Anniversario di Stalin

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Anniversari: c’era una volta Stalin

Stalin moriva sessant’anni fa. E’ stato un mito ineguagliabile per le masse di allora. Ma è stato soprattutto un pianificatore spietato: la sua Unione Sovietica poggiava saldamento sul sangue.

Stalin, morto sessant’anni fa (era nato nel 1878), è stato un personaggio nero e bianco come nessuno. Il lucore deriva dalle attribuzioni catartiche riservate al personaggio. Il buio dalle purghe che egli riservò al suo Paese.

Delle seconde si venne a conoscenza dopo anni dai suoi successori, Krusciov in testa, sino al più diplomatico ed intelligente Gorbaciov. Che Stalin facesse il bello e il cattivo tempo in Unione Sovietica era cosa nota, anche se non nei termini tragici che poi trapelarono. Da una divinizzazione del georgiano si passò ad una sua demonizzazione.

La divinizzazione risultò utile nel corso della Seconda guerra mondiale. Soprattutto in patria, una patria improvvisamente alla mercé dei barbari nazisti (Operazione Barbarossa, invasione della Russia), Stalin seppe indossare il padre di tutti i Sovietici e spingerli al sacrificio estremo per evitare l’occupazione. L’Unione Sovietica sopportò, umanamente, lo sforzo maggiore in questa guerra di allucinante violenza. Oltre 20 i milioni i suoi morti ufficiali.

I primi anni ’40 del secolo scorso furono quelli in cui Stalin ottenne la massima popolarità e la massima considerazione degli alleati: i Sovietici avevano respinto i nazisti e, dopo Stalingrado (febbraio 1943), cominciavano l’invasione, a loro volta, della Germania. L’astro di Hitler cominciava finalmente a tramontare.

Stalin è stato definito un esempio di dittatore senza scrupoli. Sulla sua coscienza pesano milioni di morti. Senza cercare delle scusanti al suo operato, dobbiamo tuttavia considerare le condizioni morali e materiali in cui versava la Russia prima della rivoluzione comunista. I morti di fame in Russia non facevano notizia nel regime zarista. I servi della gleba morivano come mosche grazie alle rapine dei commissari zaristi. Le carestie erano all’ordine del giorno per mancanza di mezzi di sussistenza dovuta alle requisizioni di Mosca, all’arretratezza agricola e ai fenomeni naturali.

La condizione dei contadini russi è ben descritta in un famoso libro di Gogol (“Le anime morte”). Il libro è del 1842, ma nulla cambiò negli ottanta anni successivi.

Quando in Occidente arriva il capitalismo moderno, e in Russia vi fa capolino seriamente agli inizi del nuovo secolo, i rivoluzionari vittoriosi temono una ripetizione dell’esclusivismo zarista sotto nuove vesti. Lenin solleva le campagne e scatena la piccola, frustrata, borghesia cittadina proponendo un cambiamento radicale del sistema. E’ Marx l’ispiratore: il potere al popolo.

Non sarà esattamente così perché il popolo non è affatto preparato a prendere sulle spalle una simile incombenza. Idealmente, invece, sarà così perché gli intellettuali illuminati (ma senza arte né parte) si sacrificheranno nel nome del popolo stesso, governando per lui nell’attesa di poterlo inserire nel governo come da programma del marxismo. Intanto, il popolo si fidi, gli intellettuali sono determinati e informati su come procedere poi. Tutto seguirà naturalmente, e cioè una realtà marxista, grazie alla generosità disinteressata dei capi. Per inciso, sarà soltanto il nostro Gramsci a tentare una promozione popolare, fornendo qualche guida morale e intellettuale a chi ne è digiuno per ostacoli storici. Il fondo della rivoluzione russa è genuino: è la realtà storica, con le sue molte difficile componenti umane, a frapporsi al disegno sociale ugualitario e ad indurre il regime rivoluzionario a prendere iniziative contrastanti con i principi espressi. Lenin, ad esempio, è responsabile, fra l’altro, del massacro dei marinai di Kronstadt, ribellatisi, nel 1921, al centralismo bolscevico.

