i poveri sono più in America che in Svezia…, e poi
anche i farmaci creano dipendenza). I bisognosi devono guadagnarsi le cose se no
si deprimono…
M. Gazzaniga, La mente inventata
C’è poco da aggiungere al titolo: la coscienza è solo un’illusione. Il cervello fa credere a noi di agire liberamente ma è tutto preordinato. E' l’interprete dell’emisfero sinistro che ci fa credere di avere coscienza di ciò che il sistema nervoso fa per conto suo, “la mente è l’ultima a sapere le cose”, che va anche bene. Contro chi nega l’evoluzione e la dialettica di può usare questo esempio: i neuroni sono fisicamente gli stessi tra i vari animali, ma la loro disposizione e numerosità decide dell’intelligenza. Viene sottolineato l’aspetto evolutivo del cervello. Ma poi emerge il solito Gazzaniga (“esistono molte differenze tra i ceti alti e ceti bassi”, ecc.). Dopo gli studi di Cavalli Sforza che hanno dimostrato l’incosistenza dell’idea di razze qui siamo alle differenze genetiche di classi la cui esistenza non supera pochi secoli… e più avanti, tanto per spiegare la sua idea di società “gli scettici, proprio come i ricchi e i poveri sono sempre tra noi”.
In questo senso il comportamentismo classico di Watson, con la sua idea che bastasse mettere le cose in un certo modo perché tutti i bambini potessero divenire qualunque cosa, era molto più progressista, riflettendo l’epoca di boom pluridecennale del capitalismo in cui si sviluppava. In modo del tutto illogico, Gazzaniga deduce dalla stretta determinazione genica dello sviluppo del cervello le sue capacità da adulto. Sarebbe come dire che siccome i piedi si sviluppano in base a precise indicazioni genetiche un bambino potrà andare solo in certi posti e non in altri. Allo stesso modo, è ovvio che la capacità di parlare si è sviluppata con l’uomo e che dunque al giorno d’oggi è innata (non lo era un tempo, vedi i bonobo), ma questo implica che uno nasce sapendo scrivere e declamare poesie?
“molti esperimenti sottolineano come il cervello agisca prima che noi lo sappiamo”: cioè la coscienza serve solo a sistematizzare, giustificare quello che il corpo fa per conto suo. E' anche accettabile questa conclusione “la nostra vita cosciente dipende da automatismi di ogni tipo che intervengono all’interno del nostro cervello”.
I giochi in cui si dimostra quanto sia facile “imbrogliare” il nervo ottico e il cervello dimostrano solo che i nostri sensi sono stati costruiti per certi scopi. Sulla memoria: è ovvio che evolutivamente parlando conta la ripetizione e l’attenzione per la memorizzazione di un evento.
Parlando dell’interprete, causa di tutto ciò che è spiegato da persone diverse
da lui stesso, mg arriva a esagerazioni patetiche: non è vero che chi va
in’analisi è stato molestato; se lo inventa per colpa delle suggestioni del
terapeuta e cose del genere. Ma il senso profondo del ruolo dell’interprete è
connesso alla coscienza: fornire una spiegazione e cioè una generalizzazione del
materiale empirico a disposizione della mente. La coscienza è la consapevolezza
che il cervello sta funzionando per noi.
J. Ledoux, Il Sé sinaptico
Un libro molto specialistico, ma equilibrato sul rapporto genetica-ambiente. Insiste sull’importanza della memoria a breve termine nonché sulle sinapsi.
I geni influenzano il comportamento individuale attraverso molti gradini intermedi e solo a grandi linee. Il nostro sistema cerebrale è molto plastico, cioè viene alterato dall’esperienza e questa struttura è geneticamente plastica. Più l’attività è complessa, meno contano i geni. Inoltre in molti casi: “i geni contribuiscono alla spiegazione della differenza comportamentale tra i gruppi, ma non nei gruppi” (126) Occorre distinguere tra funzioni subcoscienti, che la coscienza conduce sempre fuori dalla consapevolezza dell’individuo e funzioni postcoscienti, che una volta erano al centro dell’attenzione e che poi vanno sullo sfondo. Gran parte delle cose che il cervello fa sono inconsce e ne informa la coscienza ex post.
Sulla questione dei gemelli monozigoti l’autore osserva diverse cose interessanti. Innanzitutto molte connessioni cerebrali si formano nel periodo prenatale. In secondo luogo quanto la vita dei gemelli è diversa? Facilmente due gemelli vivranno in famiglie simili; inoltre neonati identici possono sollecitare risposte simili negli adulti. E poi, quando furono separati? A un mese, un anno, tre anni?
La memoria funziona evolutivamente: le cose importanti (come incontrare un predatore) sono indelebili. Come dice Ledoux: la vita è cambiamento e il cervello serve a registrare proprio questo. Ciò che siamo è immagazzinato nelle nostre sinapsi non solo come contenuto, ma come forma. Nei mammiferi la corteccia frontale serve a controllare il movimento, la cosa più importante, come per noi la coscienza. Il cervello con la nascita del linguaggio subisce una riorganizzazione che è ben più che quantitativa. A che cosa sono dovute le distorsioni mnestiche? Hanno un ruolo evolutivo: cosa occorre ora? La nostra memoria non ripete perché la vita cambia (la NMC ha torto…).
Nota questo errore logico: in un esperimento dei topi fanno certe cose per
ricevere la saccarina (il dolce li appaga). Siccome la saccarina non sfama,
Ledoux ne deduce che ciò che conta non è la pulsione ma l’incentivo. Ma in
natura la saccarina non c’è e il dolce sfama…
Da dove vengono i problemi mentali? Da cellule malfunzionanti o da una struttura
sociale alienante? Perché il Prozac è venduto in decine di milioni di scatole?
Perché gli psicofarmaci sono così diffusi? Geni della depressione che si
moltiplicano? Eppure è ormai noto che i farmaci sono placebo e poco più. Perché
lo stress colpisce praticamente tutti?
“La schizofrenia affligge l’1 per cento circa della popolazione e la depressione
circa il 15 per cento, ma si stima che quasi il 25 pe cento degli adulti soffre
di una qualche manifestazione ansiosa clinica.” (393)
Nel ‘75 il 15% della popolazione americana usava Valium, Xanax o simili.
Tutto ciò è dato addirittura da un unico gene? Nessuna malattia è così semplice.
Allora forse è un complesso di geni. Ma “l’eredità poligenetica dilata
enormemente la maniera in cui l’ambiente può influenzare le predisposizioni
genetiche.” (414). Altro errore logico: siccome oggi la gente rischia ogni
conseguenza per un avventura extraconiugale allora…, e no, quando l’uomo ha
sviluppato questi comportamenti non esisteva la coppia. Dunque le cose non
c’entrano nulla. E' come dire che l’uomo è diventato bipede per potersi meglio
prendere a calci sulle palle. In definitiva: “Le connessioni sinaptiche tengono
insieme il sé nella maggior parte di noi, e per la maggior parte del tempo…Tu
sei ne tue sinapsi. Esse sono chi sei tu.” (450) Le sinapsi come strade di una
città, come parole di un discorso. Ecco uno bravo:
“Seguendo Mead e Harré, Brothers sostiene che “l’autocoscienza ha origine nel
processo dell’esperienza sociale” e che “solo cervelli inseriti in un contesto
sociale sono in grado di generare il tipo di coscienza che implica l’Io”.” (456)
AA VV, Exploring Consciousness
La coscienza non è solo l’analisi del reale, ma anche del possibile, di scenari
alternativi, della creatività. In tutto ciò ha un ruolo centrale la memoria. La
coscienza è un fenomeno fisico, biologico. Giustamente si nota che molto spesso
gli animali riescono o falliscono in base alla loro specifica evoluzione non in
base ad una presunta intelligenza astratta. Nel nostro Io emozione e cognizione
sono strettamente fuse. Questo vale per l’inconscio, per la coscienza, per la
memoria. I geni sono pochissimi rispetto alla complessità del cervello. Il
cervello si evolve sulla base delle esperienze specifiche dell’uomo, è plastico.
