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Nella civiltà romana, dove la patria potestas era più che altrove
illimitata, abbastanza facilmente gli uomini potevano liberarsi dei figli
indesiderati. Era sufficiente non riconoscerli e abbandonarli.
A tale proposito, lo storico Dionigi di Alicarnasso cita una legge
secondo cui il padre deve riconoscere "almeno" la figlia primogenita. Ciò ad
evitare l'eccessivo abbandono (esposizione) di neonate di sesso femminile (come
d'altronde quello dei neonati illegittimi) presso la pubblica via, dove potevano morire di
fame e di freddo, a meno che non venissero raccolti da qualche mano pietosa, se
non interessata (il neonato esposto non può essere adottato, ma un mercante di
schiavi può venderlo). Quest'uso, praticato da ricchi e poveri, durerà più di
mille anni.
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La sterilità era comunque considerata una grave disgrazia. Ma il parto rappresentava un rischio mortale per tutte le classi sociali. Muore
di parto o per le sue conseguenze il 5-10% delle partorienti. Levatrici e medici
non hanno mai la certezza di poter risolvere il parto positivamente.
Si sa che
l'ampiezza del bacino di donne, spesso giunte ancora impuberi alle nozze,
influisce sull'esito del parto. Nelle famiglie agiate, su consiglio del medico Sorano, la nutrice o la madre fasciano spalle e petto alle spose-bambine e
lasciano libere le anche per ottenere un bacino più ampio. Per le conseguenze
negative del parto Cicerone vede morire sua figlia Tullia.
La donna romana, specialmente quella di classe sociale più elevata, comincia
a rifiutare la prole a fine repubblica. Cicerone chiederà addirittura di
proibire il celibato. E Augusto, alla fine del primo secolo, constatata una forte
contrazione nelle nascite, incentiva nozze e natalità e promette alle donne
maritate la liberazione da ogni tipo di tutela alla morte del padre, purché
siano portate a termine almeno tre gravidanze. Al contrario la donna che tra i
18 ed i 50 anni risultasse ancora nubile non potrà ricevere eredità.
Bisogna dunque tentare almeno tre gravidanze, altrimenti, in forza delle
leggi augustee, ogni lascito ereditario finisce in mano ai parenti paterni o
allo Stato e si resta per tutta la vita sotto l'amministrazione di un tutore.
Limitare le nascite, specie nelle classi più elevate, diventa
il principale obiettivo della ricca matrona, che è riuscita a portare a termine le tre
gravidanze. La matrona può fare anche uso di pozioni contraccettive ed abortive, che
impiegano ingredienti rischiosi come la ruta, l'ellèboro, l'artemisia (in epoca
repubblicana s'ingerivano sostanze, anch'esse nocive alla salute, nella speranza
di ottenere più facilmente la gravidanza).
Se la matrona vuole
abortire in segreto deve fare attenzione perché, sin dall'epoca delle XII Tavole,
la decisione sull'aborto spetta al futuro padre, che la può anche ripudiare per avergli
sottratto il partum.
I medici si rifiutano di assistere aborti, che possono nascondere un
adulterio, di cui essi diverrebbero complici, subendo le stesse pene previste
per gli amanti.
Può accadere che la donna muoia per effetto della pratica abortiva. Se ciò
avviene per un intervento chirurgico fallito, contro il medico c'è l'accusa di
omicidio, se è per una pozione l'accusa è di avvelenamento. In ogni caso
l'aborto non è punito in sé, ma solo se procura la morte della donna.
Le classi superiori provvedono a limitare le nascite anche con la continenza. La
matrona che vive nella continenza viene ammirata ed approvata.
La limitazione delle nascite dipese anche dal fatto che si faceva coincidere, sulla scia di Platone e Aristotele, la miseria con
la sovrappopolazione. Il primo proponeva di non nutrire i bambini deboli o i
figli di genitori troppo vecchi o malsani o di scarso valore morale. Non
ammetteva il diritto di procreare prima dei 37 anni e dopo i 55 per gli uomini;
non accettava più di un determinato numero di figli per famiglia, consigliava
gli aborti e l'abbandono dei bambini deboli o deformi. Il secondo si era
limitato a proporre il matrimonio in tarda età, la volontaria sterilità e la
pratica abortiva.
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