Dizionario enciclopedico marxista - Lettera A www.resistenze.org - materiali resistenti in linea - dizionario enciclopedico marxista - - n. 213

a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare di Torino

Dizionario enciclopedico marxista


Premessa    A    B    C    D    E    F    G    H I J K    L    M    N    O    P    Q    R    S    T    U    V W X Y Z


A

Accumulazione, Accumulazione primitiva o originaria, Alienazione, Anarchia della produzione, Anarchismo, Antropologia, Aristocrazia operaia, Arricchimento della teoria, Attendismo o attesismo, Avventurismo.

Accumulazione

L'accumulazione può essere considerata come il processo che determina la produzione e la riproduzione sempre più allargata del capitale e, in generale, dei rapporti sociali di produzione e del modo di produzione a esso corrispondente. Questo processo presuppone l'accumulazione originaria, cioè può verificarsi solo a condizione che esista, da un lato, una classe di capitalisti, ossia di proprietari di mezzi di produzione e in generale delle «condizioni di lavoro» e, dall'altro, una classe di lavoratori salariati (Proletariato). Secondo Marx: «adoperare plusvalore come capitale ossia ritrasformare plusvalore in capitale significa accumulazione del capitale». Infatti l'accumulazione del capitale è il risultato che il capitalista ottiene anticipando parte del plusvalore di cui è proprietario per disporre di nuova forza-lavoro e nuovi mezzi di produzione, determinando così al tempo stesso un aumento del proprio capitale e un ulteriore sviluppo delle forze produttive.

«Questo risultato diventa inevitabile appena la forza-lavoro è liberamente venduta come merce dall'operaio stesso. Ma è anche a partire da quel momento soltanto che la produzione delle merci si generalizza, diventando forma tipica della produzione; e solo a partire da quel momento ogni prodotto viene prodotto per la vendita fin da principio, e tutta la ricchezza prodotta passa per la circolazione. Solo dove il lavoro salariato costituisce il suo fondamento, la produzione delle merci si impone con la forza alla società nel suo insieme; ed è anche solo a questo punto che essa dispiega tutte le sue potenze arcane» (Il Capitale, libro I, p. 643).

Contrariamente a quanto hanno sostenuto le concezioni borghesi dell'economia politica, l'accumulazione non è risparmio o semplice tesaurizzazione, ma è una parte integrante ed essenziale dello stesso processo capitalistico di produzione. Essa avviene non in base a presunte «capacità imprenditoriali», ma seguendo leggi oggettive che sono caratteristiche dell'intero modo di produzione fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione separata dalla forza-lavoro vivente e contrapposta ad essa e, in ultima analisi, seguendo le leggi che il capitale impone alla società per accrescersi continuamente. Analizzando le funzioni del capitalista «in quanto è capitale personificato» e dopo aver definito il suo «istinto assoluto per l'arricchimento» come «effetto del meccanismo sociale all'interno del quale egli non è altro che una ruota dell'ingranaggio», Marx mostra come lo sviluppo della produzione capitalistica renda necessario un aumento continuo del capitale investito in una impresa industriale e la concorrenza costringa il capitalista

«...ad espandere continuamente il suo capitale per mantenerlo, ed egli lo può espandere soltanto per mezzo dell'accumulazione progressiva... L'accumulazione è la conquista del mondo della ricchezza sociale. Essa estende, oltre la massa del materiale umano sfruttato, anche il dominio diretto e indiretto del capitalista» (ivi, pp. 648-49).

Inoltre l'accumulazione è, in quanto «capitalizzazione di plusvalore», essenzialmente appropriazione capitalistica, cioè impossessamento da parte di «privati» di ciò che, secondo l'analisi marxista, è per sua natura sociale: il lavoro, gli strumenti per realizzarlo, i mezzi di sussistenza dei lavoratori. L'accumulazione capitalistica, come processo, tende a diventare aumento illimitato della grandezza del capitale; ma questo «aumento illimitato» è impedito non solo dalle sue contraddizioni (Crisi economica) e debolezze particolari, quali ad esempio la sovrapproduzione relativa di capitale e la sovrappopolazione relativa, o in generale la tendenza alla caduta del saggio di profitto, ma da ciò che esso stesso crea e che gli si contrappone: i bisogni sociali e il lavoro salariato e, con esso, la classe che è in grado, secondo il marxismo, di organizzare la produzione per la soddisfazione dei bisogni sociali stessi e non sulla base delle leggi dell’accumulazione.

