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DAVID HUME

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David Hume (1766, Edinburgh, Scottish National Portrait Gallery)

Hume ha dimostrato che nell'individualismo non ci può essere oggettività, né scienza, né sostanza, né realtà. C'è solo l'io, che con la ragione critica tutto e col sentimento si sforza di credere in qualcosa, onde evitare il suicidio.

Hume era arrivato, molto tempo prima di Nietzsche, alla tragica conclusione della filosofia borghese, senza aver avuto bisogno di passare attraverso l'idealismo.

Eppure non tutti vedono in lui questo lato tragico della filosofia. Anzi, molti lo ritengono un grande filosofo antidogmatico e antimetafisico, precursore del neopositivismo, della scienza probabilistica (sul piano della statistica)...

In realtà, Hume è un filosofo molto pericoloso, perché, col pretesto di distruggere la metafisica razionalista (e la religione), egli finisce col distruggere ogni cosa, persino la facoltà di pensare.

A che pro infatti pensare -ci si può chiedere- se l'oggettività non esiste? Perché non prendere la vita come viene, senza porsi particolari problemi? Perché curarsi dell'interesse generale?

Sostenere che "ogni cosa che è potrebbe anche non essere", può esser valido quando si fanno delle ipotesi o si devono prendere delle decisioni o quando si criticano aspetti ritenuti negativi, ma se la tesi del relativismo è affermata in assoluto, l'irrazionalismo è inevitabile (e con esso il blocco dell'azione e del giudizio). La filosofia di Hume rischia di scatenare i più bassi istinti.

Dire che "non è la ragione ad essere guida della vita, ma l'abitudine", significa arrivare al paradosso che nell'abitudine allo sfruttamento economico non c'è ragione di superarlo. Ovviamente tale modo di "ragionare" fa molto comodo alla borghesia, i cui interessi Hume ha sempre voluto esplicitamente difendere.

Hume è arrivato a concludere che l'esperienza borghese porta allo scetticismo radicale, ma non ha saputo formulare alcuna alternativa. Probabilmente il suo merito maggiore sta nella critica della religione. Egli infatti era un ateo risoluto.

EMPIRISMO E IDEALISMO

Quando gli empiristi inglesi (Locke, Hume ecc.) affermavano che le "idee innate" non esistono, avevano perfettamente ragione, poiché il concetto (cartesiano) di innatismo non è progressista ma, in ultima istanza, conservatore. Se l'uomo ha delle "idee innate", a prescindere dall'esperienza, l'importanza di questa, in un certo senso, diventa relativa. L'esperienza cioè, per l'innatismo, non sarà mai in grado di offrire all'uomo più di quanto l'uomo non abbia già in se stesso.

Con questo naturalmente non si può dire che l'empirismo inglese fosse di per sé più progressista dell'idealismo cartesiano. E' fuor di dubbio però ch'esso, nonostante parteggiasse per lo sviluppo borghese dell'economia, o forse proprio per questo, a quel tempo rappresentava una corrente filosofica d'avanguardia, l'unica veramente in grado di opporsi con efficacia al platonismo, all'aristotelismo e alla Scolastica.

Il concetto di "idee innate" poteva servire per liberarsi del concetto di "rivelazione" (che, a sua volta, implicava quello di autorità e di tradizione), ma, una volta realizzata tale emancipazione, c'era solo un modo per non cadere nell'idealismo, quello di affidare alla storia (al presente storico) il senso dell'esistenza autentica dell'uomo.

Se l'idea viene usata per sostituire il vecchio concetto di dio, si ricade nell'idealismo. Questo atteggiamento, in verità, fu tipico più di Hegel che non di Cartesio, il quale aveva più scrupoli nei confronti della religione.

Tuttavia, Cartesio non si limitò ad attribuire all'idea il valore di un contenuto mentale soggettivo, ma fece anche dell'innatismo un modo (diplomatico) per liberarsi della religione. Se tutto è "innato", che bisogno c'è di "rivelazione"? Col che, in pratica, si assicurava il ritorno al platonismo (beninteso, a un platonismo sospettoso e diffidente: le "idee innate" non servono, in Cartesio, per aprirsi all'infinito ma per chiudersi nel proprio io).

L'empirismo inglese fece bene a polemizzare con questa posizione astratta (e indimostrabile). Locke arrivò a dire, molto tempo prima di Kant, che la metafisica è impossibile come scienza.

L'empirismo però non riuscì ad evitare l'errore di credere che l'unica esperienza possibile è quella sensibile. Qui sta il limite del suo scarso senso storico.

Ora, se l'uomo non conosce altro che rappresentazioni dategli dall'esperienza, e se questa esperienza è negativa, in che modo egli riuscirà ad avere idee diverse (positive) rispetto all'esperienza che vive (o che riflette in se stesso)?

In ultima istanza, quindi, anche l'empirismo è favorevole alla conservazione dello status quo. Non solo perché rifiuta di credere nell'oggettività delle cose, ma anche perché l'unica oggettività che è disposto ad ammettere è quella della società mercantile.

