STORIA DEL CRISTIANESIMO PRIMITIVO
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STORIA DI ISRAELE Premessa La stragrande maggioranza delle notizie che abbiamo della Palestina del primo
secolo proviene dai testi di Giuseppe Flavio, un militare ebreo che al tempo
della guerra giudaica del 66-74 d.C. passò dalla parte dei Romani e contribuì
alla disfatta del proprio popolo. A titolo di favore per i servizi resi
l'imperatore Vespasiano gli permise di raccontare la storia di quelle vicende,
cosa che egli fece pubblicando due volumi: Guerra Giudaica e Antichità
Giudaiche. E' evidente che Giuseppe Flavio non può essere considerato uno
storico assolutamente attendibile, sia perché odiava a morte il partito zelota,
che fu il protagonista principale di quella guerra, sia perché, per poter essere
pubblicato, non poteva mettere i Romani in cattiva luce, almeno non più di
quanto gli permettesse il suo rapporto servile nei confronti di Roma. D'altra parte anche gli Atti degli apostoli non possono essere
considerati un testo storicamente affidabile, anzi, per molti versi, lo sono
ancor meno di quelli di Flavio. I motivi sono semplici: i cristiani
avevano in odio i capi giudei per aver fatto giustiziare il loro messia, inoltre
il cristianesimo petro-paolino si poneva in netta antitesti all'ebraismo in
generale, non avendo alcun interesse a realizzare una liberazione
politico-nazionale della Palestina. Peraltro tutte le affermazioni di Flavio
riguardanti il coinvolgimento di Cristo e del suo movimento alla lotta di
liberazione nazionale, sono state in varie maniere interpolate da redattori
cristiani. Questa ricostruzione sintetica si è avvalsa del testo di S. G. F. Brandon,
Gesù e gli Zeloti, Rizzoli, Milano 1983. * * * Secondo il vangelo di Luca la nascita di Gesù viene a coincidere col
censimento ordinato dai Romani il 6 d.C., allorché la Giudea venne incorporata
per la prima volta entro il loro impero. Il censimento doveva servire per la
ripartizione dei tributi, cosa che porterà, di lì a poco, alla nascita del
partito di opposizione antiromana degli Zeloti. Secondo invece il vangelo di
Matteo, Gesù sarebbe nato pochi anni prima della morte di Erode il Grande, che
avvenne il 4 a.C.: una data importante per il popolo ebraico, in quanto dal 129
a.C., dopo essersi liberati, grazie ai Maccabei, della dominazione seleucide,
gli Ebrei avevano goduto dell'indipendenza nazionale. Erode era stato odiato dagli Ebrei per la sua origine idumea e per il suo
filo-paganesimo, e tuttavia, sotto il suo regno, la Palestina non era stata
costretta a pagare il tributo a un governo straniero né a vedere truppe
straniere sul proprio territorio. Ma Erode non poteva decidere, senza il
consenso imperiale romano, chi avrebbe potuto succedergli. Infatti suo figlio
Archelao dovette recarsi a Roma e, proprio in quella occasione, gli Ebrei si
ribellarono alle truppe romane del comandante Sabino, ch'erano state inviate per
mettere al sicuro l'ingente patrimonio dello stesso Erode. Gli Ebrei volevano
piena indipendenza nazionale, anche dagli erodiani. Uno dei capi di questa sommossa era stato Giuda, figlio di Ezechia, che aveva
occupato il palazzo erodiano di Sepphoris in Galilea, impadronendosi dei beni e
delle armi. E come Ezechia era stato giustiziato dal giovane Erode, quando
ancora era al servizio di suo padre Antipatro, prefetto del palazzo di Ircano,
ultimo sovrano asmoneo, così Giuda venne fatto giustiziare, insieme ad altri
duemila crocifissi, dal governatore romano della Siria, Varo, accorso in aiuto
delle truppe romane stanziate a Gerusalemme. Poco prima di morire, Erode aveva
fatto giustiziare due farisei, Giuda e Mattia, che avevano incitato il popolo a
distruggere la grande aquila dorata che il re aveva fatto innalzare sulla porta
principale del Tempio di Gerusalemme. L'imperatore Augusto decise di porre la Giudea e la Samaria sotto il diretto
controllo di Roma, di cui appunto il censimento del 6 d.C. doveva costituire
eloquente dimostrazione, dopo che aveva constatato quanto Archelao, nominato etnarca di quei territori nel 4 a.C.
(fino al 6 d.C.), non fosse all'altezza della situazione (aveva anche permesso
di ricostruire completamente l'insediamento esseno del Mar Morto, distrutto da
un terremoto nel 31 a.C., e che costituirà una delle basi zelote al tempo della
guerra giudaica). D'altra parte Roma temeva enormemente che tra le due province di Egitto e Siria
fosse presente un territorio in stato di aperta ribellione. L'incarico tecnico del censimento venne affidato a P. Sulpicio Quirinio,
legato della Siria, cui veniva ora annessa la provincia di Giudea e Samaria.
