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IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI
di Emanuele Giordana
Emanuele Giordana, giornalista, fa
parte dell'esperienza di "Lettera 22"
* * *
"Nel 1914, quando ebbe inizio la prima guerra
mondiale, i turchi vennero nel nostro villaggio, radunarono gli
uomini armeni e li portarono via per arruolarli nell'esercito
ottomano. Ma ci fu poi chi portò la notizia che, lungo la strada, li
avevano uccisi tutti a colpi di accetta. Tra quegli uomini c'era
anche mio padre". Mesrop Minassian aveva 4 anni nel 1914. Nato a
Samsun in Anatolia, é uno dei sopravvissuti al genocidio che novant'anni
fa si consumò in Turchia nel tentativo (quasi riuscito) di eliminare
un intero popolo. La data simbolo é il 24 aprile 1915: ma in realtà
il progetto era già iniziato nel 1894 col sultano Abdul-Hamid, che
aveva organizzato battaglioni di curdi detti appunto hamidies e che,
scrive Claude Mutafian, "sarebbero diventati la punta di diamante
della repressione contro gli armeni". Ma se per l'impero ottomano
battevano gli ultimi rintocchi della storia, furono poi i "Giovani
Turchi" a riprendere in mano il progetto di sterminio con maggior
vigore.
L'uomo che vide il genocidio
"Arrivarono - continua Mesrop - e ci fecero
uscire tutti dalle case. Ragazze, donne, bambini: ci portarono tutti
nel deserto. Così, come un agnellino, mi hanno strappato da mia
madre. Mi misero sottoterra, mi seppellirono lasciando fuori solo la
testa e si allontanarono dicendo 'Domani uccidiamo anche questo qui.
Poi se andarono a scegliersi le ragazze più belle: quelle brutte le
uccidevano o le gettavano nel fiume. Aprivano la pancia alle donne
incinte, per vedere se il figlio era maschio o femmina. Alle ragazze
vergini tagliavano i capezzoli, mentre alle donne tagliavano i seni
e glieli mettevano sulle spalle. Io, dal buco dove ero interrato,
vedevo tutto con i miei occhi".
Mesrop é uno dei pochi che ha potuto raccontare quella tragedia.
Tutto il resto è fatto di ricordi. Per molti versi simili. Gerard
Chaliand, come Antonio Arslan, si sono affidati alla memoria e ai
racconti che si facevano in famiglia. Yves Ternon o Vahakn Dadrian
invece si sono basato su archivi, carte, documenti. Ma le
testimonianze dirette di quanto accadde a ridosso della grande
guerra, quando i "Giovani Turchi" inseguivano il sogno panturco (che
prevedeva la pulizia etnica dei non turchi), restano i più vividi.
A Mesrop capitò, dopo aver assistito alla tragedia di amici e
parenti, di essere anche lui rapito: "Un turco che passava da quelle
parti, sentì i miei lamenti. Venne, mi tirò fuori e mi portò a casa
sua. Poi mi condusse dal mullah e mi fece circoncidere. Mi fecero
stendere per strada, in mezzo al paese, in modo che chi passava
vedesse che c'era un musulmano in più. Io rimasi con il mio padrone
turco, badavo alle sue pecore. Mia madre era una donna molto bella
ed era stata rapita da un altro turco. Il mio padrone un giorno mi
lasciò andare da lei, perché la vedessi: arrotolavano le foglie del
dolma. Mi vide e non disse niente, fece finta di nulla: intinse
soltanto una foglia nell'acqua e me la diede perché la mangiassi...
Il mio padrone mi utilizzava come servo. Ogni giorno mi diceva:
'Infedele! Porta le pecore al pascolo e torna!'. Mi davano i compiti
piu umili. Lui si accucciava per fare i suoi bisogni e poi mi
diceva: 'Infedele! Porta una pietra e puliscimi il sedere!'. Un
giorno tardai e si infuriò, prese una grossa pietra e me la voleva
tirare in testa, ma la moglie si mise in mezzo e io mi salvai".
Il primo genocidio del XX secolo
Lo sterminio degli armeni però non c'entrava
con la religione. Era uno sterminio in nome della purezza della
razza, ossessione dell'efferato "secolo breve", come l'ha chiamato
Eric Hobsbawm.
