SCOPERTA E CONQUISTA DELL'AMERICA

Dall'avventura di Colombo alla nascita del colonialismo


CORTÉS, DIO E DISTRUTTORE:
IL GENOCIDIO DEGLI AZTECHI


Numero 91- Maggio 2004

di STEFANIA MAFFEO

Correva l'anno 1519 dell'era cristiana, a Tecochtitlan, capitale dei domini aztechi. Moctezuma II, nono tlatoani a regnare (la definizione tlatoani indica il governante supremo scelto tra i membri della nobiltà ereditaria detta pipiltin), era inquieto. Chi erano quegli uomini "pallidi come la luna, coperti di metallo, su enormi animali sconosciuti, con strane lance senza punta che sputano fuoco, orci che eruttano fiamme e distruggono tutto fino a mille passi?"[1]. Moctezuma II Xocoyotzin Il Giovane, nel 1519, era il signore degli Aztechi, che

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Hernan Cortés, el Conquistador

possedevano un impero che si estendeva dalla capitale Tenochtitlàn (con 300.000 abitanti) fino all'Atlantico. Era salito al trono nel 1502, quando l'impero viveva un periodo di decadenza a causa di frequenti rivolte dei popoli subordinati, tenuti a freno dalla sola forza militare[2].
Gli Aztechi - Mexica, detti il popolo "del cactus, dell'aquila e del serpente sul cuore palpitante", immagine tramandata nei codici dipinti ed ora simbolo centrale nella bandiera messicana, sono famosi e ricordati soprattutto per quegli inquietanti riti legati ai sacrifici umani che tanto inorridirono gli spietati Conquistadores spagnoli[3] che, guidati da Hernàn Cortés, s'impadronirono del Messico per conto della corona di Spagna a partire dal 1519. Gli Spagnoli, trenta anni dopo Colombo, faticarono ad addentrarsi nella penisola dello Yucatan per le difficili condizioni ambientali. Ottimo capitano, buon soldato, uomo dal carattere rude e battagliero, crudele e coraggioso, Hernán Cortés impersona, come nessun altro, la figura del "conquistador".

Fedele al Re di Spagna e religioso quanto basta, Cortés cercava la ricchezza per sé e per la sua patria ed era invaso dallo spirito di avventura che lo spinse a non fermarsi mai. Nato a Medellin, nel 1485, da famiglia di piccola nobiltà, dopo un paio d'anni di studi letterari all'Università di Salamanca, scelse la carriera militare. Nel 1504 venne inviato a Santo Domingo, dove iniziò il suo rapporto burrascoso con Diego Velásquez, futuro governatore di Cuba, che, prima lo mise agli arresti, e poi gli affidò la terza spedizione in Messico, dopo i falliti tentativi dei capitani Francisco de Córdoba e Juan de Grijalva. Dal 1515 Cuba aveva soppiantato Hispaniola come roccaforte spagnola. Di lì cominciò l'espansione verso il Messico. In realtà è controverso l'appoggio ufficiale alla sua spedizione.

Nella scoperta del Nuovo Mondo, e poi nella sua conquista, l'iniziativa individuale fu un elemento importante: a compiere entrambe furono piccoli gruppi di uomini, non la cristianità nel suo complesso. Nel 1519 Cortés approdò a Cozumel, dove recuperò il naufrago spagnolo Jerónimo de Aguilar. Sulla costa del Golfo il capitano venne accolto amichevolmente dai Totonachi, che divennero suoi alleati nella guerra contro l'Impero azteco-mexica. Nel frattempo, il governatore di Cuba si pentì di questa spedizione e cercò di richiamare Cortés, che, per tutta risposta, fece incendiare le proprie navi e fondò simbolicamente la città di Veracruz, dichiarandosi sotto la diretta autorità del Re di Spagna; la città fu trasformata in una municipalità, entità territoriale sottoposta direttamente alla giurisdizione del re e di cui solo Cortés era arbitro, scavalcando così l'autorità dei viceré spagnoli fino ad allora insediatisi.