Procuratore di Giudea e Samaria era però Coponio, che governava quella provincia
con pieni poteri, ivi incluso quello delle sentenze capitali. La reazione degli Ebrei al censimento fu immediatamente ostile: un certo
Giuda di Galilea (il Galaunita, della città di Gamala), appoggiato da un fariseo
chiamato Saddok, provocò una rivolta, nonostante il sommo sacerdote Joazar
cercasse di dissuaderli. Due figli di questo Giuda, Menahem e Eleazar,
diverranno capi della grande guerra antiromana che scoppierà nel 66 d.C. Questi
rivoltosi facevano parte del partito degli Zeloti, che rappresentava l'ala
progressista del Fariseismo. Alcuni di questi Zeloti si ritroveranno nel partito
nazareno del Cristo (Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il partito zelota era radicale, estremista, teocratico, non disposto a
transigere sui principi e non alieno all'uso di strumenti terroristici e di
guerriglia urbana: molto difficilmente un episodio come quello della conversione
di Levi-Matteo al discepolato del Cristo, avrebbe potuto trovare posto negli
"Annali" delle loro attività. Eppure proprio la presenza di elementi zeloti
all'interno del partito Nazareno deve farci pensare che dopo la sconfitta degli
Zeloti, in occasione del censimento, chi ne raccolse l'eredità politica fu
proprio quello del Cristo, anche se lo stesso partito si riprenderà proprio dopo
il fallito tentativo insurrezionale dei Nazareni (una parte del movimento zelota confluirà
anche tra gli Esseni). A Coponio successe intorno al 9 d.C. Marco Ambibulo, cui seguì Annio Rufo
(12-15 d.C.). Intanto Quirinio, legato di Siria, aveva deposto il sommo
sacerdote Joazar, contro il quale il popolo si era rivoltato, e aveva nominato
Ananus suo successore. L'interferenza politica dei Romani in questa
prestigiosa carica religiosa era cosa del tutto inedita per i Giudei. Il
successivo procuratore, Valerio Grato (15-26 d.C.), deporrà e nominerà non meno
di quattro sommi sacerdoti, assegnando infine la carica a quel Caifa che
risulterà protagonista principale dell'esecuzione del Cristo. Questo spiega il
motivo per cui il clero del Tempio era caduto enormemente in discredito presso
le popolazioni politicamente impegnate a lottare contro Roma (non a caso durante
la cacciata dei mercanti dal Tempio, da parte del Cristo, nessuno intervenne per
fermarlo). Poi fu la volta di Pilato, nominato prefetto della Giudea nel 26 d.C.:
vi rimase in carica fino al 36, cioè fin qualche anno dopo la morte del
Nazareno. Pilato, che risiedeva a Cesarea Marittima, non era mai piaciuto ai
Giudei, perché troppo arrogante. Il primo incidente diplomatico,
quando egli tentò di introdurre a Gerusalemme, di notte, le insegne dell’imperatore che i
Romani già consideravano alla stregua di un dio, era avvenuto
proprio all’inizio del suo mandato. I Giudei erano ormai prossimi alla
rivolta quando Pilato preferì rimuovere le immagini profane per evitare il bagno di sangue che
ne sarebbe conseguito. E' però probabile che Pilato avesse ordito una
provocazione del genere, ch'era senza precedenti, su suggerimento di Seiano, il
potente favorito di Tiberio, noto per le sue posizione antisemite. La seconda provocazione di Pilato è relativa al momento in cui fece esporre nel
palazzo di Erode a Gerusalemme degli scudi dorati che recavano i nomi
dell'imperatore e delle persone che gli avevano dedicato quegli scudi
(probabilmente nell'iscrizione vi era un riferimento alla "divinità"
dell'imperatore). I nobili della città protestarono presso l'imperatore Tiberio
che, per evitare incidenti, ordinò di rimuovere gli scudi contestati e di farli
appendere nel Tempio di Augusto a Cesarea. Un terzo incidente lo si ebbe quando Pilato, senza consultare le autorità
civili ebraiche, impiegò parte del sacro tesoro
del Tempio di Gerusalemme per finanziare la costruzione di un acquedotto che
avrebbe portato acqua nella città:
scoppiarono delle rivolte che vennero soffocate nel sangue dai Romani. Il quarto episodio riguardò lo stesso Gesù Cristo, preceduto dall'arresto di
alcuni rivoltosi coinvolti in un'azione eversiva, di cui v'è traccia persino nei
vangeli, pur sempre molto reticenti nel mostrare gli aspetti politici del
Nazareno. Non dimentichiamo che Gesù fu crocifisso con altri due sediziosi e
barattato con un altro ancora (Barabba). La data varia del 29 al 33 d.C. Infine, sotto la direzione di un loro leader,
alcuni samaritani tentarono di radunarsi sul monte Garizim, a loro sacro,
probabilmente per preparare una rivolta contro i Romani. Pilato prevenne la
sedizione inviando l'esercito: molti samaritani vennero uccisi e i capi della