Se ogni idea è solo un riflesso della realtà, e se questa realtà è quella borghese (che gli empiristi conoscevano come molto contraddittoria), allora sarà inevitabile credere nel relativismo delle idee. Gli empiristi infatti non ritenevano esistessero idee sufficientemente valide per trasformare la società borghese.

Nella posizione di Locke, p.es., non c'è modo di porre all'ordine del giorno l'esigenza di modificare la società borghese, poiché non c'è modo di credere che, in definitiva, ne valga la pena, ovvero di credere che esista un'idea migliore di un'altra o più oggettiva, in grado di riflettere meglio la realtà.

La soluzione di quest'impasse non sta ovviamente nel Kantismo o nell'idealismo critico, storico o oggettivo, ma unicamente nel materialismo storico, che è il solo a saper riconoscere nell'essere umano un desiderio di liberazione costitutivo, strutturale, connaturato all'esserci, e, nello stesso tempo, l'esigenza di vivere questo desiderio in un'esperienza sociale di liberazione.

Non sono le idee ad essere innate, ma è questo desiderio di autenticità e benessere, d'identità e appagamento, di libertà e sicurezza: tutto il resto dipende dall'attività pratica con cui si cerca di realizzare o di soddisfare il desiderio. L'apporto dall'esterno, in questo senso, può essere offerto solo da chi ha maggiore consapevolezza della contraddizione (antagonistica) e del modo per risolverla.

SULL'ILLUSIONE BORGHESE

L'Illuminismo ha rappresentato una grande illusione, non meno grande di quella medievale, che fu alimentata con la fede religiosa: l'illusione di credere che con la ragione laica e razionalistica (di tipo borghese) si potesse costruire una società democratica.

L'illusione dell'Illuminismo si può in parte giustificare col fatto che la borghesia era allora in ascesa; ma continuare a giustificarla dopo le due guerre mondiali, significa essere degli sprovveduti o in malafede.

Oggi c'è solo un modo per alimentare questa illusione: accentuando l'uso della forza. Di fronte all'uso della forza gli uomini possono illudersi che non vi siano alternative.

La nazione che oggi è in grado di farsi carico, autorevolmente, di tale compito, è quella stessa che ha saputo alimentare la forma più alta di illusione: il consumismo di massa. Questa nazione non può che essere gli Stati Uniti.

HUME POLITICO

Per Hume non esistono norme o regole generali su cui fondare la morale, perché la morale, come la fede religiosa, si basa sul sentimento, sull'esperienza personale, sulle passioni, sulle abitudini e non su una ragione oggettiva. La morale quindi non ha regole di cui si possa dire se sono vere o false, né si può pensare che esista un dio che fonda la morale.

La morale non è che la reazione che suscita nel soggetto una determinata azione. E la reazione è relativa, perché varia a seconda delle persone: può essere anche istintiva, irrazionale. Le passioni hanno una logica di svolgimento autonoma, indipendente dalla ragione. La morale non sta nei fatti, anche perché su medesimi fatti uno stesso soggetto può dare, col passare del tempo, giudizi molto diversi, basati su impressioni differenti. Ecco perché i fatti possono soltanto essere descritti o spiegati, non giustificati secondo criteri oggettivi di bene o di male.

L'unica cosa che si può dire, con certezza, è che negli uomini esiste una natura comune, per cui i sentimenti che provano sono simili in circostanze simili. Quindi la morale viene decisa dal comportamento prevalente dei cittadini in un determinato tempo e luogo.

Di regola giudichiamo virtuosa o viziosa un'azione nella misura in cui provoca in noi sentimenti di piacere o di dolore, che sono istintivi o comunque dettati dalle circostanze. La motivazione razionale è relativa alla reazione spontanea, per cui la elaboriamo sempre dopo.

Hume in sostanza mostrava di fidarsi più della genuinità delle reazioni istintive che non delle speculazioni astratte dei teologi o dei metafisici. La sua, tuttavia, resta una posizione ingenua, in quanto ritiene che la natura umana abbia la capacità di distinguere il bene dal male semplicemente in virtù della sensazione o del sentimento. In tal modo l'uomo viene abbassato a un livello semi-animalesco, quello appunto in cui sono gli istinti a dettare legge.

L'ingenuità dipende appunto dal fatto di credere del tutto autentici degli istinti che in realtà sono un prodotto derivato dal contesto sociale in cui si formano. In una società in cui vige, molto forte, la dipendenza dallo Stato e dal mercato, anche gli istinti sono indotti, cioè influenzati dai poteri dominanti, politici ed economici.

Si potrebbe anzi dire che, in forza di tali condizionamenti (che sono materiali, morali, culturali), le reazioni istintive che possono avere gli uomini di fronte a determinati fatti, sono in relazione al ceto o alla classe sociale di appartenenza. Pertanto, di fronte a un medesimo evento, le reazioni istintive, nel medesimo tempo e luogo, possono essere addirittura opposte. Questo per dire che la capacità di distinguere il bene dal male, senza fare ricorso alla ragione, non produce alcunché di significativo.

