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PLATONE (428-27/347)

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DA SOCRATE A PLATONE

Al tempo di Socrate i sofisti si caratterizzavano per avere sempre una risposta pronta per ogni domanda. Socrate invece, dicendo di "sapere di non sapere", poneva domande alle quali l'interlocutore doveva trovare da sé la risposta più giusta. il suo modo di confrontarsi con gli altri non era "cattedratico" ma "pedagogico". Per lui infatti il sapere non poteva essere considerato dogmatico o convenzionale, tanto meno doveva essere finalizzato a risolvere problemi meramente individualistici, né poteva essere un sapere fornito a pagamento.

Socrate cercava un sapere che avesse un contenuto il più possibile generale, in modo che potesse servire al maggior numero possibile di persone. L'obiettivo era quello di realizzare una vera democrazia, una società di cittadini pensanti con la loro testa.

Non scrisse mai una sola parola, come per dire che per trovare questo sapere razionale e universale la scrittura non serve assolutamente a nulla. In luogo della scrittura ci vuole infatti il dialogo, il confronto tra opinioni diverse su esigenze reali, per la soddisfazione delle quali occorre un impegno di tipo personale, un convincimento interiore, una virtù.

Il sapere universale non poteva quindi essere dato una volta per tutte, al quale attenersi in maniera scrupolosa, come fosse una dottrina rivelata dagli dèi o una serie infinita di leggi aventi la pretesa di rispondere a ogni singolo problema.

Socrate era consapevole che i bisogni degli uomini sono infiniti, in quanto relativi a circostanze sempre mutevoli di tempo e luogo. Quindi anche la ricerca delle possibili soluzioni è infinita, per cui non serve tentare di prevedere tutti i problemi in anticipo, cercando di risolverli con delle leggi fissate una volta per tutte, e neppure è possibile pensare che siano gli dèi a risolvere le contraddizioni della vita umana.

L'unica cosa che si può fare per tentare di risolvere i problemi della collettività è quella di pensare sempre al bene comune, cioè a una soluzione che soddisfi le esigenze della verità, che non può essere universale se viene riconosciuta solo da poche persone.

Socrate però venne giustiziato e proprio dalla democrazia, a testimonianza che i poteri costituiti preferiscono avere a che fare con i cittadini abituati non a pensare ma a obbedire.

Quello che Platone conserva di Socrate

Ora dobbiamo cercare di capire se il discepolo più importante di Socrate, cioè Platone, rimase fedele a questo modo di procedere del maestro o se invece lo modificò, parzialmente o completamente.

Vediamo subito quali aspetti della filosofia di Socrate, Platone cerca di conservare.

1. Tutti i suoi testi di filosofia sono impostati in una forma dialogica. Nella Lettera VII Platone sostiene espressamente che le cose più importanti non possono essere scritte, ma comunicate soltanto in maniera diretta, parlando a tu per tu con l'interessato. Alcuni critici hanno addirittura sostenuto che tutti i Dialoghi altro non sono che una versione divulgativa della vera filosofia affidata all'insegnamento orale nell'Accademia. Tuttavia là dove affronta il tema del linguaggio, nel Cratilo, Platone fa dire a Socrate che i nomi che diamo alle parole ne indicano il significato e il concetto, cioè non sono puramente convenzionali. Così però lascia intendere che la persona più adeguata per spiegare il significato delle parole sia soltanto il filosofo, l'unico in grado di rapportare le cose alle loro idee astratte, da cui provengono. Da qui alla necessità di utilizzare la scrittura per definire in maniera univoca il significato delle parole, in modo che non ci possano essere fraintendimenti, il passo è breve.

2. Il tentativo di stabilire cosa sia il bene comune, come possa essere ottenuto dalla virtù e come questa virtù si possa basare su una verità oggettiva, è una costante in tutte le sue opere, anche se in quelle giovanili, definite non solo "socratiche" ma anche "aporetiche", non si giunge mai a una conclusione definitiva.

In che cosa Platone si differenzia da Socrate?

Detto questo, vediamo ora in che cosa Platone si differenzia da Socrate.

1. L'oggettività della verità, da cui si può desumere la correttezza della virtù, non dipende dal confronto dialettico tra le persone, ma da un'idea assoluta del tutto indipendente dagli esseri umani, quindi niente ironia né maieutica.

Platone arriva a questa convinzione per due motivi:

  • la democrazia ateniese non ha saputo riconoscere in Socrate il più grande filosofo di tutti i tempi;
  • in nessun luogo del Mediterraneo è stato possibile al principale discepolo di Socrate di realizzare politicamente le idee del suo maestro, pur non volendo egli piegarsi, come le scuole socratiche minori, a rifiutare per protesta qualunque forma d'impegno politico.