rivolta furono giustiziati. Ne seguì una formale protesta dei Samaritani presso Vitellio,
all'epoca legato della provincia romana della Siria, che diede loro ascolto e
rimandò Pilato a Roma, sostituendolo con Marcello. Rimosso Pilato dal suo incarico, Vitellio si recò a Gerusalemme durante una
Pasqua, forse quella del 36 d.C., per ripristinare l'ordine nella nazione dei
Giudei. L'unica cosa che fece però fu quella di sostituire il sommo sacerdote Caifa con Jonathan. L'anno dopo, per ordine di Tiberio, radunò le truppe
a Tolemaide in vista di una spedizione punitiva contro Aretas, re di Petra. E su
richiesta dei Giudei evitò di far passare le proprie truppe attraverso la
Giudea. Tuttavia, quando tornò a Gerusalemme depose anche il sommo sacerdote
Jonathan, sostituendolo con Teofilo. Intanto giunse notizia della morte dell'imperatore Tiberio: Vitellio impose
agli Ebrei un giuramento di fedeltà a Gaio (Caligola), nuovo imperatore (37-41 d.C.),
che diede prova del suo apprezzamento per l'appoggio ottenuto, per la
successione a Tiberio, da parte Agrippa I, nipote di Erode il Grande, permettendo a quest'ultimo,
nel 39 d.C., di ottenere la tetrarchia ch'era stata di Filippo, morto nel 34 d.C.,
insieme col titolo di re e, successivamente, anche la tetrarchia di Erode Antipa,
deposto ed esiliato da Gaio in Spagna. La luna di miele tra Roma e gli Ebrei durò tuttavia molto poco. A Jamnia,
sapendo che l'imperatore era ossessionato dall'idea di far passare politicamente
la propria divinità, i Gentili, per ingraziarselo, fecero erigere un altare per
offrirgli dei sacrifici. Gli Ebrei della città reagirono immediatamente
distruggendolo. Per vendicarsi Gaio ordinò al legato di Siria, Petronio, di
erigere una colossale statua dorata di Zeus all'interno del Tempio di
Gerusalemme, com'era stato fatto nel 167 a.C. dal re Antioco Epifane. Petronio si recò in Giudea, nel 39-40 d.C., con un esercito di due legioni e
un forte contingente di truppe ausiliarie. Intanto Agrippa era riuscito a
convincere Gaio a desistere da un proposito che avrebbe provocato un massacro
generale. In cambio Gaio chiedeva che le comunità di Gentili presenti in
Palestina potessero erigere tranquillamente qualunque altare pagano. Il suo
improvviso assassinio scongiurò la ribellione armata dei Giudei. Agrippa era abbastanza stimato dalla popolazione ebraica e persino dai Romani, tanto che il nuovo
imperatore Claudio, per premiarlo della fiducia dimostrata contro le follie di Caligola, gli concesse di governare anche in Giudea, il che lo portava ad
amministrare un'estensione territoriale equivalente a quella dell'antico regno
di Erode il Grande, anche se sotto l'egida di Roma. Claudio intanto, nel 41 d.C.,
fu costretto a proibire l'immigrazione di giudei ad Alessandria, fuggiti da
Israele per l'insostenibilità della situazione fiscale e il processo di
concentrazione della proprietà. Stando agli Atti degli apostoli, Agrippa fece assassinare Giacomo, fratello
di Giovanni, e incarcerare Pietro, che fu poi fatto evadere. Prima di questi
fatti era stato eliminato Stefano, che accusava apertamente i sacerdoti giudei
di aver fatto giustiziare Gesù. Pietro fu sostituito, alla guida della comunità
cristiana di Gerusalemme, dal fratello di Gesù, Giacomo. Avendo intenzione di consolidare il proprio regno e temendo che i Romani
potessero rimuoverlo in qualunque momento, Agrippa chiedeva un appoggio
esplicito da parte delle autorità giudaiche. Senonché in due occasioni si rese
sospetto alle autorità romane. La prima quando tentò di ricostruire le mura
settentrionali di Gerusalemme, da cui erano entrate le truppe di Pompeo nel 63
a.C. e quelle di Erode e Sossio nel 37 a.C. (e da dove entreranno anche quelle
di Tito nel 70 d.C.): gli venne impedito quando Vibio Marso, legato di Siria,
informò del pericolo l'imperatore Claudio. La seconda occasione fu quando invitò
cinque principi, vassalli di Roma, ad una riunione a Tiberiade, per rafforzare
delle intese politiche nelle province orientali dell'impero. Agrippa morì improvvisamente nel 44 d.C.,
quando il figlio era ancora troppo giovane per succedergli: il che indusse
Claudio ad amministrare direttamente tutti i suoi territori. Solo qualche anno dopo alcune parti del regno
di Agrippa, che non riguardavano la Giudea,
vennero assegnate al figlio Agrippa II. La seconda amministrazione romana fu un disastro per le sorti della
popolazione ebraica. Il procuratore Cuspio Fado (44-46 d.C.), il primo succeduto ad Agrippa I, fece giustiziare
Tholomaios, che aveva provocato disordini ai confini con la Nabatea e l'Idumea.