Esistono gradi di coscienza? La coscienza è un insieme di capacità ed è connessa
al nostro corpo, al SNC, al sistema ormonale. Etimologicamente parlando,
coscienza significa “sapere assieme con altri”, come il corrispondete greco
sun-eidos.
Delbrück, La materia e la mente
Tema di fondo: come è possibile che dalla materia inanimata si sia originata la
mente? E' un realista ingenuo, così si dichiara. Dimostra che le strutture
cognitive sono anche hardware: la conoscenza è organizzata (come dice Piaget).
Già Kant diceva: con le sensazioni costruiamo l’esperienza e poi la realtà e su
ciò aveva ragione. Accetta Lorenz: ciò che è a priori per l’individuo è a
posteriori per la specie (qui è bravo e si ricollega a darwinismo-lamarckismo:
basta scegliere la strada giusta e i corni inconciliabili diventano un unico
processo: per l’individuo la struttura è a priori, per la specie è a posteriori!
questa è dialettica ragazzi!). Già Kierkegaard disse: “che un uomo faccia la
semplice e profonda affermazione di non poter comprendere come abbia origine la
coscienza - è perfettamente naturale. Ma che un uomo incolli l’occhio a un
microscopio e si metta a osservare, nient’altro che osservare - senza con
questo, essere per altro, in grado di capire come ciò accade - è ridicolo,
soprattutto quando si pretende che sia una cosa seria” (Diario, p 294). Poi ci
fa la storia ab origine. Nel cap. 1 straparla del big bang; nel cap. 2 la vita
(generazione spontanea); nel cap. 3, la specie: con la vita nasce l’evoluzione,
una posizione in qualche modo attiva, una risposta all’ambiente; nel cap. 4,
genoma: significato e struttura del Dna; nel cap. 5, l’evoluzione dell’uomo: gli
antenati e le tappe: prateria, stazione eretta e utensili, mano-cervello; nel
cap. 6, l’evoluzione del cervello: fisicamente dal SNC, proporzione relativa
dell’encefalo e della corteccia; nel cap. 7, la visione: coni e bastoncelli come
hardware necessario alla vita umana; nel cap. 8, la percezione: costanza della
percezione, non “input bruti”, perché le categorie scientifiche “funzionano”?
Perché sono state duramente e lungamente selezionate!; nel cap. 9, cognizione,
si sviluppa da piccini. Nel neonato è presente solo in potenza; le fasi di
Piaget: rapporto con l’oggetto-sviluppo della coscienza-del sé-del rapporto con
gli altri (e dunque del super io). Poi argomenti classici: Gödel, i paradossi di
Russell, la teoria dei quanti, della relatività, il principio di
complementarità. Il linguaggio: sarebbe legato alla caccia in gruppo. Eppure, i
leoni, i lupi e le iene cacciano benissimo e non parlano.
D. Dennett, Contenuto e coscienza
E' incredibile di quanti campi si debba occupare chi studia la coscienza. La
filosofia della mente è la storia dei quattro cantoni: monismo, dualismo,
idealismo, materialismo. Coscienza come intenzionalità: attacco al
comportamentismo. Nota: “Perché ci sia evoluzione, deve esserci conflitto tra
alcune strutture dell’ambiente e le specie che dovranno essere eliminate” (84);
evoluzione tramite contraddizione. Si dilunga sull’evoluzione fisiologica del
cervello. La coscienza è “la caratteristica più rilevante della mente”. Critica
dell’IA. Anche se poi se ne pentì, qui parte dalla “certezza interiore”.
Consapevolezza legata a: oggetto/ intenzionalità/ controllo (e dunque una specie
di feedback per migliorare). Coscienza per “gradi”? Non ha molto senso, come
Gould ci ha insegnato. La critica che fa delle “immagini mentali” non mi vede
del tutto d’accordo, infatti ammette che essa è la rappresentazione di qualcosa,
e per quanto mi riguarda ça suffit! Coscienza come consapevolezza degli stati
della mente? Per Ryle il ragionamento non è un processo interno ma un’attività
sociale e qui Dennett sbaglia alla grande, è ovvio che ragionare è un’attività
sociale, è un prodotto dello sviluppo sociale. Anche l’intenzionalità è sociale.
D. Dennett, Coscienza
“La coscienza umana è praticamente l’ultimo mistero che ancora sopravvive”. Per
noi invece è uno dei pochi già svelato!
Ecco un problema: i funzionalisti dicono: se una macchina fa tutto quello che
fai tu, letteralmente tutto, allora perché negargli la coscienza? Questo sembra
legato alla cosa in sé kantiana: se noi conosciamo tutte le proprietà di una
cosa, la conosciamo, non rimane qualcosa d’altro, “in sé”, inconoscibile.
Sembrerebbe dunque che o cediamo ai funzionalisti o stiamo con Kant. In realtà
il problema è che la macchina non fa per niente quello che facciamo noi. La
similitudine esteriore non significa in nessun modo una vera imitazione. La
fotografia di una montagna non è una montagna. Oggi il dualismo è in disgrazia,
ma non tutti i “materialisti” sanno quello che dicono.
Piccola nota: Dennett
stronca la curva di Laffer (dicendo che non ha nessun fondamento e scoprendosi
per un liberal, almeno). Molto bello questo: “in principio non c’erano ragioni;
c’erano soltanto cause”. Lo scopo principale del cervello è produrre futuro. In
un certo senso è vero (astrarre significa, dato il ruolo della prassi, agire
meglio). L’encefalizzazione si concluse prima che iniziassimo a parlare. Poi
Dennett giunge a un buon punto: una zebra che si abbevera a uno stagno, vede il
leone tra i cespugli, e sa dov’è anche quando distoglie lo sguardo. Ma l’uomo va
oltre: sa cos’è un leone indipendentemente dal luogo e dal tempo. E può dire che
un uomo ha un cuor di leone o I capelli che sembrano una criniera. La sostanza
della sua idea però va fuori strada: la mente come insieme di idee, una macchina
per riprodurre “memi”. In realtà le idee c’entrano ma per un’altra ragione (poi
parte per esempi di IA del tutto irrilevanti)
“migliaia di memi, nella maggior parte trasportati dal linguaggio, ma anche da
“immagini” senza parole e altre strutture di dati, stabiliscono la loro
residenza in un cervello individuale, forgiando le sue credenze e trasformandolo
in una mente” (284)
Nota che Dennett cita saltuariamente Marx. E nota che Leibniz si merita appieno
l’ammirazione del Moro:
“Se immaginiamo una macchina costruita in modo che pensi, senta, percepisca, si
potrà concepire che venga ingrandita conservando le medesime proporzioni, in
modo che vi si possa entrare come in un mulino. Ciò fatto, nel visitarla
internamente non si troverà altro che pezzi, i quali si spingono scambievolmente
e mai alcuna cosa che possa spiegare una percezione” (da Monadologie)
Col che ha risolto i problemi della IA! Nota che Nagel rispose alla famosa
domanda “che cosa si prova ad essere un pipistrello?” con un “non lo possiamo
sapere” (e ciò è in un certo senso vero anche per uomini di altre società).
Conclusione: come il gas è spiegato da “cose” non gassose e i colori da linee di
spettro, così la coscienza è spiegata da processi inconsci.
S. Benzoni , M. Coppola, Nove domande sulla coscienza
Una serie di interviste sui problemi della coscienza. La sintesi finale è che c’è disaccordo su tutto. La prima domanda che si pongono e che cos’è la coscienza. Ci sono autori che dicono che non è ancora possibile rispondere scientificamente; altri che dicono che la risposta è ovvia: gli stati soggettivi esperiti da un soggetto o cose del genere. Non c’è accordo su quali strumenti utilizzare, sul peso del buon senso ecc.