L'hidalgo[4], che aveva come seguito 550 uomini, fra cui 32 balestrieri e 13 archibugieri, 16 cavalli e 10 cannoni su 11 vascelli, proseguì la marcia verso Tenochtitlán: quando giunse nella capitale azteca, fu trattato con grande riguardo, accompagnato dal re al Templo Mayor[5] (la più grande piramide azteca) della Città di Dio. L'impero azteco, affascinante, potente e misterioso, era all'apice della sua potenza e della sua espressione artistica e culturale. Una cultura complessa, caratterizzata da un lato dall'esaltazione della vita, della bellezza, della natura e delle grandi architetture, ma dall'altro segnata da una cupa religiosità, timorosa degli eventi naturali, dominata dall'oroscopo e dai presagi e legata i terrificanti sacrifici umani
Gli Spagnoli erano stupefatti ed ammirati per l'alto livello di sviluppo raggiunto da quella inaspettata civiltà del Nuovo Mondo, i Mexica - Aztechi, eredi dei Toltechi, che avevano fondato un grande regno con capitale Tula a 90 Km circa da Città del Messico. L'incontro tra i due mondi, presto tragicamente trasformato in conflitto, portò all'inesorabile declino del popolo azteco. Ma, procediamo con ordine. "La grande città […] è costruita sulla laguna salata e dista, in qualunque punto, due leghe dalla riva. Vi si può accedere da quattro parti attraverso strade ben costruite, della larghezza di due lance. È grande come Siviglia o Cordoba. […] La piazza più grande è due volte quella della città di Salamanca, interamente circondata di portici. Dove, ogni girono, tra compratori e venditori, ci saranno più di sessantamila persone":

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Cortés sbarca in Messico

Così si legge ne "La conquista del Messico"[6], la cronaca di una vittoria annunciata scritta dallo stesso Cortés, che giunse a Tenochtitlàn l'8 novembre 1519, dopo un viaggio durato sei mesi. Arrivò in una città di circa 300.000 abitanti, più grande di Londra o Parigi in quel tempo, con strade ampie e pulite, canali percorsi incessantemente da canoe che la rifornivano di tutti i beni dell'Impero. Proprio nel 1519, secondo le credenze azteche, era predestinato il ritorno del Dio Quetzalcoatl atteso ogni 52 anni, il famoso Serpente Piumato, che, dal caos primitivo aveva creato gli uomini e la Terra ( un disco con 9-13 cieli e mondi sotterranei), poi si era consumato tra le fiamme, ma era destinato a tornare per redimere gli uomini sotto forma di "nuvola bianca".

Gli Dei del Sole si nutrivano con il sangue del cuore umano: di qui i crudeli riti sacrificali alla presenza del popolo (estirpazione del cuore e consumazione dell'offerta). In quel tempo era continuamente vagheggiato, dai sacerdoti e dai poeti, il ritorno di Quetzalcoatl. A Texcoco, il preveggente re Nezahualpilli aveva preannunciato drammatici cambiamenti. Moctezuma II era stato turbato da alcuni segni premonitori, presagi dell'arrivo di un disastro: gli era apparsa una cometa, un tempio si era incendiato spontaneamente, la laguna di Mexico si era gonfiata di onde spaventose in assenza di vento e sembrava ribollire.

Il "popolo del Sole" era rimasto sconcertato da questa serie di presagi e prodigi che avevano preannunciato ciò che sarebbe accaduto: quando nel Golfo del Messico comparvero navi "grandi come montagne", che trasportavano "cervi enormi" (i cavalli) con in groppa uomini armati di cui si scorgevano solo i volti, l'impressione che il destino si stesse per compiere fu notevole. Quetzalcoatl era venuto da Est: ad Est era tornato; era bianco e barbuto. E l'Est era il luogo di origine degli eroici antenati dei Maya. Gli Aztechi scorsero nei Castigliani gli dei che tornavano. Nella fattispecie si trattò dell'arrivo di Cortés che, inizialmente, fu accolto come un Dio: Moctezuma gli offrì doni e vittime da sacrificare, rifiutate, queste ultime, dallo sdegnato Cortés.

