MARX-ENGELS
per un socialismo democratico


I GRÜNDRISSE

Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica (1857-58)
(Ed. La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. I)

Borghese e Uomo di natura

Marx fa notare nei Lineamenti che l'oggetto dei suoi studi è la "produzione materiale dell'uomo sociale". Non vuole partire, non credendo neppure nella sua esistenza, dall'individuo isolato, generico, universalmente astratto, come fecero gli inglesi Smith (1723-1790) e Ricardo (1772-1823), e come continuano a fare gli economisti a lui coevi: l'americano Carey (1793-1879), i francesi Bastiat (1801-1850) e Proudhon (1809-1865) ecc.

L'individuo isolato è stato fatto passare dagli storici delle civiltà come una forma di ritorno all'uomo di natura, in contrasto agli eccessi dell'uomo civilizzato, al punto che si è voluto vedere nel "contratto sociale" di Rousseau un patto tra "soggetti per natura indipendenti"(p. 4). Il che, secondo Marx, non ha senso. Tali "robinsonate" -egli afferma- servirono piuttosto per anticipare, legittimandola, la "società civile", quella che tutela la proprietà.

"In questa società della libera concorrenza -dice Marx- l'individuo si presenta sciolto da quei vincoli naturali ecc. che nelle epoche storiche precedenti fanno di lui un elemento accessorio di un determinato e circoscritto conglomerato umano"(ib.). Cioè Smith e Ricardo hanno avuto tutto l'interesse a presentare l'uomo borghese come un Robinson che esce dallo stato di natura, rozzo e primitivo, per diventare finalmente un individuo libero, autonomo e soprattutto "sociale".

Marx come al solito è bravissimo nel ribaltare la prospettiva con cui si guardano le cose e spiega che in realtà l'individuo isolato (così come dagli economisti è stato descritto) non era affatto un "uomo di natura", ma semplicemente il prototipo d'individuo di cui la classe borghese aveva bisogno per affermarsi come tale. Era un uomo isolato proprio perché doveva appartenere alla società borghese, in cui appunto deve avvenire un contratto tra individui liberi, indipendenti - almeno così si vuol far credere, in quanto la critica di Marx è appunto rivolta contro il carattere formale, illusorio, della libertà di uno dei due contraenti, quello privo di proprietà.

Anche senza verificare i testi di Smith e Ricardo e di tutti gli altri economisti borghesi, è evidente quello che Marx intende dimostrare. E noi dobbiamo dare per scontato che avesse ragione, in quanto non avrebbe senso ripercorrere i suoi studi per verificare la fondatezza delle sue tesi. Se non partiamo da questo presupposto, cioè se non ci mettiamo sulle spalle di Marx e non guardiamo avanti, non riusciremo a superare i limiti del marxismo.

Dunque l'isolamento dell'uomo di natura è funzionale alla necessità di stabilire un contratto di lavoro, che a sua volta dipende da determinati, ancorché mistificati, rapporti di proprietà. Per gli economisti e ideologi borghesi l'individuo isolato è "il punto di partenza della storia"(ib.), per Marx invece un "risultato storico", quello del crollo del feudalesimo e della nascita, sulle sue ceneri, del capitalismo.

Robinson o Adamo sono per detti economisti delle rappresentazioni naturali dell'uomo, per Marx invece delle rappresentazioni ideali della borghesia, che vede l'individuo singolo, isolato come un limite che va superato col "contratto" - in realtà, dice Marx, solo per giustificare la distruzione delle comunità precapitalistiche.

I Gründrisse sono stati scritti di getto, come riflessioni spontanee che emergevano nel corso degli studi: non erano assolutamente destinati alla pubblicazione. Di qui la fatica che spesso si fa a capire certi passaggi. Tuttavia, proprio l'immediatezza di queste riflessioni a volte ci è più d'aiuto a capire lo svolgimento dei pensieri marxiani che non un intero testo strutturato. P.es. nei Grundrisse gli accenni sul precapitalismo sono molto più interessanti di quelli che si possono incontrare nel I libro del Capitale. Il motivo di questo è semplice: Marx non dava mai alle stampe qualcosa che per lui non avesse la caratteristica della definitività. Nel suo metodo d'indagine era talmente scrupoloso che non avrebbe potuto tollerare dei giudizi approssimativi, generici su un argomento così importante come quello del precapitalismo. Per cui preferiva tacere.