Gli animali hanno coscienza? E gli zombie di Chalmers? E la coscienza è graduata o tutto o niente? Purtroppo la scomparsa della dialettica della scienza fa sentire i suoi frutti, alla fine “ciascun orientamento psicologico definisce il concetto di coscienza a modo suo”. Per i comportamentisti è persino inutile studiarla, ma anche il cognitivismo e le teorie psicodinamiche la relegano a sottoprodotto di altri processi psichici; solo la fenomenologia, definendola come intenzionalità, ne ha conservato un ruolo centrale.
Puntano tutti sul fatto che della coscienza degli altri non si può essere certi.
Ma questo argomento è facilmente smontabile con l’evoluzione: se siamo evoluti
assieme, come possiamo alcuni avere la coscienza e altri no? Allora siccome non
ho mai visto uomini della Nuova Guinea dubito che abbiano piedi, mani, polmoni e
occhi? In realtà si tratta di un sussulto di solipsismo.
La seconda questione è: dove si localizza fisicamente la coscienza? Dennett
osserva correttamente che non si tratta dell’attività di una sottoregione del
cervello ma dell’intero organo. Anche se, c’è da dire, l’esperienza dei pazienti
commisurotomizzati dimostra che anche un singolo emisfero può coltivare la
coscienza. D’altra parte, il fatto che la coscienza deriva dal cervello è fuori
di dubbio, tant’è che un sonnifero ci rende incoscienti agendo sul cervello.
Terzo problema: il libero arbitrio. Che cos’è? Boncinelli dice: i gradi di
libertà con cui un essere vivente risponde all’ambiente. Ed è accettabile.
Infatti la libertà è coscienza delle condizioni materiali e dunque delle
necessità in cui l’essere vivente si trova, ma questo fa sì che la libertà
cresca con lo sviluppo del controllo che l’animale ha sull’ambiente (naturale e
sociale). Il libero arbitrio è dunque un concetto storico, non filosofico. Poi
sempre Boncinelli sostiene che invece il libero arbitrio dipende dalla
spaventosa quantità di sinapsi che abbiamo, il che è riduzionismo. Ma l’uomo è
libero in una determinata circostanza di agire in un modo o nell’altro? O le
circostanze che lo conducono lì dettano la fine? Bisogna partire dalla società:
la società non ha libero arbitrio, questo se mai vale a livello di singolo uomo
nella sua interazione con gli altri. Boncinelli ci dice: “una cosa è descrivere,
un’altra è spiegare. Newton ha forse spiegato la gravità? No, l’ha descritta”.
Ma che differenza c’è tra definizione e spiegazione?. La spiegazione è una
descrizione necessaria e sufficiente delle cause. Qualcosa di sensato viene
dalla metafora del teatro: la coscienza sfrutta tutte le informazioni fornite contestuamente dai sensi e dalla memoria. Sull’utilità evolutiva della coscienza
alcuni scienziati dicono: non serve perché tutte le altre specie ne sono prive.
Ma allora le ali non servono agli uccelli perché ci sono animali che ne fanno a
meno? O il collo delle giraffe, la grandezza delle balene, la proboscide
dell’elefante ecc. La coscienza è indispensabile alla vita dell’uomo. Quanto
alle illusioni dell’IA basti quest’esempio: voi potete costruire un robot-mano
che scrive, ma puotrà comporre un romanzo? Così potrete costruire un cervello
che fa operazioni, ma non ne emergerà una mente. D’altra parte i computer sono
bravi a computare ma pessimi a camminare e in genere a interagire con l’ambiente
fisico e senza questa interazione niente coscienza. Come dice Searl, il computer
simula il pensiero o la digestione, ma non produce nulla di reale.
E. Boncinelli, Il cervello, la mente e l’anima
Da buon fisico parte da una posizione accettabile: “il mondo ci si presenta come un complesso di entità materiali interagenti fra di loro. Di queste entità materiali alcune sono inanimate, altre sono animate.” (7). Così come assai pregevole è questa considerazione: le cose del mondo hanno bisogno di un supporto materiale per esistere. Sulla complessità da ragione a Engels e torto a Gould: la complessità aumenta e si può dire che l’uomo è più complesso di altri animali. Questo non è desumibile dal genoma (alcuni anfibi e alcune piante hanno un genoma anche cento volte più grande del nostro), né dal “successo” riproduttivo, ma dal grado di controllo sull’ambiente. Questa è l’essenza della coscienza.
Il cervello, un numero spaventoso di connessioni sinaptiche, plastiche e
complesse, che connettono i neuroni. L’homunculus somatosensoriale e motorio
(con un peso delle mani e della bocca gigantesco e minuscolo per il resto)
dimostra la nostra evoluzione di homo faber e poi di comunicatore. Vengono poi
descritti il SNC, i neurotrasmettitori. Parlando dell’orecchio Boncinelli
ricorda Lorenz:
“le ciglia che si trovano in una regione della coclea che risuonano alla
frequenza di, poniamo, 1000 oscillazioni al secondo, hanno una costituzione che
permette loro di vibrare in maniera ottimale a quella stessa frequenza. In
questa maniera si ha un accordo prestabilito fra lo stimolo fisico presente in
ogni punto dell’orecchio interno e la massima sensibilità del recettore che lo
deve percepire e trasmettere al cervello. L’accordo si presenta come un a priori
rispetto allo sviluppo e alla crescita di ciascuno di noi, ma è ovviamente a
posteriori rispetto a milioni di anni di interazione fra l’ambiente esterno e il
patrimonio genetico” (117)
Se gli scienziati capissero questo, ogni diatriba ambiente-innatismo
scomparirebbe. Sui sogni e sul sonno si spiega che la fase REM è massima nei
primi ani di vita a dimostrazione che i sogni servono per imparare. Ma imparare
che cosa? La matematica? O l’interazione con gli altri?
Discutendo di come il cervello immagazzina le informazioni si spiega che gli
esperimenti hanno dimostrato che le categorie con cui il cervello opera non sono
“aristoteliche”, ma fuzzy, con un centro delineato e poi appartenenze sempre più
sfumate. Ma il punto centrale è questo: ogni neurone ha in media 10.000 sinapsi,
apprendere significa associare, relazionare. E a questo punto la coscienza è
spiegata così:
“E' la memoria a breve termine che ci permette di avere una coscienza, la quale
altro non è che la gestione momentanea e integrata delle nostre percezioni del
momento e dei nostri ricordi, cioè della nostra realtà.” (205)
Apprendere significa generalizzare il fatto e mandarlo a memoria. I metodi sono:
abituazione, sensibilizzazione, condizionamento classico o pavloviano in cui c’è
uno stimolo condizionato (la campanella) e uno stimolo incondizionato (la pappa
del cane) che producono una risposta incondizionata (la saliva) che diviene
condizionata; e condizionamento operante (l’animale capisce spingendo leve
ecc.). Fisicamente parlando sappiamo oggi, grazie agli studi di Kandel, che “il
consolidamento dei ricordi non può passare che per una modificazione dei
circuiti nervosi stessi”.
Parlando della teoria della mente, Boncinelli parte con il concetto di
rappresentazione (e questo è corretto) e poi descrive i diversi approcci
(comportamentismo, cognitivismo, ecc.). Spiega che il cervello non procede solo
dal basso all’alto ma anche con rappresentazioni generali che influenzano gli
elementi singoli. Parlando della teoria della logica, spiega che il cervello
umano non è un pc e funziona con rules of thumbes abbastanza grezze ma efficaci.
D’altra parte la teoria della gestalt ci ha insegnato quanto facilmente i nostri
sensi possano essere ingannati. Il punto è che “noi siamo di necessità cercatori
di senso e produttori di significato”. Se non si colloca un’informazione in un
contesto di significato non ha alcun ruolo.