Allora il re azteco, descritto dai cronisti come un uomo incerto e rassegnato, cambiò atteggiamento ed ordinò l'espulsione degli intrusi. Gli Spagnoli, con i loro cavalli, mostri sconosciuti, e le armi da fuoco, resistettero. Ed avanzarono verso l'interno. Trascorsero sei mesi di scontri e promesse, durante i quali Cortés stringeva un numero crescente di alleanze con gli indios, stanchi del predominio azteco, e Moctezuma si convinceva sempre più, non intimorito non dalle armature e dalle armi potenti, ma dall'interpretazione di alcuni segni profetici, che il conquistador spagnolo fosse almeno un messo del Dio e così gli si rivolgeva:

"Per il fatto che voi dite di venire da quella parte del mondo dove si leva il Sole, e per tutto quello che raccontate del potente re che vi ha mandati, siamo convinti che egli sia il nostro antico signore"[7]. Cortés non perse tempo a far valere l'autorità di Carlo V, imperatore di Germania e cristianissimo re di Spagna[8]: esortò i sudditi a giurare fedeltà alla Spagna, fece abbattere gli idoli, ponendo, al loro posto, nei templi, le immagini della Vergine, non prima di aver fatto lavare il sangue dei sacrifici. Mise al potere i suoi uomini e, il 22 maggio del 1520, data della Festa di Toxcal, Pedro De Alvarado, braccio destro di Cortés, massacrò l'intera nobiltà messicana, disarmata, riunita per celebrare il Dio Huitzilpochtli: 10.000 morti.

Nel frattempo, il governatore Velasquez, dopo aver accusato Cortés presso la Corte spagnola, l'aveva fatto dichiarare ribelle, ottenendo l'invio contro di lui di un contingente di truppe comandate da Narvàez. La notizia dello sbarco di quest'ultimo indusse Cortés a lasciare a Tenochtitlàn una piccola guarnigione, mentre egli stesso, con truppe raccogliticce, piombava sul rivale, sbaragliandolo: i soldati di Narvàez si unirono a Cortés, che rientrò nella capitale messicana il 24 giugno del 1520, proprio alla vigilia di una insurrezione generale contro gli Spagnoli da parte degli Aztechi esasperati dalle imposizioni e persecuzioni di Alvarado.

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Battaglia fra spagnoli e aztechi

Moctezuma venne preso in ostaggio nella cittadella sacra. L'orgoglio azteco rifulse. Tenochtitlàn insorse, liberando il suo re, che rimase ucciso negli scontri (27 giugno 1520) e gli Spagnoli furono costretti a fuggire dalla città, assediati da forze preponderanti. Durante la ritirata, sulla grande massicciata che congiungeva Tenochtitlàn con la terraferma, gli Spagnoli ed i loro alleati indigeni di Tlaxcala furono assaliti e, in parte, massacrati in un feroce corpo a corpo notturno nella notte senza luna o Noche triste del 30 giugno del 1520. Presero il potere il fratello del re, Cuittlahuac, ed il nipote, Cuauhtemoc. Ormai la "triplice alleanza" era in pezzi. La città di Texcoco passò dalla parte dei conquistatori. Con l'aiuto degli alleati traditori, la capitale venne assediata, riconquistata e distrutta, cadendo il 13 agosto del 1521, a due anni dall'arrivo degli europei, con perdite umane che ammontavano a 120.000 uomini.

