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GIORDANO BRUNO

Giordano Bruno

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(Nola 1548 - Roma 1600), di nobile famiglia, poté frequentare gli ambienti culturalmente più elevati di Napoli, dove compì i suoi studi.

A diciassette anni entrò come novizio nel convento di San Domenico in Napoli e nel 1572 fu ordinato sacerdote. Studioso di teologia, ma anche di filosofia antica e moderna, tentò di conciliare il cristianesimo ortodosso con il neoplatonismo; accusato perciò di eresia, fuggì da Napoli e, dopo aver errato per l'Italia settentrionale, si rifugiò a Ginevra dove frequentò l'università.

Venuto ben presto in urto con le autorità calviniste, abbandonò la città e passò in Francia; fu prima a Tolosa e quindi a Parigi dove, nel 1582, pubblicò il De umbris idearum, dedicato al re Enrico III, che gli fece ottenere una cattedra alla Sorbona. Nel 1583 passò in Inghilterra, e i due anni e mezzo trascorsi a Londra e a Oxford, dove tenne lezioni pubbliche, furono tra i più fecondi della sua vita; lì infatti scrisse e pubblicò le sue opere più importanti, che tra l'altro gli attirarono l'ostilità dei teologi.

Tornato a Parigi, intraprese l'esposizione e la discussione dei testi aristotelici; l'ostilità degli studenti lo indusse però a trasferirsi in Germania.

Insegnò a Wittenberg e successivamente a Praga e a Helmstadt; a Francoforte pubblicò le sue opere in latino. In questa città ricevette l'invito ad andare a Venezia da parte di un patrizio, Giovanni Mocenigo, che intendeva farsi insegnare da lui la mnemotecnica e forse la magia. A Venezia Bruno conobbe Galileo e Paolo Sarpi.

Il Mocenigo, scontento dell'insegnamento del filosofo e soprattutto reso diffidente dai suoi atteggiamenti ereticali, lo denunziò al Sant'Uffizio; il governo della Serenissima fece arrestare il Bruno (1592), ma l'anno successivo, su richiesta dell'Inquisizione romana, lo inviò a Roma dove rimase in carcere per sette anni, rifiutandosi coraggiosamente di ritrattare le sue opinioni in materia filosofica e religiosa; perciò il 16 febbraio del 1600 fu mandato al rogo, che affrontò con estrema dignità.

Il pensiero filosofico del Bruno è ricco di fermenti nuovi e di presentimenti e i suoi scritti sono animati da un'eloquenza piena di entusiasmo lirico.

Dopo l'iniziale ribellione alla vecchia cultura scolastica, pedantesca e aristotelizzante, il Bruno si era in un primo tempo avvicinato al materialismo atomistico di Democrito e degli epicurei, ma, insofferente di questa visione troppo schematica della realtà naturale, e forte dei suoi studi sul neoplatonismo, finì con l'approdare a un naturalismo potentemente animato dalla convinzione che ogni aspetto, ogni momento della realtà naturale è organizzato, ordinato e sorretto da una forza vivente che “è presidente alla materia e signoreggia nelli composti, effettua la composizione e consistenzia de le parti... stende le cartilagini, incava le arterie... intesse le fibre, ramifica gli nervi...”.

Precisa e manifesta intenzione del Bruno fu quella di rinunciare a ogni speculazione di tipo teologico allo scopo d'indirizzare ogni sforzo all'indagine sul mondo naturale, nel quale soltanto si può ritrovare la presenza del divino che appunto si identifica con tutta quanta la realtà naturale; e proprio perciò il Bruno giunge a una chiara intuizione dell'infinità della natura e dei mondi, di schietto sapore panteistico.

Queste conclusioni lo portano a un atteggiamento di sdegnoso disprezzo verso le religioni rivelate; pur riconoscendo l'utilità del culto “per l'istituzione di rozzi popoli che dènno esser governati”, egli ritiene che la religione non sia altro che un assieme di superstizioni contrarie alla ragione e alla natura.

In questa acre avversione accomuna il cristianesimo cattolico, il luteranesimo e il calvinismo, e di ogni esteriore manifestazione religiosa si fa beffa in vari scritti; la vita morale, pertanto, non può mai essere guidata da astratte formule tradizionali, ma deve essere, secondo il Bruno, un “eroico furore” mediante il quale l'uomo, il filosofo, in una sorta di slancio intuitivo, coglie la profonda unità e infinità del tutto.