In tutto ciò vi è la comunicazione, essenza stessa del legame tra uomini. E si
spiega:
“Possiamo definire la coscienza come la consapevolezza della situazione attuale
del mondo circostante, dei contenuti della nostra memoria operativa e di quanto
è stato richiamato al momento dalla nostra propria memoria a lungo termine.”
(268)
Si parla poi dei due emisferi (dominanza, lateralizzazione, split brain, ecc.) e
del rapporto coscienza-linguaggio. Il tempo interno non corrisponde a quello
esterno. La coscienza pone a unità le sensazioni, ma ciò avviene anche negli
animali se no non sopravviverebbero. Dunque non è questa l’esclusiva. Gli uomini
si comunicano di tutto, compreso il nulla.
K. Wider, The Bodily Nature of Consciousness
La coscienza è coscienza del corpo.
M. Johnson, The body in the mind
Da dove viene l’immaginazione? E' compatibile col materialismo? Il corpo è nella
mente e viceversa. Si parla sempre di Descartes, Kant, Frege.
S. Rose, Il cervello e la coscienza
“Una cosa che mi è apparsa subito chiara era che, per compiere uno studio
adeguato dei meccanismi cerebrali, era necessaria la compartecipazione
dell’anatomista, del biochimico, del fisiologo, dello psicologo comportamentista
oltre che degli specialisti di molte altre discipline biologiche” (8)
Quello che il pur bravo Rose non sospetta è che serva anche lo storico! Come
notò Searle una volta l’uomo usa la tecnologia dominante come metafora per il
cervello, e con ciò viene confermata, aggiungiamo, non solo la teoria
dell’alienazione, ma anche la teoria della coscienza come prodotto dell’attività
economica dell’uomo. In questo senso le metafore sono giuste: la coscienza è
come un computer e come un orologio, il risultato dello sviluppo economico.
Segue analisi anatomo-fisiologica del cervello: neuroni, assoni, sinapsi ecc.
Nota: il famoso “omuncolo motorio” dimostra la teoria di Engels: il cervello è
il prodotto di mano-lavoro-linguaggio!
Le tecniche riduzionistiche non riescono a spiegare neanche il funzionamento del
cervello, figurarsi della mente! Anche tutte le faccende delle “funzioni” di una
zona: ora si è capita la plasticità. Connessione sviluppo
cervello-apprendimento, struttura-conoscenza.
“Quello che io sto sostenendo è che gli uomini possiedono una caratteristica, la
‘coscienza’, come l’abbiamo qui definita, in una misura molto più grande che non
le altre specie. Questa coscienza ha fatto la sua comparsa come una inevitabile
conseguenza di una particolare strategia evolutiva” (165)
Ok, ma it isn’t enough, coscienza=salto qualitativo nell’evoluzione.
“Nella discussione sulla condizione umana, le spiegazioni biologiche devono
essere considerate come subordinate gerarchicamente a quelle sociologiche” (ivi)
Gli stadi che Piaget ha scoperto nello sviluppo intellettuale del bambino,
ricapitolano lo sviluppo umano? Il conflitto paradigmatico tra “olisti” e
riduzionisti attraversa tutta la scienza, la filosofia, l’epistemologia. I
behavioristi sono una reazione al soggettivismo e all’introspezionismo del XIX
secolo, ma sono un rimedio peggiore del male! Rose nota contro Skinner (il capo
dei riduzionisti, non di Molder e Scully): “la cultura è il prodotto della
competizione tra classi e gruppi in seno alla società”. Anche Lorenz è un bravo
ragazzo, ma estrapola oscenamente; i comportamentisti dicono: rifate la terra o
moriremo; gli etologi dicono: è la fine, l’aggressività ci spazzerà via.
“L’enorme importanza dell’evoluzione sociale e del continuo sviluppo dell’homo
sapiens dalla sua condizione primordiale di ‘scimmia pelosa’ è liquidata da
questi pseudoprofeti, anche se questo è l’unico fatto importante che riguardi
l’uomo e la sua società” (319)
Sono dei reazionari incalliti, dice Rose. Altri tipi di pazzi: meccanicisti
(IA), mistici (Eccles).
“La scienza, io credo, può e deve essere usata al servizio delle persone. Il suo
impiego contro le persone è un riflesso del suo ruolo all’interno di un
particolare ordine sociale” (332)
Poi si fa pessimista e in pratica dice che la borghesia controlla la classe
operaia con il Tavor.
AA VV, La terza cultura
Nota: Dozbhanski e Vygotsky hanno già detto il 99% di quanto serve su Darwin e
il marxismo.
Teorie della mente: lotta tra cognitivisti, teorici dell’intelligenza
artificiale e altri:
-Minsky: cervello=computer;
-Schank: informazione=sorpresa (e le AR?), il linguaggio conta per la semantica
più che per la sintassi. “Ci si chiede spesso attraverso quali esperienze deve
passare una macchina per poter imparare. Le stesse dell’uomo.” (154), ovvero la
riduzione delle forze produttive tramite il lavoro e la conoscenza (nota che
questo tizio e Chomsky si odiano e si combattono da trent’anni);
- Dennett: con lo sviluppo della tecnologia si sviluppano le metafore per la
filosofia…Cartesio aveva l’orologio, ora i computer. Hanno problemi a capire la
coscienza perché la vedono come una qualità individuale. E dicono: c’è un
homunculus da qualche parte, come si fa?! La coscienza è il risultato dello
sviluppo sociale!;
- Secondo Penrose ci sono quattro posizioni:
i) l’IA simula tranquillamente la coscienza (Dennett)
ii) per quanto i computer simulino il cervello, non potranno mai avere attributi
mentali simili (Searle)
iii) il calcolatore non può simulare l’attività cosciente (Penrose)
iv) la sfera mentale non è conoscibile scientificamente;
- Pinker : “In una prima approssimazione, la coscienza può essere definita in
questo modo: informazione accessibile a un processore d’informazione in contatto
con l’ambiente circostante e che, negli esseri umani, può interfacciarsi con
l’apparato verbale” (174). Se questa non è alienazione!; finché questa gente non
collegherà la psicologia alla storia, non verrà a capo di nulla;
- Humphrey: “Come si fa ad affermare davanti a un coniglio che soffre, o a un
neonato che piange, che questi esseri sono privi di coscienza?” (180). Ma che
c’entra? Coscienza significa capacità di modificare consapevolmente il mondo!
Questo tizio è un behaviorista accetta dunque il significato adattivo della
coscienza ma lì si ferma;
- Varela: autopoiesi, nessun dio ha fatto emergere la coscienza, il sé. Da dove
viene? retroazione evolutiva “L’io è tale perché interagisce, e al di fuori di
questa relazione non sussiste, in quanto non ha un luogo in cui lo si possa
trovare” (194) e per dire ciò questo è diventato buddista…, per lui buttare a
mare il riduzionismo di chi dice: applichiamo la meccanica quantistica al
cervello, significa buttare “l’ingombrante zavorra del materialismo”;
- Pinker: il linguaggio è un istinto. Accettabile sub specie di Lorenz-Piaget!,
solo in senso evoluzionistico è innato;
- Penrose: con Gödel abbiamo capito che “se si crede alla verità delle regole
che si stanno usando, si è obbligati anche a credere nella proposizione la cui
verità si trova oltre quella regola” (214), intelligentemente nota che il caso a
livello quantistico non esiste, la probabilità compare col salto al livello
macro; critica: Penrose è un sofista, mette l’uomo al centro dell’universo, e
dice che la nuova fisica spiegherà il cervello.