Nei Gründrisse, quando parla dell'uomo primitivo o anche solo dell'uomo preborghese, i giudizi di Marx sono spesso tra loro contraddittori, a testimonianza che le sue conoscenze in materia non erano approfondite. A p. 5 p.es. cita un testo di B. G. Niebuhr, Römische Geschicte (Berlino 1827), più avanti citerà un testo di W. H. Prescott, History of the Conquest of Perù (Londra 1850) e si ricordi quel che scrisse Engels nell'edizione inglese del Manifesto del 1888: "Nel 1847, la preistoria della società - l'organizzazione sociale esistente prima della storia tramandata per iscritto - era poco meno che sconosciuta". Non dimentichiamo che l'Appendice ai Gründrisse, che passa sotto il nome di Formen, contiene passi molto significativi sul precapitalismo, ma anch'essa rimase inedita. Persino nel 1866, quando ormai era pronta la pubblicazione del I volume del Capitale, Marx decise di togliere dalla sua stesura definitiva il VI capitolo intitolato "Risultati del processo di produzione immediato", che, guarda caso, tratta molto estesamente dei problemi del precapitalismo.

Marx nutre nei confronti del precapitalismo un atteggiamento ambivalente, poco decifrabile, che si trascinerà sino agli ultimi scritti coi populisti. Prendiamo alcune affermazioni dai Gründrisse: una l'abbiamo già riportata: l'uomo preborghese è un "accessorio di un determinato e circoscritto conglomerato umano"(p. 4); Marx lo vede come un individuo "privo di autonomia, come parte di un insieme più grande... (famiglia, tribù, comunità)"(p. 5). E in questo il suo giudizio non è molto diverso da quello degli economisti borghesi. Tuttavia, a p. 10 scrive: "La storia mostra che la proprietà comune (p.es. presso gli indiani, gli slavi, gli antichi celti ecc.) è la forma più originaria, una forma che, nella veste di proprietà comunale, svolge ancora per lungo tempo una funzione importante".

Marx intende riferirsi non alla proprietà comune (che ancora non prevedeva quella "privata" come contraltare) dei popoli primitivi, preschiavistici, bensì a quella proprietà d'uso comune tra gli abitanti di una comunità di villaggio feudale, come p.es. i boschi, le foreste, determinati pascoli, le paludi... Marx dice questo per contestare che dal concetto di "proprietà" si debba per forza passare (come appunto fanno gli economisti borghesi) alla proprietà "privata". Cioè nel Medioevo, p.es., è esistita la proprietà privata dei feudatari, ma anche, e per moltissimo tempo, una proprietà comune, utilissima per i contadini.

Queste considerazioni il marxismo contemporaneo non le ha mai sviluppate come avrebbe dovuto. Infatti, se lo avesse fatto avrebbe dovuto rivedere molti pregiudizi nei confronti del feudalesimo, nonché la tesi di una necessità storica della transizione al capitalismo.

Secondo Marx l'uomo primitivo è destinato a recidere il cordone ombelicale che lo lega alla comunità e, in tal senso, il passaggio dal comunismo primitivo alla civiltà, o dalla preistoria alla storia deve essere considerato inevitabile. Tuttavia Marx vede questo processo con una sorta di angoscia esistenziale: "L'uomo è nel senso più letterale un zòon politikòn [nel testo la citazione è in greco] non soltanto un animale sociale, ma un animale che solamente nella società può isolarsi"(p. 5). Un'affermazione di questo genere è potente, in quanto Marx, a differenza degli economisti borghesi, non si fa illusioni sul capitalismo. Dunque, per tornare alle "robinsonate" iniziali, "la produzione dell'individuo isolato al di fuori della società"(ib.) - dice Marx - è un'assurdità totale.

Esattamente come l'altra cosa, quella di considerare le civiltà preborghesi, ignare del diritto, come più "barbare" di quella moderna. Scrive Marx a p. 11: "Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte [la borghesia che oppone il proprio diritto alla forza del signore feudale, laico od ecclesiastico]. Essi dimenticano soltanto -prosegue Marx- che anche il diritto del più forte è un diritto [infatti è sempre esistita una legislazione anche sotto il Medioevo] e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma anche nel loro 'Stato di diritto'", cioè è cambiata la forma ipocrita in cui si cela il primato della forza, in quanto tutti i cittadini sono formalmente uguali davanti alla legge.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26/04/2015