Accumulazione primitiva o originaria

E' il processo storico che ha determinato le condizioni fondamentali della produzione capitalistica. Secondo Marx:

«Il rapporto capitalistico ha come presupposto la separazione tra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro... Dunque la cosiddetta accumulazione originaria non è altro che il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione. Esso appare "originario" perché costituisce la preistoria del capitale e del modo di produzione ad esso corrispondente» (Il Capitale, libro I, pp. 778-79).

Questo processo, molto complesso, in cui intervengono numerosi fattori, dalla formazione del mercato mondiale del commercio, che ha inizio su vasta scala dalla fine del XV secolo, allo sviluppo del sistema del debito pubblico e del credito internazionale, ha come fondamento «l'espropriazione dei produttori rurali, dei contadini e la loro espulsione dalle terre» e, in generale, «...l'accumulazione originaria del capitale significa soltanto l'espropriazione dei produttori immediati, cioè la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale». Infatti il modo di produzione caratterizzato dall'esistenza di lavoratori che hanno la proprietà privata delle loro condizioni di lavoro, come ad esempio erano la maggior parte dei contadini e degli artigiani in Inghilterra alla fine del XV secolo, si contraddistingue necessariamente per l'estrema suddivisione della proprietà del suolo e degli altri mezzi di produzione ed

«...esclude, oltre alla concentrazione dei mezzi di produzione, anche la cooperazione, la divisione del lavoro all'interno degli stessi processi di produzione, la dominazione e la disciplina della natura da parte della società, il libero sviluppo delle forze produttive sociali. Esso è compatibile solo con dei limiti ristretti, spontanei e naturali della società» (ivi, p. 824).

Una vera e propria «rivoluzione» nel modo di coltivare la terra, che esigeva la concentrazione di grandi proprietà coltivate estensivamente, accanto alla formazione dell'industria manifatturiera (Manifattura) e in generale lo sviluppo tecnico e un'ulteriore divisione del lavoro, costituirono il fondamento economico dell'accumulazione originaria. Tuttavia la formazione di una classe di fittavoli capitalisti e di capitalisti industriali assunse una funzione importantissima in questo processo.

«La borghesia, al suo sorgere, ha bisogno del potere dello Stato, e ne fa uso per "regolare" il salario, cioè per costringerlo entro limiti convenienti a chi vuol fare del plusvalore, per prolungare la giornata lavorativa e per mantenere l'operaio stesso ad un grado normale di dipendenza. È questo un momento essenziale della cosiddetta accumulazione originaria» (ivi, pp. 800-801).

Inoltre

«Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l'espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con la quale quel proletariato veniva messo al mondo» (ivi, p. 797).

In conseguenza di ciò il periodo dell'accumulazione originaria è contraddistinto, secondo Marx, da una vera e propria «legislazione sanguinaria contro gli espropriati dalla fine del XV secolo in poi», dalla violenza e dalla coercizione esercitate attraverso l'apparato statale o individualmente dai singoli capitalisti.

«Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda, veniva spinta con leggi fra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco e di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato» (ivi, p. 800).

La coercizione immediata e violenta, «extraeconomica», che nel modo di produzione capitalistico sviluppato continua a essere utilizzata dalla borghesia, ma solo come «eccezione», fu invece uno dei principali strumenti che questa classe adottò nel periodo dell'accumulazione originaria, quando la dipendenza del lavoro dal capitale non era ancora assolutamente e rigidamente determinata dalle condizioni stesse della produzione, garantita e perpetuata da esse (Capitalismo).