Dunque la verità non può essere ottenuta dal puro e semplice confronto dialettico tra individui paritetici, ma solo dall'acquisizione di un concetto di verità che non dipenda dalle molteplici esperienze umane ma che anzi le spieghi: garante di questa acquisizione è il filosofo, che ha già fatto dentro di sé una approfondita ricerca personale. Di qui la necessità di elaborare un sistema metafisico in cui la verità appaia anzitutto come un'idea astratta, universalmente valida, un'idea che non riguardi solo la verità in sé, ma la verità di qualunque altro concetto o categoria: il bene, la giustizia, la virtù, la santità, l'essere umano o animale ecc.

2. Queste idee assolute, indipendenti dall'uomo, che sembrano avere una natura simile all'Essere parmenideo, come possiamo conoscerle? Per risolvere questo problema, Platone si rifà alle dottrine pitagoriche, a sfondo religioso.

Qualunque idea assoluta, sia essa filosofica o etica, è innata nell'essere umano, non nel cervello ma nell'anima. L'anima può conoscere oggettivamente le idee quando è separata dal corpo, ma quando è incarnata tende a dimenticarle, a meno che non venga sollecitata a ricordarle dal filosofo, che con lo strumento della ricerca personale, la induce a purificarsi. La teoria secondo cui la verità è innata e bisogna soltanto farla venire alla luce si chiama anamnesi o reminiscenza.

Platone quindi introduce tre elementi estranei alla filosofia di Socrate: le idee assolute, indipendenti dall'uomo, l'innatismo dell'anima e la metempsicosi.

3. Negli ultimi Dialoghi (Parmenide, Sofista, Politico...) Platone sostiene che non tutte le cose sono "copie di idee" (mimesi), ma solo le migliori. Le peggiori, le meno significative possono solo partecipare alla realtà delle idee (metessi) e, per capire in che misura possono farlo, bisogna scomporre ogni oggetto, al fine di vedere quale elemento si avvicina di più alle idee e quale meno.

4. Un altro aspetto che differenzia Platone da Socrate è l'uso del mito (a partire dal Gorgia).

  • Il mito era stato eliminato sia dalla filosofia pre-sofistica che da quella sofistica, e anche Socrate non l'aveva utilizzato, proprio perché il mito veniva considerato come un elemento che invece di mostrare la verità, la nascondeva, assecondando gli interessi della classe aristocratica.
  • In Platone il genere letterario del mito non viene utilizzato per "dimostrare" la verità delle cose, quanto piuttosto per "mostrarla". Fa questo perché si rende conto che, di fronte alla difficoltà di "dimostrare" razionalmente la verità di talune argomentazioni (p. es. l'esistenza dell'anima o la sua immortalità e trasmigrazione nell'aldilà o il giudizio cui essa viene sottoposta o la sua reincarnazione sulla Terra o il suo sprofondamento nel Tartaro), è preferibile convincere l'interlocutore con un'immagine plastica, suggestiva, che si spieghi quasi da sola, come se dipendesse da una rivelazione divina. In ciò è evidente l'influenza dell'orfismo sulla sua filosofia.

Alcune osservazioni

I. Come suoi punti di riferimento, Platone non ha soltanto Socrate, ma anche Parmenide, per il quale l'Essere è del tutto indipendente dall'esistenza degli uomini e anzi la determina, e Pitagora.

Di Pitagora accetta due cose preliminari:

  • l'idea che l'anima deve purificarsi per accedere alla verità e al bene assoluti (cosa che il corpo, con le sue passioni, non potrà mai fare);
  • l'idea che solo il filosofo è in grado di aiutare l'anima a purificarsi (filosofo = sacerdote del sapere).

Ma Platone accetta di Pitagora anche un'altra cosa:

  • l'idea che l'universo (o archè) possa essere razionalmente conosciuto mettendo i numeri in relazione tra loro. Platone cerca di estendere questo metodo matematico ad altri due campi: quello gnoseologico (la verità delle cose) e quello etico (la virtù o i valori umani). Le cose sono vere e quindi giuste solo se razionalmente comprensibili: in tal caso la loro verità diventa assoluta, universale.

II. Per Platone una cosa non è vera perché giusta, ma è giusta perché vera. La gnoseologia precede l'etica. E in campo gnoseologico chi ha la precedenza è il filosofo. E' vero che la verità risiede nell'anima di chiunque, ma solo il filosofo è in grado di farla (ri)emergere.