Hebb, Mente e pensiero
E' un monista ma non idiota! Capire cos’è il pensiero. Per Hebb il dualismo è
“un grave ostacolo per un approccio scientifico alla comprensione dell’uomo” e
“l’alternativa è il monismo, la concezione secondo la quale mente e materia non
differiscono fondamentalmente ma sono piuttosto forme diverse della stessa
sostanza” (28). L’inconscio è nato col conscio (“solo gli esseri coscienti
possono essere inconsci” dice Scriven), coscienza e lato “oscuro” sono nati
insieme, come polarità del processo di sviluppo psichico. L’idea del sé è
necessariamente legata all’idea dell’altro perché noi viviamo in società. I
trucchetti gestaltici, che secondo alcuni dimostrano che la realtà non esiste o
è comunque legata all’uomo, fanno ridere. L’illusione ottica è legata a come
sono fatti gli organi di senso, non al piano ontologico. Dove vi è apprendimento
vi è coscienza? Diciamo apprendimento astraente. Nota giustamente Hebb: anche
gli idealisti soggettivi sono monisti…tutto non è materia o è non materia! E
alla fine attacca l’indeterminismo di Popper.
G. Gava, Scienza e filosofia della coscienza
Eccellente riassunto di tutte le principali posizioni filosofiche e
neurofisiologiche sul problema della coscienza. Il problema della coscienza è
parte di quello mente-corpo. Ippocrate aveva già capito il ruolo del cervello e
Aristotele dice: no! Il cuore è la “ventola” del sangue…e venti secoli di
infausta scienza normale… Ippocrate: “il cervello è l’interprete della
coscienza”.
L’idea delle due menti (una per ogni emisfero) di Sperry ha una utilità
nell’analisi delle funzioni del cervello, non certo per spiegare la coscienza
(più di quanto le due mani spieghino lo scrivere). Molti legano giustamente
l’emergere della coscienza all’evoluzione umana, ma non riescono a capire cosa
utilizzare. Pribram: “la coscienza è una proprietà con cui gli organismi
conseguono un rapporto particolare con il loro ambiente”; Changeux: è un
“sistema di regolazione globale che poggia sugli oggetti mentali e i loro
calcoli”. “Secondo Edelman, solo l’homo sapiens possiederebbe un vero linguaggio
e di conseguenza anche una coscienza superiore” (58). La sua teoria sui gruppi
neuronali e la loro evoluzione è molto interessante per capire l’evoluzione
fisiologica. By the way è un feroce antidealista, un forte realista. Oltre ai
neuroscienziati ci sono gli studiosi del comportamento animale che spesso sono
meccanicisti alla T. Huxley (ovvero epifenomenisti, come li chiama). Nota che il
Vaticano ha fatto un congresso mondiale sulla coscienza nel 1964.
Occorre osservare che Kant, Chomsky e Marx sono d’accordo su una cosa, solo
l’uomo è cosciente. Poi vengono i teorici dell’IA (da Turing a oggi). Una cosa è
ormai chiara: il riduzionismo è un cadavere puzzolente. Secondo i behavioristi
la coscienza non esiste. Ma Vygotsky aveva già capito che “pensiero e linguaggio
che riflettono la realtà in modo diverso dalla percezione, sono la chiave per
comprendere la natura della coscienza umana” (85). La coscienza è un’eco, è “il
riflesso dei riflessi”. Crook: la coscienza viene dallo sviluppo umano, la
consapevolezza sorge dai bisogni dell’organismo, “nessun uomo è un’isola” (Donne
J), dalla caccia all’intelligenza. Humphrey: dalla coscienza viene un nuovo
cervello. La coscienza non può essere privata, è una caratteristica di specie. E
ora i filosofi: il dualismo cartesiano; Locke: lo spirito elabora le sensazioni
(le chiama riflessioni), nihil est in intellectu ecc.; Berkeley: esse est
percipi; Hume: “qualcosa di sconosciuto che diviene”; Kant: la ding an sich,
noumeno ecc; Mach: capisce che la coscienza “si radica nella riproduzione”;
Popper si richiama a Darwin e dice “la coscienza e più in genere i processi
mentali sono da considerarsi (…) il prodotto dell’evoluzione per selezione
naturale”. Popper è il solito miscuglio di intuizioni geniali e assurdità da
somaro. Ma sulla mente e il ruolo di essa nell’evoluzione is right. Anche i più
idioti accettano il rapporto tra società e linguaggio, la coscienza però no…;
Feigl: realista ma riduzionista (un ramo dell’empirismo logico); Armstrong:
materialista. Divide i vari tipi di coscienza: vari livelli di consapevolezza e
intenzionalità.
La teoria dell’identità ha sempre più peso: dopo Feigl, Place e Smart, Armstrong
e poi Putnam, Rorty e Feyerabend. Purtroppo molti sono riduzionisti. Nagel T.
utilizza i due emisferi per sconnettere coscienza e linguaggio…sarebbe come dire
che la rana di Galvani dimostra che anche gli animali morti…si muovono.
Tran Duc Thao è il “marxista” della faccenda (in ogni controversia scientifica
di questo secolo c’è spazio per “il marxista” che spesso è il peggiore dei
partecipanti, un po’ come lo scemo del villaggio. Ma a volte invece è in gamba).
La coscienza deriva dal lavoro di gruppo degli animali, così nascono le
intenzionalità del soggetto sull’oggetto, il linguaggio e la coscienza.
P. M. Churchland (il marito): realismo+Kuhn=fatti densi di teoria e dunque anche
la conoscenza percettiva è teorica, la percezione prevede già un’utilizzazione
delle strutture umane della natura. Da un punto di vista evoluzionistico il
cervello conosce prima il mondo esterno e poi se stesso: no!, appena conosce
conosce. P. S. Churchland (la moglie): materialista, simile al marito.
Gava conclude così: la teoria dell’identità è la peggiore possibile…tolte tutte
le altre. Il termine coscienza identifica mille cose: coscienza nel senso comune
(ho la coscienza pulita), religione (coscienza divina), etica, psicologia,
filosofia, medicina. La cosa è così confusa che Gava propone di abolire il
termine.
Oatley Percezione e rappresentazione
Dice ok: dato che il nostro cervello è “più bravo” dei nostri sensi, non
potremmo dire in un certo senso che le idee sono più reali delle sensazioni,
ovvero la riproduzione è meglio della riflessione? Molto profondo.
“Ciò che vediamo effettivamente è l’interpretazione di quanto accade nel mondo”
(11)
La mente ha una base fisica: il cervello. Come studiare il cervello: anatomia,
biofisica, neurofisiologia, psicologia, psicologia fisiologica, etologia (e noi
aggiungiamo: storia). Domanda: è utile studiare le lesioni del cervello per
capire la mente o è la solita ape nel bicchiere? Ha una sua utilità. Teorie sul
funzionamento del cervello:
- teoria dei riflessi: stimolo-risposta (da Descartes a vari moderni, Pavlov,
Skinner ecc., pur nelle loro differenze). Noi diciamo: avete dimostrato che i
neuroni non sono unità di classificazione, la percezione non è un processo di
classificazione;
- proprietà emergenti (abbastanza dialettico ma tendente al mistico: feedback,
sistemi di inter-retroazione, loop); “la prestazione umana è caratterizzata da
uno sforzo creativo e flessibile per dare un significato al mondo” (181), niente
meccanicismo (“inferenza inconscia” diceva già Helmholtz). Come opera
concretamente la percezione? Linee, induzione, fantasia, olismo, indizi,
contesto, esperienza, attese.
“Una teoria è più o meno adeguata agli scopi che lo scienziato ha in mente. Si
tratta essenzialmente di una rappresentazione schematica della conoscenza che
rielabora in un modo particolare alcune osservazioni e ne rifiuta altre come
irrilevanti. E' un’astrazione che ci permette di trarre delle deduzioni e di
comprendere certi aspetti dell’universo nella prospettiva delle finalità che
perseguiamo…” (259)
Tutto molto bello ma troppo comodo.