Alienazione

Nel senso più generale indica la cessione, volontaria o meno, di un bene; così nel linguaggio giuridico si parla di alienazione di un patrimonio o di una parte di esso per significare che il proprietario lo ha in qualche modo ceduto; in campo medico si parla, per analogia, di alienazione delle facoltà mentali volendo indicare la perdita di queste.
Al fenomeno, che era sempre stato riguardato come un fatto negativo, Rousseau diede per la prima volta una carica positiva: nel Contratto Sociale, descrivendo il passaggio degli uomini da un primitivo stato naturale a quello associativo necessario per fronteggiare gli ostacoli che il singolo non era in grado di superare, parlò del tacito contratto stipulato in quella fase dello sviluppo dell'umanità e delle sue clausole che, in fondo, «si riducono tutte ad una sola cioè l'alienazione totale di ciascuno degli associati con tutti i suoi diritti a vantaggio della comunità». In questo modo il singolo aliena effettivamente la propria libertà individuale ma per ottenere i maggiori benefici derivanti dalla sua appartenenza alla collettività.
Con Hegel, che aveva attentamente studiato gli ulteriori sviluppi del concetto di alienazione presso gli illuministi e con particolare riguardo per Diderot, il termine assunse nuovi significati che investivano piani diversi: da quelli tradizionalmente appartenenti alla filosofia a quelli dei rapporti tra gli uomini nella società; qui la parola alienazione designa il processo di separazione degli uomini dal prodotto della loro attività.
La sinistra hegeliana approfondì questo argomento allargando la ricerca a nuovi settori della realtà. Feuerbach, per esempio, analizzò il problema dell'alienazione nel campo delle religioni sostenendo che l'idea di divinità era il risultato di un processo in cui gli uomini avevano idealmente isolato le loro migliori qualità per trasformarle in attributi divini, oggetto di adorazione e di devozione; così gli uomini avevano separato se stessi dal prodotto della loro attività creativa facendo di questo l'entità lontana, grandiosa e onnipotente che ogni religione conserva tuttora al suo centro.
Moses Hess, a sua volta, studiò il fenomeno dell'alienazione a livello sociale ed economico: nella società capitalistica i lavoratori alienano se stessi attraverso la vendita della propria forza-lavoro che si muta, come la divinità descritta da Feuerbach, in qualcosa d'altro, di diverso e di estraneo provvisto di una sua potenza che domina coloro che l 'hanno creata.
Sulla base di questi studi considerati criticamente Marx elaborò il proprio concetto di alienazione che comprendeva le forme diverse del fenomeno nella sfera del lavoro, nell'ambito delle relazioni tra gli uomini e nell'immagine di se stessi che gli uomini costruiscono; in ogni caso il termine di alienazione mantiene il suo significato generale di separazione dall'uomo di ciò che materialmente e spiritualmente gli appartiene a vantaggio di qualcosa che si trova fuori dall'uomo stesso (Estraneazione).
Nella sfera del lavoro, l'alienazione si manifesta in primo luogo all'interno della natura stessa di questa attività che in luogo di essere lo strumento per soddisfare le necessità dell'uomo è un mezzo diretto a realizzare altri scopi e cioè il guadagno immediato; conseguentemente il prodotto del lavoro diventa un oggetto estraneo al lavoratore, non gli appartiene e contribuisce a costituire un mondo di oggetti regolati da leggi proprie e sfuggito al controllo di chi ha contribuito a costruirlo. In altri termini si è di fronte a un'espropriazione generalizzata dell'umanità a beneficio dell'oggetto merce al cui possesso è diretto ogni sforzo, in modo tale che la stessa vita interiore dell'individuo viene immiserita fino a uno stadio pressoché animalesco; solo qui «nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare nel bere e nel generare, tutt'al più nell'avere una casa, nella sua cura corporale, ecc.» il lavoratore può sentirsi libero.
L'alienazione del lavoro è la forma più importante di alienazione sulla quale si fondano o alla quale si riconnettono tutte le altre forme. Nel lavoro alienato intelligenza e capacità di decisione vengono eliminati, il lavoratore compie meccanicamente le azioni necessarie alla produzione di oggetti che non gli appartengono e dei quali caratteristiche e destinazione sono state decise altrove senza la sua partecipazione e per finalità a lui estranee. Lo scopo dell'esistenza umana appare rovesciato: il lavoro non è più il mezzo attraverso il quale gli uomini realizzano se stessi migliorando le condizioni materiali e spirituali della loro esistenza, ma un puro mezzo per sopravvivere; paradossalmente «il lavoratore vive soltanto per guadagnarsi da vivere».
La teoria marxiana dell'alienazione, a differenza delle precedenti riflessioni sull'argomento, colloca il fenomeno all'interno dei rapporti di produzione dell'attuale società che impediscono tra l'altro lo sviluppo armonico e globale dell'uomo, e spingono invece a forme di sviluppo umano irregolare e parziale alle quali soggiacciono anche se in modi e misure diverse gli stessi uomini che appartengono alle classi al potere. La fine dell'alienazione si potrà avere soltanto quando i presenti rapporti di produzione saranno superati.
Ampiamente ripresi dopo il ritrovamento dei Manoscritti economico filosofici del 1844, avvenuto negli anni trenta, i temi marxiani dell'alienazione sono stati oggetto di un gran numero di studi e di interpretazioni diverse, spesso collegate, appunto perché riguardanti la genesi della condizione attuale dell'esistenza umana, con le correnti dell'esistenzialismo contemporaneo.
Approfondimenti e arricchimenti della teoria dell'alienazione sono stati compiuti da vari studiosi e i,n particolare da quelli che nel loro insieme appartengono a quell'indirizzo di pensiero noto come hegelo-marxismo o marxismo occidentale. La teoria dell'alienazione è anche stata il luogo di incontro per confrontare le teorie di Freud con quelle marxiane e marxiste.