All'alba del sabato 24 aprile 1915 si cominciò a "ripulire" Istanbul
e poi via via, dalle città alle campagne dell'Anatolia orientale. I
paesi occidentali voltarono la testa e a poco servirono le
resistenze eroiche come quella di Mussa-Dagh, ricordata dal romanzo
di Franz Werfel. Infine Ataturk concluse il programma, e nel '21
turchi e bolscevichi si accordarono sulle frontiere di una piccola
Armenia sovietica.
Tra sterminio, deportazione, fuga restavano in Turchia qualche
decina di migliaia di armeni. Due milioni di persone con i cognomi
in "ian" erano scomparse nel primo genocidio del XX secolo.
La donna salvata dal soldato
Araxi Onpashian aveva 7 anni nel 1915. É di
Sivas, un'altra città dell'Anatolia. Il suo racconto é fatto di
ricordi confusi. "Ci portarono in esilio dalle parti del deserto di
Surudj. Non ricordo come avvenne, mi persi: mi guardai intorno e non
c'era piu nessuno. Iniziai a piangere... Ad un tratto vidi che da
lontano, in sella a un cammello, un uomo si avvicinava... Forse
aveva capito che mi ero persa; mi prese e mi portò nella sua tenda.
Mi diede del pane e mangiai, mi diede del latte e bevvi, mi indicò
un angolo e là mi addormentai. Così rimasi con lui. Di giorno
spazzavo, mettevo ordine dentro la tenda e andavo a prendere l'acqua
al pozzo. Il mio padrone era un beduino arabo. Mi voleva bene e
diceva sempre:
'Sei molto bella, ragazzina. Aspettava che crescessi un pò per darmi
in sposa a suo figlio: ero di carnagione molto chiara e forse voleva
rendere piuù bianca la sua stirpe...".
Gli andò meglio che a Mesrop, che la tragedia dello sterminio
organizzato aveva visto coi propri occhi nel giorno stesso della
deportazione. "Un giorno, a piedi scalzi, vestita come sempre di
stracci, ero andata al pozzo. Mentre tiravo su il secchio pieno
d'acqua ad un tratto - non capii come -qualcuno colpì la mia schiena
con qualcosa, forse con una cintura". Non é il padrone beduino. "Mi
colpisce e subito mi tira su a cavallo con lui. Frusta e inizia a
galoppare. Dove mi porta? Il mio padrone beduino assieme ad altri
arabi iniziò a inseguirci con il cammello. Ma noi eravamo già
lontani... Mi voltai e guardai il viso del mio rapitore: era un
soldato europeo, sembrava una persona perbene. Mi teneva in braccio
come se fossi una sua parente. Arrivammo presso una specie di
accampamento. Il militare pagò una donna curda gentile che ci fece
entrare e ci nascose nella sua casa. La donna pensava che il soldato
fosse mio padre... Il cavallo del soldato trottava nel buio.
Continuammo la nostra strada. Era già mattina quando arrivammo a
Istanbul. Il soldato fermò il cavallo davanti a una bella casa. Il
padrone di casa era un medico greco a cui i turchi avevano rapito la
figlia, una bambina di sette, otto anni. Il medico aveva incaricato
questo soldato di cercarla, in cambio di una ricca ricompensa. Gli
aveva dato una fotografia e gli aveva chiesto di trovarla e di
riportarla a casa". Il militare europeo aveva infatti licenza di
libera circolazione nelle province turche.
"Il soldato si era messo subito in viaggio. Quando quel giorno mi
aveva visto vicino al pozzo, scalza e vestita di stracci, aveva
pensato: Porterò questa piccola al medico, al posto della sua
bambina: meglio di niente...
Per questo mi aveva rapito. Il medico greco ordinò alle cameriere di
lavarmi per bene: ero molto sporca. Le donne mi strigliarono per
bene; poi, mentre mi vestivano, una di loro vide sul mio braccio
alcune lettere armene. Quelle lettere me le aveva incise mia madre,
pensando che in questo modo se mi fossi perduta mi avrebbe potuto
ritrovare. Nel vedere quegli strani segni le cameriere chiamarono
subito il medico e gliele mostrarono. Questi, che era un uomo colto,
guardò con gli occhiali e disse: 'armenikos!', armeno. E così,
nonostante il suo lutto improvviso, mi condusse fino
all'orfanotrofio armeno della città. Per qualche tempo rimasi
nell'orfanotrofio. Un giorno si presentò un uomo; cercava una
ragazzina sul cui braccio erano impresse in armeno le lettere A e
O... Non ci crederete, ma quello era mio zio.