G. Edelman Il presente ricordato
E' un grande, un empirista nel senso migliore del termine, o quasi. Come emerge
la coscienza dal funzionamento neuronale? non ci siamo! Con la biologia non si
può spiegare la coscienza più di quanto l’acustica spieghi il contenuto di un
discorso.
Difficile definire la coscienza, “è una forma di consapevolezza ed è quindi un
processo, non una cosa” (23), perfetto, ma poi dice che essa “è personale” e
no!, è connessa con la decisione e l’intenzionalità (sì ma soprattutto con la
conoscenza astratta). E' giusta l’idea di “una teoria adeguata della coscienza
fondata sulla struttura e sul funzionamento del cervello” e per giunta
evoluzionistica, ma tutto ciò è ancora il risultato di qualcosa che rimane nel
buio. Accettiamo solo che la coscienza è il prodotto dell’evoluzione. La
coscienza dipende dall’organizzazione del cervello? Come la scrittura dalla
mano! Ma Edelman è un bravo ragazzo e tra le funzioni adattive della coscienza
ci piazza: “aiuta ad astrarre, organizzare ed evidenziare mutamenti complessi
nell’ambiente”, “consente di prevedere eventi con grande anticipo” “è necessaria
per la comunicazione linguistica” (p. 120). I concetti precedono il linguaggio?
Sì, come il lampo il tuono.
“la coscienza è un risultato di una memoria ricorsivamente comparativa in cui
precedenti categorizzazioni di sé e non sé vengono riferite continuamente a
categorizzazioni percettuali in corso e alla loro successione a breve termine,
prima che tali categorizzazioni siano diventate parte di tale memoria” (191)
Nota che parla di “libertà dal presente”.
“La teoria della selezione dei gruppi neuronali estesa afferma che la coscienza
ebbe origine come una conseguenza evoluzionistica di certe morfologie e, infine,
nelle sue forme superiori, di certe organizzazioni sociali” (294), bravo!
Pianificare significa migliorare l’adattamento. Lo capisce un medico, lo negano
gli economisti. Nella conclusione “filosofica” attacca il riduzionismo: “la
sequenza è materia->evoluzione->vertebrati->coscienza
primaria->uomo->comunicazione sociale e linguaggio->scienza” (301).
Piccola nota di costume: i propugnatori del libero arbitrio in filosofia, quando
arrivano all’economia diventano tutti laplaciani di ferro! Qui è la legge del
mercato che domina, l’uomo è un pupazzo in mano alla mano invisibile.
“Io ho assunto la posizione che tutto ciò che segue da leggi fisiche è
indipendente dalla coscienza e ho concluso che il fenomeno della coscienza è il
risultato di un particolare ordine della materia animata sorto da un tempo
relativamente breve nell’evoluzione” (318)
10 e lode!
I. Rosenfield, L’invenzione della memoria
E' contro la localizzazione, per un approccio olistico. Vari esempi di malattie
e particolari funzioni cerebrali: c’è chi non riconosce le lettere, chi sa
leggere ma non scrivere (uno dei due carabinieri!), chi fa sesso con una ma non
riconosce la moglie ecc. Citazione del grande Vygotsky:
“Tutte le scuole e tendenze psicologiche trascurano il punto cardine che ogni
pensiero è una generalizzazione; e studiano tutte parola e significato senza
alcun riferimento allo sviluppo”
Contro i riduzionisti Rosenfield dice “categorizzazione non localizzazione”.
Churchland P. S., Neurophilosophy
Un filosofo alle prese con le neuroscienze. Cerca una teoria unificata del
comportamento del cervello e della mente, la soluzione finale al problema
corpo-mente.
“A characterization of the nature of representations is fundamental to answering
how it is that we can see or intercept a target or solve a problem” (9)
Poi si parte dal sistema nervoso, dai neuroni, dalla neuroanatomia, la
localizzazione delle prime aree (Broca ecc.), la lateralizzazione. Nella seconda
parte si discute di filosofia della scienza (tenta una storia della filosofia
della scienza che è francamente ridicola). Si discute di riduzionismo e parla
“in favor of embracing an ideology of co-evolutionary development”;
“it is an illusion to suppose that experimental research can be completely
innocent of theoretical assumptions” (405)
“In the most general terms, we are looking for a description of the processes
intervening between the input and the output” (410)
Poi se ne parte con una teoria fisicalista sul cervelletto come tensore
spazio-temporale ecc. Il punto è che non ha capito nulla filosoficamente e le
neuroscienze non le chiariranno il problema!
Churchland P. M., Matter and Consciousness
Questo, almeno per il titolo, andava letto. E' un riassunto delle varie teorie.
In realtà il corrispondente lavoro di Gava è molto migliore. Però ha molte più
parti originali. Qual è la natura dell’intelligenza cosciente? Si parte dal
problema ontologico: il problema corpo-mente, con le sue varie soluzioni:
dualismo ecc. Il problema è che difende ed attacca il dualismo con le
argomentazioni più deboli e secondarie. Per esempio, i materialisti
attaccherebbero il dualismo perché è ‘meno semplice’ del materialismo… Lo stesso
contro le altre teorie. Per esempio sul materialismo dell’identità dice che è
contro l’introspezione. Abbiamo poi: comportamentismo, funzionalismo,
materialismo eliminativo. Affronta quindi il problema semantico e di nuovo le
varie soluzioni proposte. Si parla poi del problema epistemologico (esistenza di
altre menti), del problema metodologico (idealismo e fenomenologia. Si chiude
infine con l’IA, le neuroscienze e la neurobiologia. La sua idea finale è: se ha
ragione il materialismo, la psicologia deve fondersi e alla fine sciogliersi
nelle neuroscienze (per me vale proprio il contrario!)
J. Jaynes, L’origine della coscienza e il crollo della mente bicamerale
E' il classico libro minestrone di Adelphi. Questo tizio tira fuori molte tesi
interessanti ma fa anche degli errori stratosferici. Parte con il distruggere
tutte le altre teorie (classico di questi libri minestrone): coscienza come:
proprietà della materia, proprietà del protoplasma, apprendimento, imposizione
metafisica. Il riconoscimento della discontinuità tra le scimmie e l’uomo, si
noti, ha indotto molti scienziati a tornare alla metafisica; abbiamo poi:
evoluzione emergente, behaviorismo (non esiste la coscienza!), coscienza come
sistema reticolare attivante.
“La coscienza è una parte della nostra vita mentale molto più piccola di quanto
abbiamo coscienza, perché non possiamo essere coscienti di ciò di cui non siamo
coscienti” (40)
Buona notte. Ma Jaynes va avanti: facciamo un sacco di cose senza coscienza (lui
per esempio scrive un mare di baggianate). La cosa più ridicola è quella del
pianista: non sarebbe cosciente del dito sul pianoforte! Ma lo è del fatto che
sta suonando. Il motivo per cui il pianista si “scorda” del singolo tasto è che
ha introiettato tutto ciò! Tutti i gesti quotidiani li facciamo senza pensare,
perché li facciamo così tante volte che diventano automatici. La coscienza può e
deve occuparsi d’altro. Se si mette uno che non ha mai suonato di fronte a un
pianoforte, suona inconsciamente? Jaynes attacca anche il rapporto tra coscienza
e generalizzazione dicendo che nessuno ha mai visto un albero ma solo
quell’albero ecc. In realtà questo è ovvio e inutile. Se l’uomo non avesse la
coscienza, e non potesse dunque astrarre, una frase del tipo “i professori di
filosofia dovrebbero andare a zappare la terra per tornare in questo mondo”, non
potrebbe essere compresa da nessuno, perché parla in generale. Si può parlare o
ragionare senza coscienza? A cosa servirebbe? Se i cani quando si incontrano si
annusano e si guardano, magari scodinzolando, è perché tutto quello che hanno da
comunicarsi possono farlo così. Se questo significa “parlare” allora la
coscienza certo non serve. Il vicolo cieco in cui il poveretto si mette si
rivela da una serie di altre idee che caccia fuori, spesso corrette: “il
linguaggio è un organo di percezione, e non semplicemente un mezzo di
comunicazione” (72). Giustamente lega i concetti astratti alla metafora, ma non
si chiede se la coscienza c’entra qualcosa!
