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BRUNO, L'ACCADEMICO DI NULLA ACCADEMIA

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Leggendo la vita di Giordano Bruno sono almeno cinque le cose che saltano subito agli occhi:

  1. considerava la materia eterna ed infinita, perennemente soggetta a evoluzione, in un universo dove tutte le differenze di spazio e tempo si annullano, anticipando, in questo, teorie che verranno elaborate solo molti secoli dopo da Darwin e da Einstein: eppure scrisse molto sulla magia e l'esoterismo;
  2. predicava il libero pensiero, ma ogni volta che discuteva era di un'intolleranza insopportabile: sempre a caccia di cattedre universitarie per tutta Europa, fu espulso, a causa del suo pessimo carattere e del suo estremismo ideologico, da almeno una decina di città, subendo condanne tanto dai cattolici quanto dai protestanti;
  3. vedeva l'essenza della vita in generale nella più piccola particella del creato, anticipando addirittura di quattro secoli le più moderne ricerche sul Dna e le relazioni ologrammatiche: eppure istigò i propri accusatori a metterlo sul rogo;
  4. fu un grande ammiratore di Copernico, arrivando per la prima volta a sostenere l'idea di un universo fisicamente illimitato: eppure non fece mai alcuno studio davvero scientifico (in campo matematico le sue osservazioni valgono pochissimo);
  5. era assolutamente anticlericale e miscredente, eppure non negò mai valore alla cosiddetta "doppia verità" (filosofica e teologica) e cercò addirittura comprensione da parte di papa Gregorio XIV, cui dedicò un libro.

Ancora oggi non si sa il motivo per cui nel 1591 abbandonò improvvisamente Francoforte per recarsi a Venezia, andando incontro alla propria rovina. Forse sentiva che si stava esaurendo il suo "eroico furore": nelle ultime opere infatti l'erudizione stava diventando pedante e s'andavano accumulando le astruserie matematiche. O forse sperava che dopo la morte di papa Sisto V la severità della curia si sarebbe attenuata. A Francoforte comunque il senato aveva respinto la sua richiesta di un permesso di soggiorno.

L'amico Giovanni Mocenigo gli aveva fatto capire che la repubblica veneziana fruiva di una certa libertà culturale e a lui avrebbe fatto piacere apprendere dal grande filosofo in persona l'arte della memoria (mnemotecnica), la matematica e la magia naturale.

Non riuscendo a stare per più di qualche anno in nessun posto, Bruno accettò, ma il nobilotto Mocenigo, dopo solo pochi mesi, profondamente deluso di non esser potuto diventare un mago capace di strabiliare i suoi compari, lo denunciò delle peggiori eresie anticristiane. Vistosi perduto, Bruno abiurò immediatamente di fronte all'Inquisizione veneziana, pensando di potersela cavare dissimulando le proprie intenzioni (come già aveva fatto Campanella). Ma dalla curia romana venne ordinato di non rimetterlo in libertà.

Nella storia della teologia (o della filosofia religiosa, in quanto nelle sue opere non viene mai fatta un'affermazione esplicita di ateismo), Bruno è un caso davvero eccezionale. Visse una vita così sconvolgente, al di fuori di ogni regola (il suo motto era: "D'ogni legge nemico e d'ogni fede"), che ancora oggi non si riesce ad apprezzare il suo pensiero materialistico sino in fondo. Bruno ha cominciato a essere studiato in maniera rigorosa solo a partire da Bertrando Spaventa e dalla sua scuola: oggi il massimo studioso è Michele Ciliberto, che ha curato le opere complete, consultabili anche in questo sito giordanobruno.signum.sns.it/bibliotecaideale/.

Resta il fatto che a distanza di mezzo millennio non sono ancora stati trovati gli atti ufficiali del processo romano, a parte alcuni documenti rinvenuti da Angelo Mercati nel 1940 tra le carte personali di Pio IX. Quello che abbiamo, frutto di una ricerca quarantennale iniziata da Luigi Firpo nel 1948, sono soltanto estratti o sommari di verbali perduti (e gli interrogatori - come noto - durarono ben sette anni!).

Si sa con certezza che la chiesa di papa Clemente VIII (giudici erano nove cardinali, tra cui quel Bellarmino che diventerà poi santo) condannò non solo le sue eresie teologiche (sulla trinità, la divinità del Cristo, la verginità di Maria, la transustanziazione, gli inferi ecc.), ma anche molte sue tesi filosofiche e scientifiche.

Ma lui, invece di preoccuparsene, ne andava fiero e, nonostante gli fosse bastato un riconoscimento formale del proprio errore per aver salva la vita e il carcere perpetuo, non volle piegarsi mai su nulla. D'altronde questa sua mistica del martirio già anni prima l'aveva teorizzata: "Ch'io cadrò morto a terra, ben m'accorgo - ma qual vita pareggia al morir mio? La morte non mi dà un'ombra di paura". E famose restano le parole che rivolse ai giudici poco prima del supplizio: "Tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nel riceverla".

Sarebbe però un errore pensare ch'egli se la fosse cercata. Persino lo scultore che gli fece quel significativo monumento, E. Ferrari, in Campo dei Fiori, a Roma, nel 1889, ci ricorda la protervia delle chiese cristiane in Europa occidentale, paragonando Bruno a Wycliff, Hus, Vanini, Serveto, Campanella, Sarpi, Erasmo... e la lista potrebbe continuare con ancora tanti nomi di martiri della libertà di pensiero e di coscienza.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015