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PASCAL: né con Epitteto, né con Montaigne

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BLAISE PASCAL

Nasce a Clermont-Ferrand nel 1623, in una famiglia della nobiltà di toga, che nel 1631 si trasferisce a Parigi. Orfano della madre a tre anni, è seguito nella sua educazione dal padre, un magistrato della Corte delle Imposte, severo, colto e molto interessato alle scienze. Entra ancora adolescente nel circolo di padre Marin Mersenne, che, in relazione con i principali scienziati d’Europa, ha fatto della sua cella il più importante luogo di confronto culturale del suo tempo. Segue così da vicino il gran movimento della scienza moderna e vi s’inserisce assai presto con i suoi studi di matematica e di fisica. A sedici anni pubblica il Saggio sulle coniche, a diciannove anni crea la prima macchina calcolatrice. Nel dibattito sul vuoto che si svolge a Parigi tra il 1646 e il 1648 entra da protagonista con il suo straordinario talento.

Nel 1646 due medici, entrati in casa Pascal per curare il padre, lo mettono in contatto con il Giansenismo.[1] L’interesse religioso diventa il centro della sua filosofia. Nel 1651 muore il padre. Poco dopo, la sorella Jacqueline entra nel convento giansenista di Port-Royal.

Rimasto solo a Parigi, mantiene rapporti col circolo di Mersenne, affronta questioni matematiche e, su consiglio dei medici, inizia a fare, con misura, vita mondana: frequenta la corte e i salotti; forse, pensa anche di sposarsi.

L’esperienza dei salotti e l’amicizia con alcuni libertini lo portano a riflettere sui limiti della ragion matematica: nei rapporti umani, infatti, essa è del tutto inadeguata a comprendere i sentimenti, gli stati d’animo, a giudicare le persone da piccoli dettagli, a rendersi conto delle situazioni alla prima occhiata, come sanno invece fare molti uomini di mondo, del tutto privi di cultura matematica e scientifica.

Nel 1654, un suo amico libertino, appassionato giocatore, gli pone problemi relativi al gioco d’azzardo che lo spingono a un inedito punto di vista sulla matematica. Egli tenta, infatti, di pensare il rischio, la possibilità di vincere o di perdere, in termini matematici. Introduce così il possibile nel ragionamento matematico e crea il calcolo delle probabilità. Di questa esperienza egli si varrà anche nella sua attività di apologia religiosa.

La vita mondana, con le sue distrazioni dal rigore scientifico, lo porta alla valorizzazione della categoria della possibilità: non tutto è riconducibile al rigore, alla necessità geometrica; importanti problemi esistenziali impongono scelte, decisioni, senso e coscienza del possibile.

L’analisi della condizione umana in termini di possibilità, di rischio, di scelte in cui è in gioco il proprio destino, fa di Pascal un esistenzialista ante litteram.

Il 23 novembre 1654, “dalle dieci e mezzo di sera sino a circa mezzanotte e mezzo”, ha un’esperienza mistica eccezionale, la sua “seconda” e decisiva conversione (la prima è avvenuta col primo incontro con il giansenismo).

Si ritira per un po’ di tempo a Port-Royal. Riflette su Epitteto e su Montaigne, “sue letture abituali”, e ne discute con il direttore di Port-Royal, Isaac-Louis Le Maître de Saci (1613-1684), che, invece, “aveva sempre creduto di doverli leggere poco” (di questo incontro-confronto esiste un dettagliato resoconto).[2]

Il direttore di Port-Royal, che ha accettato l’incontro confidando nei “santi lumi che trovava nella Scrittura e nei Padri”, spera “di non rimanere abbagliato dalla brillante intelligenza del signor Pascal, che tuttavia incantava e conquistava tutti quanti”. Pascal, però, non lo sorprende, perché quel che gli dice, lui l’aveva già letto in Agostino. Tuttavia conclude: “Il signor Pascal è estremamente degno di stima, perché, pur non avendo letto i Padri della Chiesa, ha trovato da sé, con la perspicacia della sua mente, le stesse verità già trovate da loro. A lui sembrano stupefacenti perché non le ha lette in nessuna parte; ma noi siamo avvezzi a incontrarle a ogni passo nei nostri libri”. Pascal vale molto, per il direttore giansenista, perché è arrivato da solo alle stesse posizioni di Agostino, stella polare del movimento di Port-Royal.

Pascal sostiene che la lettura di Epitteto e di Montaigne può essere molto utile, perché mostra in modo esemplare gli errori opposti cui approda l’intelligenza umana quando non sia illuminata dalla rivelazione cristiana.