III. Per Platone la virtù è una sola e si identifica con la scienza, nel senso che non c'è virtù senza conoscenza scientifica, e questa è insegnabile. Si ritorna inevitabilmente a una visione cattedratica del sapere.

Una esemplificazione

Cerchiamo ora di semplificare al massimo ciò che differenzia Platone da Socrate, mettendo a confronto le due versioni ch'egli dà della condanna a morte del suo maestro.

a) Nell'Apologia di Socrate la sentenza capitale viene accettata da Socrate nella convinzione ch'egli in coscienza abbia ragione e che le leggi o l'interpretazione delle leggi siano nel torto. Egli accetta d'essere giustiziato nella speranza che dal suo gesto si possa ricavare l'insegnamento che o le leggi o le loro interpretazioni vanno profondamente modificate, poiché in virtù di esse si sta uccidendo il filosofo più giusto e, con lui, l'intera democrazia.

b) Nel Critone Platone fa dire a Socrate che accetta la condanna a morte, che pur considera ingiusta, proprio in ossequio alle leggi di Atene, che vuole rispettare senza discutere. E' qui evidente che per Platone le leggi contengono una verità obiettiva che non dipende dall'interpretazione che se ne può dare, anche se nella Repubblica ritiene che i filosofi siano superiori alle leggi.

c) Nell'Apologia Socrate viene condannato per il suo ateismo, ma Platone non dice nulla della sua attività politica. Eppure nella Lettera VII aveva dichiarato che la scelta di diventare un discepolo di Socrate era stata dettata proprio da motivazioni politiche.

PLATONE E SOCRATE

Generalmente il rapporto tra Platone Socrate viene visto mettendosi dalla parte di Platone. Filosofia infatti vuol dire "astrazione", "metafisica", e quando s'incontra qualcuno che, in nome della filosofia, ci ha lasciato molti volumi, dal contenuto complesso, è impossibile stare dalla parte di chi s'è rifiutato di scrivere la più piccola riga.

La cosa che più stupisce in Platone è ch'egli abbia usato il nome di Socrate per far passare delle teorie che in realtà erano soltanto sue. Probabilmente fece questo perché pensava di avere nei confronti del suo maestro un debito di riconoscenza o, se vogliamo, un forte senso di colpa per non aver fatto abbastanza durante il processo che portò alla sentenza capitale. Ma così facendo gli fece più che altro un torto, poiché tramandò di Socrate un'immagine del tutto falsata.

Sotto questo aspetto bisogna dire che i testi "migliori" di Platone non sono quelli della maturità o della vecchiaia, benché in questi la filosofia sia "platonica" al 100%, ben delineata e approfondita, ma sono quelli "giovanili", in cui la mistificazione ai danni di Socrate era meno accentuata.

Vediamo infatti come a una stessa domanda Platone risponda in maniera diversa, a seconda della tipologia dei suoi scritti.

  1. Può esistere una definizione universale delle singole virtù e della virtù in generale?

Il Platone giovane fa dire a Socrate: Sì, in quanto i valori sono basati sulla ragione, la quale, attraverso il dialogo, fa emergere ciò che è verità comune da ciò che è semplice opinione individuale.

Il Platone maturo, del tutto succube delle astrazioni metafisiche, farà dire a Socrate che i valori universali esistono in quanto corrispondono alle idee fisse (o pre-fissate), poste nell'iperuranio.

Ma dove sta la mistificazione nel Platone giovane? Sta proprio nell'esigenza di trovare una definizione universale alla virtù. E' credibile che se Socrate avesse davvero avuto una preoccupazione del genere, si sarebbe rifiutato di metterla per iscritto? Il rapporto che aveva con la gente non era finalizzato a trovare una definizione universale della virtù, ma qualcosa di molto più utile e concreto.

Un filosofo che si rifiuta di scrivere (e che, solo per questo, si fa fatica a definirlo come tale) e che non vive isolato, ma in mezzo alla gente, compiendo anche attività politica, non può essere un filosofo astratto.

Socrate combatteva i sofisti quando questi riducevano la virtù a "interesse", ma non poteva non condividere l'idea che della virtù non si può dare alcuna definizione astrattamente universale, valida per ogni tempo e luogo. E' impossibile pensare che Socrate non accettasse l'atteggiamento di quei sofisti che equiparavano la virtù al bene comune, quello della polis. Semmai poteva chiedere di discutere sulle caratteristiche di questo bene.

Socrate doveva essere assolutamente convinto che il valore di una virtù non sta affatto nel livello di consapevolezza razionale con cui la si definisce, ma, più semplicemente, nella capacità di saper soddisfare dei bisogni comuni, quei bisogni che possono emergere, in tutte le loro qualità e tipologie, solo da un dialogo tra i soggetti che li manifestano.