Nel 1525 terminò, definitivamente, la resistenza azteca, con l'impiccagione degli ultimi capi. La disfatta e la sconfitta della popolazione azteca non può non essere collegata alle manifestazioni psicologico-ritualistiche collettive dell'attesa di eventi che avrebbero segnato, tra angoscia e tragedia, il loro destino. Gli Aztechi decifrarono la Conquista in chiave magica e nell'ottica profetica del ritorno dal mare del dio Quetzalcoatl (il conquistador fu molto abile ad alimentare questa convinzione).

In altre parole, l'imperatore Moctezuma non era riuscito ad inserire l'arrivo di Cortés nel suo universo mentale e, di conseguenza, non era riuscito a comprenderlo. Ma, di fronte alla cupidigia ed alla furia devastatrice degli Spagnoli, presto si ricredette, ma a nulla servì. Gli storici aztechi riferiscono del trauma profondo che investì la popolazione dopo una conquista drammatica e tragica, come testimonia il "canto triste" degli ultimi difensori della capitale Tenochtilan. Per gli Aztechi la caduta della città non fu un semplice episodio militare, ma la fine del "regno del Sole", nato per sottomettere i popoli che, ai quattro punti cardinali, circondavano il Messico, disfatta, comunque, subita con rassegnazione, in quanto voluta dagli Dei.

L'aspetto che più colpisce della conquista dell'impero azteco è proprio la rapidità e facilità con cui fu effettuata. Più fattori concorsero alla vittoria di un pugno di uomini guidati da Cortés su un impero organizzato con eserciti numerosi. Superiorità militare? Nella fattispecie si trattò di una superiorità tutt'altro che assoluta. Gli Amerindi non conoscevano le armi da fuoco e restarono inizialmente disorientati di fronte agli archibugi. Ben presto, però, superarono lo smarrimento iniziale anche perché nelle zone umide la polvere da sparo era inutilizzabile, così come inutilizzabile era l'armatura in ferro dei Castigliani.

Entrambi gli eserciti coprivano il loro busto con una tunica di pelle imbottita (escaupil) che resisteva alla freccia scagliata dalla balestra castigliana. I conquistatori, inoltre, impiegavano nei combattimenti i cavalli ed i cani addestrati. I primi, sconosciuti nelle Americhe, potevano essere utilizzati solo in campo aperto a differenza dei cani utilizzabili soltanto sugli altipiani scoscesi. Anche in questi casi la resistenza amerindiana seppe trovare soluzioni adeguate. Per fermare la corsa dei cavalli furono introdotte le baleadoras (fasce di cuoio cui erano legate dei sassi) lanciate tra le zampe dei cavalli. Si tenga anche presente la diversa tecnica di combattimento degli Aztechi rispetto a quella dei popolacas (barboni venuti dal mare).

I primi preferivano abbattere un cavallo piuttosto che "dieci cristiani", come narrano le cronache spagnole. Ciò perché il cavaliere catturato sarebbe stato sacrificato agli dei. Cortés puntò sulle divisioni esistenti all'interno dell'Impero. Infatti, sul piano militare contarono molto di più le alleanze che i Castigliani stabilirono coi popoli sottomessi: infatti, gli Alaxtaltechi furono preziosi alleati dei conquistatori nelle battaglie campali contro gli Aztechi, appena usciti da una grave crisi economica che aveva falcidiato la popolazione. Complici decisivi dei conquistatori furono anche le caste dominanti intermedie degli Imperi amerindi, quali militari e funzionari.

La conquista non si limitò al piano militare:

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La sconfitta di Montezuma:
Cortès lo fa incatenare

essa imponeva la disarticolazione della società azteca e, nel lungo periodo, dei sistemi di vita e di pensiero. Si trattava di "conquistare" le coscienze. La dimensione religiosa della conquista si scagliò sull'universo magico dei segni premonitori che i grandi sacerdoti aztechi provvedevano a decifrare[9]. Impadronitisi dell'Impero azteco, iniziò lo sfruttamento delle risorse. Bernal Diaz Del Castillo ha narrato l'emozione spagnola[10] quando furono scoperti gli ori aztechi, che furono ridotti in barre, più facilmente trasportabili, custoditi presso la Casa del Tesoro. Tenochtitlán-Città del Messico divenne la capitale della "Nuova Spagna del Mare Oceano"[11] e Cortés, dopo le sue prestigiose vittorie, aveva riqualificato il suo prestigio presso Carlo V, che lo nominò governatore (1522).