“Epitteto – dice Pascal – è uno dei filosofi che meglio ha conosciuto i doveri dell’uomo. Vuole, anzitutto, che esso consideri come suo oggetto principale Dio; che sia convinto che egli governa tutte le cose con giustizia; che si sottometta di cuore a lui e che lo segua volontariamente in ogni cosa, dacché egli non fa nulla se non con grandissima saggezza: questa disposizione d’animo farà cessare tutte le lamentele e tutte le mormorazioni e preparerà il suo spirito a soffrire in pace tutti gli avvenimenti più incresciosi. […] Epitteto mostra anche in mille maniere ciò che deve fare l’uomo. Vuole che sia umile, che nasconda i suoi buoni proponimenti, soprattutto da principio, e che li adempia in segreto: nulla li guasta maggiormente che il metterli in mostra. Egli non cessa di ripetere che tutto lo studio e il desiderio dell’uomo debbono essere di riconoscere la volontà di Dio e di seguirla.

Ecco i lumi di quel grande spirito, che ha conosciuto così bene i doveri dell’uomo. Oserei dire che meriterebbe di essere adorato, se ne avesse conosciuto altrettanto bene l’impotenza; perché bisognava essere Dio per apprendere agli uomini l’una e l’altra cosa. Perciò, siccome era terra e cenere, dopo aver così bene compreso i nostri doveri, ecco come egli si perde nella presunzione di quel che si può. Dice che Dio ha dato all’uomo i mezzi per adempiere tutti i suoi obblighi; che questi mezzi sono in nostro potere; che bisogna cercare la felicità nelle cose che sono in poter nostro dacché Dio ce le ha date a questo scopo; che bisogna vedere quel che c’è in noi di libero; che i beni di fortuna, la vita, la pubblica considerazione non sono in nostro potere e, quindi, non conducono a Dio; ma che la nostra mente non può essere costretta a credere quel che sa essere falso né la volontà ad amare quel che sa renderla infelice; che queste due facoltà sono, pertanto, libere e che per mezzo loro noi possiamo renderci perfetti; che con esse l’uomo può perfettamente conoscere Dio, amarlo, obbedirgli, piacergli, guarire da tutti i vizi, acquisire tutte le virtù, e rendersi così santo e compagno di Dio. Tali princìpi di diabolica superbia lo conducono ad altri errori: ad affermare, ad esempio, che l’anima è una parte della sostanza divina; che il dolore e la morte non sono mali; che, quando si è talmente perseguitati da credere che Dio ci chiami a sé, ci si può uccidere, e altri ancora”.

L’uomo di cui Epitteto conosce così bene i doveri è l’uomo prima del peccato di Adamo. Montaigne ha invece ben presente la condizione umana dopo il peccato originale, ma non tiene conto della grazia divina.

Epitteto non vede la miseria umana determinata dal peccato originale, Montaigne non vede gli effetti salvifici della grazia divina.

Montaigne, “essendo nato in uno Stato cristiano, si professa cattolico”, ma la sua filosofia non risente di questa professione. Egli, infatti, “ha cercato quale morale la ragione dovrebbe dettare senza la luce della fede, […] e così, considerando l’uomo come privo di qualsiasi rivelazione, ecco come discorre. Egli sottopone tutte le cose a un dubbio universale e talmente generale che questo dubbio si volge contro di sé, cioè se dubiti, e, dubitando persino di quest’ultima supposizione, la sua incertezza si avvolge su se stessa in un circolo perpetuo e senza sosta: opponendosi in egual modo a quanti affermano che tutto è incerto e a quanti affermano che non tutto è tale, perché egli non vuol affermare nulla. In questo dubbio di sé e in questa ignoranza che si ignora, e ch’egli chiama la sua “forma dominante”, sta l’essenza del suo pensiero, che non ha potuto esprimere mediante nessun termine positivo. Infatti, se afferma di dubitare, si tradisce affermando almeno questo: che dubita; e, siccome questo è formalmente contrario alla sua intenzione, egli non ha potuto spiegarsi se non in forma interrogativa. Dimodoché, non volendo dire: “Non so”, dice: “Che cosa so?”, e ne fa il suo motto, mettendolo sotto bilance che, pesando i contraddittorî, si trovano in perfetto equilibrio: ossia, è un puro pirroniano. Sopra questi principî vertono tutti i suoi discorsi e tutti i suoi Saggi; ed è la sola cosa che pretenda di stabilire fermamente, sebbene non ne manifesti sempre l’intenzione. Egli vi distrugge a poco a poco tutto quel che tra gli uomini passa per maggiormente certo: non per stabilire l’opposto con certezza, – solo di questa è nemico, – bensì per far vedere solamente che, essendo eguali le apparenze da una parte e dall’altra, non si sa su che cosa assidere la propria credenza.