La sua teoria è che ai tempi dei personaggi dell’Iliade non c’era ancora la coscienza, che dunque avrebbe appena qualche migliaio di anni, infatti i personaggi dell’Iliade “non hanno momenti in cui si fermano a riflettere sul da farsi. Non hanno come noi una mente cosciente, e certamente non hanno la facoltà di introspezione” (98); non si sa se Jaynes è peggiore come filosofo o come critico letterario! Secondo questa cima l’uomo potette divenire pastore e agricoltore senza coscienza. L’idea è che “la mente bicamerale è una forma di controllo sociale ed è per la precisione quella forma di controllo sociale che consentì all’umanità di passare dai piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori alle grandi comunità agricole” (159). In ciò vi è molto di interessante. La coscienza come prodotto della nascita delle classi sociali è un errore, ma l’idea di fondo è buona. Il controllo sociale è senz’altro connesso allo sviluppo della coscienza (di classe). Non solo, ma si può anche ipotizzare che il super-io psicoanalitico si sviluppi con la nascita dello Stato.
Tuttavia
l’errore di Jaynes è di tempi! La coscienza non poteva svilupparsi in tempi così
brevi. Sarebbe come dire che l’uomo è bipede da diecimila anni! Buono: “ogni
nuovo stadio lessicale creò letteralmente nuove percezioni e attenzioni” (166),
e giustamente connette la nascita di dio al controllo sociale. Nel 7000 a.C. si
diffonde l’agricoltura, nasce la lotta di classe “gli dei come padroni”, dice.
E' vero che prima dell’avvento dell’agricoltura (ovvero per il 90-95% della
storia dell’homo sapiens sapiens) non c’erano le classi e dunque c’era una
indistinta coscienza sociale. Solo dopo è venuta una “vera” coscienza, quella di
classe, ma esagera “la coscienza è essenzialmente un ritrovato culturale”.
Epilogo: la religione crolla con la civiltà. La scienza è come la religione,
Marx ed Engels sono i continuatori del materialismo “medico”, la lotta di classe
è una superstizione:
“benché l’etnicismo, il nazionalismo e il sindacalismo, questi contrassegni di
identità collettiva dell’uomo moderno, abbiano rivelato già da molto tempo il
carattere mitico della lotta di classe, il marxismo riesce però sempre a formare
eserciti di milioni di uomini per erigere gli Stati più autoritari che il mondo
abbia mai veduto” (525)
Come insegnava il compagno Hitler. Oltre al marxismo le religioni moderne sono:
psicoanalisi e behaviorismo. Lui invece sì che è uno scienziato. Marx aveva
ragione a parlare di lotta di classe in Francia nel ‘48 ma aveva torto a
generalizzare!
J. Searle, Mente cervello intelligenza
I fenomeni mentali sono causati da processi che avvengono nel cervello. I
pensieri non sono eterei, sono un processo anche fisico. Attacco ai paradossi
della IA (Simon ecc.), per loro esistono già macchine che pensano. Riprodurre
non è ancora capire, in un computer! Anche se storicamente accadde questo.
Giustamente Searle non lega la sua confutazione allo stato della tecnologia
informatica ma alla natura della coscienza e della conoscenza. Le menti hanno
contenuti semantici. Gli uomini non seguono regole come una cpu, per via della
coscienza, delle astrazioni e dei contenuti semantici:
“Il calcolatore è probabilmente una metafora per il cervello non migliore e non
peggiore delle precedenti metafore meccaniche” (47)
Le azioni umane sono composte da una parte mentale, intenzione, e una parte
fisica. Perché il riduzionismo nelle scienze sociali non funziona?; si chiede,
dipende dal ruolo della mente. Possiamo spiegare il dolore con le modificazioni
neurofisiologiche che esso comporta? No, poi cade nello psicologismo: “le
scienze sociali in generale riguardano diversi aspetti dell’intenzionalità”,
però “l’economia non può essere libera dalla storia o dal contesto” (72) e anche
“l’economia come scienza presuppone certi fatti storici riguardo a fonti e
società che non sono di per sé parti dell’economia” (ivi), la differenza tra
scienze naturali e sociali dipende “dal carattere intrinsecamente mentale dei
fenomeni sociali e psicologici” (73). Spiega che l’indeterminismo quantistico
“non fornisce assolutamente nessun sostegno a nessuna teoria del libero
arbitrio” (76). L’evoluzione ci ha fornito un grado di libertà, anche Laplace
aveva torto.
R. Penrose, La mente nuova dell’imperatore
Penrose è un grande fisico ed anche un realista oggettivo.
“L’informazione in ingresso nel cervello è formata da segnali visivi, uditivi,
tattili e di altro genere, che innanzitutto vengono registrati nel cervello e
nelle porzioni primarie (soprattutto) dei lobi posteriori…I segnali in uscita
dal cervello sono trasmessi principalmente da porzioni primarie dei lobi
frontali e hanno come effetto l’attivazione di movimenti del corpo. Fra
l’ingresso e l’uscita ha luogo una qualche sorta di elaborazione” (480)
I sostenitori della IA dicono: aumenta la complessità e arriva la consapevolezza
(e Hegel sarebbe perfino contento), ma “aumenta” che significa? Velocità, numero
di chip?; (sulla coscienza) “è sorprendente che ci sia così poco accordo su un
fenomeno di così ovvia importanza” (483), per il famoso cardiochirurgo Penfield
“la coscienza è una manifestazione dell’attività della parte superiore del
tronco encefalico, ma poiché in aggiunta ci dev’essere anche qualcosa di cui
essere coscienti, non è in gioco solo il tronco encefalico ma anche qualche
regione della corteccia cerebrale che in quel momento è in comunicazione con la
parte superiore del tronco encefalico e la cui attività rappresenta il
soggetto…o l’oggetto di tale coscienza” (484). Sulla questione del “che diritto
abbiamo a ritenerci gli unici coscienti” diciamo: dipende dalla riduzione del
tempo di lavoro necessario, non da una origine speciale. Tutti studiano la sede
della coscienza (l’ippocampo, la corteccia, il cervelletto ecc.), e non la
natura della coscienza, come anche per la teoria del valore. Per Penrose una
caratteristica del pensiero cosciente è la sua singolarità! Antidialettico!, lo
è parimenti il suo essere parte di una totalità organica! Coscienza significa
coscienza di qualcosa. E' un fatto di gradi? Sì e no! La coscienza è sorta
dall’evoluzione. C’è un comportamento caratteristico della coscienza? Sì, la
conoscenza astratta.
La coscienza parte da un vantaggio selettivo? Perché ci si “immedesima” nelle
prede? Ridicolo. Gli squali sono eccellenti predatori da milioni e milioni di
generazioni e non si immedesimano in un bel niente. “Che cosa possiamo fare col
pensiero cosciente che non si possa fare in modo inconscio?” chiede, e la nostra
risposta è: costruire strumenti, pensare astrattamente, sviluppare le forze
produttive. La coscienza non è del cervello ma della mente, non è della natura
ma già della società umana. “Forse, in qualche modo, la nostra coscienza dipende
dalla nostra eredità e dai miliardi di anni di evoluzione reale che abbiamo
dietro le spalle” (526), forse?!; Marx ed Engels avevano già risolto la faccenda
nel 1845! Cos’è il lampo dell’intuizione con cui gli scienziati squarciano il
velo dell’oscurità? (ce ne sono esempi infiniti. Marx che si mette a cantare al
British Museum, Poincaré che sale sul tram, ecc. Come dice Kosko, quando
rimugini abbastanza un’idea, alla fine salta fuori) E' l’arrivo dell’idea, del
pensiero astratto, la riproduzione del reale!, è come la pasta che bolle! I
delfini sono coscienti? No, perché non hanno le mani! Non per deficienze del
cervello, che forse è in potenza migliore di quello dei primati. “(la coscienza)
è il fenomeno grazie al quale si conosce l’esistenza stessa dell’universo” (565)
N. Wiener, Cibernetica
tecnica delle comunicazioni->congegni che imitano come l’uomo fa circolare le
informazioni. “Ciò che distingue l’uomo dagli altri animali in un modo che non
lascia ombra di dubbio è l’attributo delle parole” (16), e i pappagalli?, ma
Wiener intende il linguaggio. Per molte popolazioni il linguaggio è magico, un
attributo da dare agli stregoni, come i sogni e la coscienza, che chiamano
anima!