Bruno, pertanto, è divenuto il simbolo del libero pensiero che si vuole affermare contro ogni tirannia religiosa e politica, e il significato della sua opera e la sua tragica fine sono ancor oggi oggetto di discussione; Herder e Hegel, durante l'età del Romanticismo, salutarono in lui il fondatore del pensiero critico moderno.

Le numerose opere del Bruno, animate da un profondo spirito d'esaltazione lirica e religiosa delle forze della natura, sono la testimonianza più evidente della molteplicità dei suoi interessi; le principali sono: Spaccio de la bestia trionfante (1584), La cena de le ceneri (1584), un dialogo che satireggia, senza umorismo, la pedanteria dei filosofi aristotelici, pubblicato insieme con De la causa principio et uno e De l'infinito universo et mondi; Degli eroici furori (1585), l'ultima opera con la quale il Bruno esalta l'amore ardente per la verità, la Cabala del cavallo pegaseo (1585).

Perfettamente coerente col pensiero è lo stile del Bruno, il quale per chi non sia schiavo di pregiudizi puristici resta uno dei più vigorosi scrittori del nostro Rinascimento. Quanto di più personale egli ci ha lasciato come artista è da cercare non nella commedia Il Candelaio, ma nei dialoghi e in alcuni tratti dei poemi latini, degni per altezza d'ispirazione d'essere accostati alla poesia di Lucrezio. Scrittore ricco di fermenti di pensiero al punto da apparire incoerente, il Bruno nella forma del dialogo, cara agli scrittori rinascimentali, infuse il vario e libero movimento della sua dialettica, e attraverso la creazione di personaggi vivissimi e la descrizione di ambienti (memorabile fra tutte è quella del viaggio per Londra nel Dialogo secondo della Cena delle ceneri) diede una rappresentazione concreta della sua passione di cercatore della verità.

Pronto all'invettiva e alla satira, ma insieme disposto ai toni alti dell'eloquenza, egli è sembrato ad alcuni un precursore del secentismo; ma a torto, ché se nelle sue pagine si possono ritrovare isolati gli elementi stilistici propri del secentismo, la sua esuberanza stilistica è tutt'altra cosa dalla retorica barocca: essa fu il risultato di un appassionato travaglio del pensiero e dei sentimenti, l'uno e l'altro sovrabbondanti, e non, come nei prosatori barocchi, un virtuosismo applicato intorno al vuoto del pensiero e del sentimento.

Luigi Sibona

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Nella seconda metà del '500 era più facile essere condannati per le proprie idee antiecclesiastiche che non nella prima metà, semplicemente perché la Controriforma era più efficiente, più "spagnola". Lo scontro tra riformisti "laici" e controriformisti "clericali" fu durissimo in Italia (a causa dell'egemonia spagnola), e soprattutto negli ambienti intellettuali di un certo livello.

Bruno, in questo senso, non poteva che essere l'ultimo grande filosofo laico del Rinascimento italiano. Galileo, infatti, sarà costretto a interessarsi di più alla scienza che non alla filosofia, proprio perché l'esigenza era diventata quella di sfuggire alle maglie di una censura sempre più costrittiva. Galilei non si pose certo il compito di dare una maggiore concretezza sociale o politica alle verità filosofiche di Bruno.

Bruno si servì della filosofia naturalistica per cercare di far passare, sfuggendo alle insidie controriformistiche, le idee del materialismo ateo. Di qui il suo velato panteismo. Il suo materialismo tuttavia non può essere definito scientifico perché gli manca l'analisi sociale, l'impostazione storicistica.

Bruno rappresenta non solo la lotta titanica del singolo intellettuale progressista contro l'oscurantismo ecclesiastico, ma anche l'inevitabile sconfitta di questa lotta, essendo essa fondata su una mera contrapposizione ideologica e individualistica.

Bruno cioè rispecchia il limite dell'intellettuale isolato del Rinascimento italiano, cioè dell'intellettuale con grandi idee laiche, ma senza un vero consenso popolare. Ecco perché la sua condanna era inevitabile. Occorrono dei movimenti di massa (come quelli che seppe creare la Riforma) per trasformare le istituzioni e le ideologie.

Se Bruno (e, come lui, altri intellettuali) avesse abbracciato la causa della Riforma, se si fosse associato alle proteste popolari ("religiose" è vero, ma di "massa"), forse le cose, per lui e per l'Italia, sarebbero andate diversamente.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015