Anarchia della produzione

In regime capitalistico la produzione è determinata dalla volontà unilaterale del capitalista, il quale decide la qualità e la quantità della sua produzione. Tale decisione deriva unicamente dalla necessità di acquisire il maggior profitto possibile che verrà accumulato e reinvestito, per crearne del nuovo e in quantità sempre maggiore.
In base a questi calcoli il capitalista decide se aumentare, diminuire o mantenere costante la propria produzione. Essa è dunque unicamente determinata dalle leggi di mercato, non programmata in base alle aspettative sociali come invece vorrebbe la trasformazione socialista della produzione. Il regime produttivo è perciò «anarchico» , e in esso, come afferma Engels, «il prodotto domina il produttore».
L’anarchia di produzione si ripropone su vasta scala anche con la concentrazione di capitale, poiché nell’ambito del capitalismo monopolistico il fine della produzione è pur sempre il massimo profitto non più individuale, ma da ripartire tra le diverse figure del capitalismo monopolistico stesso.
Una forma caratteristica di anarchia della produzione è rappresentata dalla fabbricazione di prodotti industriali la cui vendita può essere sollecitata solo artificialmente con mezzi pubblicitari, come nell’industria dell’abbigliamento dove talvolta il reale fabbisogno dei prodotti è del tutto secondario rispetto alle esigenze del profitto.

Anarchismo

E’ la dottrina che teorizza la lotta per abolire ogni ordine e autorità politica e sostituirvi la libertà dell’individuo; in particolare si contrappone all’idea di Stato.
Tra i più noti teorici dell’anarchismo, il francese Proudhon, il tedesco Stirner, il russo Bakunin.
Per gli anarchici il rifiuto dell’autorità è completo e si riferisce a qualsiasi organizzazione statale; lo Stato è considerato una forma di tirannide, per cui viene giustificato il ricorso a una strategia di violenza che abbia per fine il suo abbattimento; chiunque detenga il potere è oppressore, e l’oppresso che si sostituisce all’oppressore diventa egli stesso tiranno.
Marx polemizzerà con Bakunin accusandolo di ignorare le cause delle trasformazioni sociali e della rivoluzione proletaria, cioè le condizioni economiche della rivoluzione. Scriveva Engels a Cuno nel 1872:

«Mentre la grande massa degli operai socialdemocratici sono, insieme con noi, dell’opinione che il potere statale non è altro che l’organizzazione che le classi dominanti – proprietari fondiari e capitalisti – si sono data per difendere i loro privilegi sociali, Bakunin afferma che lo stato ha creato il capitale, che il capitalista ha il suo capitale solo per grazia dello stato. Poiché dunque lo stato è il male principale, si deve prima di tutto sopprimere lo stato, e allora il capitale se ne andrà al diavolo da solo. Noi invece diciamo il contrario: distruggete il capitale, l’appropriazione di tutti i mezzi di produzione da parte di pochi, e lo stato cadrà da sé» (Marx – Engels, Contro l’anarchismo, pp. 60-61).