In questa disposizione di spirito, egli si prende giuoco di tutte le certezze […] Così egli giudica a caso di tutte le azioni degli uomini e dei fatti storici, ora in un modo ora in un altro, seguendo liberamente la sua prima opinione e senza assoggettare il proprio pensiero alle norme della ragione, i cui parametri son sempre falsi: felice di far vedere con il proprio esempio le contraddizioni di una stessa mente. Conforme a questo genio liberissimo, per lui è uguale vincere o no nelle dispute, avendo sempre, in entrambi i casi, un mezzo di far vedere la debolezza delle opinioni: insediato con tale superiorità in quel dubbio universale da rafforzarsi egualmente sia con la vittoria sia con la sconfitta.

Da questa posizione, pur così fluttuante e vacillante, egli combatte con invincibile fermezza la pretesa degli eretici del suo tempo di conoscere essi soli il vero senso della Scrittura; ed egualmente da essa fulmina ancor più vigorosamente l’orribile empietà di coloro che osano sostenere che Dio non esiste. Egli li attacca in modo particolare nell’Apologie de Raymond de Sebonde; e, trovandoli volontariamente privi di ogni rivelazione e ridotti ai soli lumi naturali, esclusa ogni fede, domanda loro con quale autorità s’impanchino a giudicare di quell’Essere supremo, che è per definizione infinito, essi che non conoscono veramente nemmeno le infime cose della natura! Chiede loro su quali principî si fondino; intima loro di mostrarli; esamina tutti quelli che possono addurre e vi penetra così addentro, con il talento in cui eccelle, da mostrare la debolezza di tutti quelli che passano per i più manifesti e i più fermi. Domanda se l’anima conosca qualche cosa e conosca se stessa; se sia sostanza o accidente, corporea o spirituale; che cosa sia ognuna di queste cose e se non ci sia nulla che non sia di uno di questi ordini; se conosca il proprio corpo e che cos’è la materia e se possa discernere tra l’innumerevole varietà dei corpi; come possa ragionare, se è materiale; e come possa essere unita a un particolare corpo e risentirne le passioni, se è spirituale; quando essa abbia cominciato a essere, se insieme col corpo o prima, e se finisca con esso o no; se non s’inganni mai; se sappia di errare, dacché l’essenza dell’errore sta nel non avvedersene; se, nei suoi momenti di obnubilamento, non creda che due più tre fanno sei con la stessa fermezza con cui, un momento dopo, crede che facciano cinque; se gli animali ragionino, pensino, parlino; e chi possa dire che cos’è il tempo, che cos’è lo spazio o estensione, il movimento, l’unità, tutte cose che ci circondano e che sono affatto inesplicabili; che cosa siano la salute, la malattia, la vita e la morte, il bene e il male, la giustizia e il peccato, di cui parliamo continuamente; se ci siano in noi principî di verità; se quelli nei quali crediamo, e chiamiamo “assiomi” o “nozioni comuni” perché presenti in tutti gli uomini, siano conformi alla verità essenziale; e, dacché noi sappiamo solo in virtù della fede che un Essere assolutamente buono ce li ha dati, avendoci creati per la verità, chi saprà dire, senza il lume della fede, se, essendo stati formati a caso, tali principî non siano invece incerti o, se essendo stati formati da un essere fallace e malvagio, questi non ce li abbia dati falsi allo scopo d’ingannarci: mostrando in questo modo che Dio e la verità sono inseparabili e che se uno di essi è o non è, è certo o incerto, anche l’altro è necessariamente tale. Chi sa, dunque, se il senso comune, che noi consideriamo come giudice del vero, ne abbia l’essere da chi l’ha creata? Di più: chi sa che cosa sia la verità e come si possa affermare di possederla se non la si conosca? Chi sa, anzi, che cosa sia l’essere, che è impossibile definire, poiché non c’è nulla di più generale e, per spiegarlo, bisognerebbe servirsi sùbito di questo stesso termine, dicendo: “È...” E, dacché non sappiamo che cosa siano anima, corpo, spazio, tempo, movimento, verità, bene, e neppure essere, né sappiamo spiegare l’idea che ce ne facciamo, come possiamo esser sicuri che essa sia la medesima in tutti gli uomini: visto che non ne abbiamo altro indizio se non l’uniformità delle conseguenze, la quale non è sempre un segno dell’uniformità dei principî? Questi, infatti, possono essere assai diversi e condurre nondimeno alle stesse conseguenze; e ognun sa che il vero si conclude spesso dal falso.