Si dice che sul letto di morte Lenin sconsigliasse di dare incarichi importanti a Stalin. Quel che avvenne poi, e cioè la creazione vera e propria dell’Unione Sovietica, lo si deve, invece, proprio al dittatore georgiano. Stalin esordì (dopo aver conosciuto la Siberia per quattro anni, a causa del suo antizarismo) capeggiando alcuni espropri proletari per alimentare le casse rivoluzionarie. Era deciso e spietato già allora. I suoi modi sbrigativi facevano pensare ad un personaggio intellettualmente limitato: Stalin, invece, dimostrò di avere entrambe le doti, quella materiali e quelle mentali, in funzione della situazione russa e sovietica del tempo. Quando prese il potere, estromettendo le mire di Trotzkij (il papà dell’Armata Rossa), Stalin prese subito a marciare verso la costituzione granitica dell’URSS. Per farlo usò tutti i mezzi coercitivi possibili e “impossibili”, dimostrando, nelle strategie produttive sostitutive, cocciutaggine, imperizia, ma anche grande volontà. A guidarlo, una purificazione sociale assoluta, con tentativo di abbattimento di qualunque egoismo. La parte romantica del marxismo (in fondo la sua parte vera) aveva dunque il sopravvento nella mente dello statista russo, così come era stato, a suo tempo, per Robespierre.

Il programma proposto da Stalin divenne un programma imposto e questo in opposizione ai dettami di Marx: il comunismo deve essere frutto di convinzione generale, non di imposizioni. Il cammino verso l’uguaglianza sociale (ma è prevista la gratificazione morale per merito) non può essere una corsa caotica e irrazionale in quanto le premesse generali non consentono avventure stravaganti. Se esiste il capitalismo, ebbene ci sarà una ragione precisa che non riguarda certamente solo una parte di umanità, ma tutta quanta nella sua dinamica evolutiva. Chi resta indietro è perché è partito a rimorchio dei primi. Il concetto fondamentale si basa sulla pressione fisica, non sulla razionalità: quest’ultima è in fasce rispetto all’esperienza “muscolare”. Essa si adegua alle circostanze e muta abito, non consistenza. Perché avvenga il cambiamento anche della consistenza e si manifesti un certo equilibrio sociale occorre lo sviluppo della solidarietà con consapevolezza del vantaggio pratico della stessa. Obiettivo, a questo punto, è l’umanità, non l’uomo.

Nel caso di Stalin, invece, l’obiettivo è l’uomo che, illuminato, costringe gli altri uomini a seguirlo. Il dittatore georgiano stravolge i principi marxisti, creando il comunismo centrale con chiare mire imperiali: l’idea finale è l’impero catartico, l’azione pratica è, al contrario, il solito, vecchio impero storico in cui comanda soltanto uno. E’ il paternalismo, tanto dannoso al progresso civile e culturale dell’umanità. Stalin non esitò a colpire i dissidenti, i riottosi, i nemici del suo potere, concepito come buono per l’uomo, in genere, e per quello in particolare che nella storia ha sempre e solo subito angherie. La sua figura fu un riferimento per la massa di ogni Paese, fu una speranza per così dire metafisica, ultraterrena, di cambiamento del sistema capitalistico, oppressivo e brutale, senza rispetto per i valori umani (si vedano le due guerre mondiali, per tacere del colonialismo ottocentesco, quello di Leopoldo II del Belgio, su tutti per crudeltà) a partire dalla rivoluzione industriale. Stalin fu amato dalle folle per ciò che rappresentava nella loro mente, non per ciò che era veramente, essendo, in parte, costretto ad esserlo.

L’immagine

Dario Lodi

(Lucidamente, anno n. 2013, Stalin, Lenin, Trotzkij, Marx, comunismo, Russia, URSS, solidarietà, crimini)

E' direttore della rivista "Logos", periodico di varia umanitÓ www.lombardiainrete.it/12/Varie/Logos/

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Aggiornamento: 26-04-2015

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