Il conquistatore seppe far fruttare la propria vittoria e diede avvio allo sfruttamento economico delle colonie. Dopo aver depredato gli Aztechi delle proprie ricchezze, inviò spedizioni nel cratere del Popocatepetl alla ricerca di zolfo con cui fabbricare polvere da cannone. Favorì l'estrazione di rame e di stagno e cominciò ad impiantare rudimentali fonderie per la fabbricazione di cannoni di bronzo, utilizzando manodopera locale, mantenuta in una condizione servile. Cortés fu anche gratificato di una encomienda[12] di 40.000 chilometri quadrati con una popolazione di 100.000 unità, ma il suo potere fu esautorato nel 1535 dall'arrivo del viceré della Nuova Spagna.

Lasciando dietro di sé una popolazione stremata dalla guerra e dimezzata dalle stragi e dalle malattie portate dagli Europei, Cortés partì con le sue truppe alla conquista di tutte le terre dominate un tempo dall'Impero azteco, spingendosi fino in Honduras. Nel 1528 Cortés, ormai ricco, ma poco stimato per il suo carattere indisciplinato e per alcune presunte irregolarità amministrative, fu richiamato in Spagna, dove gli venne tolta la carica di governatore. Dopo pochi mesi ripartì per il Messico con il titolo di Marchese della Valle di Oaxaca. Il nuovo Vicerè aveva poca simpatia per lui, che preferì imbarcarsi con le sue truppe alla ricerca di nuove terre e, nel 1535, raggiunse la California. Ma il Re lo rivolle in Spagna per combattere in Algeria, una sfortunata spedizione che vide l'esercito spagnolo sconfitto nel 1541. Cortés decise, allora, di ritirarsi a vita privata nella sua proprietà a Castileja di Cuesta, dove morì nel 1547. La sua salma, come egli stesso aveva chiesto prima di morire, fu inviata a Città del Messico e tumulata nella chiesa di Gesù Nazareno. Di lui rimangono le cinque lunghe lettere inviate a Carlo V, che compongono la Relazione della conquista del Messico, redatte tra il 1519 ed il 1526.