Infine, egli esamina a fondo tutte le scienze e la geometria, di cui mostra l’incertezza negli assiomi e nei termini che non definisce, come lo spazio, il movimento, ecc.; e la fisica, in maggior numero di modi; e la medicina in un’infinità di modi; e la storia, la politica, la morale, la giurisprudenza e le altre discipline. Dimodoché si resta convinti che, nella nostra presente condizione, noi non pensiamo in maniera migliore che in sogni da cui ci destiamo solo nel momento della morte, e durante i quali possediamo i principî del vero altrettanto poco che nel sonno naturale. In cotal guisa, egli malmena con tanta forza e crudeltà la ragione priva della fede, facendola dubitare se sia ragionevole e se gli animali siano o no tali, da farla discendere dall’altezza che essa si era attribuita e da metterla, per graziosa concessione, alla pari con i bruti, senza permetterle di uscire da questa cerchia sino a quando non sia stata istruita dal suo Creatore del suo vero posto, che essa ignora, minacciandola, se si lamenta di ciò, di collocarla sotto ogni cosa (il che è altrettanto facile del contrario) e dandole facoltà di agire solo per riconoscere con sincera umiltà la propria debolezza, invece di elevarsi con sciocca insolenza”.

Pascal ha trovato l’asse del suo pensiero: né con l’uno né con l’altro degli autori delle sue letture abituali, né con Epitteto, né con Montaigne, ma con “Dio di Gesù Cristo”, che “si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo”, “Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti”, come scrive nel memoriale della seconda conversione che porta sempre con sé cucito nel vestito.

Sempre più si convince che la soluzione del problema dell’uomo è nella rivelazione cristiana del peccato originale e della redenzione, anche se si tratta di una verità che mette a dura prova la ragione umana.

456.[3] […] “E’ indubbio, infatti, che nulla offende maggiormente la nostra ragione come il dire che il peccato del primo uomo ha reso colpevoli coloro che, essendo lontanissimi da tale origine, sembrano incapaci di avervi parte. Una tale trasmissione ci sembra non solo impossibile, ma anche sommamente ingiusta: perché c’è nulla di più contrario alle norme della nostra miserabile giustizia come il dannare per l’eternità un bambino, ancora incapace di volontà[4], per un peccato al quale sembrerebbe non aver avuto parte, essendo stato commesso seimila anni prima che egli nascesse? Certo, nulla ci urta più fortemente di questa dottrina; eppure, senza questo mistero, il più incomprensibile di tutti, noi siamo incomprensibili a noi stessi. Il nodo della nostra condizione si avvolge e si attorce in questo abisso: sicché l’uomo è più inconcepibile senza questo mistero di quanto questo mistero non sia inconcepibile per l’uomo”.

A Pascal, agitato dal febbrile bisogno di fede soprannaturale, il rigore morale di Epitteto sembra “superbia” e il sereno tentativo di Montaigne di vivere bene senza certezze sembra “accidia” e “disperazione”. Per lui, solo la rivelazione cristiana mette l’uomo in grado di capire la propria contraddittoria condizione e di evitare i “vizi” opposti di Epitteto e di Montaigne.

458. […] “Soltanto la religione cristiana ha potuto guarire gli uomini di quei due vizi, non già scacciando l’uno per mezzo dell’altro, con la saggezza terrena, ma scacciando l’uno e l’altro con l’umiltà del Vangelo. Essa, infatti, insegna ai giusti, – ch’essa innalza talmente da farli partecipi della stessa divinità, – che anche in quel sublime stato recano in sé la fonte di ogni corruzione, che li rende soggetti per tutta la vita all’errore, alla miseria, alla morte, al peccato; mentre anche ai più empi grida che possono ottenere la grazia del loro Redentore.

Per tal modo, dando motivo di tremare a quelli che giustifica e confortando quelli che condanna, essa tempera in modo così equabile il timore e la speranza, tutti avendo la possibilità di peccare come di ottenere la grazia, da umiliarci infinitamente di più che non possa farlo la sola ragione, ma senza farci cadere nella disperazione; e da innalzarci infinitamente di più che non l’orgoglio della natura, ma senza farci insuperbire: ben mostrando così che, sola essendo esente da errore e da vizio, sola ha il potere e d’istruire e correggere gli uomini.

Chi può, dunque, rifiutarsi di credere a quei lumi celesti, e di adorarli? Non è più chiaro della luce del sole che troviamo in noi alcuni caratteri indelebili di grandezza? E non è altrettanto vero che sperimentiamo in ogni istante gli effetti della nostra deplorevole condizione? Che mai, dunque, ci gridano questo caos e questa confusione mostruosa, se non la verità di questi, con una voce così possente ch’è impossibile resisterle?”