Poi fu la volta di Theudas, un
predicatore politico che invitava i Giudei ad attraversare il Giordano per
rifugiarsi in una zona desertica della Transgiordania, da dove si sarebbero
organizzati in funzione antiromana: fu catturato e decapitato, e con lui molti
altri. Sotto il procuratore (ebreo apostata) Tiberio Alessandro (46-48 d.C.),
succeduto a Fado, vennero crocifissi due rivoltosi zeloti, Simone e Giacomo (o
Giacobbe), figli di Giuda il Galileo. Sempre al tempo di Tiberio Alessandro ci fu
in Giudea una grave carestia, che per due anni ebbe conseguenze disastrose per
buona parte della popolazione, non più in grado di pagare le tasse, e sotto
quello del suo successore, Ventidio Cumano (48-52
d.C.), si ebbe una nuova strage di Giudei durante le feste di Pasqua, in
prossimità del Tempio di Gerusalemme, semplicemente perché gli Ebrei radunati
nei cortili per il culto reagirono immediatamente a un gesto osceno fatto da un
soldato romano di servizio sul tetto del portico del Tempio. Il secondo incidente si ebbe quando fu assalito e depredato un servitore
dell'imperatore sulla strada che conduceva a Beth-oron. Il procuratore inviò
truppe a saccheggiare i villaggi vicini, arrestandone i capi. Durante le
operazioni un soldato romano bruciò una copia della Torah. Gli Ebrei furono così
furiosi che Cumano si risolse a giustiziare il soldato. Il terzo incidente segnò la fine del mandato palestinese di Cumano. Tutto
ebbe inizio con l'uccisione di alcuni Galilei, in viaggio verso Gerusalemme, da
parte degli abitanti di un villaggio samaritano. I Galilei chiesero vendetta a
Cumano, che però non fece nulla. Allora i Galilei chiesero aiuto ai Giudei e
questi si misero al seguito di un certo Eleazar, figlio di Deinaios, del partito
zelota, che riuscì a massacrare alcuni samaritani. A questo punto Cumano
intervenne con la forza, eliminando molti rivoltosi giudei. I samaritani però si
rivolsero a Quadrato, legato di Siria, perché svolgesse un'indagine. Questi fece
giustiziare vari Giudei catturati da Cumano e inviò a Roma in catene i sommi
sacerdoti Gionata e Ananias, e il comandante del Tempio, Ananus. Grazie
all'intercessione di Agrippa, questi Ebrei ottennero un verdetto favorevole;
viceversa Cumano fu esiliato e un suo tribuno giustiziato in pubblico. L'imperatore Claudio pensò di sostituire il procuratore Cumano con l'ex
liberto Antonio Felice
(52-60 d.C.), il quale scandalizzò subito gli Ebrei, sposando Drusilla, sorella
di Agrippa, dopo aver costretto al divorzio il marito di lei. Subito dopo tentò
di stroncare i numerosi movimenti messianici di quel periodo, e riuscì anche a
catturare Eleazar, inviandolo a Roma, e a far crocifiggere molti Zeloti al suo
seguito, che i Romani peraltro cominciarono a chiamare col nome di "Sicari", in
quanto eliminavano clandestinamente con una spada corta, in occasione di feste
religiose, quegli Ebrei di alto rango che collaboravano coi Romani. Fu così
p.es. che uccisero il sommo sacerdote Gionata. (Da notare che i sommi sacerdoti,
pur essendo nominati, a partire dal regno di Agrippa I, dai dinasti erodiani e
non più dai Romani, avevano perso qualunque stima da parte della popolazione
ebraica, proprio perché non erano disposti a un'insurrezione armata contro
Roma). Al tempo di Felice un pericoloso
sovversivo di origine egiziana aveva raccolto una turba di
circa quattromila persone con cui si preparava ad entrare con forza a Gerusalemme
dal Monte degli Ulivi. Felice non si lasciò prendere di sorpresa e riuscì a
uccidere quattrocento rivoltosi e a farne prigionieri altri duecento. L'egiziano riuscì a fuggire e i suoi
seguaci continuarono a incitare i Giudei a far guerra contro i Romani. Quando Nerone subentrò a Claudio, il procuratore Antonio Felice fu sostituito
con Porcio Festo (60-62 d.C.), il quale si trovò subito in urto coi Giudei, non
avendo fatto nulla per impedire ad Agrippa II di costruire un palazzo che
dominava dall'alto il Tempio di Gerusalemme. La cosa si risolse grazie alla
mediazione dell'imperatrice Poppea e Nerone sostituì Festo con Lucceio Albino (62-64 d.C.).