NOTE
[1] Di grande aiuto, per la stesura di questo saggio, sono stati due articoli pubblicati su Specchio della Stampa N. 132 di sabato 1 agosto 1998: La fine degli Aztechi. Anche il Dio piange, di Piero Soria, e Cortés, destino che veniva dall'Est, di Giordano Stabile.
[2] Gli Aztechi erano giunti in Messico da nord verso il 1100, guidati, secondo la leggenda, da Hiutzilopochtli, un dio tribale, e si erano sovrapposti alla preesistente civiltà dei Toltechi. Più precisamente, per ragioni misteriose, nel 1168, l'ultimo sacerdote ed il dio stesso, abbandonarono Tula, capitale tolteca, favorendo la dispersione dell'intero popolo. La città venne inghiottita dalla foresta. Le prime tribù azteche si stanziarono vicino all'antica Tula, sulle sponde della laguna di Mexico. I nuovi arrivati si ritagliarono uno spazio vitale tra le tante città-Stato che componevano il mosaico mesoamericano. Soltanto nei primi decenni del XV secolo riuscirono ad assoggettare tutti i popoli che abitavano la regione, fondando saldamente il loro dominio. La svolta si ebbe nel 1428, quando i tre principali centri aztechi, Tenochtitlàn, Texcoco e Tlacopàn, fondarono la 'triplice alleanza'. In pochi decenni le tre città sottomisero quasi tutti i piccoli Stati dell'attuale Messico meridionale. Grande artefice dell'espansione fu Moctezuma I, bisnonno di quello che incontrò Cortés. Vi erano oltre 317 città tributarie con un efficiente sistema di tassazione; i registri erano tenuti da un grande Cacique. L'aristocrazia esercitava il potere politico attraverso cariche amministrative e religiose e la carica di sovrano era elettiva. Le strutture di base della società azteca erano i calpulli, ossia delle entità amministrative che possedevano la terra, essendo la società azteca fondata sull'agricoltura; gli Aztechi facevano oggetto di culto un dio-mais. C'era un fiorente artigianato che alimentava il commercio con i paesi vicini, effettuato per mezzo del baratto, senza l'uso della moneta. Nel codice Mendoza, nella pagina di apertura, si racconta la fondazione di Tenochtitlán da parte degli Aztechi-Mexica nel 1325. Essi terminarono la loro migrazione quando giunsero su un'isoletta della laguna di Texcoco e videro un'aquila (simbolo del Sole) appollaiata su una pianta di cactus, il cui frutto è una rappresentazione del cuore umano. Gli Aztechi-Méxica, dediti a sacrifici umani durante i quali alle vittime veniva strappato il cuore, videro nella scena il simbolismo riguardante proprio le loro pratiche sociali e religiose.
[3] Con il nome di Conquistadores erano noti gli avventurieri spagnoli che, nel XVI secolo, esplorarono e conquistarono gran parte dell'America centrale e meridionale. Spesso di umili origini, ma nella maggior parte dei casi appartenenti alla piccola nobiltà, essi costituivano in Spagna un gruppo sociale abbastanza numeroso che aveva fatto per secoli della guerra il proprio mestiere, impegnandosi contro gli Arabi nella reconquista della Penisola Iberica. Rimasti privi d un ruolo dopo la caduta di Granada (1492), ultimo baluardo musulmano, trovarono nell'impresa americana un'occasione per arricchirsi. Spietati e coraggiosi seppero approfittare delle proprie capacità come soldati per imporsi alle popolazioni amerinde. Spesso in queste imprese erano finanziati dalla Corona, ma, ancora più frequentemente, come era nella loro natura di mercenari, da privati. Non avendo alcun interesse ad instaurare metodi di convivenza pacifica con i nativi, il loro unico scopo fu sfruttare le risorse umane e materiali delle zone assoggettate. L'avidità li pose spesso in contrasto fra loro e li rese assai poco affidabili come amministratori delle colonie. Furono, pertanto, subito rimpiazzati dai funzionari regi e non ottennero mai cariche di rilievo nei territori conquistati.
[4] Gli Hidalgos erano membri della piccola nobiltà spagnola che si distingueva dalla grande aristocrazia dei ricoshombres. Al titolo erano connessi una serie di privilegi che lo rendevano molto desiderabile, ma raramente ad esso erano associate grandi ricchezze. Anzi gli hidalgos, per la loro povertà, vennero chiamati 'affamati'.