Che Hume sia un illuminista borghese è dimostrato anche dal fatto che per lui la morale sociale non è guidata solo da un naturale sentimento di simpatia (una spontanea benevolenza) verso i propri simili, ma anche dall'utilità comune basata sul calcolo. È giusto ciò che è socialmente utile. L’idea dell’utile è connessa alla capacità di autocontrollo, di disciplina degli stimoli e desideri. La stessa proprietà privata si fonda non su un originario diritto di natura ma sull’utilità individuale e sociale.

Per coltivare al meglio i sentimenti, lo strumento migliore è la poesia, soprattutto quella che suscita emozioni. Ciò che è bene è anche bello e il bello rende migliore lo spirito. Quel che vale per la morale, vale anche per la politica: non devono esistere teorie generali da cui ricavare i princìpi della politica. I princìpi vanno ricavati da un'analisi rigorosa della società e naturalmente dall'esperienza personale.

Nei confronti della teoria contrattualistica sull'origine dello Stato, sostenuta dai progressisti (partito whig), Hume pensa che si sopravvaluti troppo la ragione. Nell'ambito della società l'individuo è portato a legarsi alle persone a lui più vicine e a diffidare delle persone più lontane. Hume comunque difende sia la proprietà privata che la stabilità sociale in nome di una Costituzione accettata da tutti i partiti.

Sul piano economico anticipa molti dei temi di Adam Smith. Era comunque favorevole al libero scambio, contro le teorie mercantilistiche, che ritenevano la potenza di una nazione legata soprattutto alle esportazioni.

Hume critica il giusnaturalismo di Locke, in quanto non è possibile derivare i diritti civili dalla natura razionale dell'uomo, la quale non può essere dimostrata oggettivamente e che spesso è meno importante degli istinti e dei sentimenti. La famiglia, p. es., ha origine dall'impulso sessuale.

Si può soltanto dire che l'uomo primitivo non era un selvaggio furioso, ma un uomo capace di aggregazione, e che, se stabiliva dei patti, era solo per tutelarsi contro chi voleva far prevalere l'egoismo sull'altruismo.

Considerare il patto originario come l'atto fondativo dello Stato è ridicolo, in quanto molti governi sono nati grazie ai colpi di stato o ad atti di usurpazione, senza consenso popolare. Se il cittadino obbedisce allo Stato è perché senza questa obbedienza, neppure lo Stato esisterebbe: cioè non lo fa per restare fedele a un patto originario.

L'uomo avverte dentro di sé dei doveri imprescindibili ed è su questi doveri che fonda la morale, il diritto e la politica. Quelli che derivano spontaneamente dalla natura umana sono: l'amore per i figli, la gratitudine e la pietà. Quelli che invece servono per il bene della società, possono anche non essere istintivi, ma devono essere seguiti anche senza un'adesione spontanea, e sono la giustizia e la fedeltà alle promesse. Pertanto essi sono convenzionali o artificiali, cioè indotti mediante l'educazione, la coercizione, il costume sociale...

Il fine di questi doveri sociali è conservare pace, sicurezza e proprietà privata. Associandosi gli uomini riducono i rischi dei conflitti. Resta tuttavia irrealizzabile l’idea di una società egualitaria e comunistica: anche se si rendessero eguali le proprietà e si livellassero le condizioni sociali, i gradi diversi di arte, attività e sollecitudine spiegati dagli uomini tornerebbero immediatamente a rompere tale uguaglianza.

Chi non crede sia sufficiente la proprietà, il diritto sociale, la giustizia, ecc. per garantire pace e sicurezza, matura sentimenti di tipo religioso, che si avvalgono non della ragione ma della rivelazione.

La fede religiosa non ha un fondamento diretto nella natura umana, anche se deriva dal sentimento o dalla passione. Le religioni si fondano sul sentimento (timore per la propria debolezza o miseria) o sulla speranza di una vita diversa.

Hume è contrario all'idea di oltrepassare i confini della conoscenza umana, anche perché chi lo fa tende a compiere una antropomorfizzazione della divinità. In ogni caso nel campo delle questioni religiose non si può raggiungere alcuna vera decisione.

Tuttavia lo scetticismo di Hume non arriva mai a negare l'esistenza di dio: rimane agnostico, anche se nega valore probante a una qualunque dimostrazione dell'esistenza di dio. Solo per analogia e in maniera congetturale si può credere in dio. E come non esiste un disegno provvidenziale che si dispiega nella storia, così è vano credere nei miracoli.

Quindi sulla religione le sue principali tesi sono tre: 1) la religione non ha un fondamento razionale; 2) la religione non ha neppure un fondamento morale (la stessa morale si basa sul sentimento e non sulla religione); 3) la religione ha un fondamento istintivo: il terrore della morte e della preoccupazione per una vita futura.

Fonti

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 24-03-2015