Lucceio non era ancora arrivato in Giudea, quando Agrippa II aveva nominato
il sadduceo Ananus sommo sacerdote, il quale, senza
chiedere alcuna autorizzazione ai Romani, convocò il Sinedrio al fine di
processare e far lapidare Giacomo (il Giusto), fratello di Gesù Cristo e capo
della comunità cristiana di Gerusalemme. L'azione
suscitò le proteste di molti uomini influenti della città e
Albino, al suo arrivo, sostituì immediatamente Ananus con Joshua ben Damneo (o
Damnaios) (63 d.C.). Albino fu persona particolarmente venale e corrotta, ma il suo successore, il procuratore Gessio Floro (64-66 d.C.),
fu peggio. Costui infatti era particolarmente avido (metteva mano al
tesoro del Tempio) e infliggeva ingiusti castighi, manifestando apertamente il
proprio disprezzo per il popolo ebraico: p.es. non si accontentava di sedare le
rivolte ma dava anche ordine alle truppe di saccheggiare le città. Fu lui, dopo
essere stato costretto a ritirarsi da Gerusalemme, a riferire a Cestio Gallo,
legato di Siria, che la Giudea era in rivolta. In effetti Eleazar, comandante del Tempio e figlio del sommo sacerdote Ananus, con alcuni seguaci
Zeloti che si opponevano a Roma
e ai collaborazionisti giudei, persuase i sacerdoti sadducei, nonostante l'opposizione
dell'alto clero, a interrompere il sacrificio quotidiano offerto a favore
dell'imperatore e del popolo romano, che si svolgeva presso il Tempio di Gerusalemme.
Era non solo una rottura tra alto e basso clero, ma anche una provocazione
esplicita nei confronti di Roma. Gli Zeloti arrivarono persino a distruggere la casa del sommo sacerdote Ananias e i palazzi dei dinasti
erodiani Agrippa e Berenice, e a incendiare gli archivi pubblici per
impedire il recupero dei debiti (di qui il loro successo presso le componenti
rurali). Occuparono anche la fortezza Antonia. Nell'estate del 66 d.C. registriamo anche l'attacco zelota alla guarnigione romana della fortezza di Masada,
presso il Mar Morto, che viene occupata dal partito degli Zeloti capeggiato da Menahem, un figlio di
Giuda il Galileo, per ricavare armi in abbondanza e per difendersi in una
roccaforte ben costruita. Menahem arma un suo esercito e partendo
da Masada marcia verso Gerusalemme, intenzionato a diventare capo dello
Zelotismo: al suo arrivo, gli Zeloti costrinsero addirittura le truppe di
Agrippa II ad arrendersi, mentre alla guarnigione romana non restava che
rifugiarsi nelle tre torri erodiane. Il sommo sacerdote Ananias e suo fratello
Ezekias furono giustiziati. Ma Menhaem
entrò in conflitto con i rivoluzionari di Eleazar, che non volevano riconoscerlo
come "messia galileo" e venne ucciso a tradimento. I seguaci di Menhaem
tornarono a Masada, dove elessero loro capo Eleazar ben Jair, parente di Menhaem.