Appena viste le lettere sul mio braccio, per la grande felicità
iniziò a baciarmi. Mi ritirò subito dall'orfanotrofio e mi portò in
una casa".
A volte anche una tragedia finisce con una nota di speranza.
Conclude Araxi: "Aprì la porta una donna con i capelli completamente
bianchi. Come mi vide, esclamò: 'É la mia!'. Povera madre mia, dopo
avermi perduto aveva pianto talmente tanto che i capelli le si erano
imbiancati. Anche lei aveva molto patito. Era stata serva presso un
pascià arabo che voleva darla in sposa al figlio cieco. Il giorno
del matrimonio mia madre riuscì a scappare e, a piedi, cammina
cammina, arrivò a Istanbul. Là ritrovò suo fratello, e lui
nell'orfanotrofio ritrovò me e mi portò a casa di sua sorella...
Questa é la vita... Eh, figlia mia... Quando uno mette il piede
fuori da casa sua, trova mille e una difficoltà. Cosa dire a quelli
che ci hanno gettato in testa queste disgrazie? Chi ha provocato
esodo, non veda il paradiso".
Il genocidio e il silenzio
Il paradosso del genocidio degli armeni è che,
ancora oggi, per molti paesi questa vicenda non esiste. Nessuno ama
ricordare perché e grazie a quali silenzi milioni di persone furono
sradicate dalla loro terra, deportate e uccise dalla fame, dalla
sete, dalla malattia e ovviamente dalle pallottole e dalle sciabole.
La Turchia prima di tutto. Il ministero delle foreste turco ha
deciso in marzo che cambierò i nomi di animali che contengano
termini come curdo o armeno, come la volpe rossa. Vulpes Vulpes
Kurdistanicum o Ovis Armeniana. Un altro modo per cancellare quella
pagina di storia.
Per saperne un pò di più
Nonostante nel caso degli armeni il termine
"genocidio" sia ancora un tabù, molto è stato scritto anche in
italiano.
I racconti sintetizzati nell'articolo a fianco fanno parte di una
raccolta di testimonianze inedite che Sonya Orfalian sta curando per
l'editore Argo, cui si deve anche il bellissimo "Memoria della mia
memoria" (2003) di Gerard Chaliand che cura tra l'altro "L'imputato
non é colpevole", atti del processo a Talaat Pasha, sempre in uscita
per Argo.
L'editore Guerini é forse il piu prolifico: tra i tanti titoli
segnaliamo Flavia Amabile e Marco Tosatti che hanno raccontato nel
2003 "La vera storia del Mussa Dagh" (l'originale di Werfel è edito
da Corbaccio), mentre è appena uscito "Condannato a uccidere" di
Arshavir Shiragian, sull'uccisione a Roma nel '21 di Said Halim,
primo ministro ottomano all'epoca.
La sezione storica é molto ricca: il poderoso e documentato "Storia
del genocidio armeno" di Vahakn N. Dadrian (collana Carte armene)
alla terza ristampa, e la recente breve storia del genocidio di
Claude Mutafian, dal titolo "Metz Yeghern", ossia "il grande male",
come gli armeni chiamano il genocidio. Il saggio é la traduzione dal
francese di un libretto del '95 a cura del Comité pour la
Commemoration du 24 Avril
Sul versante storico da segnalare "Gli armeni" di Yves Ternon (Rizzoli,
2003), l'autore francese che ha scritto tra l'altro il bellissimo
"Lo stato criminale" (Corbaccio, '97), analisi dei genocidi del xx
secolo.
Sempre con Rizzzoli, Antonia Arsan ha pubblicato "La masseria delle
allodole" (2004), memorie sul popolo "mite e fantasticante".
Su un altro versante, quello archeologico, da segnalare i "Documenti
di architettura armena" (volumi illustrati di Oemme).
Infine, un titolo a caso: "Missione a Dzablvar. Epistolario
socialista del compagno Phanciuni" di Yervant Odian (Edizioni Lavoro
2004).
Unica in Italia è la video edita dalla EMI (Bologna) DESTINAZIONE IL
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