TEORICI |
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HUME Hume ha dimostrato che nell'individualismo non ci può essere oggettività, né scienza, né sostanza, né realtà. C'è solo l'io, che con la ragione critica tutto e col sentimento si sforza di credere in qualcosa, onde evitare il suicidio. Hume era arrivato, molto tempo prima di Nietzsche, alla tragica conclusione della filosofia borghese, senza aver avuto bisogno di passare attraverso l'idealismo. Eppure non tutti vedono in lui questo lato tragico della filosofia. Anzi, molti lo ritengono un grande filosofo antidogmatico e antimetafisico, precursore del neopositivismo, della scienza probabilistica (sul piano della statistica)... In realtà, Hume è un filosofo molto pericoloso, perché, col pretesto di distruggere la metafisica razionalista (e la religione), egli finisce col distruggere ogni cosa, persino la facoltà di pensare. A che pro infatti pensare -ci si può chiedere- se l'oggettività non esiste? Perché non prendere la vita come viene, senza porsi particolari problemi? Perché curarsi dell'interesse generale? Sostenere che "ogni cosa che è potrebbe anche non essere", può esser valido quando si fanno delle ipotesi o si devono prendere delle decisioni o quando si criticano aspetti ritenuti negativi, ma se la tesi del relativismo è affermata in assoluto, l'irrazionalismo è inevitabile (e con esso il blocco dell'azione e del giudizio). La filosofia di Hume rischia di scatenare i più bassi istinti. Dire che "non è la ragione ad essere guida della vita, ma l'abitudine", significa arrivare al paradosso che nell'abitudine allo sfruttamento economico non c'è ragione di superarlo. Ovviamente tale modo di "ragionare" fa molto comodo alla borghesia, i cui interessi Hume ha sempre voluto esplicitamente difendere. Hume è arrivato a concludere che l'esperienza borghese porta allo scetticismo radicale, ma non ha saputo formulare alcuna alternativa. Probabilmente il suo merito maggiore sta nella critica della religione. Egli infatti era un ateo risoluto. EMPIRISMO E IDEALISMO Quando gli empiristi inglesi (Locke, Hume ecc.) affermavano che le "idee innate" non esistono, avevano perfettamente ragione, poiché il concetto (cartesiano) di innatismo non è progressista ma, in ultima istanza, conservatore. Se l'uomo ha delle "idee innate", a prescindere dall'esperienza, l'importanza di questa, in un certo senso, diventa relativa. L'esperienza cioè, per l'innatismo, non sarà mai in grado di offrire all'uomo più di quanto l'uomo non abbia già in se stesso. Con questo naturalmente non si può dire che l'empirismo inglese fosse di per sé più progressista dell'idealismo cartesiano. E' fuor di dubbio però ch'esso, nonostante parteggiasse per lo sviluppo borghese dell'economia, o forse proprio per questo, a quel tempo rappresentava una corrente filosofica d'avanguardia, l'unica veramente in grado di opporsi con efficacia al platonismo, all'aristotelismo e alla Scolastica. Il concetto di "idee innate" poteva servire per liberarsi del concetto di "rivelazione" (che, a sua volta, implicava quello di autorità e di tradizione), ma, una volta realizzata tale emancipazione, c'era solo un modo per non cadere nell'idealismo, quello di affidare alla storia (al presente storico) il senso dell'esistenza autentica dell'uomo. Se l'idea viene usata per sostituire il vecchio concetto di dio, si ricade nell'idealismo. Questo atteggiamento, in verità, fu tipico più di Hegel che non di Cartesio, il quale aveva più scrupoli nei confronti della religione. Tuttavia, Cartesio non si limitò ad attribuire all'idea il valore di un contenuto mentale soggettivo, ma fece anche dell'innatismo un modo (diplomatico) per liberarsi della religione. Se tutto è "innato", che bisogno c'è di "rivelazione"? Col che, in pratica, si assicurava il ritorno al platonismo (beninteso, a un platonismo sospettoso e diffidente: le "idee innate" non servono, in Cartesio, per aprirsi all'infinito ma per chiudersi nel proprio io). L'empirismo inglese fece bene a polemizzare con questa posizione astratta (e indimostrabile). Locke arrivò a dire, molto tempo prima di Kant, che la metafisica è impossibile come scienza. L'empirismo però non riuscì ad evitare l'errore di credere che l'unica esperienza possibile è quella sensibile. Qui sta il limite del suo scarso senso storico. Ora, se l'uomo non conosce altro che rappresentazioni dategli dall'esperienza, e se questa esperienza è negativa, in che modo egli riuscirà ad avere idee diverse (positive) rispetto all'esperienza che vive (o che riflette in se stesso)? In ultima istanza, quindi, anche l'empirismo è favorevole alla conservazione dello status quo. Non solo perché rifiuta di credere nell'oggettività delle cose, ma anche perché l'unica oggettività che è disposto ad ammettere è quella della società mercantile. Se ogni idea è solo un riflesso della realtà, e se questa realtà è quella borghese (che gli empiristi conoscevano come molto contraddittoria), allora sarà inevitabile credere nel relativismo delle idee. Gli empiristi infatti non ritenevano esistessero idee sufficientemente valide per trasformare la società borghese. Nella posizione di Locke, p.es., non c'è modo di porre all'ordine del giorno l'esigenza di modificare la società borghese, poiché non c'è modo di credere che, in definitiva, ne valga la pena, ovvero di credere che esista un'idea migliore di un'altra o più oggettiva, in grado di riflettere meglio la realtà. La soluzione di quest'impasse non sta ovviamente nel Kantismo o nell'idealismo critico, storico o oggettivo, ma unicamente nel materialismo storico, che è il solo a saper riconoscere nell'essere umano un desiderio di liberazione costitutivo, strutturale, connaturato all'esserci, e, nello stesso tempo, l'esigenza di vivere questo desiderio in un'esperienza sociale di liberazione. Non sono le idee ad essere innate, ma è questo desiderio di autenticità e benessere, d'identità e appagamento, di libertà e sicurezza: tutto il resto dipende dall'attività pratica con cui si cerca di realizzare o di soddisfare il desiderio. L'apporto dall'esterno, in questo senso, può essere offerto solo da chi ha maggiore consapevolezza della contraddizione (antagonistica) e del modo per risolverla. SULL'ILLUSIONE BORGHESE L'Illuminismo ha rappresentato una grande illusione, non meno grande di quella medievale, che fu alimentata con la fede religiosa: l'illusione di credere che con la ragione laica e razionalistica (di tipo borghese) si potesse costruire una società democratica. L'illusione dell'Illuminismo si può in parte giustificare col fatto che la borghesia era allora in ascesa; ma continuare a giustificarla dopo le due guerre mondiali, significa essere degli sprovveduti o in malafede. Oggi c'è solo un modo per alimentare questa illusione: accentuando l'uso della forza. Di fronte all'uso della forza gli uomini possono illudersi che non vi siano alternative. La nazione che oggi è in grado di farsi carico, autorevolmente, di tale compito, è quella stessa che ha saputo alimentare la forma più alta di illusione: il consumismo di massa. Questa nazione non può che essere gli Stati Uniti. |
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Enrico Galavotti
- Homolaicus -
Sezione Teorici |