Intanto Eleazar massacrava gli ultimi Romani rimasti in città. Al sentire che a Gerusalemme non esisteva più alcuna guarnigione romana,
scoppiarono dei pogrom antisemiti a Cesarea, Filadelfia, Gerasa, Pella, Gadara,
Tolemaide, Gaza e in molte altre città del Vicino Oriente. Così nell’ottobre-novembre del 66 d.C. Gerusalemme e tutta la Palestina
erano in rivolta. Il legato della Siria Cestio Gallio, su richiesta di Gessio Floro, entrò in Palestina con
la XII Legione, arricchita anche da altri reparti di rinforzo, per
normalizzare la situazione. Partito da Antiochia con le sue truppe, Gallio distrugge e saccheggia alcune città della
Galilea e della Samaria, incontrando scarsa resistenza, infine arriva ad assediare
Gerusalemme. Qui tuttavia indugia, temendo di non avere forze sufficienti per
tenere in mano un'intera città; pur essendo già riuscito ad aprire una breccia
nelle mura del Tempio, ordina ai suoi soldati di ritirarsi sul monte Scopus e
poi d'interrompere l'assedio. La cosa lascia stupiti gli Zeloti, che però ne
approfittano subito, inseguendo la legione in ritirata e distruggendone
totalmente la retroguardia. Gerusalemme rimase completamente in mano dei Giudei, che eleggono Giuseppe ben Gorion e il sommo sacerdote Ananus comandanti supremi della città liberata dai
Romani, con l'incarico speciale di organizzare i lavori per l'innalzamento delle
mura più esterne della città. In questo bisogna vedere anche il tentativo, da
parte dell'aristocrazia sacerdotale, di emarginare Eleazar e i suoi seguaci più
radicali. Con la disfatta della XII Legione anche il resto della Palestina tornava in
mano dei rivoltosi; vengono eletti dal Sinedrio vari capi che presidiano tutte
le maggiori città: proprio in questo periodo Giuseppe Flavio viene inviato a
governare la Galilea, mentre Giovanni Zebedeo, con la sua Apocalisse,
chiede ai giudeo-cristiani della diaspora di appoggiare la rivolta con tutte le
loro forze. Intanto a Roma l’imperatore Nerone (nel 67 d.C.) sostituisce il legato di
Siria, Cestio Gallio, col generale veterano Vespasiano e lo incarica, coadiuvato da Tito, il figlio
di Vespasiano, di disperdere i ribelli. Vespasiano viene inviato ad Antiochia, la capitale della Siria, per assumere il comando delle
legioni V e X. Nel frattempo Tito viene inviato ad
Alessandria per condurre la XV legione dall'Egitto alla Siria e unire le sue
forze a quelle del padre: in tutto tre legioni, un certo numero di coorti ausiliarie, truppe fornite da re
locali, amici dei Romani, per un totale di circa sessantamila uomini. L'attacco alla Palestina avviene da nord, come già aveva tentato Cestio Gallio. Le
truppe romane prima danno man forte alla città di Sepphoris, la più grande della
Galilea, che era rimasta fedele a Roma. Poi attaccano tutte le altre città della
Galilea in mano ai ribelli Giudei, bruciando ogni cosa, trucidando tutti i
giovani e riducendo gli altri in schiavitù. Giuseppe Flavio, dopo un tentativo di resistenza nella
città di Jotapata, è costretto a fuggire e infine si consegna ai Romani in cambio
della vita e della promessa di aiutarli contro gli Zeloti. Mentre Vespasiano si assicura, non senza qualche rovescio di entità limitata, il
controllo delle città della Galilea, a Gerusalemme il partito degli Zeloti,
appoggiati dagli Idumei, mette a morte molte personalità influenti della
città, accusate di collaborare coi Romani (il tradimento di Flavio aveva
avuto un certo peso su queste accuse): anche il sommo sacerdote Ananus, che si
era opposto agli eccessi dell'estremismo zelota, viene giustiziato dai rivoltosi.
Intanto la comunità monastica di Qumran, presso il Mar Morto, viene
completamente distrutta dai Romani nel 68 d.C. Di essa si ritroverà la
biblioteca solo nel 1947. Nel corso di questi eventi e mentre Vespasiano si preparava a marciare
per assediare Gerusalemme, giunse notizia che a Roma Nerone era morto e Galba
gli era succeduto. Ma dopo circa sette mesi soltanto, Galba venne ucciso e salì al
trono il suo rivale Ottone. Dopo poco tempo Vitellio,
che era stato legato della provincia di Siria, si impadronì del potere a Roma e
la situazione divenne caotica. Di questa situazione gli Ebrei non seppero
approfittare per stringere alleanze con forze straniere. Nel luglio del 69 d.C. Vespasiano viene nominato imperatore
e quindi ritorna a Roma per assumere la carica, sicché le operazioni
militari rimangono sotto il comando del figlio Tito. Il 69 d.C.
passò alla storia come l'anno dei quattro imperatori: Galba, Ottone, Vitellio e, infine, Vespasiano, che prevalse
sugli altri. Tito raccoglie le tre legioni precedentemente comandate dal padre, aggiunge a
queste la ricomposta XII Legione e, attraversando la Samaria, raggiunge
abbastanza facilmente la zona di Gerusalemme. All'interno della città il potere è detenuto da almeno tre capi zeloti: Giovanni,
figlio di Levi, detto anche Giovanni di Gischala, un galileo ch'era fuggito
dalla sua terra al tempo della conquista di
Vespasiano: governava il centro della città; Simone, figlio di Ghiora, che
presidiava la cinta esterna e infine Eleazar, che gestiva il Tempio. L'inizio della scarsità di viveri fece nascere contese tra i vari partiti.