Sempre più impegnato nella militanza religiosa, dal mese di gennaio del 1656 inizia a scrivere, in difesa dei giansenisti di Port-Royal attaccati dai gesuiti. Nascono, così, le Lettere provinciali, un capolavoro della letteratura francese moderna. Esse, però, sono messe all’Indice già nel 1657.

Il 24 marzo 1656 una sua nipotina ha una guarigione, che i medici non riescono a spiegare, dopo un contatto con una reliquia, una spina, conservata nella cappella del convento di Port-Royal. Pascal ne resta profondamente impressionato e comincia a riflettere sui miracoli e a fissare appunti per un’opera di apologia della religione cristiana, con due bersagli polemici: i gesuiti e i libertini. L’opera rimane incompiuta. Gli appunti che restano di questo suo lavoro sono stati pubblicati postumi col titolo di Pensieri. Tra questi appunti, ce n’è uno che segnala molto bene come l’interesse religioso sia in lui ormai dominante, quasi unico. E’ il n° 187: “La prigione. Mi par giusto che non si esamini a fondo l’opinione di Copernico; ma questo? Importa a tutta la vita sapere se l’anima sia mortale o immortale”.

E’ vero che Pascal attribuiva alla teoria eliocentrica solo valore d’ipotesi, ma si trattava pur sempre della questione al centro del processo di formazione della scienza moderna da più di un secolo.[5] Anche il titolo La prigione, ci dice che in lui tutto è ormai rivolto al destino nell’aldilà: perché darsi ancora tanto da fare per capire la natura di questo mondo, quando quel che importa e ciò che ci attende all’uscita?

Pascal muore, dopo una lunga malattia, a soli trentanove anni, nel 1662.

Torino 21 maggio 2012


[1] Il Giansenismo prende il nome da Giansenio, nome italianizzato del vescovo olandese Cornelis Jansen (1583-1638), la cui opera Augustinus esce postuma nel 1640. Giansenio si ricollega alla teologia agostiniana, soprattutto a quella elaborata nella polemica contro Pelagio e propone una concezione del rapporto della volontà umana con la grazia divina che si avvicina alle posizioni calviniste. Scritto in aperta polemica con il gesuita Luis de Molina (1536-1600), l’Augustinus viene subito attaccato dai Gesuiti e nel 1641 viene condannato dalla Sacra Congregazione dell’Indice e dell’Inquisizione. Nel 1642 Urbano VIII vieta che si scriva e si discuta intorno a cinque proposizioni tratte da quell’opera. Nel 1653 le cinque proposizioni vengono condannate. Arnauld e i suoi amici di Port-Royal accettano la condanna, ma sostengono che esse non si trovano nell’opera di Giansenio, ritenendosi pertanto liberi di seguire il loro maestro. Seguono altre condanne; nel 1709 il re ordina la distruzione del convento di Port-Royal e nel 1713 viene condannata l’intera dottrina giansenista con la bolla Unigenitus Dei Filius.

[2] Il resoconto, Colloquio con il signor de Saci su Epitteto e Montaigne, steso da Nicolas Fontaine, segretario del direttore di Port-Royal, si trova in appendice all’edizione Oscar Mondadori dei Pensieri di Pascal, pp. 471-486.

[3] I numeri sono quelli indicati nell’edizione Einaudi dei Pensieri e ripresi anche nell’edizione Oscar Mondadori.

[4] Allusione alla dottrina agostiniana della dannazione dei bambini morti senza battesimo.

[5] Lettera a padre Noël, riportata in nota a p. 146 nell’edizione Oscar Mondadori: “Quando si discorre umanamente del moto o della stabilità della Terra, tutti i fenomeni del movimento e delle retrogradazioni dei pianeti conseguono in maniera perfetta dalle ipotesi di Tolomeo, di Thyco Brahe, di Copernico, di tutte le quali una sola può essere vera. Ma chi mai oserà fare un così grande discernimento e potrà sostenere, senza pericolo di errore, l’una a pregiudizio dell’altra?”

Giuseppe Bailone

Giuseppe Bailone ha pubblicato Il Facchiotami, CRT Pistoia 1999. Nel 2006 ha pubblicato Viaggio nella filosofia europea, ed. Alpina, Torino.

Nel 2009 ha pubblicato, nei Quaderni della Fondazione Università Popolare di Torino, Viaggio nella filosofia, La Filosofia greca.

Due dialoghi. I panni di Dio – Socrate e il filosofo della caverna (pdf) Plotino (pdf) L'altare della Vittoria e il crocifisso (pdf)

Fonti


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015