L. Mecacci, Cervello e storia
Sulla differenza tra mente e transistor:
“Il risultato del funzionamento del cervello è la coscienza. La macchina
cibernetica non ha e mai produrrà la coscienza.” (85)
E senza coscienza non si può parlare di razionalità. La teoria della selezione
si basa sul fatto che l’animale è in equilibrio precario con l’ambiente.
L’ambiente seleziona una quota di esseri, quella quota che meglio risponde al
disequilibrio in cui vive. L’uomo affronta questo disequilibrio in modo
cosciente, almeno così dovrebbe. Ecco il legame tra pianificazione e materia
cosciente.
Il ruolo del linguaggio è fondamentalmente comportamentale, esso serve per lo
sviluppo delle funzioni sociali dell’individuo, il linguaggio non serve solo a
comunicare quanto a regolare il comportamento. Vygotskij spiega che la coscienza
non è una qualità indefinita, ma un’organizzazione attiva delle funzioni
psichiche dell’uomo.
Johnson-Laird, Modelli mentali
Un cognitivista di livello. Punto centrale: gli esseri umani si costruiscono
modelli mentali del mondo, utilizzando processi mentali silenti. C’è un sistema
logico dentro di noi che lo permette. Gli uomini come processori di
informazioni. Per capire un fenomeno bisogna possederne un modello operativo
(detto così è orribile ma ha senso: la riproduzione interna che si basa su
quella esterna, le cose che diventano per noi ecc.). Siamo tutti macchine di
Turing, viva il funzionalismo:
“ogni futura teoria della mente sarà totalmente esprimibile in termini
computazionali. Il computer è l’ultima metafora; è necessario non venga mai
soppiantata.” (47)
Non solo la presunzione che la propria teoria è giusta e basta, ma anche che la
metafora sarà l’ultima! Vergognoso. E tutto ciò, neanche a dirlo, è dimostrato
con l’uso di funzioni matematiche. Dalla logica della mente si arriva alla
semantica (dando un valore di verità o falsità alle asserzioni), peggio dei
neopositivisti più ottusi! L’autore però dice: abbandoniamo il modello della
logica interna, si può ragionare anche senza logica. Per questo tizio le tavole
di verità sostituiscono lo studio del cervello e anche della mente. Sillogismi,
deduzioni, i diagrammi di Venn, nulla che riguardi lo sviluppo reale della
nostra mente. Esistono vari tipi di rappresentazioni mentali. Secondo Locke,
l’uomo, con la sua inventiva, astrae dai singoli casi e crea le asserzioni e i
concetti universali. Ma come ha dimostrato Vygotsky il pensiero astratto è
necessario all’uomo, è uno strumento fornitogli da millenni di evoluzione;
“in natura non vi è rappresentazione senza evoluzione, e forse non c’è
evoluzione oltre un certo limite senza la capacità di rappresentare il mondo”
(590)
Vecchio adagio: What is mind? No Matter. What is matter? Never mind. Non è
bastata la crescita del cervello a far spuntare la coscienza.
- la mente utilizza diversi livelli di organizzazione
- i processi mentali di elaborazione, a qualsiasi livello si svolgano, tengono
conto del contesto
- i processi di elaborazione sono interattivi.
“La coscienza è l’unico problema che rimane irrisolto per la dottrina del
funzionalismo in base alla quale tutti i fenomeni mentali sono riducibili a
computazioni del cervello.” (692)
Michotte, La percezione della causalità
E' vera l’ipotesi gestaltica: la causalità è facile da esperire perché ce la aspettiamo (hanno così ragione tanto gli induttivisti, quanto Popper, quanto Kant sub specie Lorenz). L’autore si accorge che un oggetto può apparire contemporaneamente fermo e in moto: si percepisce causalità. L’astratto balza agli occhi del concreto. L’evoluzione ci da la riproduzione. La causalità è una esperienza di relazione tra due eventi ma: che ruolo ha la ripetizione?, che ruolo ha la novità?
L’apparato percettivo serve a cogliere le funzioni degli oggetti. Da dove arriva
l’aspettativa? Questo Popper non l’ha mai spiegato. Perché uno si aspetta che il
corvo n+1.esimo sia come il corvo n.esimo? Il legame che noi scorgiamo è reale,
ma molti dicono alla Hume: noi creiamo un legame che non vediamo. La psicologia
parte sempre con l’analisi della percezione: vedere significa anche sempre
guardare e capire, ovvero:
occhi-realtà-coscienza-conoscenza-prassi-verifica-occhi ecc. Lunga descrizione
degli esperimenti i cui risultati sono: la percezione come totalità organica,
forma complessiva ben strutturata: gerarchia, leggi ecc., unità temporale, unità
spaziale. Secondo Kant la causalità è un a priori dell’intelletto che da forma
ai dati fenomenici. In sé non è male ma: manca l’evoluzione, manca la
dialettica. Piaget mostra che il bambino nella pratica, con l’attività,
riconosce la causalità.
Riedle, Biologia della conoscenza
Un grande. Si compie una ricerca evoluzionistica seguendo in tutto Lorenz. I grandi conflitti tra: materialismo/idealismo, determinismo/indeterminismo, ragione/esperienza, razionalismo/empirismo, soggetto/oggetto sono risolti dall’evoluzione. E' l’altra faccia dello specchio. Fu la selezione a imporre la coscienza. “Il processo di apprendimento non ha nulla a che fare con argomentazioni logiche” (61). Lento apprendimento della materia incosciente. Ruolo dell’attività nell’apprendimento, niente passività statica. In biologia la logica non serve a nulla. Il processo conoscitivo è circolare? Proprio così, è una spirale (e l’autore riproduce decine di figure a spirale con le quali spiega quello che già aveva detto Lenin). La zecca astrae da tutte le caratteristiche dei mammiferi e si concentra su 37° e sull’acido butirrico, ecco l’astrazione evolutiva passiva. E' la sopravvivenza a decidere la bontà dell’astrazione. Analogie, coincidenze, tutti processi necessari nella percezione. Su Popper è molto più esplicito di Lorenz: lo schiacciamo col ruolo pratico di induzione/esperienza. La vita è acquisire conoscenza. L’a priori esiste nella ragione perché esiste nella costituzione dell’animale e nel mondo. Ecco una bella contraddizione: niente è nell’a priori che prima non fu nei sensi (compendiando empiristi e Kant), solo, nei sensi degli antenati! le analogie funzionali dimostrano che l’ambiente conta. Cita perfino Marx e Lenin, non dicendo neanche troppe idiozie. E' l’evoluzione naturale che fissa gli obiettivi per la specie (e non è molto diverso per noi). C’è un “senso della direzione” nell’evoluzione o ce lo vediamo noi? Gould piangente noi diciamo: in un certo senso sì. Alla fine, purtroppo, l’happy end: superiamo le diatribe materialismo/idealismo che sono unilaterali ecc., o anche peggio, si utilizza la biologia per giustificare il pessimismo reazionario di Lorenz. E poi l’esaltazione dell’umanismo, di Marx, perfino di Mao.
Csepel - Xepel - Homolaicus