Giovanni, fingendo di offrire un sacrificio, mandò uomini a massacrare Eleazar e
i suoi, impadronendosi così del Tempio. La città si divise allora in due
fazioni. Gerusalemme a quel tempo aveva ben tre cinta di mura che erano state
rinforzate e ulteriormente protette durante i mesi in cui i Giudei avevano
controllato indisturbati la città: non sarebbe stato facile conquistarla.
Intanto Giuseppe Flavio, che si trovava al seguito dell'esercito
di Tito, teneva discorsi vicino alle mura della città per convincere i suoi
connazionali ad arrendersi e a disertare dalla guerra voluta, secondo lui, dal partito
estremista degli
zeloti. I Romani, forti della loro esperienza di assedio delle città, impedirono agli
abitanti di fuggire e li costrinsero alla resa per fame. Giovanni di Gischala venne catturato e imprigionato a vita; Simone figlio di Ghiora, un
altro capo zelota, sarà giustiziato durante le celebrazioni della vittoria sui
Giudei. Dopo il Tempio, anche il resto della città di Gerusalemme venne
abbondantemente distrutto e dato alle fiamme: le mura della città furono
completamente rase al suolo tranne alcuni torri strategiche. I morti furono
centinaia di migliaia: soltanto i prigionieri portati a Roma furono 97.000. Giuseppe
Flavio parla addirittura di 1,1 milioni di morti, su una popolazione complessiva
di circa 2,5 milioni. Tacito sostiene che i morti a Gerusalemme furono circa
600.000. Chi descrisse con dovizia di particolari tutte queste cose fu Giuseppe
Flavio, il quale però non fa mai alcun riferimento al movimento nazareno o
cristiano. Anzi nei suoi testi tutti i riferimenti al Cristo o ai cristiani
sono chiaramente interpolati, per cui essi non hanno alcun valore per riuscire a capire il
contenuto politico del messaggio del Nazareno e dei suoi seguaci, né il ruolo
che i cristiani ebbero nel corso della Guerra giudaica. Si può
soltanto presumere che, proprio in forza di quelle manomissioni, il messaggio
del Cristo non era affatto di tipo etico-religioso come la chiesa cristiana ha
sempre voluto far credere, a partire dalle tesi petro-paoline. E' interessante tuttavia osservare che, secondo la tradizionale storia della Chiesa, durante la
guerra del 66-74 i cristiani fuggirono a Pella, oltre il Giordano, evitando così
di compromettersi con la rivolta. Come noto i Sinottici (Mc 13,1-36; Mt 24,1-51; Lc 21,5-28), scritti dopo
il 70, contengono riferimenti alla distruzione del Tempio e
alla guerra giudaica, fatti passare come eventi profetizzati dal Cristo. In ogni
caso la comunità cristiana di Gerusalemme scomparve definitivamente dopo il 70 e
nessuno dei suoi documenti ci è stato conservato (le lettere di Paolo, pur
essendo state scritte prima, non contengono alcun riferimento alla storicità del
Cristo e del movimento nazareno). Negli anni successivi alla distruzione del Tempio, fino al 74 d.C. le
operazioni di rastrellamento e di distruzione dei centri di resistenza dei
ribelli continuarono con l’assedio e l’assalto alle fortezze di Masada,
Macheronte, Herodium... Erano infatti rimaste attive delle
roccaforti o delle fortezze in mano ai Giudei. Uno degli ultimi episodi della
guerra giudaica fu l'assedio e la conquista della fortezza di Masada, avvenuto
verso il 74 dopo Cristo. Quando i Romani riuscirono a prendere e ad entrare
nella cittadella fortificata, trovarono che i soldati ebrei avevano ucciso tutte
le donne e i bambini e si erano suicidati tutti quanti per non subire l'onta di
cadere nelle mani del nemico (i morti furono 960). Gli ultimi Zeloti rifugiatisi
in Egitto furono sterminati. Al tempo di Traiano, tra il 115 e
il 117 d.C., si ebbe una seconda rivolta dei Giudei, questa volta della diaspora. La repressione
romana fu violenta e secondo le cronache provocò centinaia di migliaia
di morti. Eusebio riporta anche che a Cirene il leader locale Andrea (o Lukuas) venne
acclamato come Messia dalla popolazione. Una ribellione dei Giudei ancora più
grave ebbe luogo nel periodo 132-135 d.C., al tempo in cui l’imperatore Adriano aveva deciso di intraprendere una politica di massiccia ellenizzazione e romanizzazione della Palestina, che culminò con due
provvedimenti gravissimi per i Giudei: la proibizione della circoncisione sia ai
pagani che ai Giudei e la decisione di ricostruire la città santa di Gerusalemme
col nome di Aelia Capitolina. Scoppiò così una guerra tra Giudei e Romani, l'ultimo
grande conflitto che richiamava la grande aspettativa messianica giudaica. Capo