Da questa concezione dello stato deriva la predicazione di Bakunin contro la partecipazione alle elezioni da parte della classe operaia, che avrà un esito nefasto soprattutto in Spagna durante l’insurrezione del 1873.
Attualmente esistono correnti anarchiche collegate sul piano internazionale, ma il loro peso politico è di scarso rilievo.

Antropologia

Letteralmente indica la scienza dell’uomo in generale e in tal senso viene utilizzata sia per indicare l’insieme delle conoscenze relative all’uomo svolte all’interno della riflessione filosofica, sia per quelle derivanti dall’applicazione di concetti e metodi delle scienze naturali (anatomia, fisiologia, biologia evoluzionistica, ecc.); si distingue così un’antropologia «scientifica» nel senso stretto del termine. A questa distinzione, sorta nella seconda metà del secolo XIX, ha fatto seguito in tempi più recenti un altro modo di intendere lo studio dell’uomo; quello proprio dell’antropologia culturale che spinge la sua indagine allo studio delle cause sociali che influenzano le idee e le emozioni dalle quali gli uomini traggono le regole del proprio comportamento (Cultura).
L’espressione «antropologia marxista» si pone principalmente sulla scia del primo modo di intendere l’antropologia, ma non è estranea alla sfera dell’antropologia culturale in quanto ricerca sulla società e sui rapporti tra questa e le sue idee, le sue istituzioni, i suoi valori ecc. Il modo di intendere l’uomo nell’antropologia marxista non è infatti quello naturalisticocce si limita a considerare gli aspetti fisici né, d’altra parte, quello astratto della filosofia precedente; l’uomo è considerato nella sua totalità che non esclude quindi le basi materiali della sua condizione e mette in risalto il fatto che le forme di coscienza, le idee, le relazioni con gli altri, sono strettamente legate alle caratteristiche di una determinata società.
Quando Marx dice che l'uomo è l'insieme dei suoi rapporti sociali vuole, tra l'altro, affermare l'impossibilità di una comprensione del problema dell'uomo al di fuori delle concrete condizioni storico-sociali nelle quali si trova a vivere ed operare; i concetti stessi usati da Marx per descrivere la realtà storica nella quale viviamo, è stato fatto osservare, rinviano ad una sfera antropologica: così per esempio sfruttamento, alienazione, reificazione, falsa coscienza sono termini che descrivono modi di essere dell'uomo.
Nelle opere di Marx non si trova un'esposizione completa e a sé stante del problema antropologico che va quindi ricostruito attraverso i vari testi. Il generale interesse per l'uomo che muove le opere di Marx, specialmente nel periodo giovanile, è alla base di interpretazioni che vedono nel pensiero marxiano una nuova filosofia dell'uomo (Umanesimo); d'altra parte la frammentarietà dei riferimenti e l'assenza di una loro esposizione organica ha indotto altri a ritenere che un'antropologia marxista sia ancora tutta da costruire. Ciò ha fornito l'occasione per versioni esistenzialistiche del marxismo, come nel caso di Sartre, e, specialmente in relazione alla costituzione della coscienza della psiche dell'uomo, per introdurre concetti e metodi delle dottrine psicoanalitiche, come nel caso degli studiosi della Scuola di Francoforte.

Aristocrazia operaia

Definizione negativa di quella parte della classe operaia che, avendo raggiunto un certo benessere economico, si allea con la borghesia venendo così meno ali suoi compiti di classe. Ad essa si riferisce Engels in una lettera a Marx del 1852 quando parla degli «operai perfettamente imborghesiti per la momentanea prosperity».
Lenin condusse una violenta battaglia contro il dilagare di questo fenomeno che aveva assunto a partire dalla seconda metà del1'800 proporzioni drammatiche sul piano ideologico, perché induceva confusione nelle masse minandone l'unità, e sul piano politico per le dirette connessioni con l'opportunismo e il revisionismo. Infatti, scriveva Lenin, «i capi di questa aristocrazia operaia passavano continuamente dalla parte della borghesia, erano mantenuti da questa direttamente o indirettamente», e la stessa aristocrazia operaia veniva da lui bollata come «corporativistica, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo-borghese, di mentalità imperialistica, asservita e corrotta dall'imperialismo».
La lotta contro l'aristocrazia operaia fu quindi una lotta per la conquista delle masse e per l'unità della classe operaia; costituì uno dei temi del III Congresso Comunista (1921) e si tradusse al IV Congresso dell'Internazionale Comunista (1922) nella parola d'ordine del «fronte unico» della classe operaia.