La ricerca platonica di una definizione astratta, avente valore univoco, probabilmente nasceva dalla constatazione che il modo socratico di impostare il problema della virtù (la quale deve adeguarsi ai bisogni reali della comunità) non aveva sortito il risultato sperato, e il fatto che Socrate fosse stato condannato, stava a dimostrarlo.

Platone non prosegue l'impostazione metodologica, eminentemente etico-politica, che Socrate aveva dato al rapporto virtù/bisogni, ma la trasforma, mistificandola, in una questione di natura filosofica.

Vediamo ora un'altra domanda.

  1. Se esistono dei valori universali, questi sono oggettivi?

Il Platone giovane fa dire a Socrate che i valori non possono essere "oggettivi", in quanto affermati da una ragione umana: quindi sono "universali" perché "razionali", ma "soggettivi" perché "umani".

Il Platone maturo farà dire a Socrate che i valori universali sono oggettivi proprio perché esistono indipendentemente dagli uomini, essendo delle idee perfette (pre-costituite). Questa seconda posizione - come noto - fa parte del bagaglio dell'idealismo metafisico, per cui non vale neppure la pena commentarla. Cerchiamo invece di capire dove sta la mistificazione nella prima tesi.

Davvero a Socrate poteva interessare trovare l'universalità in determinati valori etici e politici? Non era sufficiente dimostrarne la fondatezza, limitandosi a costatarne l'effettiva rispondenza alle esigenze della collettività? Davvero i sofisti andavano biasimati quando sostenevano che la verità di una virtù la si può dimostrare solo a posteriori? dagli effetti che produce? Il vero problema non stava forse nel modo in cui cercare di dimostrare il valore di questi effetti?

Ma la mistificazione più incredibile è un'altra. Platone esclude che un valore, pur presentandosi come universale, in quanto frutto di un ragionamento razionale, possa essere anche oggettivo. Egli, rifiutando che dalla democrazia, cioè dal libero confronto di opinioni opposte, possa venir fuori la vera ragione, ammette soltanto che dalla ragione possano sì venir fuori dei valori universali (che però, a suo giudizio, altro non sono che "istanze" al vero bene, alla vera giustizia ecc.), ma quelli davvero oggettivi si desumono non tanto da un dibattito democratico, quanto piuttosto dall'intelligenza del filosofo, che presume di vedere le cose meglio di chiunque altro, con maggiore profondità e precisione. I valori oggettivi sono quelli per i quali nessuno è in grado di porre un argomentazione di livello equivalente a quella di Platone, il quale così, con fare molto mistico e sacerdotale, può arrivare a dire che tali valori sono universali e oggettivi proprio perché non umani, ma "sovrumani", posti al di fuori della realtà, accessibili solo a pochi eletti.

La terza domanda, su questo argomento, comporta delle conseguenze squisitamente operative, che sono, in definitiva, in funzione opposta alle intenzioni della prassi socratica.

  1. Come conosciamo la virtù in generale e le singole virtù in particolare?

Il Platone giovane fa dire a Socrate: Mediante il dialogo, in cui si confrontano argomentazioni sottoposte alla ragione.

Troppo poco per il Platone maturo, per il quale dal dialogo democratico non viene fuori nulla che meriti d'essere vissuto. Infatti, se le idee vengono decise dal filosofo, anche la loro applicazione pratica va decisa da lui. Platone è un cattedratico, non è uno che sta in mezzo alla gente comune, tant'è che ogni volta che ha cercato di fare politica, vi ha subito rinunciato quando vedeva che le sue idee non venivano prese alla lettera.

Ora, per Platone applicare la virtù è possibile soltanto mediante la purificazione interiore, morale. Il livello di questa ascesi viene deciso dallo stesso filosofo, che qui si comporta come una sorta di sacerdote all'interno di una comunità di adepti (quanto, in questo, l'avesse influenzato Pitagora, è facile intuirlo). Se il livello di ascesi di un discepolo non è sufficiente, non gli si possono concedere poteri e responsabilità. Il suo destino infatti è quello di reincarnarsi, almeno fino a quando, contemplando le idee assolute fuori di sé, non sarà giunto alla piena verità delle cose.

Posizione, questa, lontanissima da quella socratica, la quale, ponendo anzitutto in primo piano non l'individuo singolo ma il dialogo democratico, non avrebbe certo potuto aspettare la piena purificazione interiore prima di prendere una decisione comune in grado di risolvere un determinato problema.

Testi di Platone

Testi su Platone


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento:13-09-2016