della rivolta antiromana questa volta era Simon bar Koseba, un leader che il
rabbino Aquiba, un esponente molto importante dell'ebraismo di quel tempo, aveva
addirittura riconosciuto come Messia. Simon bar Koseba era chiamato anche Simon
bar Kokhba, un nome di battaglia messianico che significa "figlio della stella",
secondo la profezia di Nm 24,17. Dopo un anno dall'inizio della rivolta l'esercito giudaico aveva
completamente annientato almeno una legione romana, forse due. In Palestina non
c'erano più truppe romane, Gerusalemme era stata conquistata ed era stata
insediata un'amministrazione ebraica. La rivolta arrivò a un passo dal successo
e fallì principalmente perché a bar Kokhba vennero meno i suoi alleati. Secondo un suo disegno grandioso, le truppe avrebbero dovuto ricevere il sostegno di
forze provenienti dalla Persia, dove risiedeva un gran numero di Ebrei che
godevano del favore della casa regnante. Ma proprio nel momento in cui Simon bar Kokhba
aveva più bisogno del loro aiuto, la Persia subì l'invasione di tribù bellicose
scese dalle montagne del nord, che richiese l'intervento dei soldati persiani e
lasciò Simon privo dell'aiuto sperato. Intanto in Siria, fuori dei
confini della Palestina, i Romani si riorganizzavano sotto la guida
dell'imperatore Adriano, che aveva come comandante in seconda Giulio Severo, in
precedenza abile governatore della Britannia. L'esercito romano composto di
dodici legioni, per un totale di circa ottantamila soldati, invase di nuovo la
Palestina e con una tattica a tenaglia costrinse bar Kokhba a rifugiarsi a
Beitar, il suo quartier generale, a pochi km da Gerusalemme (135 d.C.). La seconda rivolta giudaica fu così ancora una volta repressa nel sangue,
Gerusalemme, già abbondantemente distrutta al tempo della prima guerra giudaica,
venne completamente spianata e divenne colonia romana col nome di Aelia
Capitolina. Agli Ebrei fu persino proibito di entrare nella nuova città,
ricostruita completamente secondo il modello greco, e nel luogo dove sorgeva
l’antico Tempio, distrutto dalle truppe di Tito e mai più ricostruito, venne eretto un Tempio in onore di Giove. La guerra del 132-135 d.C. segnò la fine delle speranze messianiche del
giudaismo e la scomparsa di tutta la tradizione apocalittica giudaica. Da quel
momento l'ebraismo verrà a coincidere con il rabbinismo di tradizione farisaica,
che sostanzialmente è rimasto fino ad oggi. Conclusione Brandon ha sempre sostenuto che a quel tempo non vi erano speranze di sfidare
con successo il potere di Roma, che s'era già imposto vittoriosamente su altri
popoli, assai più forti e numericamente più consistenti degli Ebrei. Il che però
risulta contraddittorio col fatto ch'egli consideri tendenziose le fonti di
Giuseppe Flavio, che al momento della guerra giudaica decise di passare al
nemico proprio perché la pensava come Brandon! D'altra parte anche Kautsky, nella sua Origine del cristianesimo (ed.
Samonà e Savelli, Roma 1970), la pensa alla stessa maniera. A questo punto però
ci si potrebbe chiedere: perché il Vietnam sì e la Palestina no? Davvero Israele
non aveva alcuna possibilità di non farsi dominare da Roma? Dobbiamo quindi
credere che tutti i tentativi insurrezionali, incluso quello del Cristo, erano
fatalmente destinati alla sconfitta? La storia dimostra in realtà che esistono alcune condizioni favorevoli
all'insurrezione armata contro l'invasore, che si possono riassumere nelle
seguenti: Si può semmai discutere se non fosse il caso di liberare prima la
Galilea e poi la Giudea e tutta la Palestina, visto che in Galilea il
movimento di resistenza armato aveva radici più solide. La Galilea aveva già tentato di insorgere contro Roma in occasione
del censimento, ma senza l'appoggio della Giudea tutti i suoi tentativi
erano falliti. Quando il movimento nazareno prende le mosse in senso
rivoluzionario, quello zelota era già uscito sconfitto dallo scontro coi
romani, e trent'anni dopo la crocifissione del messia sarà di nuovo il
partito zelota a scatenare la guerra contro Roma, partendo questa volta
non dalla Galilea ma dalla stessa Giudea, ancora una volta però
compiendo gli stessi errori di massimalismo e di settarismo di mezzo
secolo prima. La scelta del messia di partire da Gerusalemme era strategica per
varie ragioni: Al tempo della dinastia di Erode e dei Romani i sommi sacerdoti di
Gerusalemme sono stati i seguenti: Ananelo 37-36 a.C. |