Arricchimento della teoria

Si intende con questa espressione il processo di allargamento coerente del marxismo, attuato successivamente alle elaborazioni originarie. Quali arricchimenti della teoria sono stati presentati, nell'ambito del marxismo, differenti e talora opposti contributi non solo teorici, ma dati i rapporti intercorrenti tra teoria e prassi, anche tattici e strategici. Taluni arricchimenti della teoria, tuttavia, vengono riconosciuti come effettive negazioni dei presupposti del marxismo: tali furono, ad esempio, il revisionismo e il riformismo.
Recentemente si è aperto un ampio dibattito su alcuni apporti di varia natura, considerati come arricchimenti della teoria. Tale è, per esempio, sul piano più propriamente teorico il subimperialismo, che indica, secondo taluni, il modo di essere di quei Paesi a capitalismo dipendente, i quali, nei limiti delle possibilità di iniziativa a loro consentiti dall'imperialismo dominante (Imperialismo), giocano un ruolo relativamente indipendente in politica estera, talvolta marginalmente contraddittorio rispetto a quello dell'imperialismo dominante. La situazione attuale del Brasile costituisce un esempio di subimperialismo.
Una esemplificazione, invece, di ipotesi strategica considerata quale arricchimento della teoria, è il compromesso storico, proposto dal Partito Comunista Italiano e ribadito nell'ambito del XIV Congresso (marzo 1975), come «...l'unica adeguata prospettiva per arrivare alla trasformazione democratica del paese, e per garantirla...» (Il rapporto di Berlinguer al XIV Congresso del PCI, in «1'Unità, 19 marzo 1975, p. 10).
Tale proposta, basata su «un vastissimo schieramento popolare», è stata presentata come

«... un più avanzato terreno di lotta ed è al tempo stesso, una sfida che il Partito comunista rivolge a tutte le altre forze democratiche, soprattutto a quelle che si ostinano a mantenere la vita politica del paese entro vecchie formule, più o meno rinverdite o magari presentate in veste nuova, ma che hanno in comune l'insuperabile debolezza di essere state tutte piuttosto a lungo e ricorrentemente sperimentate e di essere tutte fallite .

Attendismo o attesismo

Nel linguaggio politico designa l'atteggiamento di chi, in una determinata situazione storica e politica, dimostra la non volontà o l'incapacità di assumere posizioni nette e precise. E' da notare come con tale termine si suole indicare non tanto la prudenza che nasce da un'esigenza critica di orientamento, quanto piuttosto l'immobilismo di chi, attendendo l'evolversi delle cose, teme di compromettersi. In tale senso nella tradizione comunista il termine è stato unito a quelli di opportunismo e di revisionismo, in quanto proprio di tali tendenze è la caratteristica di non volgersi risolutamente verso gli interessi della classe operaia, attraverso l'azione concreta e quotidiana, bensì di indulgere a un atteggiamento passivo e anzi ostile a soluzioni innovatrici, favorendo oggettivamente gli interessi avversi.

Avventurismo

La tendenza a dare il via a iniziative politiche senza aver prima considerato con la necessaria attenzione le condizioni concrete della situazione storica in cui esse sono o dovrebbero essere prese.
L'avventurismo è di solito la conseguenza di atteggiamenti basati su astratte formulazioni che portano a ipotesi sbagliate o comunque lontane dalla realtà: perciò indica sempre la presenza di un grave rischio di fallimento; sotto questo aspetto è connesso tanto all'infantilismo e all'estremismo quanto alle incertezze sulla linea politica da seguire in momenti di grande tensione.