[5] Il Templo Mayor, così soprannominata dagli Spagnoli, era un'imponente costruzione costruita nel 1486 e dedicata a Huitzilopochtli (dio del Sole) e Tlaloc (dio della pioggia), con una base di 100 metri per 80 ed era alta 40 metri. Era formata da 4 o 5 gradoni con le pareti molto inclinate, con una scalinata laterale con oltre 100 gradini, in cima alla quale venivano sacrificate agli dei le vittime umane. Gli Aztechi ritenevano che il ciclo del Sole potesse fermarsi in assenza di sacrifici umani. I cuori delle vittime erano considerati il 'nutrimento' del dio-astro, che così poteva continuare il suo corso. Gli annali registrano che l'inaugurazione richiese 84.000 sacrifici umani. La Grande Piramide, come veniva anche definito, era stata costruita su una piramide precedente più piccola. Cortés scriveva a Carlo V: 'Sia la parte in muratura sia le parti di legno sono lavorate in modo perfetto e non credo che se ne trovino di migliori in alcuna città del mondo'.
[6] Hernàn Cortés, La conquista del Messico, Rizzoli, Milano.
[7] William H. Prescott, La conquista del Messico, Einaudi.
[8] I Conquistadores spagnoli imposero un pendente, il Chimalli, sullo scudo, come simbolo di guerra, con il monogramma di Carlo V e del Sacro Romano Impero con le C coronate. Alcuni esemplari, insieme ad oltre 350 capolavori dell'arte azteca provenienti dai Musei di Città del Messico, si possono ammirare alla mostra 'I tesori degli Aztechi', a Palazzo Ruspali, Roma, via del Corso 418, dal lunedì al sabato fino al 18 luglio 2004.
[9] Già l'arrivo di Cristoforo Colombo ad Hispaniola aveva significato anche l'apertura di immensi spazi all'evangelizzazione. Colombo stesso diede risalto all'aspetto religioso della Conquista, allorché si firmava orgogliosamente Christum ferens (Colui che porta il Cristo). La religione imposta dai Castigliani si rivelò, in effetti, una forma complementare della Conquista, tanto più sofisticata ed incisiva perché affondava nella coscienza degli uomini , ne ridisegnava la geografia interiore. Insomma venne fuori la diversa concezione religiosa esistente fra il cattolicesimo mediterraneo e le credenze, i triti, la concezione della morte degli amerindi. Di fronte all'assalto della religione dei conquistatori, i popoli indigeni riuscirono a far sopravvivere i loro dei e le loro credenze, dando vita ad un cattolicesimo latinoamericano sincretistico. Nell'adorazione della Vergine di Guadalupe, ad esempio, sopravvive la credenza 'Madre Terra' e presso i popoli degli altipiani andini l'adorazione di Inti Illimani si confonde con la Resurrezione. Processi di osmosi, quindi, come nelle festività religiose in Guatemala o come nell'universo sincretistico della religiosità brasiliana.
[10] Bernal Diaz Del Castillo, Storia della conquista del Messico, Tea.
[11] I possedimenti spagnoli in America furono organizzati in viceregni: ne furono immediatamente creati due, la Nuova Spagna del Mare Oceano (1535), che comprendeva tutto il territorio spagnolo a nord dell'istmo di Panama, ed il Perù (1542), che copriva tutta la parte a sud dell'istmo, ad eccezione della costa venezuelana. Il viceré che dominava era soggetto al controllo di un visitador, un ispettore mandato all'improvviso dalla Corte. Alla fine del mandato il viceré si sottoponeva alla residencia, una revisione giudiziaria imposta dalla Corona. Sotto l'autorità del viceré erano collocate le Audiencias, ossia dei tribunali locali sorti allo scopo di porre un freno all'eccessiva indipendenza degli adelantados, i conquistatori.
[12] L'encomienda era la cessione, da parte della autorità spagnole, di una comunità o di un gruppo indio ad un unico conquistatore (encomiendero), che aveva il diritto di riscuotere quelle tasse che gli amerindi erano tenuti a pagare in qualità di sudditi del Re. Era un sistema di tipo feudale, essendo gli indigeni legati alla terra come i servi della gleba: infatti, le tasse potevano esser riscosse sotto forma di danaro, beni o, addirittura, lavoro. Questo sistema distrusse l'economia indigena, in quanto gli amerindi abbandonarono ogni cura anche delle opere pubbliche che costituiva forma di pagamento dei tributi dovuti alla Corona, in particolar modo quelle di irrigazione. Conseguenza di ciò fu l'abbandono della produzione di beni essenziali per le popolazioni indigene, che ne accelerò la distruzione ed il completo assoggettamento al modo di produzione europeo.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Moderna
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Aggiornamento: 01/05/2015